Morte a Credito

Prelevo questo interessante pezzo di Alain de Benoist dal sito  AriannaeditriceQuando leggo articoli così intelligenti sono presa da un irrefrenabile invidia per i cuginastri d’Oltralpe: li avessimo noi intellettuali di destra altrettanto coraggiosi e acuti in luogo di quei quattro cicisbei  cosiddetti destrorsi  che scopiazzano il neoliberismo yankee tardo-reaganiano facendolo passare per economia ” di destra” , immemori del fatto che la deregulation (ovvero l’utopia che il mercato si regoli da sédella Reaganomics è il problema a cui stiamo avvitati, e non la soluzione del medesimo. Di contro, impazza la solita fuffaglia arrogante, presuntuosa, invadente nonchè portatrice di disvalori di sinistra. Entrambe, le fazioni sono supine e prone all’attuale tecno (o turbo) capitalismo finanziario, ormai comunemente definito di “carta straccia”.  Il titolo di questo pezzo di De Benoist  è preso, e non a caso, da un noto romanzo di Louis Ferdinand Céline, “Mort à Crédit”.

Ezra Pound, al canto XLV dei Cantos : «Con usura gli uomini non hanno case di pietra sana/blocchi lisci finemente tagliati fissati in modo che il fregio copra le loro superfici/con usura/ gli uomini non possono avere paradisi dipinti sui muri delle chiese […] Con usura il peccato è contro natura [with usura sin against nature]/ il pane è straccio vieto/arido come la carta/senza segale né farina di grano duro/con usura il tratto si appesantisce/non vi è che una falsa demarcazione/gli uomini non hanno più siti per le loro dimore/e lo scalpellino viene privato della pietra/il tessutaio del telaio/ I cadaveri banchettano/ al richiamo dell’usura [Corpses are set to banquet / at behest of usura] ».  Ndr:  qui il resto della poesia e del pensiero di Pound. E qui, altri dipinti e suggestioni sul tema usura.
Gli eccessi del prestito a interesse sono condannati a Roma, così come lo testimonia Catone secondo cui, se i ladri di oggetti sacri meritano una doppia pena, gli usurai ne meritano una quadrupla. Ancora più radicale è la condanna di Aristotele alla cremastica. Così scrive: «L’arte di acquisire ricchezza è di due specie: se la prima è nella sua forma mercantile, la seconda dipende dall’economia domestica; quest’ultima forma è necessaria e lodevole, mentre l’altra si affida alla scadenza e autorizza giuste critiche, poiché non ha nulla di naturale […]. A queste condizioni, ciò che si detesta con assoluta ragione, è la pratica del prestito a interesse in quanto il profitto che se ne ricava è frutto della moneta stessa e non risponde più al fine che ha presieduto alla sua creazione. Se la moneta è stata inventata in vista dello scambio, è invece l’interesse che moltiplica la quantità di moneta essa stessa […]. L’interesse è una moneta nata da una moneta. Di conseguenza, questo modo di guadagnare denaro è tra tutti, il più contrario alla natura» (La Politica).
La parola «interesse» designa il reddito del denaro (foenus o usura in latino, tókos in greco). Si riferisce al modo in cui il denaro «partorisce nuovi nati». Già nell’ alto medioevo, la Chiesa sostiene la distinzione che aveva fatto il diritto romano per il prestito dei beni immobiliari: ci sono cose che si consumano con l’uso e altre che non si consumano affatto, e che vengono chiamate commodatum. Esigere un pagamento per il comodato è contrario al bene comune, poiché il denaro è un bene che non si consuma. Il prestito a interesse sarà condannato dal concilio di Nicea sulla base delle «Scritture» – nonostante la Bibbia non lo condanni con chiarezza! Nel XII secolo, la Chiesa assume la condanna aristotelica della cremastica. Anche Tommaso d’Aquino condanna il prestito a interesse, con alcune riserve, adducendo il motivo che «il tempo appartiene solo a Dio». L’islam, ancora più severo, non concede neppure la possibilità della distinzione tra l’interesse e l’usura.
La pratica del prestito a interesse si è pertanto progressivamente diffusa, in relazione all’ascesa della classe borghese e all’espansione dei valori mercantili che sono stati lo strumento del suo potere. A partire dal XV secolo, le banche, le compagnie commerciali, e in seguito le manifatture, possono rimunerare i fondi presi a prestito, su deroga del re. Il giro di boa essenziale corrisponde all’avvento del protestantesimo, e più precisamente del calvinismo.
Calvino è il primo teologo ad accettare la pratica del prestito a interesse, che si diffonde così attraverso le reti bancarie. Con la Rivoluzione francese, il prestito a interesse diventa completamente libero, e nel frattempo fioriscono nuove banche in quantità, dotate di fondi considerevoli che provengono soprattutto dalla speculazione sui beni nazionali. Il capitalismo prende il volo.
All’origine, l’usura designa il semplice interesse, indipendentemente dal tasso applicato. Oggigiorno, chiamiamo «usura» l’interesse di un ammontare abusivo, attribuito a un prestito. Ma l’usura è anche il processo che permette di incatenare, colui che è beneficiario del prestito, con un debito che non riesce a rimborsare, e a impadronirsi dei beni che gli appartengono, ma che egli ha accettato di dare in garanzia del prestito. È proprio quello che succede oggi a livello planetario.
Il credito permette di consumare il futuro nel presente. Si basa sull’uso di una somma virtuale che viene attualizzata attribuendogli un prezzo: l’interesse. La generalizzazione del principio su cui si basa, fa perdere di vista il principio elementare secondo il quale è bene limitare le proprie spese al livello delle risorse, visto che non si può certo pensare di poter vivere perpetuamente al di sopra dei propri mezzi. L’ascesa del capitalismo finanziario ha favorito questa pratica: ci sono giornate in cui i mercati cambiano l’equivalente di dieci volte del PIL mondiale, e questo mostra a sufficienza la sconnessione con l’economia reale. Quando il sistema di credito diventa un pezzo centrale del dispositivo del Capitale, si rientra in un circolo vizioso, la fine del credito rischia di tradursi nel crollo generalizzato del sistema bancario. Brandendo la minaccia di un tale caos, le banche sono riuscite a farsi continuamente aiutare dagli Stati. La generalizzazione dell’accesso al credito, che implica il prestito a interesse, è stato uno degli strumenti privilegiati dell’espansione del capitalismo e della società dei consumi a partire dal dopoguerra. Indebitandosi massicciamente, le famiglie europee e americane hanno sicuramente contribuito, tra il 1948 e il 1973, alla prosperità dell’epoca del cosiddetto «trentennio glorioso della crescita». Le cose sono cambiate nel momento in cui il credito ipotecario ha preso il sopravvento sulle altre forme del credito. «Il meccanismo di ricorso a un’ipoteca come pegno reale dei prestiti rappresenta molto di più, ricorda Jean-Luc Gréau, di una agile tecnica che garantisce somme prestate, poiché capovolge il quadro logico di attribuzione, valutazione e di detenzione dei crediti accordati […]. Il rischio limitato cede il passo alla scommessa che si fa sulla facoltà che si avrà, in caso di fallimento del debitore, di mettere in gioco l’ipoteca e di coglierne il profitto per rivenderlo a delle condizioni favorevoli». Queste manipolazioni d’ipoteche trasformate in attivi finanziari, congiunte alle difficoltà di pagamento dei beneficiari del prestito, incapaci di rimborsare i loro debiti, hanno portato alla crisi dell’autunno del 2008. Oggi assistiamo alla ripetizione di un’analoga operazione che grava sugli Stati sovrani che ne fanno le spese, con la crisi del debito pubblico.
Rembrandt- Gesù scaccia i  mercanti dal tempio 

Stiamo assistendo al grande ritorno del sistema dell’usura. Quello che Keynes chiamava «il regime dei creditori» corrisponde alla definizione moderna dell’usura. I processi dell’usura li riscontriamo nelle modalità in cui i mercati finanziari e le banche possono fare man bassa sugli attivi reali degli Stati indebitati, impadronendosi dei loro averi al titolo degli interessi di un debito di cui il principale costituisce una montagna di denaro virtuale che non potrà mai essere rimborsato. Gli azionisti e i creditori sono gli Shylock della nostra epoca.

Ma l’indebitamento va di pari passo con la crescita materiale: né l’uno, né l’altra possono crescere all’infinito. « L’Europa compromessa con la finanza, scrive Frédéric Lordon, rischia di essere distrutta dalla finanza». Da tempo scriviamo: il sistema del denaro distruggerà se stesso.

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Primavera araba

La battuta sarebbe “si stava meglio quando si stava peggio”, ma c’è poco da ridere. La deriva fondamentalista della cosiddetta “primavera araba” era una certezza. Solo l’ignoranza del Presidente Usa Obama e la spocchiosa presunzione del Presidente francese Sarkozy, unita alla disarmante rassegnazione del Presidente italiano Berlusconi, potevano sottovalutare l’essenza ineluttabile delle rivolte arabe. La prevedibilità di quanto è accaduto e, in maniera sempre più drammatica ed impetuosa, succederà, deriva dalla constatazione dell’assenza di qualsiasi alternativa culturale, politica e ideologica alla matrice islamista, unica realtà partorita dalla Umma negli ultimi secoli, a livello culturale, politico ed ideologico, per definizione, quindi, integralista di ogni profilo della vita umana. La penosa ed immediata sopraffazione della minoritaria fazione laica e marxista, che tanto si era spesa agli albori di queste rivolte, ripercorre sostanzialmente la storia della rivoluzione khomeinista dove i soliti utili idioti della sinistra furono annientati dai rivoluzionari religiosi subito dopo la vittoria sullo Scià Pahlavi.
Esattamente si ripropone la stessa dinamica in Tunisia con la schiacciante vittoria del partito di ispirazione fondamentalista sunnita Enhadda. Costoro, non accontentandosi dello straordinario successo elettorale, sono riusciti ad ottenere l’annullamento dell’elezione di esponenti del partito laico di Petition Populaire per dichiararlo, nei prossimi giorni, fuorilegge. Nulla deve ostacolare l’imposizione della sharia nella nuova costituzione della Repubblica teocratica tunisina. In Egitto accade anche peggio. Qui anche i movimenti apparentemente più laici sembrano gareggiare con i fondamentalisti per dichiarazioni e proclami all’insegna del più estremo fondamentalismo. In politica estera si prepara il campo propagandistico e militare per nuove guerre al fianco di Hamas. Intanto è già iniziata la pulizia etnica contro i cristiani copti che se non sono linciati o bruciati nelle loro chiese, come accadeva agli ebrei dentro le sinagoghe durante il nazismo, sono costretti a fuggire dal dar Al-Islam. Il Libia, la stupidità dei capi di stato occidentali capeggiati da Obama, ha permesso la resurrezione e l’ascesa di un movimento di massa estremista che sembrava essere morto e sepolto da Gheddafi. In Turchia, dove l’ondata islamista deriva dal regolare insediamento dello stesso Premier Erdogan, oltre alla fine del laicismo di stato, assistiamo agli albori di un nuovo sterminio, quello del popolo curdo, che si appresta a fare compagnia ai milioni di morti armeni, cristiani uccisi dal popolo ottomano. L’unica rivolta su cui è lecito avere qualche aspettativa è quella del popolo siriano che, comunque sia, promana dalla legittima aspirazione dei sunniti a ribellarsi contro il regime di una marionetta in mano agli sciiti iraniani. In questo caso, però, la codardia dell’Occidente ed il miope cinismo di Russia e Cina, sembra condannare il popolo siriano ad un atroce massacro senza fine.
Come concludere.
La lezione è già stata scritta tanti anni fa dagli stessi Fratelli Musulmani di cui è fondamentale rammentare due proverbi sconosciuti agli occidentali (la cultura araba è imbevuta di detti e proverbi di cui gli intellettuali snobbano, spesso, l’importanza). Un uomo, un voto, una volta. (ovvero si vota democraticamente ma una volta conseguita la vittoria non si vota più). Dopo sabato viene domenica (ovvero prima massacriamo gli ebrei, nel loro giorno più sacro, l’indomani sarà il turno dei cristiani).

Spirito patriottico

La lettura delle notizie stampa odierne ci offre uno spaccato di come viene interpretata, dai suoi stessi compagni, la coesione nazionale invocata da Napolitano e lo spirito patriottico che permea le opposizioni.

Ci viene anche confermato che la classe non è acqua e mentre nei salotti buoni si usano abbondanti dosi di vasellina, la sinistra rimane quella rozza e grossolana di sempre.
Da un lato, infatti, leggiamo che Lcdm (Luca Cordero di Montenzemolo) nell’ennesima oscillazione circa il suo impegno in politica, si è profuso in un elogio del compromesso storico in singolare e sospetta sintonia con le dichiarazioni del “terzo polo” che vorrebbe un inciucione “dal Pdl al Pd” per meglio spartirsi la torta dei nostri soldi.
Per quanto ovvio, Berlusconi non può dare ascolto a chi gli chiede il compromesso storico, perché ben pochi dei suoi elettori lo seguirebbero.
Con i comunisti: mai !
E adesso è da aggiungere anche: con Fini, mai più !
Quanto al compromesso storico così idealizzato da Lcdm l’ho già ricordato, erano gli anni dell’ “arco costituzionale”, una infamia tutta italiana, che portava alla spartizione tra pochi burocrati partitocratici del potere e del denaro sottratto agli italiani con le tasse.
Dieci assunzioni in rai: quattro democristiani, tre comunisti, due socialisti e uno bravo.
Cassa integrazione per gli operai Fiat: non erano ancora gli anni della rottamazione, ma delle agevolazioni alla società degli Agnelli, tanto che possiamo ben dire che gli Italiani dovrebbero essere i proprietari riconosciuti della Fiat, perché l’abbiamo pagata almeno tre volte, mentre gli utili, negli anni delle vacche grasse, venivano incamerati da chi formalmente deteneva il pacchetto azionario (e per un certo periodo anche Gheddafi, oggi rinnegato da tutti, fu la ciambella di salvataggio della Fiat).
Erano gli anni in cui se un imprenditore (?) privato aveva qualche migliaio di “esuberi”, diventava esempio di imprenditore sensibile alle problematiche dei lavoratori, grazie ai suoi amici in politica che gli assumevano nella pubblica amministrazione cinque o seimila “esuberi”.
Erano gli anni in cui si scioperava per un nonnulla.
E le conseguenze le paghiamo oggi con un debito pubblico da 1900 miliardi di euro.
Eppure Lcdm ha nostalgia di quegli inciuci e quegli sperperi.
L’altra faccia della medaglia delle opposizioni è data dalla notizia di Bersani, Di Pietro e Vendola che scriveranno una lettera all’europa per impegni differenti da quelli assunti dal Governo.
Dicono che i saldi saranno invariati: scommettiamo che ci saranno nuove tasse (patrimoniali, ici o prelievi forzosi sui risparmi) ?
Ma l’aspetto più grave è che, scientemente (perché se non se ne rendessero conto sarebbe peggio e non riesco ad immaginare che neppure dei comunisti possano essere così … sprovveduti) agiscono contro gli interessi nazionali.
Esattamente come la triplice sindacale che, guardando ai sindacati greci come esempio, se procederà con lo sciopero generale non farà altro che peggiorare la situazione e costringere l’europa ad imporre condizioni ancor più onerose.
La trimurti sindacale e quella dell’opposizione agiscono con un unico obiettivo: ribaltare Berlusconi, indipendentemente dai danni che provocano.
Antepongono il loro interesse particolare, la loro ambizione, la loro vuota ideologia passatista, all’interesse nazionale, delle famiglie e dei cittadini Italiani.
E’ una manovra da disperati che ci dice quanto sia necessario rafforzare il Governo, con la sua politica forse troppo attendista, ma sicuramente orientata a difendere il vero interesse degli Italiani: la salvaguardia dei nostri risparmi e delle nostre proprietà dall’avidità di chi vorrebbe sottrarci, per soddisfare le proprie pulsioni ideologiche e le pretese di una clientela di fannulloni improduttivi, quello che abbiamo legittimamente e con sacrificio messo da parte.

Entra ne

Luca Cornero di Monteprezzemolo

“Il presidente del Consiglio deve rendersi conto che l’unica strada per salvare il paese passa oggi attraverso un governo di salute pubblica”. All’estenuante coro dell’opposizione che ogni giorno non fa che chiedere le dimissioni di Silvio Berlusconi si aggiunge anche Luca Cordero di Montezemolo che lancia un avvertimento al Cavaliere: “Se continuerà ad anteporre le proprie ambizioni al bene dell’Italia, e se la sua maggioranza lo asseconderà in questa pericolosa scelta, si concluderà nel peggiore dei modi un percorso politico che ha ombre e luci, ma che non merita di affondare nello spirito del ‘dopo di me il diluvip'”. Prende carta e penna e sceglie le pagine della Repubblica, l’ex presidente di Confindustria, per chiedere un passo indietro del premier e la formazione di un “esecutivo di salute pubblica” per un Paese “ormai al punto di non ritorno”. Il numero uno della Ferrari torna a intralciare la politica senza esporsi in prima persona: attacca il governo, poi fa un passo indietro. Secondo Montezemolo, “non c’è più un minuto da perdere”, eppure continua a tentennare, si limita ad attaccare (a ripetizione) le politiche intraprese dal governo senza mai proporre una soluzione: “Sono in gioco i risparmi degli italiani, la tenuta sociale e la permanenza dell’Italia nel sistema Euro”. Per Montezemolo sia dalla maggioranza sia dall’opposizione non “arrivano risposte adeguate”. “Il governo è paralizzato dai conflitti interni – tuona l’ad della Ferrari – l’opposizione ha una linea di politica economica confusa e non è in grado di garantire quanto richiesto dall’Europa”. E quindi? “Le elezioni non rappresenterebbero dunque una soluzione e paralizzerebbero il paese”. Tutti incapaci, insomma. Ed elezioni inutili. Da qui la necessità di un governo di salute pubblica. Guidato da chi? Questo non viene esplicitato.
Nella missiva al quotidiano di Carlo De Benedetti, Montezemolo illustra, tuttavia, cinque punti con le “misure prioritarie da adottare”. Dal taglio ai costi della politica (meno parlamentari e radicale “sforbiciata” alle Province) alla maggiore protezione per i lavoratori (attenzione al precariato e istituzione di ammortizzatori sociali per poter affrontare il nodo dei licenziamenti e introdurre più flessibilità in uscita), dalla tassa sulle grandi fortune per poter abbattere le aliquote su lavoratori e imprese all’abolizione delle pensioni di anzianità. E, infine, l’apertura dei mercati grazie alle liberalizzazioni in modo da aumentare gli investimenti e l’occupazione. Questa, a grandi linee, la ricetta dettata da Montezemolo: “Questi cinque provvedimenti, se attuati simultaneamente e accompagnati da un grande piano di rilancio dell’immagine internazionale dell’Italia rappresenterebbero un valido argine alla speculazione, ridarebbero una prospettiva di crescita al paese e opererebbero nella direzione di una maggiore equità sociale”. Quella di Montezemolo sembra una critica tout court alla classe politica. “Al contrario di quanto avviene nelle democrazie avanzate, dove l’obiettivo è la conquista dell’elettorato moderato – scrive ancora Montezemolo – in Italia la preoccupazione dei partiti e è quella di compattare la parte più populista dell’elettorato, appellandosi ad un ‘serrate i ranghi’ permanente”. Secondo Montezemolo, “dentro la destra e la sinistra stanno emergendo forze che spingono per un rinnovamento vero del proprio schieramento”. Da qui l’ennesima richiesta di un passo indietro del premier: “Il presidente del Consiglio deve rendersi conto che l’unica strada per salvare il paese passa oggi attraverso un governo di salute pubblica”.

Paranoia e grande politica

Nei manuali di psichiatria, si legge che il normale paranoico entra in un’elegante caffetteria parigina e si siede al primo tavolino libero. All’inserviente che si affretta alla soddisfazione dei suoi riveriti desideri il paranoico ordina un caffé corretto dal Vieux Armagnac. Quindi fa girare lo sguardo sospettoso finché inquadra il volto losco e ostile del barista, che è intento alla preparazione del caffé. Il suo caffé.

“Senza ombra di dubbi, quell’uomo ha in mente di avvelenarmi“, conclude il paranoico.

La spaventata paranoia compie un piccolo salto logico: dall’espressione presumibilmente minacciosa del barista alla mortale stricnina. Il paranoico possiede una mente elastica ma in qualche anfratto cauta e controllata.

Lo schizofrenico (secondo i classici manuali) volerebbe al di sopra del pensiero comune: alzandosi estrarrebbe una calibro nove e farebbe fuoco sul venefico barista.

Il barista muore, lo schizofrenico finisce in una clinica, sostengono i trattati.

Il paranoico non si abbandona agli eccessi del pistolero. Il suo sospetto è pacifico e disarmato. Il suo pensiero visionario salta, ma con moderazione. E quando la tazzina è depositata sul suo tavolo ne rovescia il contenuto fingendo un gesto inconsulto. Infine si alza impacciato, chiede scusa, paga il conto, lascia una mancia e abbandona il luogo del delitto. Delitto sventato, grazie alla sua profonda intuizione.

Dotato di diversa intelligenza e saggezza, il politico (oggi diremmo diversamente paranoico) delira con alto metodo. Il suo palcoscenico, ad ogni modo, non è  la caffetteria ma il palazzo del potere.

Il paranoico politico, ad esempio il pacifista francese (di sinistra) Edouard Daladier, entra nel palazzo e organizza la pace.

Come il paranoico della caffetteria il politicante Daladier è sospettoso e irritabile. Il proverbio, d’altra parte, recita: si vis pacem para bellum.

Nello specifico l’odiata figura del “barista” si trova di là  della frontiera francese, in Germania.

Qui finisce l’allegoria e comincia la storia della reciproca paranoia: infatti oltre a quello del politicante francese anche il pensiero del “barista” germanico è moderatamente alterato.

La guerra del caffé è sul punto di scoppiare sul filo delle reciproche moderazioni.

Se non che nella notte incubosa, che precede lo scoppio, Daladier e il suo dirimpettaio sono svegliati dallo squillo del telefono internazionale. In funzione di psichiatra, telefona uno statista del sud, il cui nome, per rispetto alle venerate memorie di Ferruccio Parri e di Norberto Bobbio, non si cita.

Lo statista psichiatrizzante impone che nel Palazzo di Monaco di Baviera si svolga una seduta diplomatica (di fatto uno psicodramma a due, l’avventore francese e il barista germanico, più il mite e disorientato Chamberlain, inglese di passaggio).

Daladier non può rifiutare. Indispettito e impettito sale sull’areo: “Non berrò il loro veleno! A  Monaco di Baviera andrò con mutande di lamiera”.

Vola sulle ali della giustizia democratica e progressiva. Atterra a Monaco, e nel palazzo il politicante in veste psichiatrica gli dimostra che il caffé non è avvelenato.

La suprema carta dei diritti umani, infatti, stabilisce che i sudeti possono decidere sul loro futuro. Sudeti, d’altra parte, è un nome di fantasia appiccicato ai tedeschi entrati con riluttanza a far parte dell’invenzione geografica detta Cecoslovacchia. Entità surreale, edificata da muratori eleusini.

Può un membro della sinistra francese non inchinarsi profondamente davanti ai Diritti dell’Uomo eleusino? Sbigottito Daladier beve l’amaro caffé, che lo psichiatra politicante del sud ha versato nella sua tazzina. E bevendo pensa:

I bellicosi francesi che mi attendono armati all’aeroporto mi uccideranno”.

All’aeroporto, infatti, i francesi sono accorsi in massa per ricevere Daladier. La paranoia politica si rovescia nella tremarella:

E’ la mia fine!” esclama disperato, contemplando la folla dal finestrino dell’aereo.

Ma la folla esulta e applaude. Lancia fiori e sventola bandiere. Lo spettro della guerra si è allontanato. La Francia esclusa dalla caffetteria e dal palazzo del manuale, è riconoscente e felice. La paranoia di Daladier si riadagia nel pacifismo. Pacificamente, secondo copione. In fondo Daladier è un pacifista illuminato.

Se non che la paranoia è sempre in agguato, nel bar e nel palazzo. Maurice Gamelin, il vice del supremo comandante Joffre, ad esempio: è convinto che le armate francesi siano in grado sbaragliare il paranoico germanico nel giro di una settimana.

Non dobbiamo lasciarci sfuggire una così ghiotta occasione”, pensa. Il fulmine attraversa la sua fervida mente.

I banchieri, intanto, piangono calde lacrime sui mancati profitti da prestito di guerra. I fabbricanti di cannoni sospirano.

I giornalisti scritti nel libro paga dei bellicisti insorgono e fulminano.

Incalzato dai lamenti dei giornali e dai gemiti della banca, l’infelice Daladier ritorna nella caffetteria per spiare il barista paranoico e scoprire il lampo della guerra germanica nei suoi occhi.

Visione contro visione, il paranoico germanico crede di vedere la pacifica tranquillità nell’occhio spiritato di Daladier e decide di muovere le sue truppe verso l’est. Morire per Danzica? Ridendo e scherzando la paranoia a due entra in una matta guerra. La psichiatria propriamente detta assapora il gusto amaro della sconfitta.

Piero Vassallo

Quale futuro per la musica?

Quando vent’anni fa, un compositore iscritto alla SIAE riceveva per posta la mensile pubblicazione riservata ai soci, sapeva di trovare  una corposa rivista di cui più della metà delle pagine erano riservate alla musica classica, vista dal mondo degli esecutori e da quello dei compositori.

Oggi con l’ultimo bollettino SIAE (che oggi si chiama Viva Verdi) abbiamo raggiunto un punto di arrivo di un lungo cammino che oltre a vedere un forte smagrimento di pagine vede la rivista totalmente o quasi priva di musica classica.

E’ un chiaro segno dei tempi, nulla di grave, per carità, il mondo può sopravvivere anche senza musica classica oppure anche solo con pessima musica, così come può sopravvivere con pessima letteratura o pessima pittura, ma dispiace per chi ha dedicato la vita alla musica, o per tutti quei giovani che con entusiasmo studiano in conservatorio e non sanno quale futuro li può aspettare, ma ancora di più per tutti coloro che di questa musica avrebbero potuto trarne beneficio e forse ne rimarranno disinformati.

Sicuramente varrebbe la pena di chiedersi i motivi del crescente disinteresse del mondo contemporaneo del fenomeno musica classica evitando il solito piangersi addosso che non porta a risultati concreti.

Ricordarsi innanzitutto che ci troviamo in una società dello spettacolo dove ogni evento, anche il più stupido, attira grandi folle se ben pubblicizzato e se portatore di una forte carica emozionale.

E’ chiaro che oggi, come in qualsiasi epoca, l’attesa della novità e dell’evento ricopre un ruolo molto importante nel promuovere un qualsiasi fenomeno compreso quello artistico: pensiamo a concertisti  come Paganini, Liszt e decine di loro epigoni oppure a opere attesissime come quelle di  Verdi e Puccini, cosa oggi impossibile considerando che dell’esistenza dei compositori viventi la maggior parte delle persone ignora persino l’esistenza.

L’assenza dell’attesa della novità e di per sé un’assenza gravissima ( pensiamo cosa sarebbe il fenomeno calcio se sulle payTV ogni domenica si trasmettessero soltanto le partite dei campionati dal 1920 al 1940….) che inevitabilmente crea stanchezza nel pubblico per la ripetitività delle proposte la quale è destinata ad aggravarsi in misura esponenziale con l’avanzare inesorabile del tempo.

Per avere una chiara visione di quanto sia innaturale questa situazione, basta dare uno sguardo al passato e vedere (ma qui si dice una colossale ovvietà) come all’epoca di Haydn e Mozart si eseguiva la musica di Haydn e Mozart (oltre i loro contemporanei) e all’epoca di Schumann e Chopin si eseguiva la musica di Schumann e Chopin e solo in minima parte la musica degli autori del passato che spesso erano sconosciuti ( si dice che Verdi non sapesse chi fosse Vivaldi anche se forse è solo una provocazione).

Col ‘900 tutto ciò si è spezzato, l’avvento delle avanguardie ha fatto si che non fosse più possibile tutto questo, la produzione di musiche prive di ogni senso del pudore ha reso la composizione musicale confinata ad una nicchia di circoli culturali completamente slegati dalla realtà, condannati a vivere di sovvenzioni pubbliche giacché nessuno spenderebbe spontaneamente un Euro per ascoltare un prodotto totalmente privo di senso.

Ecco allora per ricollegarmi all’assunto iniziale, che ci si ritrova a domandarci quale futuro si può prevedere ad una musica della quale questo è il presente, che non dedica neanche un pensiero di attenzione a coloro verso cui si dovrebbe rivolgere.

Si preferisce rimanere sulla “torre di avorio” a parlare di strutturalismo, spettrogrammi e suoni armonici oppure prendere atto del fatto che un ascoltatore comune difficilmente riesce a distinguere il suono di un flauto da quello di un oboe?

Nonostante tutto ciò e nonostante il fatto che il mondo della musica classica gratti da tempo il fondo del barile si riesce ancora a trovare articoli con concetti come questo ( rassegna musicale Curci settembre 2011):   “…. Si esclude dalla definizione di composizione ogni atto di creatività musicale che, pur facendo i conti con tecniche e linguaggi, non mantenga rispetto ad essi un atteggiamento in qualche modo sperimentale: scrivere una romanza nello stile di Mendelsshon non è un atto compositivo perché in tal caso la creatività si esprime attraverso una sintassi preesistente priva della propria originalità espressiva….”.

Insomma ancora una volta ci ritroviamo di fronte ad un concetto che per anni ha inquinato la vita artistica del mondo occidentale: lo sperimentalismo a tutti i costi.

Nuovo è bello comunque anche quando è brutto!

Questo oltretutto è, paradossalmente, ormai un concetto vecchio e superato, che ha portato alla creazione di miriadi di musiche senza capo né coda, nate solo in nome del “dio della sperimentazione”.

Se vogliamo dare un futuro alla musica dobbiamo metterci nelle condizioni di creare composizioni che sappiano dialogare con il pubblico, che sappiano rapportarsi con i gusti e nel pieno rispetto di chi ascolta, dimenticandoci il ben noto disprezzo dell’artista, che si rifugia nel ormai tipico “il pubblico non può capire”.

Dietro questa affermazione il più delle volte si nasconde un tragico bluff che si chiama: “Il nulla”

Se vogliamo continuare a camminare su questa strada non dobbiamo stupirci del fatto che la musica classica  proceda inesorabilmente verso il suo oblio.

Roberto Tagliamacco

Le banche sono stanche, la gente anche

Le banche europee sono alla frutta. Zeppe di titoli tossici e prodotti finanziari derivati rischiano ogni giorno il crollo, chi più chi meno. Le famigerate agenzie di rating passano ormai le loro sobrie giornate a declassarle, gli istituti centrali si dilettano quotidianamente in perigliose ricapitalizzazioni, il credito interbancario si blocca come il ginocchio di un novantenne. Stanche son le banche, sì, ma stanca è anche la gente. Conti correnti a tassi usurari, emissione del credito bloccata, spese di ogni tipo addebitate senza chiarezza, violazioni e arroganze varie ai danni del correntista. Per non parlare delle errate consulenze (vedi Parmalat e Argentina) e delle disastrose politiche economiche che hanno condotto molta gente sul lastrico. Di contro, dirigenti fallimentari ( vedi Profumo) con liquidazioni miliardarie, stipendi da favola per quelli che restano ai vertici e oscure collusioni fra politica e mondo bancario. Nel nostro paese , al vertice della manfrina, l’ineffabile Mediobanca, il carrozzone dei potenti, tavola rotonda dall’afflato esoterico, in cui siedono tutti quelli che contano e che gestiscono, tramite le partecipazioni incrociate e i patti societari, il boccon del prete dell’economia italiana; e la ingessano, la chiudono gelosi, la truccano a piacimento per il proprio interesse. A lato, cavallone sfianco, la Banca d’Italia, smunta controfigura dell’istituto gagliardo che fu, succube dei potentati e degli agglomerati. Un bel quadretto non c’è che dire…E pensare che le banche sono state da sempre il cuore dell’avventura mercantile e liberale. Erogatrici di denaro a tasso ragionevole, si differenziavano dagli usurai perchè lige ai codici e partecipi dell’avventura imprenditoriale;  e concedevano interessi, talvolta sostanziosi, sui depositi e sulle obbligazioni. Le grandi città europee del Rinascimento non sarebbero esistite senza un’intelligente conduzione del potere bancario. L’Impero britannico non sarebbe diventato tale se le grandi compagnie londinesi non ne avessero sostenuto gli sforzi commerciali. Gli Stati Uniti e il Giappone non avrebbero capitanato l’economia mondiale per decenni, se fossero stati privi del supporto puntuale delle loro grandi banche. Oggi non è più così, e il paradosso è così accentuato che, nonostante tutto, i banchieri hanno ormai in mano il destino dei paesi, dei popoli, dei singoli. In Europa non si muove foglia che la BCE non voglia, in Italia Mediobanca fa e disfa ciò che gli pare, la banca d’Italia prova a dettare la linea del governo. Sui giornali e nei telegiornali non manca mai il forbito parere del banchiere di turno che profetizza scenari, indica le vie da percorrere, preconizza rivolgimenti sociali. Incredibile, coloro che hanno sulla schiena le maggiori responsabilità della crisi, li abbiamo messi a condurre il carro! Non ricordiamo un’epoca storica in cui i banchieri abbiano avuto il potere che hanno ai nostri giorni; la politica, la cultura, l’imprenditoria famigliare, la religione hanno a turno bilanciato i prestatori e la loro dirompente capacità di muovere denaro. Nell’anno del signore 2011, invece, un cavolo di banchiere miliardario, dal cognome che sembra un cartone animato per bambini down, Bini Smaghi (nella foto sopra), si permette di mettere in crisi i rapporti fra due paesi sovrani in nome della sua poltroncina d’accatto. Ecco dove siamo finiti. Ecco perchè la gente sfascia le vetrine delle banche. Ecco perchè hanno ragione a sfasciarle.

MAURIZIO GREGORINI

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Sebastien Chabal

Senza nulla togliere agli All blacks, agli Irlandesi, ai nostri grandissimi eroi italiani… ma il cavernicolo resta sempre il cavernicolo. Qui un carinissimo tributo al giocatore in divisa blu scuro. Ho avuto l’onore e il piacere di vederlo dal vivo ed è… come dire, davvero imponente.
Tra circa 3 mesi comincia la miticissima 6 nazioni e non vedo l’ora di tornare a roma per assistere alle due partite in calendario.

Il partigiano Ingroia

Lo abbiamo visto partecipare ai convegni di partito, stringere la mano al presidente della Camera Gianfranco Fini, intervenire alla manifestazione dell’Idv di Di Pietro e Travaglio contro il bunga bunga per sbeffeggiare Berlusconi, sedersi sullo scranno di Annozero insieme con Ciancimino, parlare dal palco delle festa bolognese della Fiom. E il dubbio che il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia fosse, diciamo così, “di parte” era balenato nella mente. Ma poi questo dubbio si scontrava con le rassicurazioni e le dichiarazioni dello stesso pm che ha più volte sottolineato come “agli occhi del cittadino il magistrato non soltanto deve essere imparziale ma deve anche apparirlo”. Ma quando poi sempre lo stesso pm ammette la sua vera inclinazione politica, ecco che ogni dubbio viene spazzato. Il palco dal quale arriva la confessione è quello di Rimini, precisamente quello del VI Congresso nazionale del comunisti italiani. Ingroia fa il suo comizio. Dichiara che “siamo in una fase critica. Le parti migliori della società devono impegnarsi dentro e fuori le istituzioni per realizzare un’Italia migliore. La magistratura deve essere autonoma e indipendente. La politica deve essere ambiziosa: deve fare la sua parte. C’è tanta stanchezza fra gli italiani. La politica con la ’p’ minuscola chiede alla magistratura di fare un passo indietro. C’è bisogno invece di una politica con la ’p’ maiuscola. Senza verità non c’è democrazia. Fino a quando avremo verità negate avremo una democrazia incompiuta. Legalità senza sconti per nessuno, in armonia con i principi costituzionali. Abbiamo bisogno di eguaglianza. Un’Italia di eguali contro un’Italia di diseguali”.
E poi ancora parole in difesa della Costituzione: “La Costituzione è sotto assedio. Che fare? Resistere non basta. I magistrati non possono essere trasformati in esecutori materiali di leggi ingiuste”. Infine viene fuori il vero Ingroia: “Un magistrato deve essere imparziale quando esercita le sue funzioni -e non sempre certa magistratura che frequenta troppo certi salotti e certe stanze del potere lo è- ma io confesso non mi sento del tutto imparziale, anzi, mi sento partigiano. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell’Anpi, ma sopratutto perché sono un partigiano della Costituzione. E fra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgere, so da che parte stare”. Insomma, parole destinate a far scalpore, ma pronunciate comunque, nonostante il pm fosse consapevole di ciò che avrebbero provocato. “Ho accettato l’invito di Oliviero Diliberto pur prevedendo le polemiche che potrebbero investirmi per il solo fatto di essere qui – ha infatti esordito il magistrato di Palermo dal palco dell’assise del Pdci – ma io ho giurato sulla Costituzione democratica, la difendo e sempre la difenderò anche a costo di essere investito dalle polemiche”.
La previsione sulle critiche è stata azzeccata. Infatti, dal Pdl sono giunte affermazioni di biasimo nei confronti del reo confesso. Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchito, ha ringraziato ironicamento il “dottor Ingroia per la sua chiarezza. Sappiamo che le vicende più delicate riguardanti i rapporti tra mafia e politica stanno a Palermo nelle mani di pm contrassegnati dalla massima imparzialità”. Più dure le parole del presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. “Sono gravi e inquietanti le parole di Ingroia che confermano l’animo militante di alcuni settori della magistratura. Da persone così invece che comizi politici ci saremmo attesi le scuse per aver fatto di Ciancimino jr una icona antimafia quando invece organizzava traffici illeciti e nascondeva tritolo in casa. Ingroia conferma i nostri dubbi.E sul caso Ciancimino dovrebbe spiegare molte cose. Porteremo questo scandalo e il suo comizio odierno all’attenzione del Parlamento dove sarà anche il caso di discutere dlla nostra mozione sul 41 bis che fu cancellato per centinaia di boss al tempo di Ciampi e Scalfaro e che anche ora il partito di Vendola vorrebbe abolire”.
“Non era mai accaduto che un magistrato in servizio, già esposto mediaticamente su più di un fronte, prendesse la parola a un congresso di partito per attaccare maggioranza parlamentare e governo. Oggi il dottor Ingroia lo ha fatto con il suo intevento al congresso dell’ultimo partito comunista rimasto,congresso che naturalmente lo ha applaudito in sfregio a qualsiasi principio di separazione dei poteri”, sottolinea Giorgio Stracquadanio, deputato del Pdl. Insomma, Ingroia se lo aspettava: le sue parole avrebbe suscitato un vespaio. E così è stato.

Ancora sull’eurotruffa, parla Monti…

Signor presidente del Consiglio,
mi permetto di richiamare la Sua attenzione su alcuni aspetti delle Sue dichiarazioni di venerdì sull’euro. Lei ha affermato: «L’euro non ha convinto nessuno. È una moneta strana, attaccabile dalla speculazione internazionale, perché non è di un solo Paese ma di tanti che però non hanno un governo unitario né una banca di riferimento e delle garanzie. L’euro è un fenomeno mai visto, ecco perché c’è un attacco della speculazione ed inoltre risulta anche problematico collocare i titoli del debito pubblico». Di fronte alle vivaci reazioni suscitate, Lei ha in seguito precisato: «L’euro è la nostra moneta, la nostra bandiera. È proprio per difendere l’euro dall’attacco speculativo che l’Italia sta facendo pesanti sacrifici. Il problema è che l’euro è l’unica moneta al mondo senza un governo comune, senza uno Stato, senza una banca di ultima istanza. Per queste ragioni è una moneta che può essere oggetto di attacchi speculativi». Sono dichiarazioni che meritano un’analisi a freddo, al di fuori di ogni visione di parte. A mio parere, esse contengono alcune affermazioni fondate e altre infondate. Nell’insieme, fanno sorgere, accanto ad una remota speranza, serie preoccupazioni. Mi auguro che, con le parole e ancor più con i fatti, Lei riesca a rafforzare quella speranza e a sgombrare il campo dalle preoccupazioni, così vive in Italia e in Europa. Non solo – La prego di credermi – presso i suoi «nemici».
È certamente vero che l’euro è «una moneta strana», «un fenomeno mai visto». È anche fondata, e condivisa dagli osservatori più seri, la Sua diagnosi: il principale problema dell’euro consiste nell’essere una moneta «senza un governo, senza uno Stato, senza una banca di ultima istanza». C’è sì la Banca Centrale Europea ma, come credo Lei voglia dire giustamente, essa non dà garanzia di intervento illimitato in caso di difficoltà. Qui mi permetto di suggerirLe una considerazione. Se la condivide, potrebbe forse riprenderla in uno dei Suoi interventi. L’euro può soffrire della mancanza di un vero Stato alle sue spalle. Ma avere un vero Stato alle proprie spalle non porta necessariamente una moneta ad essere solida. La lira non era una moneta «strana». Ma era, il più delle volte, una moneta debole, proprio perché rifletteva le caratteristiche dello Stato italiano, dei governi e della Banca d’Italia (sempre autorevole ma, per lunghi periodi, arrendevole) che l’avevano generata. A parte un certo rialzo dei prezzi al momento della sua introduzione, la strana moneta euro, rispetto alla nostrana lira, ci ha portato negli ultimi 12 anni un’inflazione ben più bassa.
Se la Sua diagnosi coglie bene una gracilità di fondo dell’adolescente euro, mi sembra però che Lei la applichi a malanni che, in questo momento, il nostro adolescente non ha. Lei rappresenta un euro in crisi, a seguito di attacchi speculativi e aggiunge: «È proprio per difendere l’euro dall’attacco speculativo che l’Italia sta facendo pesanti sacrifici». Questo no, signor presidente. L’euro non è in crisi. In questi 12 anni, e ancora attualmente, l’euro non manifesta nessuno dei due sintomi di debolezza di una moneta. È stabile in termini di beni e servizi (bassa inflazione) ed è stabile (qualcuno direbbe, anzi, troppo forte) in termini di cambio con il dollaro. Gli attacchi speculativi ci sono, spesso violenti. Ma non sono attacchi contro l’euro. E non è vero che «risulta problematico collocare i titoli del debito pubblico». Gli attacchi si dirigono contro i titoli di Stato di quei Paesi appartenenti alla zona euro che sono gravati da alto debito pubblico e che hanno seri problemi per quanto riguarda il controllo del disavanzo pubblico o l’incapacità di crescere (e di rendere così sostenibile la loro finanza pubblica) perché non hanno fatto le necessarie riforme strutturali. È questo il caso dell’Italia, dopo che in prima linea si erano trovati la Grecia e altri Paesi. Per questo, da qualche tempo, è diventato problematico collocare i titoli del debito pubblico italiano. E di una cosa, signor presidente, può essere certo: se l’Italia non fosse nella zona euro, emettere titoli italiani in lire sarebbe un’impresa ancora più ardua.
Che l’Italia stia facendo pesanti sacrifici, è vero. Essi sono più pesanti di come sarebbero stati se si fosse ammesso per tempo il problema di una crescita inadeguata. Ma non posso credere che Lei pensi davvero che l’Italia faccia questi sacrifici non per rimettersi in carreggiata e ridare un minimo di speranza ai nostri giovani, ma «per difendere l’euro dall’attacco speculativo». Mentre è vero se mai che la Bce, con risorse comuni, interviene a sostegno dei titoli italiani. In Europa e nei mercati, affermazioni di questo tipo accrescono i dubbi sulla convinzione e la determinazione del governo italiano. Già due giorni dopo le decisioni di Bruxelles, i titoli italiani hanno fatto fatica a trovare collocamento. Ad ogni rialzo dei tassi, dovuto a scarsa fiducia nell’Italia, Lei finisce per imporre sacrifici ancora maggiori agli italiani. Anche le parole non sorvegliate hanno un costo. Ma ho una preoccupazione ancora maggiore. Dopo le Sue dichiarazioni sull’euro, Fedele Confalonieri, Suo storico collaboratore, personalità rispettata nel mondo economico, se ne rallegra. Affermando che «l’euro è una moneta strana, che non ha convinto nessuno, Berlusconi ha detto una cosa che pensano tutti; solo che lui lo dice, perché non è ipocrita. E non c’è dubbio che il premier con questa battuta abbia toccato le corde di chi, dai tempi del cambio della lira, ha sempre storto il naso». Questo, secondo vari osservatori, fa ritenere che nella prossima stagione pre-elettorale, ormai non lontana, il tema in questione potrebbe diventare un Suo cavallo di battaglia.
Se questa fosse la prospettiva, e non voglio crederlo, ci avvieremmo ad una fase nella quale i severi provvedimenti che Lei si è impegnato a introdurre non potrebbero essere presentati in modo convincente ai cittadini, né potrebbero essere accettati con maturità, perché sarebbero accompagnati da scetticismo, se non recriminazioni, verso l’Europa. L’Italia non farebbe i passi avanti che le sono indispensabili e potrebbe rivelarsi il ventre molle dell’eurozona, con gravi fratture per l’Europa. Parlavo, però, di una remota speranza. La Sua diagnosi – la moneta è incompiuta e «strana» senza un governo dell’economia e passi verso l’unione politica – è in linea con la migliore tradizione dell’europeismo italiano. Come Lei, forse con qualche turbamento, ha visto a Bruxelles alcuni giorni fa, il governo economico si sta creando. Ma sarebbe più ordinato, più equilibrato e più orientato alla crescita economica se potesse formarsi con un’Italia che con gli altri, Germania e Francia in primo luogo, concorresse attivamente a plasmarlo. Anziché, come sta avvenendo, con un’Italia costretta ad accettare passivamente forme di governo dell’economia che vengono improvvisate soprattutto allo scopo di «disciplinare» il nostro Paese. Confido, signor presidente, che prevalga in Lei l’ambizione di riportare l’Italia nel ruolo che le appartiene in Europa, accelerando in silenzio il risanamento, rispetto a quella di un successo elettorale a tutti i costi per la Sua parte politica, ma in un Paese sempre più populista, distaccato dall’Europa e magari visto come responsabile di un fallimento dell’integrazione europea.
Mario Monti