La condonata

Emma Marcegaglia propone un nuovo manifesto per l’Italia. Di nuo­vo c’è poco, se non la sfiducia che la Signora ha nei confronti del gover­no Berlusconi. Che in effetti di riforme ne ha fatte davvero pochine. Ma della signora Marcegaglia ci possiamo fidare? E questi grandi imprendi­tori che si stanno già combattendo per la successione della Signora, hanno tutti le carte in regola per fare i moralisti? Ci sono molte imprese, come testimonia­no le ottime inchieste di Dario Di Vico e Marco Alfieri, che non ne possono più di questo governo. Speravano in una riduzione fisca­le e in uno sn­ellimento della buro­crazia che non è arrivato. Ma i ver­ti­ci di questa Confindustria non ri­schiano di fare come il governo, aver capito troppo in ritardo gli umori della propria base? Sulla lotta all’evasione, ad esempio, la posizione confindustriale più che tardiva sembra ipocrita. Così co­me sulla liberalizzazione del mer­cato del lavoro. I nuovi personalis­si­mi dispiaceri alla signora Marce­gaglia li ha procurati il governo e Tremonti in particolare. Parados­salmente proprio per venire in­contro alle indicazioni anche del­la Confindustria, l’esecutivo si è messo in testa di dare la caccia ai presunti evasori. Marcegaglia compreso. Lungi da noi pensare che ciò che stiamo per scrivere ab­bia minimamente irritato la sciu­ra. Ella, come si sa, viaggia alto, al­tissimo. Figurarsi se si occupa di quella norma introdotta dall’ulti­ma manovra estiva che estende gli accertamenti fiscali all’anno di grazia 2002. In buona sostanza il governo ha deciso che il condono fiscale del 2002, considerato ille­gittimo dalla Ue, non metta al ripa­ro da nuovi accertamenti proprio coloro che all’epoca lo sottoscris­sero. La materia è complicata: ba­sti dire che l’Agenzia delle Entrate nei prossimi tre mesi ha l’obbligo di legge di andare a verificare tutte le posizioni di coloro che aderiro­no a quel condono fiscale. E indo­vi­nate un po’ chi rischia un bell’ac­certamento? Esatto. Il gruppo Marcegaglia,che all’epoca dei fat­ti aveva proprio nella Sciura un amministratore delegato. Ma non preoccupatevi, la presidente della Confindustria è su un altro li­vello. Questa estate tuonò: «Basta con i condoni fiscali». Grazie, tut­to quello che si poteva condonare la Sciura l’ha già condonato.Senti­te qua. Bilancio Marcegaglia. An­no 2002. «Negli oneri straordinari figura l’importo di 9,5 milioni deri­vante dalle legge 289/02 sul con­dono». E nella relazione del colle­gio sindacale: «Sono venuti com­pletamente meno i rischi derivan­ti dalla verifica fiscale generale, eseguita nel corso del 2001». In­s­omma l’azienda ha pagato 9,5 mi­lioni di condono e si è così messa a posto con la verifica fiscale che aveva subito e che con tutta proba­bilità sarebbe sfociata in un bel verbale di contestazione. Ma il punto è che oggi la Marcegaglia ri­schia di nuovo. Quel condono, per la parte di sanatoria Iva, è sta­to considerato illegittimo dalla Ue e molti dei condonati non hanno neanche pagato le rate che erano previste. Il governo italiano alla caccia disperata degli evasori ha preso la palla al balzo (non pro­prio il primo, visti gli anni passati) e ha riaperto un faro di verifica nei confronti dell’anno 2002. Senza questa norma estiva infatti quel­l’anno sarebbe prescritto e i con­donati (che poi tali non sono per la sentenza Ue) sarebbero al sicu­ro. Che colpo gobbo. Insomma la Marcegaglia do­vrebbe ben conoscere sulla sua pelle l’attivismo del governo per combattere l’evasione fiscale. Ma è il pulpito da cui arrivano le prediche ad essere ridicolo. Certo ricordare alla signora Marcega­glia del conto cifrato 688342 della Ubs di Lugano a lei intestato (insie­me al padre Steno) dove transita­vano quattrini della Scad Com­pany Ltd, o quello 688340 sempre a Lugano e sempre della Ubs dove transitavano milioni di euro frut­to della costituzione di fondi neri all’estero, può sembrare poco ele­gante se ad occuparsene è il Gior­nale. Se a farlo, come fece, è Repub­blica , è tutto ok. Così come sareb­be seccante ricordare alla sciura come 750mila euro vennero tra­sferiti dal conto di Lugano a quel­lo di Chiasso e poi presi in contan­ti tra il settembre e il dicembre del 2003 (tutte informazioni contenu­te in una rogatoria ottenuta da Francesco Greco). Mica un secolo fa. Il punto qua non è la correttez­za etica della Signora Marcegaglia e del suo gruppo (e quante impre­s­e hanno fatto altrettanto), ma è la sua inadeguatezza a spiegare al mondo cosa sia necessario fare per dare sviluppo al Paese. Glielo diciamo noi cosa è necessario alla Signora. È necessario che il grup­po della sua famiglia, in cui lei è stata anche amministratore dele­gato, competa sul mercato ad ar­mi pari con i concorrenti. Magari senza aprire troppi conti cifrati in Svizzera. Il gruppo Marcegaglia ol­tre a commettere un possibile rea­to (per la verità il fratello della Si­gnora ha patteggiato per tangen­ti) ha messo indirettamente fuori mercato le aziende che seguivano le regole. La prima vittima del­l’evasione fiscale non è lo Stato, ma è l’impresa vicina che come un gonzo paga tutte le tasse come si deve. E poi arriva Emma che fa la furbetta. E prima contribuisce a costituire fondi in nero: per Repub­blica il gruppo costituì all’estero 400 milioni di euro di fondi. Poi li scuda grazie all’odiato Tremonti. E poi da presidente della Confindustria fa la maestrina e ci racconta come si deve far ripartire il Paese. Ma ci faccia il piacere. La vicenda dei 17 conti segreti della Marcegaglia in Svizzera è roba passata. Il tutto si chiuse nel 2004 con il trasferimento di 22 milioni dai conti svizzeri a Singapore. E lo stesso fratello della Signora, Antonio, interrogato dai Pm di Milano disse a fine 2004: «Si tratta di risorse riservate che abbiamo sempre utilizzato nell’interesse del gruppo per le sue esigenze non documentabili». Come dargli torto, si sarebbe trattato di milioni e milioni di documenti. Quando si dice la semplificazione che le imprese a gran voce richiedono. La Signora in materia fiscale ha poche idee e un po’confuse. Tuona contro i condoni, ma li utilizza a man bassa. Non vuole il contributo di solidarietà del Cav, ma accetta la patrimoniale, con una storia di conti all’estero da paperone di Mantova. Si possono accettare molte le­zioni dalla Signora Marcegaglia. Ma quella della moralista con il ditino alzato, proprio no. Soprattutto in materia di tasse. «Confindustria – ha detto la Marcegaglia – ­ non ha paura delle critiche». Bene accetti le nostre. E inizi a fare pulizia a casa sua, prima di pontificare sullo sviluppo del Paese, compromesso anche dalle furbate dei privati. Il governo Berlusconi ha mol­te colpe. Ma un esame di coscienza da parte di queste grandi impre­se che afferrano al volo i condoni e costituiscono conti in Svizzera, non l’abbiamo ancora visto.

Zitti tutti, ora parla lei

Anna Wintour è la gran signora della mo­da mondiale. Si dice scandalizzata, con­versando con un giornalista di Repubbli­ca, perché in Italia nessuno fa nulla per buttare giù Berlusconi, che si comporta in modo tanto difforme dagli standard ti­pici del mondo delle sfilate, e si doman­da perché mai le donne non scendano in strada a protestare per la loro dignità. La signora Wintour è evidentemente male informata:c’è parecchia gente che prova a buttare giù il capo del governo italiano, tra questi molti magistrati e giornalisti in toga, e anche le donne di sinistra, giova­ni belle e molto indignate, si sono fatte sentire vivacemente. Ma se ci si occupa di pizzi, mutandine e falpalà, non è necessario saperla lunga sulla situazione politica di un Paese e sulla sua storia. Basta­no impressioni generiche, e una intervista indignata non si rifiuta a nessuno. Va di moda, come le scarpe di Manolo Blahnik. Berlusconi è molto amico di Dolce & Gabbana, io no. Lui si pre­occupa del made in Italy e fa bi­sbocce anche con loro, se del ca­so.
A me dispiacciono quelli che fanno chiassosamente tardi, e danno fastidio alla vacanza a Stromboli del presidente della Re­pubblica, e poi quei loro manifesti pubblicitari in cui si esalta il role model del branco di fronte al cor­po sottomesso di una donna dan­no ­un gran fastidio a un bacchetto­ne come sono io. Per non parlare di tutta quell’apologia del culo, che è un bell’oggetto anche ses­suale, ma da tenere preferibilmen­te riservato (non è una battuta omofobica, lo dico per i cretini, è una battuta semiologica, e questo invece lo dico per quelli troppo in­­telligenti). Però se dei magistrati infoiati li intercettassero a casac­cio, Dolce & Gabbana, mi parreb­be una scurrile violazione della lo­ro privacy, e sarei pronto a difen­derli per ogni dove e in ogni mo­do. Qual è il problema? Il proble­ma è che molti giudicano senza sa­pere, e va ancora bene, ma anche senza tenere conto del fatto che non tutti hanno chiesto al Signore un cuore docile e la capacità di di­stinguere il bene e il male, come Re Salomone (lo ha ricordato il Pa­pa a Berlino in un magnifico di­scorso politico- teologico). Alcuni se ne fottono. Se il focoso Bill Clin­ton mette un sigaro cubano dove non dovrebbe nello studio ovale della Casa Bianca, sono poi pronti ad andare a cena a Westchester County, a casa sua, in qualsiasi momento, per non parlare di una settimana di vacanza a Martha’s Vineyard. La signora Wintour sa che dietro il successo commercia­le della moda, a parte la grandez­za artigianale e industriale di cer­te creazioni, c’è la molla del desi­derio: desiderio di sesso, di cocai­na, di possesso, di sottomissione. Non è che stiamo qui a pettinare le bambole, sappiamo come va il mondo, e anche il suo mondo di fatturati dell’eccitazione e del­l’eleganza trasgressiva. Quindi prima di salire in cattedra e dare giudizi sprezzanti sull’Italia, gli italiani e Berlusconi, Anna Win­tour, che è una liberal inconcussa, si rilegga i nastri delle conversazio­ni tra Arth­ur Schlesinger e Jacque­line Bouvier Kennedy, e vedrà che Martin Luther King faceva orgette prima di sognare l’eguaglianza tra bianchi e neri con la carica mi­stica che tutti gli riconosciamo, e che tanto tempo dopo ancora be­nediciamo, e i gli altri suoi eroi di sempre non si comportavano altri­menti. Poi veda se è il caso di dare interviste pedagogiche al giorna­le fondato da Scalfari e Carlo Ca­racciolo, simpatico principe sen­za complessi.
A ciascuno il suo ruolo. C’è un af­follamento di voci moraleggianti che irrita, oggi in Italia e intorno al­­l’Italia. Ci sono giornalisti aggres­sivi con i lenoni che si mettono sul­la scia di magistrati incarogniti, e gli fanno da prosseneti intellettua­li e civili. Sono molto peggio di qua­lunque Tarantini. Dovrebbero sa­pere che ne­ssuno ha mai intercet­tato Mitterrand per sapere che co­sa pensasse della Edith Cresson, primo ministro da lui nominato e sua grande e tenera amica, o di Margaret Thatcher, la sua nemesi politica e ideologica. Nei Paesi normali le intercettazioni, in soli casi eccezionalmente gravi, le di­spone l’autorità giudiziaria, spes­so eletta o dipendente dal gover­no, per tutelare la sicurezza dei cit­tadini dalla mafia o quella del Pae­se dai nemici. Solo da noi le inter­cettazioni servono a rovesciare il premier eletto dalla maggioranza del corpo elettorale, e a far tenere lezioni di moralità da chi non è au­­torizzato a darle.
… ma Vogue, qualche mesetto fa, non aveva pubblicato alcune foto di bambine truccate e vestite come le modelle? E poi, accortisi dell’errore madornale e della pubblica indignazione, licenziarono chi decise di pubblicare ciò?

Default a catena

Si parla ormai apertamente di default a catena, è di ieri, infatti, una ennesima dichiarazione, in tal senso, fatta dal ministro del tesoro americano Tim Geithner, paventandola come probabilità realistica, se i ministri europei non troveranno una soluzione in tempi rapidi al problema del debito greco. E’ un problema che coinvolgerebbe il debito pubblico di tutti gli altri stati europei.
Pare quindi che, al punto come si starebbero evolvendo le vicende, l’unica possibilità, a disposizione di ogni singolo stato interessato, sia quella di trasformare forzosamente i propri titoli di stato a scadenza fissa in titoli di stato perpetui., senza scadenza. Ai possessori potrebbe essere riconosciuta una cedola annuale molto bassa, con fondi prelevabili dai bilanci statali, che d’ora innanzi saranno forzatamente a pareggio zero, anche perchè nessuno da quel momento in poi sarà più in grado di sottoscrivere titoli di stato di nuova emissione, e tanto meno non avrà più interesse a sottoscriverne di nuovi. Finirebbe così l’incantesimo prodotto dai titoli di stato, che non avrebbero quindi più ragione di esistere. In conclusione verrebbe a cadere quel tassello fondamentale che aveva ingenerato la possibilità all’Europa Unita di formarsi: il famoso 3% di sforamento dal bilancio annuale (sforamaneto che avrebbe però dovuto rientrare, senza se e senza ma, negli anni successivi), dato come possibilità estrema ai singoli stati dal Trattato di Maastricht.
Ma non tutto il male verrebbe per nuocere; tornerebbero in auge i classici beni rifugio, come quelli di un tempo. Ad esempio le belle ville padronali che fecero bella l’Italia, come quella descritta da Hesperia nel post dedicato alla residenza rivierasca della Regina Margherita.
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Aggiornamento
In calce al post di Eleonora, Zitti, ora parla lei, è riportato il seguente commento, intonato alla situazione descritta.

Un’altra cretinetta alla pari del Fazio descritto dal blogger Le Barricate.
Costei, vive con la testa tra le nuvole, dimostrando così di non sapere nulla del mondo reale. E’ un’altra di quelle che si fa infrascar la testa dai giornali di gossip. Ma per fortuna andando avanti ci sarà il pareggio di bilancio obbligatorio – volenti o nolenti – per tutti gli stati, perchè, andando avanti nel tempo, gli stati occidentali (Europa e Stati Uniti) non troveranno più nessuno disposto a sottoscrivere i loro titoli di stato, e quindi i cretinetti come la direttrice di Vogue dovranno faticare veramente per guadagnarsi da vivere.

Fazio è proprio scemo

A dispetto della grande intelligenza che i suoi estimatori gli attribuiscono, io, al contario oggi affermo che il personaggio è proprio scemo! Mi ero sempre astenuto dal dare titoli così diretti a certi personaggi come lui, Lerner, Santoro. … Sì, li chiamavo comunisti, trinariciuti, boccaloni, mistificatori… Ma scemo non non lo avevo mai scritto per […]

Le colpe degli altri…

I clandestini tunisini mettono a ferro e fuoco Lampedusa, bloccano il porto di linosa, lanciano sassi contro la gente e contro le forze dell’ordine ferendole, rendono inagibile il cie… e la questura che fa?
E così anche l’isola che l’Italia sta per candidare all’Oscar è nei guai. Anche la piccola, remota, verdeggiante Linosa, sfondo dell’ultimo film di Emanuele Crialese, «Terraferma» di pace e accoglienza, ieri ha conosciuto una nuova storia. È successo questo: nella notte di giovedì sono sbarcati 30 tunisini da un minuscolo peschereccio con il motore in avaria. Ogni tanto capita. Sono migranti che sbagliano rotta e vanno a sbattere sullo scoglio sbagliato. La gente dell’isola, 380 residenti, è abituata. Il sindaco facente funzione (quello vero è il sindaco di Lampedusa) si sveglia, prende l’Ape e va a chiamare la titolare dell’unico minimarket. Poi Salvatore Ramirez offre dei kit preconfezionati, scarpe e magliette, acqua e biscotti, infine indica la strada: i 30 nuovi arrivati sono andati a dormire insieme ad altri 68 tunisini, già accampati nella palestra comunale. Però è stata una brutta notte. Forse hanno sentito per telefono che questi non sono giorni buoni per i cercatori di fortuna. Fatto sta che ieri pomeriggio alle due, quando hanno visto arrivare il traghetto Palladio – una nave di linea piena di cibo, turisti e parenti – hanno deciso che era venuto il momento di continuare il loro viaggio. Tutti insieme sono usciti dalla palestra e si sono incamminati verso il molo di Linosa. Sull’isola ci sono sei carabinieri. Il capitano della Palladio aveva già fatto lanciare le cime, quando ha ricevuto l’ordine di non attraccare. Troppo pericoloso. Situazione fuori controllo. Ne è scaturita una protesta furiosa: la prima. I residenti volevano abbracciare i loro amici, i tunisini volevano partire. Gente incatenata alle bitte per impedire al traghetto di allontanarsi. Urla, tensione. La Palladio immobile in porto, ma ancora lontano dal molo. Mentre i carabinieri di Lampedusa – avvisati dai colleghi – inviavano due motovedette. Ma servivano quasi due ore di navigazione. A Linosa tutti stavano chiedendo la stessa cosa: libertà di viaggiare. All’arrivo dei rinforzi, è stata presa una decisione inedita: la Palladio è stata fatta attraccare, turisti e parenti sono scesi, mentre i 98 tunisini sono stati imbarcati quasi come passeggeri normali (anche se a Porto Empedocle già stavano organizzando il servizio d’ordine).
Una giornata strana. Di brutti piccoli segnali. Ieri a Lampedusa si è battuto il record di assenze. Solo 31 immigrati nel centro d’accoglienza, trenta uomini e una donna. Ma a qualcuno non è bastato. Dopo la rissa di mercoledì sassi e bastoni contro i tunisini dove per la prima volta alcuni lampedusani sono passati dalla parte del torto (i carabinieri stanno studiando i filmati degli scontri), ieri notte un incendio doloso ha svegliato il paese. Sulla curva di via Lido Azzurro bruciava la Ford Fiesta di Cono Galipò. Ovvero l’auto dell’amministratore delegato della cooperativa che gestisce il centro di accoglienza dell’isola. «Più che spaventato sono inferocito – dice Calipò – ho sempre avuto un buonissimo rapporto con la popolazione di Lampedusa, diamo lavoro a 120 famiglie, mi è difficile capire». Tre dati non giustificano l’intimidazione mafiosa, ma raccontano bene cosa è successo a Lampedusa nella sua storia recente: 11 mila immigrati nel 2007, 34 mila nel 2008, 52 mila solo nei primi sette mesi del 2011.

Esempi di possibile elusione/evasione

Da Il Giornale.it
sabato 24settembre 2011
La bella vita del moralista.
(il Giornale.it: Moralisti d’Italia)
Ce­ne in ristoranti esclusivi con i pa­renti fatti passare per colleghi di la­voro. Taxi a gogò trasformati in ma­teriale di cancelleria. Scampagna­t­e all’estero con i familiari nelle ve­sti di improbabili docenti. Aldo Schiavone, giurista, professore di diritto romano, intellettuale appol­laiato sulla rive gauche, è nei guai. Dalle colonne di Repubblica tuona­va come Savonarola contro il de­grado del Paese, trascinato alla de­riva dal regime berlusconiano. Nel­la vita di tutti i giorni aveva cancel­lato la distinzione fra pubblico e privato. Fra soldi suoi e soldi della collettività. O almeno questa è l’idea che si è fatta la procura di Fi­renze. Il pm Giulio Monferini ha ap­pena chiuso una lunga indagine che coinvolge Schiavone e altre set­te persone, collocate in punti stra­tegici del sistema accademico ita­liano. In sostanza la cricca avrebbe gestito spensieratamente il dena­ro del contribuente: la gestione dis­sennata, fra assunzioni pilotate di amici degli amici e benefit masche­rati di vario genere, ammontereb­be a 3 milioni di euro. Una cifra im­pressionante se si tiene conto che il periodo incriminato è tutto som­mato breve, dal 2006 al 2009. E ri­guarda solo uno spicchio del mon­do degli atenei fiorentini. In parti­colare l’inchiesta si concentra su tre enti d’eccellenza: l’Istituto di studi umanistici, Isu; l’Istituto ita­liano di scienze umane, Sum; il Consorzio interuniversitario di stu­di umanistici.
Tre centri d’alta formazione che la mentalità comune colloca volen­tieri in un ambiente rarefatto. Lon­tano dal mondo, dalle sue peggiori consuetudini e dalle sue tentazio­ni. Invece, secondo la procura di Fi­renze, che agli indagati contesta a variotitoloilpeculato,l’abusod’uf­ficio, la truffa aggravata e il favoreg­giamento, andava in un altro mo­do. E Schiavone, ex direttore del­l’Isu e del Sum, sarebbe al centro di questa storia.
Ma dai e dai, il moralista e i suoi amici sono inciampati, sempre che le accuse reggano al vaglio del­l’udienza preliminare, nei loro ec­cessi. E nei loro lussi, mal mimetiz­zati. Le Fiamme gialle hanno mes­so insieme un libro intero di fattu­re, ricevute, scontrini irregolari. Milleecinquecento documenti contraffatti che aprono uno squar­cio su un catalogo di furbizie e de­bolezze. Siamo, saremmo, il condi­zionale è d’obbligo, dalle parti di quell’Italia che predica contro la deriva dei costumi dal pulpito del­l’indignazione ma poi, al riparo della propria reputazione, arraffa quel che può.
Sembra impossibile, ma lo Schiavone sotto accusa è lo stesso Schiavone che su Repubblica ha ar­tigliato con toni apocalittici il regi­me berlusconiano incupendosi per lo sfascio di un paese senza re­gole. «Una nazione in dissolvimen­to morale – pontificava a febbraio dell’anno scorso-ormai in balia di una disastrosa deriva di comporta­menti ». In un altro editoriale, inti­tolato addirittura «La politica co­me merce », Schiavone si esercita­va sul passaggio di alcuni deputati dall’opposizione alla maggioran­za di centrodestra per denunciare «qualcosa di più profondo, qualco­sa che attiene strutturalmente al berlusconismo». Ovvero, «l’idea della politica come merce, e non come regole e procedure; come semplice scambio e non come me­todo e come insieme di principi e valori non negoziabili». Alla fine di questo sottile ragionamento l’esi­mio professore tirava la sua sprez­zante conclusione sotto forma di domanda retorica: «Se si è abituati a pensare che tutto quel che conta ­­l’interezza delle nostre vite – passa attraverso il mercato, se tutto si può comprare e si può vendere in quanto ha il suo (giusto) prezzo, perché questo non deve riguarda­re anche l’ambito parlamentare?».
Chissà come commenterebbe Schiavone questa pagina di vergo­gna; ma, per il momento lo scanda­lo è in cortocircuito con il suo no­me prestigioso. La procura ha con­cluso il proprio lavoro: è stata rico­struita la mappa delle disinvolte spedizioni con mogli e parenti al se­­guito in Inghilterra, Turchia, Fran­cia, Stati Uniti. E sono saltati fuori rimborsi per missioni non previ­ste, indennità maggiorate, note spese firmate da docenti ignari pre­si di peso da Internet. Una serie di comportamenti inqualificabili. Il tutto mentre l’università si mobili­ta contro i tagli. I tempi sono grami, ma c’è chi trova il modo per rimpin­zarsi alla greppia dello Stato.

I "salvatori" della patria

Come al solito, commentare da moma con il proprio account-google e estremamente complicato, e allora ho pensato di pubblicarlo qui.
In riferimento al post di moma L’ampolla e l’unità d’Italia. Posso concordare con l’articolo di Vittorio Vidotto sulla presa di Porta Pia come atto finale che ha portato all’unità d’Italia, ma non posso certo concordare con la parte finale dell’articolo nel quale diventa il solito luogocomunista (inteso nel senso di declamatore di luoghi comuni), affermando che se la Lega facesse cadere il governo Berlusconi, farebbe un favore all’Italia e non solo alla Padania.
Secondo me costui non ha capito niente del momento attuale. Fortunatamente m’interesso anche di borse a livello mondiale e, vedendo come vanno le cose fuori dei nostri confini, posso dire che qui da noi con qualunque altro governo le cose non andrebbero certo meglio delle attuali. Se anche a lui piace correre dietro al gossip, anzichè alle cose concrete, o se crede che qualsiasi altro personaggio abbia la bacchetta magica per farci uscire da questa crisi mondiale, che si faccia pure avanti; ma con proposte appropriate; vedresti allora quanti asini cadrebbero.
A tal proposito consiglio anche la lettura dell’intervista al politologo di fama internazionale Giovanni Sartori, Punti di vista, nella quale il professore, a conclusione di un discorso iniziato bene, si butta anche lui in luoghi comuni contro Berlusconi, peraltro proponendo un governo di tecnici con a capo Mario Monti. E’ un povero illuso, Giovanni Sartori, se crede che costui possa risolvere problemi le cui origini vengono da fuori dei nostri confini nazionali.

L’ampolla e l’unità d’Italia

Lo scorso anno è stata celebrata a Roma, in maniera significativa, la presa di Porta Pia. Insieme, quasi a suggellare una riconciliazione sugli eventi, il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e il Segretario di Stato Vaticano, Cardinal Tarcisio Bertone. Autorità che non hanno mai partecipato, e forse mai parteciperanno, all’annuale raduno padano a Pian del Re, alle fonti del Po. E’ questa ipotetica differenza, e le polemiche sulla richiesta di un referendum leghista per una “secessione” a scatenare le ire dello storico Vittorio Vidotto, dell’Università di Roma ‘La Sapienza’. Vidotto, interpellato dall’AdnKronos, riferisce che “la presa di Porta Pia è il compimento dell’Unità italiana. E chi crede nei suoi valori non può che riconoscersi in questo evento. Un episodio della nostra storia molto diverso dal rito dell’ampolla della Lega che ha spazio soltanto sui giornali e non nella coscienza della maggioranza degli italiani“. Secondo lo storico, la breccia di Porta Pia “fu una grande battaglia simbolica. Una vicenda che fa parte della storia Roma, che rimane una doppia capitale. Finiva un’epoca per lo Stato ecclesiastico e, sebbene a fatica, cominciava un nuovo ruolo per la Chiesa giocato prevalentemente sul terreno spirituale. Dal rito dell’ampolla di Bossi invece non si sa ancora cosa discenderà. Al momento non mi sembra un fatto positivo per tutto il Paese. Se facessero cadere il governo Berlusconi – conclude Vidotto –farebbero un favore all’Italia e non solo alla Padania“.

Un progetto per l’Italia

L’aggressione mediatico giudiziaria contro Berlusconi, si è ora trasformata in una aggressione all’Italia che vede direttamente scendere in campo gli gnomi della finanza internazionale cui, evidentemente, non piace l’indipendenza e l’autonomia del nostro Governo.
Non piace, come scritto ieri, neppure che gli Italiani, grazie ai risparmi ed al loro patrimonio, possano godere di un tenore di vita superiore a quello delle altre nazioni che non beneficiano di tali risparmi privati.
Non piace la presenza di un Governo e di un Premier che non obbediscono ai diktat delle sovrastrutture affaristico-finanziarie mondiali.
Per tali motivi l’obiettivo è: abbattere Berlusconi con ogni mezzo e impoverire gli Italiani per renderli schiavi dei bisogni e delle necessità indotte da quella sorta di Spectre internazionale.
C’è chi lo capisce e quindi continua a sostenere Berlusconi e chi, invece, “più del buon senso potè l’odio” e si presta alle manovre antitaliane, anche contro il suo stesso interesse.
Ma questa è attualità e se uno non l’ha capita fino ad oggi, dubito che potrà mai arrivarci.
La Politica, però, è anche progettualità, è una visione della società come vorremmo che fosse e le tristi vicende di spionaggio sotto le lenzuola altrui, degne di perversi guardoni e non di colti intelletti, non devono farci dimenticare il traguardo (di tappa).
La proposta politica formulata all’atto della discesa in campo di Berlusconi è tuttora la più valida, perché è l’unica fondata sulla Libertà individuale, su quella economica, sull’arretramento dello stato dalle nostre vite e dalle nostre tasche e su una concezione valoriale che dia forza alla società e non che la indebolisca rendendola facile preda delle invasioni esterne perché quando si indebolisce la struttura morale di una società è tutta la società che è destinata a crollare.
Per quanto sia, quindi, i Governi Berlusconi:
Non hanno legalizzato l’eutanasia;
Non hanno ceduto sulla manipolazione genetica;
Non hanno elevato alla dignità di legge i capricci degli omosessuali;
Non hanno liberalizzato la droga neppure quella che gli abrogazionisti chiamano erroneamente “leggera”
Non hanno riconosciuto cittadinanza e voto agli immigrati peggiorando la attuale legislazione in merito.
E’ poco ?
E’ tanto ?
E’ sicuramente più di quello che hanno ottenuto in altre nazioni occidentali.
Sono Valori dai quali non possiamo prescindere per costruire una società che progredisca nel benessere e nella sicurezza, come non possiamo prescindere dalla ricchezza dei singoli cittadini in campo economico.
Una ricchezza che si accresce con la libertà economica, di mercato, con l’abbandono di posizioni assistenzialiste che sono solo dei capitoli di spesa idonei a creare clientele e corruzioni.
Meno tasse per tutti, quindi, resta lo slogan al quale rifarsi, perché meno tasse (per tutti) significa meno stato, meno spese pubbliche, meno sprechi e più libertà, più denaro a disposizione dei singoli per spenderlo in quel che interessa i singoli e ben difficilmente le spese “collettive”, ancorchè non fossero fondate su clientele o corruzione, possono soddisfare le esigenze di tutti e non solo di una parte che beneficerebbe anche dei soldi prodotti da quanti non fruiscono di tali spese.
Tutto ciò è esattamente il contrario di quel che realizzerebbe la sinistra che guarda la passato, alle clientele, al pubblico, all’assistenzialismo fine a se stesso.
Non dimentichiamoci che, alla base del sostegno a Berlusconi e al Centro Destra c’è un progetto di società ben difforme, direi “distinto e distante”, dalle nebulose e oscure idee della controparte politica.

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La residenza rivierasca della Regina Margherita

Bordighera è un angolo di  quiete del Ponente Ligure, situata tra cielo, mare e immersa in una vegetazione rigogliosa che mescola quella mediterranea di pini, lecci, olivi, cipressi,  pittospori, mimose,   a quella tropicale. Già territorio di sperimentazione botanica a cura di  agronomi e naturalisti inglesi e tedeschi grazie alla mitezza del suo clima,  vi sono state  trapiantate fin dall’antichità,  specie di alberi come il ficus magnolia che ha dimensioni davvero colossali, il banano, l’albero del pane, l’avocado, l’albero del pepe, palmizi di ogni varietà,  ecc.
Monet transitò e soggiornò da queste parti per cercare, lui uomo del Nord, i colori caldi del Mediterraneo.  Come pure l’impressionista e vedutista  lombardo Pompeo Mariani che ha lasciato qui, la sua magione,  una sua fondazione e il suo grande atelier.  
Bordighera dipinta da Claude Monet
Qui a Bordighera svetta candida tra rigogliosi alberi secolari, la dimora incantata della Regina Margherita di Savoia, moglie di Umberto I, lungo l’elegante Via Romana che segue il percorso dell’antica Julia Augusta. Questa prestigiosa residenza  fu edificata tra il 1914 e il 1916 per volere della sovrana che  amava trascorrrervi la stagione invernale.  Vi  morì infatti nel 1926. La terrazza con una stupenda vista panoramica spalancata sulla baia di  Bordighera, è già in sé un vero capolavoro dove natura e arte si intrecciano indissolubilmente..
Tra le sale della storica villa si dipana il percorso permanente, teso a ricostruire l’atmosfera seducente di una dimora d’epoca. Ricordo che la regina Margherita possedeva altre importanti dimore a Venaria,  Gressoney, Aglié, a Napoli e a Roma. Grazie ad un sapiente restauro sono stati recuperati anche stucchi, tempere, parquet e vetrate artistiche originali. Di grande bellezza gli affreschi in cui la Regina amava far rappresentare,  agli angoli dei soffitti, proprio le sue fiabesche ville sabaude sparse per l’Italia. Il bagno di Margherita (interamente restaurato con grande dispendio di mezzi) reca il celebre decoro a nido di vespa nella piastrellatura e in ogni rombo intarsiato in oro compare una piccola “margherita”, un vezzo che amava ripetere anche nel decoro dei soffitti e delle pareti. Anche tra le suppellettili preziose, colpisce una grande margherita in peltro, quasi un’autocitazione.

I primi piani della Villa sono dedicati alla Regina e ai suoi celebri ritratti  con le immancabili collane di perle (ne sfoggiava di lunghissime e  con molti fili) ed orecchini in parure. Tutti i gioielli della regina sono conservati in copia nel castello di  Racconigi in provincia di Cuneo. Quelli originali invece, pare siano situati nel caveau della Banca d’Italia (oggi Bankitalia). Ma qui si aprirebbero vari punti interrogativi sulla loro proprietà:  i gioielli della Corona sono  ancora dello stato italiano? E perchè Bankitalia non li espone al pubblico nella loro autenticità e splendore?

Nei piani successivi si accede all’esposizione permanente di opere (prevalentemente del 600 e 700, ma non solo) della collezione Terruzzi,  un famoso mecenate milanese, adibendo la Villa a polo museale e culturale: oltre 1200 i pezzi esposti, tra cui tavole  a fondo oro del  ‘330  400, nature morte italiane e straniere del periodo compreso tra il 1500 e il 1800, importanti nuclei di dipinti del ‘600 e ‘700 rappresentativi di diverse scuole italiane , preziosi arredi e collezioni uniche di porcellane di Sèvre.

Il ratto di Proserpina (Luca Giordano)
Tra le opere di scuola napoletana (una scuola assai cara alla Regina, grande amante ed estimatrice delle arti figurative) oltre alle tele di Luca Giordano, che decorano le pareti con tutto il vigore di questo artista, anche i dipinti di Paolo De Matteis, Francesco De Mura e Giuseppe Recco. Altri fulgidi esempi della scuola emiliana sono invece costituiti da Il ritrovamento di Mosé e L’Adorazione dei Magi.
Alcuni dei pezzi più suggestivi della quadreria li troviamo al primo piano, nella sala destinata all’alloggio per i membri della famiglia reale: un Cristo alla colonna di scuola caravaggesca e un’Adorazione dei pastori del giovane Jusepe de Ribera detto Lo Spagnoletto.

In tutte le sale, pezzi d’arredo preziosissimi, arazzi, tappeti, poi  porcellane orientali, bronzi, argenti, ceramiche tra le quali spicca per numero di eccelsa qualità il celebre servizio Minghetti, realizzato nel 1888 per il Duca di Montpensier Antoine d’Orléans.

Villa Regina Margherita  è stata acquisita nel 2009 dall’Amministrazione Provinciale di Imperia e della Città  di Bordighera nonchè dalla Regione Liguria che in quello stesso anno siglarono insieme, un accordo con la famiglia Terruzzi, dando avvio ai lavori di restauro, con l’intento di realizzarvi un polo museale. Ovviamente non mancarono i contributi delle solite banche. E’ stata certamente un’operazione di grande valenza ed impegno, tesa a ridare splendore ad un importante bene architettonico, oltre che a valorizzare e rendere accessibile al pubblico una parte consistente della collezione della famiglia Terruzzi. Ma la sottoscritta si chiede fino a che punto sia giusto, pur nella bellezza e nell’incanto delle cose visitate,  snaturare la storicità della villa sabauda, per farne un contenitore (ancorché prezioso)  che rimescola varie ere e varie scuole pittoriche –  in un’offerta turistica del territorio ligure, seppur di altissimo livello. E qui apro una parentesi sulle nuove concezioni “museali” che tendono a  mescolare e a creare contaminazioni tra l’antico e il moderno. Ma questo è un’altra storia e magari un altro post.

Qui, altri articoli sulla Villa: http://www.mondointasca.org/articolo.php?ida=20796

La dimora sovrana

Hesperia