L’opposizione rende l’Italia inaffidabile

Non avete letto male, e non abbiamo neanche sbagliato il titolo. Infatti noi crediamo, ma non siamo i soli, che se l’Italia è considerata inaffidabile politicamente, dal resto del mondo, tanto da essere stata declassata, la causa non è del governo del centro-destra che sta governando, bensì dell’opposizione di sinistra. A cominciare dal segretario del […]

Unico indagato Berlusconi.

Centomila intercettazioni per ascoltare le telefonate private di Berlusconi solo per il caso Tarantini. Facciamo, per essere buoni, a buon prezzo, una media di “solo” cinquantamila intercettazioni per ogni anno di questi ultimi diciotto anni? Va bene? Quanti milioni/miliardi di euro vengono? Tutti soldi spesi per la campagna antiberlusconiana dalle toghe rosse. Soldi che tutti […]

Lampedusa-Libia

Il titolo di questo post nasce da una  mia indecisione: parlare della  giusta ribellione dei lampedusani ai soprusi dei tunisini che hanno dato fuoco all’isola e che minacciavano pure di far saltar per aria il Bar-Ristorante “Il Delfino blu” con bombole di combustibile o parlare dello schiaffo all’Italia da parte degli americani sulla questione libica? Dal momento che l’isola non è lontana dalla Libia e che laggiù si consuma il bottino degli sciacalli della Nato agli ordini di Obama, il quale per eludere le decisioni del Congresso che mai gli avrebbe concesso il via libera ad una nuova impresa bellica, ha usato il duo Sarkò-Cameron come “fantocci” della Casa Bianca. E dal momento che la nostra piccola isoletta è diventato il lazzaretto dell’intera Africa dove si consumano guerre e insurrezioni colorate “per l’esportazione della democrazia”, ho deciso che parlerò di entrambe le questioni.
Comincio con lo schiaffo di Obama. E’ avvenuto che in un discorso pronunciato in vista della 66esima Assemblea generale dell’ONU a New York, Barack Obama ringrazi tutti, tranne l’Italia. L’inquilino della Casa Bianca ringrazia la Lega Araba, l’Egitto, la Tunisia, la Francia, la Danimarca, la Gran Bretagna e pure la Norvegia, ma non noi. E così, dopo tanto scorribandare impunemente per le nostre basi militari a tutt’oggi saldamente radicate in territorio italiano  ad onta della fine della Guerra Fredda, dopo essersi assicurati che al fischio della Casa Bianca tutti i cagnolini europei accorressero per aiutare le multinazionali e le finanziarie ad “esportare la democrazia” in Libia, dopo aver costretto il governo italiano a partecipare a una guerra con “vicini di casa” con cui avevamo buoni rapporti, si ringraziano tutti i contributors tranne chi è immerso in prima fila  nel Mediterraneo pagandone i costi maggiori.   Motivo?
La stampaglia di regime pensa  in un articolo di Massimo Franco, di  individuare due motivi: 
  •  le oscillazioni di Silvio Berlusconi, tirato per la giacca (e non solo) da Napolitano e dal duo Frattini-La Russa nei confronti di Gheddafi col quale aveva da poco chiuso il contenzioso di guerra e stipulato importanti accordi commerciali,  per costringerlo al brusco voltafaccia che sappiamo e trascinarlo in guerra.
  • la sensazione internazionale che questo governo abbia i giorni contati, a causa dei problemi fra palazzo Chigi e la Magistratura.
Mi soffermo sulla seconda “ragione”. Che  razza di motivazione sarebbe? Se anche il governo dovesse cadere domattina, un Alleato che sia tale (e non un padrone arrogante e tracotante) dovrebbe solo profondersi in ringraziamenti, nei confronti di un Paese ospitante. Soprattutto mostrare RISPETTO,   dato che,  a detta dell’ex capo dello stato maggiore dell’Aeronautica Leonardo Tricarico, “L’Italia è il terzo paese in termini di missioni di volo con quasi duemila sortite, rispetto al contributo più modesto  e qualitativamente più scadente di Danimarca e Norvegia”.
Ancora una volta, vale il detto dai nemici mi guardo io, dagli amici (e alleati) invece ci guardi Iddio. Patetico questa sera in tv La Russa mentre tentava di dare penose giustificazioni allo “schiaffo americano”. E’ un ceffone, un sonoro umiliante e bruciante ceffone, caro ‘Gnazio. Tanto vale guardare in faccia la realtà. Welcome Liberators
Vengo alla questione interna (si fa per dire) di Lampedusa. Ribellarsi è giusto, era un vecchio slogan di sinistra coniato da Sartre. Chissà se vale anche quando è in gioco la sicurezza e l’incolumità  degli abitanti dell’isola, angariati, sopraffatti demograficamente, a rischio continuo di rapine, vessazioni d’ogni genere a causa di fuoriusciti dai CIE che inscenano squallide messe in scena  convinti dai buonisti dell’Onu (Laura Boldrini in testa)  di poterla  fare facilmente da padroni a casa d’altri. Forse mi sono sbagliata, ma di fronte a questa legittima ribellione dei nativi isolani, le voci di sinistra tacciono e non se ne ode una. Eppure “ribellarsi è giusto”, non è vero?  Già,  ma erano così buoni, così accoglienti, così col cuore in mano, così samaritani questi lampedusani … ma ora? si sono forse ammattiti?
Più semplicemente noi conosciamo solo i falsari della stampa pataccara e le loro cronache farlocche e tarocche. In realtà l’esasperazione dei lampedusani cresce al punto che oltre a reagire e a farsi giustizia da sé, ora non ne vogliono più sapere di vedere  pullulare giornalisti “violini” e “ruffiani” della carta stampata e di network, supini e proni alle varie organizzazioni mondialiste come Onu, Human Rights Watch, & brutta compagnia.
E qualcuno da quelle parti,  chiede già  a viva voce l’allontanamento  dalla loro terra di Laura Boldrini, la commissaria Onu abituata agli alberghi a 5 stelle. Sì, ribellarsi è giusto.

La grande fiction a Roma

Le star della tv italiana e internazionale ma anche attori e registi del calibro di Jim Belushi e Pupi Avati al RomaFictionFest, all’Auditorium Parco della Musica di Roma dal 25 al 30 settembre prossimi. Ad aprire la serata inaugurale, prevista per domenica, saranno Gigi Proietti, Vanessa Incontrada, Gina Lollobrigida e Remo Girone. Cinque giorni dedicati alla tv che più appassiona, anteprime italiane come Distretto di Polizia 11, Tutti Pazzi per Amore 3, Visto d’Angelo con Gabriel Garko e I signori della truffa con Gigi Proietti  ma anche la migliore televisione oltreconfine della prossima stagione per quest’evento, giunto alla V° edizione, promosso da Regione Lazio, Camera di Commercio di Roma e organizzata dall’Associazione dei Produttori Televisivi (APT). L’ingresso è gratuito e aperto a chiunque e i più curiosi potranno consultare il programma della manifestzione sul sito www.romafictionfest.it per poi ritirare i biglietti al desk dedicato presso l’Auditorium del Parco della Musica.

Baby pensionati si danno alla politica

Tecnicamente non credo sia pensionato.
Ma quando un signore, per togliere il disturbo da una delle due principali banche italiane, riceve una buona uscita di ben quaranta milioni di euro (ottanta miliardi ottanta delle vecchie lire !!!) dopo averne incassati altre decine negli anni da manager, può essere, a tutti gli effetti, considerato un baby pensionato.
Ma evidentemente non gli basta e non si accontenta di spassarsela tra viaggi e bella vita e strizza l’occhio alla politica.
Come lessi una volta in una intervista ad un banchiere (non un manager, ma proprio un proprietario di banca) il “piacere” di restare sotto i riflettori non è dato tanto dal denaro, dopo che uno ne ha accumulato anche per le generazioni a venire della sua famiglia, ma dall’uso del potere.
Così assistiamo a manager che si danno una verniciata da esperti e cercano di entrare nei palazzi della politica non attraverso un voto popolare, ma con una chiamata divina, quali salvatori della patria.
Anche in questo Berlusconi fece eccezione, perché non si tirò indietro (e non si sottrae oggi) dalla battaglia politico elettorale, vincendola.
Dopo un Montezemolo che ancora non ha finito di sfogliare la margherita dell’ingresso o meno in politica, ecco quindi il Profumo Alessandro, che da manager di Unicredit si metteva disciplinatamente in fila per votare alle “primarie” delpci/pds/ds/pd, oggi si accredita come “l’uomo nuovo” a disposizione dello stato.
Senza essere eletto.
Contando sul complesso di inferiorità dei funzionari della politica (da Casini a Bersani) che lo ricoprono di elogi e si dichiarano onorati se accettasse un incarico di governo.
E lui come li ripaga ?
Rispolverando le folli idee di Amato sulla patrimoniale “vera”, cioè quella aberrazione che vorrebbe sottrarre a quasi la metà degli Italiani i loro risparmi per circa trentamila euro a testa e utilizzarli per ridurre il debito pubblico che continua a crescere perché non sono ancora stati chiusi i rubinetti della spesa.
Chi propone una patrimoniale, da trentamila lire o da trentamila euro non fa differenza, dovrebbe solo essere denunciato e messo nelle condizioni di non nuocere e propongo una chiave di lettura.
Avete osservato come ci viene sempre ripetuto che il risparmio privato degli Italiani sia così consistente da essere superiore a quello di qualsiasi altra nazione ?
Non è che con questa storia della patrimoniale, dopo aver depauperato la diligenza pubblica, vogliano continuare a spendere per gli affaracci loro usando i soldi nostri ?
Non è che sottraendoci i risparmi con la loro patrimoniale vogliano ridurre il tenore di vita dei privati cittadini italiani al livello di quelli di altre nazioni che non tollerano che gli Italiani vivano meglio di loro ?
Non è che sottraendoci le disponibilità economiche private, da loro non controllate, vogliano in realtà sottrarci la libertà di opinione, di pensiero, di azione, di voto, per renderci tutti schiavi dei loro voleri ?
Sì, perché la libertà economica è un pilastro della libertà politica che, evidentemente, ci vogliono sottrarre assieme ai nostri risparmi.

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Ah, bhe allora…

Si può anche concedere che Barack Obama sia stato sgarbato con l’Italia. Ringraziare davanti all’Assemblea delle Nazioni unite Lega araba, Egitto, Tunisia, Francia, Danimarca, Norvegia e Gran Bretagna per il ruolo svolto in Libia contro il regime di Gheddafi, dimenticando il governo di Roma, è un’amnesia singolare. Ma sottolineare l’omissione di un presidente degli Stati Uniti che vive lui stesso un momento di seria difficoltà non basta a eludere una domanda di fondo: perché l’inquilino della Casa Bianca non sente il bisogno di dire grazie anche a un’Italia immersa nel Mediterraneo?
Trovare una risposta confortante non è facile. Riesce impossibile sfuggire alla sensazione di un isolamento crescente del nostro Paese, che tende a essere trattato come il comodo capro espiatorio dei problemi dell’Occidente; e in particolare dell’Europa. Non ci si può non chiedere se un simile atteggiamento sia favorito anche dagli errori del governo di Silvio Berlusconi: dalle oscillazioni sull’operazione in Libia a quelle sulla manovra economica, fino alla tesi autoconsolatoria di un complotto anti-italiano. La verità è che dopo la perdita di ruolo che la Guerra fredda regalava all’Italia, certi atteggiamenti non le sono più consentiti. E in una fase come l’attuale diventano imperdonabili. Quando si accredita un nostro ruolo in politica estera superiore alla realtà dei rapporti di forza, alla lunga il risveglio è brusco. Molto meglio guardare in faccia l’isolamento e individuarne l’origine; e smetterla di fingere che esista ancora una maggioranza politica e di fare piani per l’eternità: perfino nel centrodestra ormai c’è chi misura l’eternità del governo in termini di mesi ma anche di giorni. Il convulso tramonto del berlusconismo e l’involuzione della Lega non sono meno vistosi solo perché per Pdl e Carroccio non esistono alternative alla loro alleanza.
Purtroppo è vero che l’opposizione non offre molto. E l’evocazione lugubre di Antonio Di Pietro, secondo il quale se Berlusconi non getta la spugna «ci scappa il morto», non contribuisce ad alzarne le quotazioni: lo ammette anche il Pd, spaventato da un suo alleato che semina i germi di una guerra civile strisciante. Ma questo non basta a cancellare il sospetto che, comunque vada oggi la votazione segreta del Parlamento sull’arresto di Marco Milanese, ex braccio destro del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il governo sta concludendo la sua traiettoria. Lo scontro virulento fra Palazzo Chigi e magistratura contribuisce a offrire all’opinione pubblica italiana e internazionale l’immagine di un’Italia immobilizzata e sfigurata dalle proprie faide interne. Somiglia a una sorta di conflitto tribale, nel quale l’istinto di sopravvivenza del centrodestra finisce per apparire insieme una risorsa e un limite: quasi un alibi per scansare i veri problemi. Protrarre nel tempo una situazione così tesa mentre la crisi finanziaria morde i risparmi, tuttavia, è rischioso. Più la conclusione sarà rinviata, più il «dopo» segnerà una rottura. E, alla fine, la realtà potrebbe prendersi una rivincita traumatica per tutti.
Massimo Franco

Emergency e l’immigrazione

LAMPEDUSA – Sulla situazione che si sta creando a Lampedusa, Emergency 1 ha diffuso un comunicato nel quale si esprime una valutazione e si lanciano delle accuse precise alla politica dell’immigrazione adottata da questo e da altri governi. “Quello che sta succedendo a Lampedusa è il risultato di una politica criminale che da molti anni i governi di questo Paese stanno attuando nei confronti dei migranti – si legge nella nota dell’organizzazione umanitaria – migranti che, oltre a essere privati dei più elementari diritti umani, vengono deliberatamente usati per esasperare gli animi, costruire “diversi” e “nemici”, alimentare guerre tra poveri”.
Calpestati di diritti fondamentali. “La tensione e la violenza delle ultime ore, a Lampedusa, come a Pozzallo – prosegue il comunicato – sono l’inevitabile conseguenza della politica di un governo che tratta gli stranieri come criminali, come problema di ordine pubblico, come bestie. Il sovraffollamento delle strutture, la carenza di assistenza di base, la privazione dei diritti fondamentali, oltre a essere una vergogna per un Paese che si vuole definire civile, comportano inevitabilmente l’inasprirsi del disagio e della violenza. Grave – prosegue Emergency – è anche la mancanza di un progetto di accoglienza: migliaia di persone vengono lasciate marcire in condizioni disumane, senza prospettive, senza speranze, senza sapere cosa succederà di loro. A fare le spese di questa situazione, insieme ai migranti, sono ovviamente i cittadini italiani, lasciati pressoché soli a gestire tutti i problemi che una politica miope e disumana ha creato”.
La voratori trattati come schiavi. “Disumana, nella maggior parte dei casi – si legge ancora nella nota – è anche la situazione dei migranti che visitiamo ogni giorno nel sud Italia, presso le cliniche mobili di Emergency: lavoratori trattati come schiavi, senza accesso all’acqua potabile, senza una casa, senza assistenza medica, senza diritti. Confidiamo che i cittadini italiani abbiamo la ragionevolezza e l’umanità che finora è mancata al governo, quell’umanità che permette di capire che gli stranieri, i ‘clandestini’, i migranti stagionali sono, prima che qualsiasi altra cosa, semplicemente persone, esseri umani. E come tali devono essere trattati. Ci rifiutiamo di cadere – conclude il comunicato di Emergency – anche a Lampedusa nella logica della guerra: ci rifiutiamo di partecipare alla lotta di ‘quelli che stanno male’ contro ‘quelli che stanno peggio’. Siamo dalla parte dei diritti: dei diritti degli italiani e degli stranieri, contro chi ostinatamente li nega”.
Dal tg di poco fa, risulta che c’è stata una rivolta anche nel cie di Torino. Una ventina di immigrati sono riusciti a scappare MA, pare che siano stati istigati (alla violenza e alla rivolta) da un gruppo di anarco-insurrezionalisti. Chissà cosa ne pesano quelli di emergency quando i loro amichetti li usano per creare caos e violenza. L’istat invece è felice, c’è un boom di immigrati regolari… e gli irregolari, quanti sono?

Un commento che la dice lunga: “E’ una progressione geometrica inarrestabile. Chiunque viva in una grande città SA e VEDE con i propri occhi quel che accade. Inarrestabile e stupefacente per le sue proporzioni. Sembra quasi che si riproducano di notte, come gli Ultracorpi”.

Ricordando Oriana

“Vi sono momenti, nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre”. In queste parole che aprivano un celebre articolo del Corriere della Sera del 29 settembre 2001, sembra riassunto il pensiero di Oriana Fallaci, scrittrice e giornalista che morì nella sua Firenze il 15 settembre 2006, cinque anni fa  esatti, sconfitta da una grave malattia che neppure il suo carattere forte ed il suo spirito combattivo riuscirono a vincere. Negli ultimi anni della sua vita si è attirata una scia infinita di polemiche dopo aver assunto nette prese di posizione – peraltro documentate e testate dai suoi viaggi per lavoro nel mondo arabo – sull’Islam e gli immigrati.

La sorella di Oriana, Paola Fallaci, ricorda che cinque anni dopo la morte della nota scrittrice fiorentina non vi è solo il profondo dispiacere per la sua perdita ma anche “un forte senso di pena per come viene trattata la sua memoria”. Dopo la sua morte la scrittrice è stata ricordata soltanto come una sorta di crociata cristiana contro l’Islam e non come una grande scrittrice e giornalista molto profonda nelle sue concezioni, molto lungimirante nelle sue intuizioni, molto seria e severa nel suo sforzo di obbiettività, molto serena nella sua rabbia nel vedere una coltre di nebbia sugli occhi del mondo occidentale nei confronti di quello islamico.

Per assurdo, Oriana Fallaci è stata l’emblema, il simbolo del pensiero italiano sull’Islam che, data la forte presenza di moschee sul territorio non sembra essere sfavorevole all’accoglienza degli islamici. Ne parleremo più avanti sottoponendo all’attenzione le parole di Magdi Cristiano Allam.

La sorella Paola punta il dito sulla sua città promettendo che non avrebbe partecipato a nessuna commemorazione a causa della troppa finzione in giro per la città stessa e ricordando che Firenze, la sua città natale, non ha neppure intitolato una strada a suo nome.

Questo accade in un comune dove da un anno è ferma la mozione del Pdl per intitolare una via alla scrittrice. Pare che ad ottobre verrà adottato e studiato il regolamento sulla toponomastica, quindi auspicato uno spazio anche per discutere di una strada per la Fallaci.

La Fallaci non solo viene ricordata con negatività e non obbiettività da parte della sinistra ma addirittura viene quasi preso in giro il suo pensiero, la sua impostazione di vita su cui si è basato il suo studio immane sul mondo islamico e sulle diversità con quello occidentale. In che modo? Con la costruzione senza remore né ritegno di una moschea proprio nella sua città natale, a Greve in Chianti, in una cittadina ridente tipicamente toscana non solo nello spirito ma anche e soprattutto nel paesaggio dolce e collinare che poco si addice e avvicina a quello arabo, stridente con le caratteristiche di un edificio di culto come può essere una moschea.

Non contenti né appagati fino in fondo, i toscani sono riusciti ad arrivare a discutere seriamente della costruzione di una moschea grande ed accogliente almeno un migliaio di persone nella città di Firenze, pur sempre città natale di Oriana Fallaci, dove fisicamente è morta e sepolta.

Non demonizzerei troppo il Comune del Sindaco Renzi quanto la presenza massiccia, forte e prepotente della comunità islamica fiorentina e, nei suoi atteggiamenti dispotici, molto simile a quella genovese, tanto per apportare un esempio concreto.

Izzedin Elzir, Imam di Firenze e Presidente dell’Ucoii, così si è espresso in merito alla proposta referendaria sulla realizzazione di una moschea in città da parte del Pdl locale: “la moschea è un diritto e la fede religiosa non si sottopone al voto referendario. Noi abbiamo scelto infatti un percorso partecipativo tra i cittadini e a proposito dei finanziamenti non abbiamo chiesto un centesimo al Comune, alla Provincia, alla Regione”.

Tali parole a senso unico e non rispettose della realtà italiana che accoglie con benevolenza quella islamica non intimoriscono l’euro-parlamentare di “Io Amo l’Italia”, Magdi Cristiano Allam, già noto come giornalista sulle pagine del Corriere della Sera e attualmente su quelle de Il Giornale, il quale sostiene che i fiorentini debbano esprimere la propria opinione sulla grande moschea a Firenze in quanto è un tema troppo delicato. Allam, che si è fatto portavoce dell’ipotesi referendaria sulla moschea, continua replicando alle parole di Elzir che “non verrà messa in alcun modo in discussione la libertà religiosa”. Egli ricorda che ad oggi in Italia vi sono oltre 900 luoghi di preghiera islamici, “a dimostrazione che la libertà religiosa è ampiamente garantita”. Da parte degli italiani non esiste nessun pregiudizio né nei confronti dei musulmani né verso le moschee come luoghi di culto. Il punto è che non sappiamo cosa accade all’interno delle moschee stesse. Allam ci ricorda che “ si sa da indagini delle autorità e da sentenze definitive così come da decreti di espulsione di Imam e militanti islamici che le moschee a volte si sono rivelate luoghi dove si predica odio, violenza, morte e dove si pratica il lavaggio del cervello per trasformare i fedeli in terroristi”. Questo è sempre stato il cavallo di battaglia di quello che possiamo definire l’alter ego odierno della Fallaci, lo stesso Magdi Allam, che sostiene che pertanto è in quest’ottica che la moschea “non può non essere oggetto di una consultazione dei cittadini” in quanto se è vero che non tutte le moschee sono luoghi di terroristi, è altrettanto vero che tutti i terroristi si sono formati all’interno delle moschee.

Attualmente il risultato a Firenze è che sia l’eurodeputato Magdi Cristiano Allam sia il Pdl locale devono non solo quasi piegarsi ai voleri della comunità islamica fiorentina presieduta da Elzir, Imam di Firenze nonché presidente nazionale dell’Ucoii, ma anche alla presenza della Chiesa, ragionevolmente favorevole ad un discorso di dialogo e di incontro tra le varie e differenti religioni presenti nel nostro Paese.

Monsignor Betori pur dichiarando che la moschea dovrà rispettare i principi e i diritti riconosciuti dalla nostra Carta Costituzionale, parla di positività e di venirsi incontro. “E’ con positività  – ha affermato – che siamo chiamati a vivere il confronto con la comunità islamica, che si sta misurando con il problema di un proprio luogo di culto nella nostra città. Non spetta a noi come Chiesa cattolica dare pareri al riguardo. Ci preme solo che la soluzione si andrà a trovare risponda ai criteri del libero esercizio del culto da parte di tutti, evitando ogni strumentalizzazione ideologica del problema e curando invece che questa occasione favorisca una chiara adesione di tutte le comunità religiose presenti nel Paese ai principi concernenti la persona e la società codificati nella Costituzione italiana”.

Il Pdl fiorentino risponde a tale pensiero forse nella misura in cui lo avrebbe fatto la nostra amata scrittrice Oriana Fallaci. Infatti, i pidiellini ribadiscono i loro dubbi sul dove verrà realizzato il luogo di culto, sulle sue dimensioni, riprendendo un concetto già espresso in passato dalla Lega Nord, da sempre sostenitrice di regole e norme ferree da stipulare in materia. Vale a dire, un edificio di grandi dimensioni, magari arricchito di cupola e minareto potrebbe stridere con il tessuto architettonico del centro storico della città. Dubbi questi  che permangono anche sul tipo di attività che la moschea andrà ad ospitare: funzioni religiose e insegnamento saranno tenute solo in arabo o è previsto che almeno i sermoni siano tenuti anche in italiano?

Il Pdl fiorentino crede che queste siano perplessità legittime come legittime sono quelle sull’iter partecipativo finanziato dalla Regione: di fronte ad una decisione di tale portata il centro destra ritiene che sia necessaria una più ampia consultazione dei fiorentini e non un’indagine condotta da poche persone, magari di sinistra.

Cerchiamo di comportarci nei confronti della comunità islamica che in Italia dichiara il proprio diritto di culto non col paraocchi e con pregiudizio come al contrario è stato fatto verso la povera scrittrice Oriana Fallaci, la cui colpa maggiore è stata quella di avere una grande intuizione sull’Islam, sul senso di pericolo legato ad un certo mondo musulmano. Cerchiamo la verità, la comprensione e non la finzione dentro di noi.

Roberta Bartolini

Colpo d’ala dal Cnel? Sarebbe bel…

Difficile non essere d’accordo con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sulla necessità di arrivare a “scelte meditate e condivise” per superare la crisi economica e sociale. Sul come arrivarci la questione è però decisamente più complicata. Lo ha ammesso lo stesso Napolitano, riconoscendo , al margine della mostra per i 150 anni dell’Unità all’Archivio di Stato dell’Eur, quanto sia complesso trovare facili vie d’uscita: “Colpi d’ala in tasca non ne ho e credo non ne abbia nessuno”. Del resto, Costituzione alla mano, eventuali “consultazioni” presidenziali sui temi dell’economia e del lavoro apparirebbero decisamente irrituali, considerate le rigide competenze del Capo dello Stato. Che fare perciò per arrivare a “scelte meditate e condivise”, all’auspicata – dallo stesso Presidente della Repubblica – “piattaforma che nasca da consultazioni ampie per il rilancio della crescita” ? Dove trovare un luogo di confronto politico-sociale adatto alla bisogna ? Inventarsi la solita “Conferenza Nazionale” sul tema ? Idea troppo usurata e, visto il tempo a disposizione, di difficile realizzazione. Convocare uno dei due rami del Parlamento ? Soluzione parziale, considerata l’assenza delle forze sociali e lo scontato protagonismo dell’emiciclo partitico. Audire in qualche Commissione parlamentare ? Decisamente minimal. Organizzare l’ennesimo “tavolo”? Esperienza già fatta che però non ha sortito grandi risultati. Utilizzare un talk show televisivo? Ipotesi smaccatamente spettacolare e dunque troppo “d’immagine”. Rinchiudere le “parti sociali” in un convento ? Eventualità di parte, a rischio ingerenza “clericale”. Al di là di ogni soluzione paradossale e volutamente provocatoria, perché allora non andare a “ripescare” il CNEL, autentica “araba fenice” del nostro complesso sistema costituzionale ? Organo di consulenza delle Camere e del Governo – dice la Costituzione – “per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge”, espressione delle categorie produttive (i suoi centoventuno consiglieri sono il distillato dell’Italia delle professioni, del lavoro, del volontariato), il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro ha alle spalle una lunga tradizione fatta di studi, di proposte normative, di pareri. Nel passato c’è chi avrebbe voluto abolirlo alla stregua di un qualsiasi ente inutile. L’istituzione ha resistito, muovendosi però un po’ sotto traccia, pubblicando molto, archiviando moltissimo (cura – tra l’altro – l’Archivio Nazionale dei Contratti e degli Accordi Collettivi di Lavoro), riunendo puntualmente le sue commissioni, ascoltando enti ed associazioni. Un lavoro enorme insomma, che denota il grande impegno e la qualità dei suoi componenti, ben poco conosciuto però al di là della ristretta cerchia degli addetti. Ed allora quale migliore argomento se non quello posto all’ordine del giorno del confronto politico e sociale dal Presidente della Repubblica ? Che cosa aspetta il CNEL ad autoconvocarsi, consapevole della propria responsabilità costituzionale e delle proprie potenzialità, insite nella stessa composizione del Consiglio ? Lì ci sono tutti: sindacalisti di ogni sigla e associazioni datoriali, rappresentanti del lavoro dipendente e di quello autonomo, esponenti del mondo accademico e del volontariato. Mettendo da parte un’immagine un po’ troppo “notarile”, tra l’oasi felice ed il cenacolo, è giunto tempo che il CNEL si riappropri di un ruolo non secondario, che proprio nella condivisione e nel dialogo trova la sua ragione d’essere ed il suo fondamento, formale e sostanziale. Qualcuno vuole chiedere ai centoventuno componenti il Consiglio di scendere in campo per sintetizzare finalmente le auspicate proposte per il rilancio dell’economia e del lavoro ? Al CNEL ne hanno le competenze e la responsabilità costituzionale. Al governo poi, di valutare ed eventualmente fare proprie le proposte “meditate e condivise”, da più parti auspicate.

Mario Bozzi Sentieri

Premio nobel all’imbecillità

Se c’è un premio per gli eredi dello smemorato di Collegno allora è tutto per Laura Boldrini. L’ha stravinto con l’intervista in cui scarica sul governo le responsabilità per la distruzione del centro d’accoglienza di Lampedusa. A dar retta alla portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati scempio e distruzione sono dovuti solo all’insipienza dell’esecutivo. «Sì, si poteva prevedere e infatti noi l’avevamo prevista, avevamo messo in guardia le Autorità. Avevamo notato – spiega – un aumento della tensione… il centro poteva contenere 850 immigrati e invece ce n’erano 1.200». A questo punto tutto è chiaro. Laura non c’è. Non ricorda. Non rammenta quanto lei stessa raccontava. Per aiutarla basterebbe farle rileggere qualche sua perla del passato. Incominciando da quella del 3 marzo scorso.
In quei giorni d’inizio guerra la Libia vomitava duecentomila e passa profughi sul confine tunisino di Ras Jdir. Le carrette dei mari scaricavano centinaia di disperati sulle coste di Lampedusa. Ma l’imperturbabile Laura Boldrini non scorgeva l’ombra d’un problema. «A oggi non c’è un’emergenza umanitaria a Lampedusa perché in un mese e mezzo sono arrivate 6.500 persone… L’isola – spiegava – neanche s’accorge della presenza di questi emigranti… Il Centro è stato riaperto, c’è stato lo sforzo logistico del portarli fuori dell’isola e si è tornati alla normale amministrazione». Quelle di allora, eran insomma, ignobili allarmismi dettati da un governo egoista e razzista, desideroso di respingere a cannonate i poveri migranti e pronto a spacciar per catastrofe l’approdo di qualche disgraziato.
Rassicurante come sempre la Boldrini tranquillizzava tutti. Non esistono – garantiva – fughe dalla Libia. Immaginare che decine di migliaia di immigrati tunisini abituati a incassar la paga da Tripoli venissero a cercar fortuna da noi era solo un’altra ignobile fola. Le affollate bagnarole dirette su Lampedusa non erano – ad ascoltar lei – figlie della guerra, ma il solito piacevole tram tram del Mediterraneo. «Nessun allarmismo, al momento non mi sentirei di dire – spiegava il 3 marzo – che è in corso un’emergenza… è un flusso solo di tunisini in partenza dalla Tunisia verso l’Italia. Dalla Libia non è partito nessuno». Vaglielo a dire oggi. «È fisiologico che la gente scappi dai conflitti. Dall’inizio della guerra – spiega al Messaggero – sono un milione e trecentomila gli immigrati fuggiti dalla Libia». Ma se sospettate una Laura in malafede, tranquillizzatevi. Non è prevenuta. Non ce l’ha con il governo. È solo sbadata. E opportunamente smemorata.