La trimurti è ferma al passato

Mi ricordo una vecchia pubblicità di uno yogurt il cui protagonista era un Grillo giovane e che ancora faceva ridere.
Si vedeva un folto gruppo di lavoratori che stava rientrando in fabbrica quando arriva la notizia che era finito lo yogurt.
Grillo, con mimica azzeccata, urlava: è finito lo yougurt ? Sciopero !
E tutti tornavano fuori dai cancelli.
Erano gli anni in cui gli scioperi venivano proclamati in continuazione.
Dalla legge non gradita alla visita in Italia del Presidente degli Stati Uniti.
L’ironia di Grillo coglie nel segno, fustigando i costumi, per la futilità del motivo, magari meno di tanti che furono posti a base di vere astensioni dal lavoro.
Oggi ci risiamo.
Abbiamo attraversato i diciotto anni dell’Italia di Berlusconi (perchè il periodo iniziato nel 1994 così passerà alla Storia … magari con l’aggiunta di qualche altro annetto …) con dei sindacati ingessati sui vecchi schemi ottocenteschi.
Difendono una legge, il cosiddetto statuto dei lavoratori, che data 20 maggio 1970 (41 anni fa !) ma che è stata ideata e messa assieme negli ultimi tre anni del decennio precedente (i tempi di approvazione delle leggi sono sempre stati molto lunghi …).
Nessuno può negare che l’Italia del 1967-70 sia lontana anni luce da quella odierna e che altrettanto lo sia il mondo nella sua globalità e nelle sue varie segmentazioni economiche, sociali, politiche, culturali.
Nel 1970 il Caudillo governava ancora la Spagna, Allende il Cile, la Giunta dei Colonnelli la Grecia, Carosello era lo spartiacque tra il telegiornale e il film della sera, presidente degli Stati Uniti era Richard Nixon, l’Italia sfornava governi con cadenza semestrale, Giovanni Leone sarebbe stato eletto a dicembre presidente della repubblica al posto di Giuseppe Saragat e lo scudetto lo aveva vinto il Cagliari (pensate quanto sono cambiati i tempi !!!).
Nomi, eventi, episodi che forse a molti non diranno nulla, immagini in bianco e nero che scorrono nella memoria di chi c’era e nei frammenti dell’epoca, ma la legge del 1970 resta un totem inamovibile … per i sindacati italiani.
I sindacalisti della trimurti minacciano lo sciopero generale con il pretesto della norma (ancora tutta da definire) dei “licenziamenti facili” chiesta da quella stessa europa alla quale loro più di chiunque altro si inginocchiano come gli islamici verso La Mecca.
Non dicono che tale norma è stata richiesta perchè l’ottima soluzione del Governo con la manovra di luglio (deroghe alla legge nazionale su base contrattuale) è stata stupidamente accantonata dall’accordo di Confindustria con la trimurti e l’impegno (preventivo, a prescindere) a non derogare.
Ma, poi, pensano che gli imprenditori siano tutti assatanati di licenziamenti ?
Pensano che, una volta approvata quella norma, si divertiranno esclusivamente a firmare lettere di licenziamento ?
E poi chi produce ?
Chi farà andare i macchinari ?
Più ragionevole pensare che ad essere licenziati saranno pochi lavativi, probabilmente ben noti agli stessi sindacalisti interni, il cui comportamento è dannoso all’intera comunità dei lavoratori, perchè la loro indolenza non solo rallenta la produttività, ma scarica anche su chi lavora quello che loro non fanno.
Però, come abbiamo visto in alcuni eclatanti casi che hanno avuto l’onore delle cronache, non possono essere licenziati, neppure se colti in flagranza a rubare.
Vale la pena far perdere una frazione di punto del pil ( e vedersi decurtare la busta paga) per uno sciopero generale passatista, a difesa di norme che tutelano essenzialmente fannulloni e lavativi ?

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Eurotruffa

La nave non deve limitarsi a uscire dal porto con la banda e navigare bene per un po’, ma deve arrivare sana e salva a destinazione, se ciò non accade e fa naufragio, è doveroso indagarne le cause e se è il caso cercare i responsabili. Può anche essere che la responsabilità sia dei progettisti che hanno sbagliato la costruzione. Nel caso dell’euro ci vuole davvero poco a capire che il problema risiedeva proprio nell’architettura di base, in quello stesso progetto disegnato dall’Europa dei tecnocrati di sinistra che ha visto Ciampi e Prodi come nostri rappresentanti nazionali, e per il quale essi hanno goduto di ampi onori ed applausi finché la nave andava. Eh sì, perché Berlusconi, costretto a smentire intenzioni antieuropee quando venerdì ha citato i difetti dell’euro, in realtà ha detto molte cose assai vere che abbiamo ripetuto su queste pagine sin da tempi non sospetti. Il premier ha solo sbagliato una cosa: ha eccessivamente sintetizzato un concetto giusto citando semplicemente il nome della moneta invece di citare il problema a monte e che a quella moneta dà valore, vale a dire il debito sovrano denominato in euro. La moneta in sé e per sé non ha colpe è solo uno strumento.
Le nostre banconote, per brutte che siano, decorate solo da ponti e finestre (due luoghi dai quali in tempi grami ci si butta di sotto), una volta scelte diventano la bandiera di un popolo, e dietro alle bandiere si deve stare uniti, però sono anche semplici pezzi di carta. Quello che dà loro valore (anche se molti lo dimenticano) è il debito che essi possono legalmente ripagare, primo fra tutti quello fiscale. Il fatto di aver del tutto staccato la capacità di emissione di moneta dalle autorità nazionali, che a quella moneta danno valore tramite l’imposizione delle tasse, è il peccato originale dell’eurosinistra. Si tratta di una struttura molto coerente con un’impostazione ideologica che vede il governo ideale nelle mani di un’aristocrazia di tecnici e sottratto alla volontà popolare che, nella sua insipienza, potrebbe persino (orrore!) eleggere qualcuno diverso da loro.
Peccato, però, che alla prova dei fatti questo sistema non abbia retto. I mercati si reggono su certezze assolute e il pensiero che un debito possa non esser ripagato e che il fatto di poter essere onorato dipenda da estenuanti trattative fra i capi di Stato e i padroni della moneta è, per un creditore, intollerabile. Tutti i debitori rispondono con i loro beni delle proprie obbligazioni altrimenti nessuno presterebbe nulla, per gli Stati così non è perché la Banca centrale li tutela. Obama potrebbe fare tutte le sciocchezze di questo mondo, ma il suo debito è garantito dalla Federal Reserve. L’economia inglese è un disastro, ma nessuno specula contro quel debito perché la Banca centrale lo potrebbe acquistare senza limiti. Noi no. Abbiamo disegnato un sistema dove le garanzie sul debito non esistono. In questo progetto fallato, poi, abbiamo inserito degli ingredienti pessimi quali ad esempio economie chiaramente non allineate come la Grecia (trattato del giugno 2000, presidente Ue Prodi, presidente del Consiglio Amato, presidente della Repubblica Ciampi, tutti all’epoca entusiasti), oppure debiti già fuori limite sin dall’inizio come il nostro e quello del Belgio in eccezione a regole appena scritte.
Ma, si dirà, forse la colpa non è degli architetti dell’euro, ma di quei paesi indisciplinati come l’Italia che non hanno approfittato dei vantaggi (innegabili) dei tassi bassi per ridurre il proprio debito. L’obiezione però cade se si guarda ai paesi caduti prima, vale a dire Irlanda e Spagna, che avevano virtuosamente un indebitamento fra i più bassi d’Europa, ma anch’essi subito caduti davanti alla sfiducia. La Cina ci disse quest’estate: «Ma se la vostra Banca centrale non compra il vostro debito perché dovremmo farlo noi?». Verissimo, e il fatto che ora lo stia acquistando quasi con schifo, mettendo ben in chiaro che lo farà solo per breve tempo, ha messo una pezza ma di certo non restituisce la fiducia. Prodi ha dichiarato che «i giudizi di Berlusconi sono una follia» ma prima o poi bisognerà fare il punto sulle cause profonde e lontane dell’attuale crisi. Troppo comodo prendersi solo gli applausi e chiamarsi fuori davanti al disastro.

Un trick per Facebook

Facebook, in eterna attesa dell’implementazione della timeline, ha sottratto agli utenti la vecchia comoda possibilità di sfogliare le proprie pagine di profilo (e dei profili altrui), che permetteva di ritrovare i post già pubblicati da molto tempo.

E’ vero che ancora resta, al piede della pagina del profilo, la funzionalità “Pagina precedente”, ma è scarsamente utilizzabile per vere retrocessioni; è lenta, ed accumulando via via numerosi post sulla medesima pagina, in breve diventa pesante, praticamente inservibile.

Cercando di risvegliare in qualche modo la vecchia funzionalità (è molto seccante non poter andare a rivedere ciò che si è fatto nel tempo), ho scovato un opzione non documentata che può aiutare.
Aggiungendo nel browser la semplice stringa &oldest=101010101010101 dopo la parola wall, che se già non vedete nell’URL dovete far prima comparire cliccando Bacheca, Facebook vi presenterà due pagine consecutive, composte esclusivamente dei post che gli amici hanno inviato sulla vostra pagina di profilo.

In questo modo vi porterete indietro nel tempo, eseguendo un’operazione di filtro dei vostri post personali. Con la funzionalità “Pagina precedente” potrete quindi finalmente scandagliare i vostri post usufruendo di un bel “salto nel tempo”, tanto più consistente quanto più vecchio sarà l’ultimo post altrui che Facebook vi avrà mostrato. Allo scopo, cancellandone qualcuno che meno vi interessa, e rinfrescando la pagina, potrete regredire maggiormente.

Questo trick è applicabile anche sul profilo degli amici, nel caso voleste scandagliare anche le loro pagine più datate. Con questo sistema ho appurato che Facebook conserva ancora tutti i nostri post, anche quelli più antichi, che con le funzioni standard risultano ormai impossibile da raggiungere.

P.S. :
ho naturalmente implementato questa funzionalità anche in FadeBook Zone, il mio piccolo tool per Facebook.

Cultura finanziaria 8

Ricordate ancora le adorate, poi, per molti, diventate odiate Cartelle Fondiarie CARIPLO (Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, ora Banca Intesa)? A qualcuno creò ricchezza inaspettata, alla gran parte dei sottoscrittori creò miseria. A molti, quelli che seppero cogliere l’occasione, consentì l’acquisto di una casa, ai sottoscrittori delle cartelle creò illusioni, ed in seguito amarezze. Erano state emesse con scadenze a lungo termine, ma con tassi elevati, per invogliarne la sottoscrizione: il doppio, il triplo, il quadruplo, a seconda della scadenza, rispetto a quanto avrebbero reso i soldi lasciati liberi sul conto corrente bancario. Ero ancora bambino, e ricordo il volto felice di coloro che le possedevano: era diventato uno status simbol. Erano gli anni ’60 e chi ne aveva si gongolava nel sogno di un futuro radioso. Ma in quel decennio, l’inflazione era stata bassissima, credo sempre intorno al punto percentuale, tranne un’anno che fu addirittura negativa, e l’Italia vinse l’Oscar di moneta più forte e più stabile d’Europa. A fine decennio ’60 il debito pubblico credo superasse di poco i 100.000 miliardi di Lire, o anche meno. Ma nel ’68 era cominciata l’epoca delle grandi rivendicazioni sociali, con tanti scioperi a catena, indiscriminati che precipitarono l’Italia nel periodo più nero del dopoguerra: gli anni ’70. L’inflazione, andata fuori controllo, cominciò a salire vertiginosamente; correva di pari passo con l’incremento dei salari, vanificando così il beneficio apportato dagli aumenti salariali stessi: chi prendeva 50.000 lire nel ’65, alla fine degli anni’70 ne prendeva 500.000, a parità di età e di mansione: almeno 10 volte tanto.
Nel contempo stava iniziando la via crucis delle Cartelle Fondiarie CARIPLO. I primi che s’avvidero del pericolo, cominciarono a liberarsene, chiedendone il riscatto, che avveniva a fronte di una piccola penalizzazione. Penalizzazione che in seguito divenne via via crescente, fino ad arrivare al 65% di rimborso del nominale. Fu così che titoli, che fino a quel momento veleggiavano oltre i 100 su 100, ed erano praticamente introvabili, si riversarono in massa in cerca di riscatto. Fino a quel momento nessuno aveva osato venderli, credendo d’avere in mano le galline dalle uova d’oro. Da quel momento, invece, li riversarono in massa sul mercato facendone precipitare il prezzo.
Passando all’economia reale, nel frattempo stavano creandosi le condizioni per la sparizione dal mercato di grandi aziende internazionali, anche quotate in borsa, che negli anni del boom economico avevano contribuito all’assorbimento di masse sempre crescenti di lavoratori, provenienti da aree disagiate del paese. Per citare qualche nome: Motta, Alemagna, Innocenti, Autobianchi, Alfa Romeo, Cartiere Binda, Cartiere Donzelli; a seguire, poi, una lista lunghissima. E se andiamo a scoprirne le cause, non sbaglio dicendo che alla base di ognuna di queste storie di chiusura ci siano stati gli scioperi incontrollati, indiscriminati, e spesso pretestuosi.
Oggi si riparla di una eventuale riedizione dell’Autunno Caldo. Voglio sperare che la maggioranza della gente sia ora consapevole dei rischi cui andrebbero incontro i propri risparmi, tanti o pochi che siano. La storia del destino delle Cartelle Fondiarie Cariplo è lì a ricordarglielo. 
E in un prossimo post scriverò del nesso che vedo tra quanto è successo alle suddete Cartelle Cariplo, con l’eventuale destino dei nostri Titoli di Stato. 
    
Sopra una cartella Fondiaria del Monte dei Paschi di Siena – dal sito  Costiera on-line 

E loro poco costruttivamente, scioperano…

Datele tempo. E porterà tutti i sindacati in piazza. Lei che si vanta di dire sempre no, la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, promette fuoco e fiamme, barricate, manifestazioni oceaniche. Si sente aria di anni Settanta. Si sente aria di ideologia. In un momento storico in cui l’economia non ha proprio bisogno né di manifestazioni di stampo sessantottino né di ideologia. Ma tutto questo le parti sociali fanno davvero fatica a capirlo. Accusata più volte dalle tute blu della Fiom, di essere molle con i potenti e di non ribellarsi ai soprusi dei padroni, adesso la Camusso tira fuori i denti e si rimbocca le maniche: scendiamo in piazza e spacchiamo tutto. “Dateci il tempo di discutere”, avverte in piazza del Popolo mentre è in corso la manifestazione nazionale dei pensionati dello Spi. “Ci stiamo parlando per capire cosa vuole fare il governo – spiega la Camusso ai giornalisti – valuteremo tutte le scelte e le possibilità che ci sono”. Intanto, una prima data c’è già: la Cgil sarà in piazza San Giovanni per la manifestazione sul lavoro. L’appuntamento è per il 3 dicembre. “Il governo sappia che un sindacato contrasterà sempre i licenziamenti – continua la leader della Cgil – su questo punto non incontrerà mai il giudizio positivo delle organizzazioni sindacali. Un sindacato lavora per l’occupazione, non per l’opposto”. E avverte: “La prospettiva di questo Paese si riapre quando riusciamo a fare l’unico licenziamento ammissibile, cioè quello di questo governo”.
“Non ho mai trovato un Paese che per crescere deve licenziare. Si gioca sulla pura propaganda”. La Camusso è convinta che “se si fanno proposte diverse che rispondono agli stessi risultati si può dire di ‘no’ all’Europa. Gli altri Paesi hanno fatto scelte diverse: per dire no all’Europa bisogna avere un’altra proposta”. Poi denuncia: “Negli ultimi tre anni il Paese è stato portato alla stagnazione e quasi alla recessione”. Dal governo il segretario generale della Cgil vuole sapere se intende ridurre gli ammortizzatori sociali. Insomma, dopo aver rinfacciato per settimane al governo di non adottare le misure proposte dall’Unione europea, adesso la Camusso attacca duramente il governo.

L’islam e il pericolo non visto

Storico della penetrazione islamica in Occidente, ed in Europa in particolare, Bruce Bawer è autore di due saggi che hanno riscosso l’apprezzamento internazionale, tra cui quello di Bernard Lewis, “While Europe splept”, e “Surrender appeasing islam, sacrificing freedom”, non tradotti in italiano. Vive in Norvegia. Questo suo primo articolo riguarda solo apparentemente Stati Uniti e Canada, in realtà è una anticipazione di un mutamento che entro breve tempo coinvolgerà anche l’Europa.
La politica-che-non-vede-il-pericolo: ecco come i media, le università, a altre istituzioni si relazionano con i leader musulmani occidentali.
In un recente articolo sul canadese National Post, la valorosa Barbara Kay scrive su Ingrid Mattson, una cattolica cresciuta a Kitchener, Ontario, convertita all’islam, e divenuta una figura di primo piano nelle istituzioni islamiche del Nord America. Fino a poco tempo fa ha insegnato Studi Islamici all’ Hartford Seminary, dove, come scrive Kay, citando uno scritto dello studente Andrew Bieszad nel quale ha raccontato la propria esperienza, “L’islam veniva insegnato in classe con criteri molto diversi dalle altre religioni”. Citando un corso di “dialogo inter-religioso” nella sua classe, Bieszad ha dichiarato “sono cattolico e non credo nell’islam”. In seguito a questa sua affermazione, una studentessa disse di essere musulmana e, rivolgendosi direttamente a lui, disse a bassa voce, con un accento arabo “tu sei un infedele perché non accetti l’islam, quindi non sei degno di vivere”, mentre un altro studente musulmano accanto a lei si dichiarava d’accordo. Quando Bieszad riferì l’accaduto alla direzione della scuola, gli fu detto che era “intollerante verso i musulmani”, e che la giusta soluzione era una “migliore comprensione dell’islam”. “Nessun compagno di classe, musulmano o no, mi venne in aiuto, nemmeno in nome del principio che le diverse opinioni vanno rispettate”, disse poi Bieszad.
Mattson non era soltanto una insegnante del Hartford Seminary. Sino allo scorso anno era anche a capo della ISNA (Islamic Society of North America), una organizzazione a diffusione nazionale, che a Dallas, durante il processo nel 2007 alla “Holy Land Foundation”, una società di beneficenza islamica ora chiusa, fu accusata di cospirazione per avere raccolto fondi destinati a Hamas. Il progresso rivelò verità esplosive, scoprendo le relazioni che intercorrevano fra le organizzazioni musulmane negli Stati Uniti considerate invece non pericolose. Quel processo fu in gran parte ignorato dai grandi giornali americani, altri, se non ignorato, ne hanno dato brevi e insufficienti resoconti. In un mondo normale, uno si aspetterebbe che le rivelazioni dei legami con dei gruppi terroristi dovrebbero avere delle conseguenza negative sulla reputazione di un individuo. Ma oggi le cose non funzionano più in questo modo se si tratta di islam. Neil MacFarquhar, scrivendo su ISNA sul New York Times subito dopo il processo Holy Land,– come ho riportato nel mio libro “Surrender: appeasing islam, sacrificing freedom” (2009), “ignorò completamente le pesanti informazioni rivelate su ISNA durante il processo, come quelle che riguardavano i Fratelli Musulmani e i loro ingenti finanziamenti ad Hamas tramite una loro associata, la NAIT ( North American Islamic Trust)”. Come scrissi, MacFarquhar non solo cercò di riabilitare l’ISNA, ma attaccò due membri del Congresso che l’avevano criticata, Pete Hoekstra e Sue Myrick. Su Newsweek, Gretel C.Kovach, scrisse che l’intero processo andava classificato come un esercizio di islamofobia.
Solo dopo che il processo Holy Land ebbe termine, USA Today pubblicò un profilo di Mattson, scritto da Cathy Lynn Grossman, che non era altro se non un pezzo di colore. Sorprendente o no, Grossman non citava nemmeno il processo. Entusiasta nei confronti di Mattson, quale “volto dell’islam americano”, Grossman adoperava quel tipo di prosa che troviamo oggi nei giornali americani solo quando si tratta di islam. Mattson, vi si leggeva, era una cattolica convertita che “ha trovato la sua casa spirituale nell’islam”, una “fede scelta a 23 anni, attratta dalla bellezza dell’islam, come ebbe a dichiarare, dalla moralità dei suoi contenuti, una sintesi di vita e fede in ogni azione rivolta a Dio”. Quand’è stata l’ultima volta che abbiamo letto qualcosa di simile in un importante giornale americano su cristianesimo, ebraismo, buddismo, induismo o qualunque altra religione?
Quel pezzo era il classico articolo elogiativo, e nient’altro, con tutti i particolari positivi bene in vista. Grossman aveva sottolineato la determinazione di Mattson nel costruire “una forte religione e istituzioni civili a favore dei musulmani americani”, facendo attenzione a non includere nessun dettaglio della sua teologia che avrebbe potuto danneggiarne il ritratto, magari scrivendo (con una formula che è diventata de rigueur in questo tipo di articoli) che Mattson era “troppo progressista per alcuni, troppo conservatrice per altri”.  Questo succedeva quattro anni fa. Lo scorso anno Mattson ha lasciato il suo incarico alla ISNA. Ora, scrive Kay, le è stata assegnata una cattedra in un nuovo programma di studi islamici allo Huron College, una facoltà di teologia affiliata all’Università di Western Ontario. La cattedra che occuperà, secondo quanto scrive Kay, è sovvenzionata soprattutto da “due organizzazioni, la MAC ( Muslim Association of Canada) e la IIIT (International Institute of Islamic Thought), con sede in Virginia, entrambe ritenute legate all’Ideologia islamista”.
Kay chiarisce che Mattson ha un atteggiamento profondamente equivoco sul Wahabismo, l’islam sunnita, repressivo e arretrato che domina nell’Arabia Saudita, descrivendolo come “un movimento riformista”, e paragonandolo – incredibile – alla “riforma protestante in Europa”. Sempre secondo Kay, Mattson ha anche detto che il miglior commento del Corano in lingua inglese è quello di Maulana Abul A’la Maududi, un autore islamista che scrisse che “l’islam vuole distruggere tutti gli stati e i governi ovunque sulla faccia della terra che si oppongono all’ideologia e al programma dell’islam”. Lo Huron College è preoccupato per queste dichiarazioni? Non più del New York Times o USA Today. “In una dichiarazione stampa sull’incarico a Mattson”, scrive Kay, “il Preside dello Huron College, Stephen McClatchie, si complimentò per il suo curriculum accademico e le sue ‘credenziali impeccabili’ per quell’incarico”. Kay ricorda che quando intervistò il predecessore di McClatchie qualche mese fa, chiedendo che cosa pensasse del denaro arrivato da oscure organizzazioni, si senti dire “Non indaghiamo su cosa pensano i nostri donatori”. Come Huron non indaga, osserva Kay, quali siano le opinioni dei nuovi docenti della facoltà.
Ci sentiamo spesso ripetere che l’Occidente è impregnato di islamofobia, che i musulmani sopportano pregiudizi e critiche ingiustificate. Invece, quel che avviene in Occidente, è l’opposto: le istituzioni fondamentali della nostra società, dai media che sono ritenuti rispettabili, così come sono ritenuti tali università e scuole in generale, hanno stabilito che, quando si tratta di islam, e solo di islam, le regole cambiano. Persino le opinioni più inaccettabili, detestabili, anti-democratiche vengono trascurate, in quanto vengono giudicate facenti parte del dogma islamico. Lo stesso succede per quanto riguarda i rapporti con i gruppi terroristi. Ciò che colpisce è vedere come questa politica-che-non-vede-il-pericolo si sia diffusa un po’ ovunque nel mondo occidentale in un modo relativamente indipendente, senza collegamenti o un coordinamento su scala internazionale, senza alcuna cospirazione. Editori e giornalisti, rettori e presidi, governi e forze militari, o chi volete, tutti, chi più chi meno, sembrano decidere che a un certo punto l’islam deve essere trattato con i guanti. Che sia pura codardia o un malguidato senso di tolleranza, o tutti e due, quando il soggetto è l’islam, viene deciso che è semplicemente non appropriato porre domande scabrose o verificare certe difficili situazioni, meglio accontentarsi di verità parziali e palesi menzogne. Il risultato di questa terribile politica malamente prodotta, è che sempre più persone come Ingrid Mattson assumono senza dare nell’occhio posizioni di autorità e potere da un capo all’altro del continente. Dove porterà tutto questo? Conoscete, come me, la risposta.
Bruce Bawer, fra i suoi libri, “ While Europe slept” e “Surrender: appeasing islam, sacrificing freedom”.

Camussopulos, Bonannidis e Anghelettides: moussaka sindacale

Mentre le borse festeggiano gli accordi europei e chi comprò (bene) ad agosto comincia a realizzare il meritato guadagno (ad maiora !), il vecchio sindacato ottocentesco che ci ritroviamo in Italia guarda con occhio languido alla Grecia e Camussopulos, Bonannidis e Anghelettides chiamano i lavoratori alla mobilitazione.
La Grecia, ad ogni sciopero generale, ha visto aumentare l’onerosità delle condizioni imposte per ricevere finanziamenti e così il brillante risultato ottenuto dai sindacati greci è stato quello di passare dalla riduzione dello stipendio per gli statali al licenziamento di trentamila di loro.
In Italia sono evidentemente ansiosi di ottenere gli stessi risultati e ci propongono una moussaka malamente riscaldata, fatta del solito sciopero generale con abbondanti strati di demagogia parolaia e retorica.
Sono passati più di quaranta anni ma la trimurti resta sempre in prima fila nell’opera di demolizione dell’economia nazionale come quando al suo vertice c’erano Lama, Storti e Vanni i cui nomi venivano recitati come un mantra dai lettori dei telegiornali dell’epoca.
Di sciopero generale in sciopero generale, la prima repubblica dell’arco costituzionale ci ha consegnato, proprio per mediare le più disparate richieste delle parti, il debito pubblico da 1900 miliardi che oggi ci opprime.
La bava alla bocca con la quale è stata accolta l’approvazione delle linee guida del Governo Berlusconi sull’economia, è la dimostrazione della ottusa faziosità dell’opposizione.
Un progetto di modernizzazione della nostra economia, anche nel campo del mercato del lavoro, senza che sia richiesto ai cittadini alcun esborso economico sotto forma di “una tantum” o “tassa di scopo” come piace chiamarla oggi alla sinistra, ripristino dell’ici sulla casa, prelievi forzosi sui risparmi, patrimoniali, aumenti delle aliquote fiscali, dovrebbe portare sì la gente in piazza, ma per festeggiare, non per contestare.
Quelli che invece contestano sono poi gli stessi che esultarono alla vittoria (sul “come” sarà la Storia a dirlo) di Prodi nel 2006, salvo poi ritrovarsi a gennaio 2007 una busta paga inferiore alla precedente, grazie ai provvedimenti di Prodi, Visco e Bersani (che oggi recita la giaculatoria sulle dimissioni di Berlusconi, ma allora era ministro di quel governo !).
Un aumento delle tasse e alleggerimento della busta paga che passò senza che la triplice manifestasse neanche per un’ora, figuriamoci lo sciopero generale.
Mi auguro che tutti abbiano capito quanto siano messi male in Grecia e quanto gli scioperi generali abbiano peggiorato la situazione e, quindi, che un minimo di razionalità e di buon senso prevalga anche sulla passione da coatti antiberlusconiani che molti a sinistra manifestano.
Dubito peraltro che Camussopulos, Bonannidis e Anghelettides rinuncino al loro quarto d’ora di celebrità, tanto sarà, come sempre, pagato da chi li segue che, oltre alla beffa della trattenuta per lo sciopero, subirà, come già i greci, il peggioramento, nel senso di maggiore onerosità, delle condizioni necessarie a pagare il debito creato negli anni settanta e ottanta dall’arco costituzionale che ha così pagato (a carico del bilancio dello stato) anche l’accoglimento delle richieste della trimurti.

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Scarsa lingua di terra che orla il mare…

Vernazza prima dell'alluvione

Premetto che l’ambiente non è né di destra né di sinistra e che vivere in un ambiente geografico sicuro è nell’interesse di tutti gli Italiani. Quello che sta accadendo in Liguria, terra nella quale sono nata, e naturale porta del Nord-Italia e del Nord-Europa, per tutti quelli che vengono a respirare un po’ d’aria di mare nel mentre fanno qualche romantica passeggiata, è semplicemente catastrofico. E non è un’iperbole. Le Cinque Terre, che sono tra le più pittoresche località della Liguria, d’Italia e del mondo, all’improvviso si sono trasformate in un paesaggio spettrale. L’immagine di Monterosso annegata sotto un fiume di fango e di detriti è semplicemente angosciante (video). Lo stesso dicasi per Vernazza dove la Torre Doria emerge da acque marron invece che azzurre e il grazioso porticciolo è diventato simile ad una discarica (qui il video).
Anche Bonassola e Levanto, ridenti località del levante ligure sono ridotte allo stesso cupo scenario, mentre c’è stata una frana nella penisola di Sestri Levante. Il risultato di tutto ciò è una regione-regina in ginocchio e isolata dalle vie di comunicazione autostradali e ferroviarie. Scarseggia tutto, anche i generi di prima necessità e molti degli aiuti devono arrivare via mare.
Ma torno alle Cinque Terre, famose in tutto il mondo e, mèta irrinunciabile di turisti provenienti dai 4 angoli del pianeta, classificate quale “patrimonio dell’Umanità” dalla solita Unesco, classificazione opinabile, dal momento che la terra dovrebbe essere innanzitutto di chi vi è nato e vi risiede.

C’è da chiedersi perché queste piccole roccaforti a picco sul mare, che resistettero agli assalti dei saraceni, dei turchi, dei pirati, di tutte le intemperie, dei fortunali e dei venti che le hanno flagellate nel corso dei secoli, si stanno sgretolando proprio ora. Sembra quasi la triste metafora del nostro bel Paese. Troppa pressione turistica, troppe infrastrutture attrezzate ad uso esclusivo del turismo creano un impatto ambientale simile a quei campi coltivati esclusivamente a granoturco. Poi si depauperano e diventano sterili. Intere fasce di irti colli abbandonati, laddove un tempo c’erano terrazzamenti finemente coltivati di ulivi e viti recintati da sapienti muretti a secco, ora franano impietosamente, trascinandosi dietro pezzi di montagne, cascate d’acqua, fango, tronchi e detriti. Siamo dunque al turismo come monocoltura e i risultati sono sotto ai nostri occhi. E improvvisamente…l’ estate scorsa, (la mia, nella fattispecie) a Monterosso diventa un lontano ricordo di giorni azzurri e sereni con gli agavi che svettano controluce, un gatto che dorme all’ombra di una grossa anfora di coccio su una terrazza sul mare – giorni che ora sembrano remoti come un vecchio album di fotografie. Monterosso, il borgo marinaro, già solatia residenza di Eugenio Montale, piegato, distrutto dalla furia delle acque che sono scrosciate dal monte in pochi attimi insieme alla vicina Vernazza. Ci vogliono intere generazioni per costruire, ma basta un attimo per distruggere tutto. Colgo qui l’occasione per fare un encomio della dignità burbanzosa del popolo ligure sempre così laconico e taciturno che ora si ritrova ad affrontare la dura realtà della mesta conta dei danni, delle vite spezzate (finora sei, più numerosi dispersi), senza tragedie greche, senza sceneggiate napoletane. Specie quelli dei paesi dell’entroterra spezzino della Val di Vara come Brugnato, Borghetto Vara, di Sesta Godano, della Lunigiana, gente assai più modesta di quelli della fascia costiera; gente che si è costruita la casa con grande sacrificio e che ora, oltre ai morti, ha perso davvero tutto. Sarà per tutti costoro un triste ponte dei santi e dei morti (non chiamatelo Halloween, per carità di patria!). E ancora voglio ricordare la graziosa Bocca di Magra, residenza estiva di Elio Vittorini e di Vittorio Sereni, che è diventata un cimitero delle barche e delle auto introvabili, mentre l’acqua del Magra sale ai primi piani delle case. La parola d’ordine d’ora in poi sarà dragare e monitorare i greti dei fiumi, altrimenti creano tappi e alluvioni. Infischiandosene dei verdi talebani che quando vedono qualche vecchio contadino ripulire i greti dai tronchi d’alberi si precipitano a imperdirglielo. Ma cos’hanno costoro al posto del cervello? Ma soprattutto occorre una diversa direttrice di marcia, se non vogliamo ritrovarci ancora in balia dei cataclismi, peraltro inevitabili.

Poiché quello che non sono riusciti a fare gli agenti atmosferici nel corso dei secoli, quello che non hanno fatto i predoni del mare, lo ha fatto il mercato, la cementificazione, l’eccesso di impatto turistico, di motorizzazione. Ridare la Liguria ai suoi poeti, ai suoi santi e ai suoi navigatori è solo un impossibile sogno. Ma qualcosa per salvarla dal suo dissesto idrogeologico bisognerà pur fare.

Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi, morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla fersa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore… (Camillo Sbarbaro)

TELEFONO SOLIDALE per alluvionati – Dalle 19, 30 di giovedì 27 ottobre è aperto il numero solidale 45500 a cui inviare Sms da cellulari TIM, Vodafone, Wind, 3, Postemobile e Tiscali oppure chiamando da rete fissa Telecom Italia, Fastweb e Tiscali e Tele Tu. Il valore della donazione per ciascun messaggio è di 2 euro. Il numero resta attivo fino al 28 novembre. Come ho fatto per l’alluvione a Vicenza dello scorso anno, io ho aderito.

Saura Plesio

La redazione tutta de Il Culturista rende omaggio allo splendido e austero carattere dei suoi conterranei alluvionati: nessun lamento, nessuna accusa, solo forza di braccia e dignità. Chapeau.

Manipolatori di notizie

Ieri, mentre cercavo notizie riguardanti il MUST (Museo del Territorio) di Vimercate, mi sono imbattuto in un sito che è un blog. Il titolo di un suo post, o articolo, ha attirato la mia attenzione: Peggio Andreotti o il Cavaliere? Lette le prime righe, in cui si parla di bunga-bunga, ho troncato subito la lettura, anche perchè l’unico commento presente fino a quel momento accennava al sorrisetto tra la Merkel e Sarkozy, seguito dalla solita tititera che ci coprirebbero di ridicolo.
Scorrendo poi il sito di Tocqueville, che martedì ha recensito il mio post sulle Dinastie millenarie, ho trovato degli articoli interessanti a riguardo di come vengano manipolate certe notizie. Una di queste ha riguardato il caso Bertolaso. E’ un post che oggi non sono più stato in grado di rintracciare, ma in ogni caso faceva riferimento ad una frase di De Bortoli, secondo la quale si dichiarava pentito, e perciò chiedeva scusa, perchè quand’era al Corriere lo aveva attaccato perchè “pensavano” che Bertolaso sarebbe diventato il successore di Berlusconi.
Pensate un pò a cosa arrivano i giornali, quando vogliono demolire una persona!!! 
Comunque sia, il fatto in questione si riferisce alla trasmissione Matrix di cui al seguente articolo, uno dei tanti articoli che hanno fatto seguito a quella trasmissione, articoli che hanno messo in luce la scadente professionalità di certi giornalisti.
Una conferma di ciò, sulla gente pagata per fare buon giornalismo, che invece non fa, m’è venuta dalla lettura di un post, apparso sempre su Tocqueville, che in quattro punti demoliva il seguente articolo (o almeno credo che articolo e autore dell’articolo sia stato questo).
Nel fare questa ricerca ho poi scoperto questo articolo su Travaglio, che, a detta dell’articolista,  copierebbe gli articoli da internet, ma lui nega e offende.
Insomma, da quanto sopra ce n’è abbastanza per dubitare della professionalità di certi giornalisti e delle testate per le quali lavorano. Giornali che poi son quelli che si lamentano se perdono lettori.