Affarismi

(foto di Angela Acerboni)
http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50233133

Nella foto, del giugno 2011, ai piedi di quella scia bianca, ricordo di una frana avvenuta anni addietro a Bindo, frazione di Cortenova, si può vedere anche il paese di Margno. Siamo in Alta Valsassina, in provincia di Lecco, terra menzionata di recente sul Giardino delle Esperidi per un romanzo storico di Antonio Balbiani. A Margno nel 1979 pare abbia mosso i primi passi della sua folgorante carriera politica Antonio di Pietro, leader dell’Italia dei Valori.

A suggellare le alte vette raggiunte dal personggio, La Storia siamo noi, programma educativo della Rai, diretto da Gianni Minoli, recentemente gli ha perfino dedicato una biografia, di quelle da conservare, come dice pure la testata della pagina; eppure di quel breve periodo trascorso a Margno, come segretario comunale, nessuna traccia nella biografia; notizie che invece sarebbe utile conoscere da parte di una biografia completa che si rispetti, anche perchè quel periodo faceva già parte dei primi momenti della sua vita pubblica. Comunque sia, la biografia messa assieme dalla Rai stride parecchio rispetto a quanto pubblicato da Fabio Facci nell’articolo di tre puntate apparso su Libero. Le vicende, narrate in maniera condensata in 17 punti, sembrano più quelle di uno spregiudicato faccendiere, che non quelle di un padre fondatore di partito, nel cui stemma troneggia la scritta: Italia dei valori.
Ripresi dal blog di Pensiero Verde pubblico il testo dei 17 punti:

1) Di Pietro nel 1999 acquista due appartamenti tra loro adiacenti a Busto Arsizio – diverranno uno solo – per complessivi 370 metri quadri. Costo: 845.166.000 lire. Di Pietro ha sostenuto di averli rivenduti nel 2004 per 655.533,46 euro. 2) Di Pietro, nello stesso anno, 1999, acquista un bilocale a Bruxelles di 80 metri quadri. Costo: 204 milioni di lire 3) Di Pietro il 3 gennaio 2002 acquista un appartamento a Roma, in via Merulana, di 180 metri quadri. Costo: circa 400.000 euro. È dove vive durante i soggiorni romani. Il 18 novembre 2002 risulta emessa una fattura di 7200 euro relativa a «Lavori per vostro ordine e conto svolti nella sede sociale di via Merulana 99 Roma, imbiancatura e stuccatura pareti, riparazione idraulica». La fattura non è intestata a Di Pietro, ma a «Italia dei Valori, via Milano 14, Busto Arsizio, Varese». È la vecchia sede del partito. Di Pietro ha sostenuto su «Libero» il 9 gennaio 2009: «A Roma sono proprietario dell’appartamento di via Merulana ove abito quando mi reco lì per ragioni legate al mio lavoro di parlamentare. L’ho comprato prima dei rimborsi elettorali, nel 2001, per 800 milioni di vecchie lire». Ha sbagliato l’anno: l’acquisto è del 2002, quando già percepiva gli odiati rimborsi elettorali. 4) Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, il 19 marzo 2003 acquista o diviene proprietario con sua moglie Lara Di Pietro – è il cognome da nubile, si chiama Di Pietro anche lei – di un attico di 173 metri quadri a Montenero di Bisaccia. Costo: circa 200.000 euro. Antonio Di Pietro ha sostenuto che suo figlio l’ha acquistato grazie alla vendita di un immobile posseduto a Curno, ma dell’operazione, così come descritta, non risulta per ora traccia catastale. 5) Di Pietro il 28 marzo 2003 acquista un appartamento a Bergamo in via dei Partigiani, in pieno centro, di 190 metri quadri. Nello stesso giorno la moglie Susanna Mazzoleni compra un monolocale di 48 metri situato sullo stesso piano. A ciò si aggiungono due cantine e un garage. Costo stimato: tra i 700 e gli 800.000 euro. 6) Di Pietro il 1° aprile 2003 costituisce la società Srl An.To. Cri. (dalle iniziali dei suoi tre figli Anna, Toto e Cristiano) con sede a Bergamo in via Ghislanzoni. Capitale versato: 50.000 euro. Socio unico: Di Pietro. L’anno dopo, nel 2004, si aggiungeranno i consiglieri Silvana Mura e Claudio Belotti. Obiettivo non dichiarato: gestione immobiliare. Di Pietro è quindi a capo dell’associazione privata Italia dei Valori, del partito Italia dei Valori e di questa società di gestione immobiliare. Las Mura lo segue a ruota. 7) Di Pietro il 24 luglio 2004 manda a casa il socio Mario Di Domenico dall’associazione privata Italia dei Valori e lo sostituisce con la moglie Susanna Mazzoleni. A gestire l’intero finanziamento pubblico del partito Italia dei Valori sono quindi i coniugi più Silvana Mura. Si parla di rimborsi per 250.000 euro nel 2001, 2 milioni nel 2002, 400.000 euro all’anno dal 2001 al 2005 e 10.726.000 euro nel 2006. Quasi 20 milioni di euro totali aggiornati all’anno 2007. 8) La An.To.Cri. (cioè Di Pietro, Mura e compagno) il 20 aprile 2004 acquista un appartamento a Milano, in via Felice Casati, di 188 metri quadri. Costo: 614.500 euro. Subito dopo l’acquisto, la società affitta l’appartamento al partito dell’Italia dei Valori per 2800 euro al mese, cifra che va a coprire e superare la rata mensile del mutuo che intanto è stato acceso dalla stessa An.To.Cri. Antonio Di Pietro cioè affitta ad Antonio Di Pietro e Silvana Mura versa soldi a Silvana Mura: i soldi sono sempre quelli del finanziamento pubblico. In concreto significa che Di Pietro, cioè la An.To.Cri., con il denaro pubblico del partito, cioè dei contribuenti, compra casa per sé. 9) La An.To.Cri. il 7 giugno 2005 acquista un appartamento a Roma, in via Principe Eugenio, di 235 metri quadri. Costo: 1.045.000 euro. Subito dopo la società ripete l’operazione milanese: affitta l’appartamento al partito per 54.000 euro annui, che coprono il mutuo acceso nel frattempo. Di Pietro acquista e affitta a se stesso: ma con soldi pubblici. In seguito di articoli di stampa e interpellanze parlamentari che scopriranno l’altarino, Di Pietro nel 2007 deciderà di vendere l’immobile a 1.115.000 euro. Il giochino però continua tranquillamente per l’appartamento milanese di via Casati. A tutt’oggi. 10) Susanna Mazzoleni il 23 dicembre 2005 acquista un appartamento di metratura imprecisata a Bergamo in via del Pradello, in centro.
Nello stesso giorno e nella stessa città e nello stesso stabile acquista un appartamento di 90 metri. Costo complessivo: 400 o 500.000 euro.11) Di Pietro il 16 marzo 2006 acquista un appartamento di 178 metri quadri a Bergamo, in centro, in via Antonio Locatelli. Costo: 261.661 euro, un incredibile affare regalato dalla cartolarizzazione degli immobili dell’Inail. L’acquisto in precedenza era stato condotto per conto di Di Pietro dal citato Claudio Belotti, il citato compagno di Silvana Mura, e l’aggiudicazione era passata attraverso un ricorso al Tar e un altro al Consiglio di Stato. Anche qui si ripete il giochino: Di Pietro affitta l’appartamento al partito Italia dei Valori, cioè a se stesso, che lo ripaga con soldi pubblici.12) Di Pietro il 6 aprile 2007 acquista una masseria a Montenero di Bisaccia posta di fronte a quella dov’è nato e che pure gli appartiene. Costo comprensivo di 2 ettari di terra: 70.000 euro per l’acquisto e circa 150.000 per la ristrutturazione. Gestisce l’operazione un’immobiliare del posto che si chiama Di Pietro: nessuna parentela, ma il proprietario è stato consigliere provinciale dell’Italia dei Valori. 13 ) Di Pietro nel 2007 procede alla totale ristrutturazione della masseria di Montenero che il padre Giuseppe gli ha lasciato in eredità negli anni Ottanta. L’ampliamento, sino a 450 metri quadri, prevede una spesa non inferiore ai 300.000 euro. Nella stessa zona, Di Pietro possiede 33 «frazionamenti», ereditati o acquistati da parenti e familiari, per complessivi 16 ettari. I suoi terreni confinano inoltre con quelli che la sorella Concettina ha ricevuto a sua volta in eredità dalla famiglia.
La recente iscrizione di Antonio Di Pietro all’albo degli imprenditori agricoli gli consente, nelle transazioni immobiliari, di scalare le tasse, scendendo dal 20 per cento anche fino all’1. 14) Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, nel 2007 acquista due lotti di terreno totalmente edificabile di 700 metri quadri a Montenero di Bisaccia, valutabili in una villa di 500 metri quadri posta su due livelli. Costo del terreno: 150.000 euro. 15) Di Pietro nel 2008 acquista un appartamento a Milano, in piazza Dergano, di 60 metri quadri. Costo: da 250 a 350.000 euro. 16) Susanna Mazzoleni, lo ricordiamo per completezza, nel 1985 acquistò una casa con giardino a Curno (Bergamo) in via Lungobrembo. Costo del rudere prima di ristrutturarlo: 38 milioni di lire. La storia di quel rudere l’abbiamo raccontata nella prima puntata. 17) Antonio Di Pietro nel 1989, proprio affianco e sempre a Curno in via Lungobrembo, acquistò una villetta a schiera dove visse per qualche tempo suo figlio Cristiano, che in precedenza risultava locatario – irregolare, perché ogni forma di subaffitto era proibita – nel famoso appartamento milanese di via Andegari affittato dal Fondo pensioni Cariplo del socialista inquisito Sergio Radaelli. In una lettera a «Libero», sempre il 9 gennaio 2009, Di Pietro ha precisato che la villetta a schiera di via Lungobrembo è stata «acquistata alla fine degli anni Ottanta e quindi per definizione con soldi non del partito». È vero. I soldi infatti erano dell’inquisito Giancarlo Gorrini (condannato per appropriazione indebita) e corrispondevano al famoso «prestito» di 100 milioni cui si aggiunsero i 100 prestati da Antonio D’Adamo al quale pure Di Pietro si era rivolto parlando dell’acquisto di una casa. Poiché Di Pietro non l’ha scritto, si indica anche il prezzo della villetta: 150 milioni di lire. Ne abbiamo parlato nella seconda puntata.
Ora: i cosiddetti conti della serva andrebbero sempre evitati. Ci sarebbe da conoscere con maggior precisione i prezzi degli immobili, quelli delle ristrutturazioni, il giochino dei mutui e degli autoaffitti, senza contare ciò che non si conosce. Ci sarebbe poi da sapere o da chiarire – perché Di Pietro non l’ha chiarito, non ritiene di doverlo fare, benché personaggio pubblico – il suo possibile ruolo di capofamiglia negli acquisti di case e di terreni da parte dei figli e della moglie. Susanna Mazzoleni è un avvocato benestante, ma il figlio Cristiano è un consigliere provinciale che cominciò a comprare case quando aveva lo stipendio di poliziotto. E comunque fare conti nelle tasche altrui comporterebbe anche il conoscere il tenore di vita di un nucleo complessivo che comprende una coppia, tre figli e un’ex moglie. Pur generica, l’opinione di Di Pietro in merito è stata questa: «Alcuni giocano, altri speculano, altri evadono le tasse e altri ancora girano il mondo o se la godono e si divertono. Io ho preferito e preferisco fare la formichina come mi hanno insegnato i miei genitori». Tuttavia, secondo il il 740 dipietresco dal 1996 a oggi, ha guadagnato in tutto 1 milione di euro netti e ne ha dichiarati circa 200.000 l’anno. Al milione vanno aggiunti i circa 700.000 euro ottenuti dalle querele che ha sporto (e vinto) nonché 954.317.014 lire (praticamente un miliardo) incassati per una donazione della contessa Malvina Borletti una decina di anni fa: soldi che dovevano servire per attività politiche – espresso desiderio della contessa – ma che Di Pietro utilizzò per comprarci delle case. Comunque la si metta, alla luce del giro immobiliare di cui sopra, i conti faticano a tornare 

Certe utili notizie taciute

Scade il 30 settembre la presentazione della dichiarazione in cui si dichiara il proprio scaglione di reddito, in assenza del quale verrà automaticamente applicato il ticket più elevato per farmaci, prestazioni sanitarie e visite mediche. Bisogna rivolgersi ai CAF per l’autocertificazione ISEE, il cui supporto è gratuito (almeno quello!). Prelevo la notizia dal blog la  La pulce di Voltaire , dato che la stampaglia di regime è in tutt’altre faccende affaccendata . Questa è una delle novità della manovra finanziaria di agosto, passata sotto silenzio e poco (o niente) pubblicizzata. Forse perché  la gente colpevole di non essere stata informata, pagherà automaticamente con lo scaglione massimo, faccendo incassare la burocrazia di stato. I giornali non funzionano, la tv nemmeno. E allora dico anch’io W WERDI (W il Web re d’Italia).  Qui tutti gli  aggiornamenti della notizia. Conviene chiedere ai Caf, può darsi che la faccenda della  rigidità  della scadenza sia rientrata, ma una telefonata  in più fa dormire tranquilli.

Se fosse vero sarebbe da fermare

Ieri ho commentato la discesa in campo della Marcegaglia.
Ho ipotizzato un programma parametrato a quanto scrive il Sole 24 Ore da alcuni mesi e ho espresso la mia sostanziale condivisione sul piano economico, ma fortissimi dubbi sulle gambe che dovrebbero promuoverlo e le contropartite utili a tacitare la sinistra.
In sospeso c’era la questione della patrimoniale.
Leggendo quindi i giornali di oggi e il Sole degli ultimi tre giorni, vedo che Marcegaglia vorrebbe una “piccola tassa sul patrimonio da inserire nell’Irpef” (secondo il Sole).
Posso starci, ma solo per azzerare il debito pubblico e dopo che:
1) Siano stati chiusi tutti i rubinetti della spesa;
2) Siano stati venduti i beni dello stato
3) Siano stati privatizzati gli enti posseduti dallo stato (a cominciare dalla Rai)
4) Sia divenuta legge una totale liberalizzazione delle professioni, arti, attività commerciali
5) Sia stata ridotta ad una flat tax residuale l’imposizione fiscale diretta.
Solo dopo che tutto ciò fosse diventato legge dello stato e, soprattutto, realtà, ove ci fosse ancora un debito pubblico sarei disponibile a contribuire una tantum per il suo azzeramento.
Leggo, invece, che si vorrebbe tassare con lo 0,15% il patrimonio degli Italiani.
E’ esattamente la proposta di Amato, anzi peggio.
Amato (e Profumo senza dare numeri con la sua saggezza da ex manager bancario) ipotizza una supertassa da trentamila euro per venticinque milioni di Italiani.
Non ci viene detto se la prima casa o i titoli di stato entrerebbero nel conto.
Ma poiché leggo sempre più spesso che “bisogna rilanciare gli affitti”, criticando in pratica il fatto che l’85% degli Italiani possiede la propria casa, non vorrei che la nostra abitazione tornasse al centro del mirino.
Se fosse vero quello che si legge, Marcegaglia dovrebbe essere fermata, perché la sua proposta agli Italiani, il futuro che ci regalerebbe, sarebbe: più poveri e senza un tetto.

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Dioniso, la fabbrica del malessere sociale

Nel 2009 le edizioni Effedieffe hanno pubblicato un saggio di Michael Jones, Il ritorno di Dioniso, che disegna, con puntualità e ricchezza di riferimenti, le strade percorse dall’ideologia anarchica per salire nel palazzo del potere culturale e realizzare, dall’alto, i più bassi desideri degli effervescenti, degli sconvolti e dei malvissuti da salotto.

La ricostruzione dello storico viaggio compiuto dall’utopia anarchia è uno strumento di analisi più che prezioso indispensabile a chiunque intenda capire e affrontare seriamente la mostruosa alleanza del salotto buono con il disordine mentale e il teppismo di massa.

La rivoluzione culturale oggi in atto davanti allo sguardo del clero disorientato e/o compiacente e della destra ignara e/o frastornata, è il collettore-vettore degli spurghi rivoluzionari e reazionari dell’Ottocento e del Novecento. Una vivente antologia degli errori abbacinanti e delle tanatofile devianze in discesa dalla cultura dei lumi al lumicino.

La paradossale vicenda neo-rivoluzionaria iniziò dall’incontro di Wagner e Bakunin, un musicista d’avanguardia e un aristocratico rapito dal desiderio di far regredire l’umanità. Era il 1949, e stava trascorrendo la prima metà del secolo incoronato dall’alta e fremente stupidità. L’utopia era nuovamente in libera circolazione, le scimmie di Rousseau erano nuovamente salite sulle spalle dei pensatori all’avanguardia.

Nel 1849 Michail Bakunin, nobile russo infatuato dalla filosofia hegeliana, si trovava a Dresda, per approfondire e diffondere le sue convinzioni anarchiche. A Dresda risiedeva anche il libertino Richard Wagner, musicista che andava incontro ai gusti generati dall’irrequietezza serpeggiante nelle classi alte.

L’incontro dei due rivoluzionari di classe, produsse la scintille di una rivoluzione inedita, quasi prefigurazione di quella rivolta studentesca, che sarà accompagnata dai fracassi musicali raccomandati dal francofortese Theodor Wiesengrund Adorno.

La musica di Wagner accompagna la rivoluzione proletaria che entra nel teatro della borghesia. Mentre la rivoluzione di Marx avanza sulla via al gulag e alla catastrofe, la rivoluzione musicante di Wagner abbandona i sogni di Bakunin e prepara quella perfetta macchina del delirio oggi in perfetta funzione sotto lo scrosciante applauso delle università oscurantiste e delle parrocchie sgangherate dalla filosofia di Maritain e dalla teologia di Rahner.

La mente di Wagner ha infatti partorito i simboli estremi del disordine morale: Sigfrido, l’eroe generato dall’incesto, l’amoroso suicidio di Tristano e Isotta, gli adulteri ideali.

L’esaltazione della morale invertita accese l’anima di un inquieto filologo, Friedrich Nietzsche, che nella musica di Wagner udì il richiamo della foresta primitiva, infestata dal delirio omicida della baccanti. Il dionisismo di Nietzsche sorpassò l’utopia comunista, proponendo un’umanità senza ragione e senza legge.

Nietzsche ha preparato la cultura che nel Sessantotto insorgerà contro la ragione, incarnata (Marcuse dixit) nella filosofia del fascista Aristotele. Cultura degnamente celebrata dal frastuono infernale eseguito da bande drogastiche.

Ad opera di Nietzsche l’anarchismo si rovesciò nella destra elucubrante intorno agli uomini superiori. Al seguito dei nicciani di Francoforte gli eredi degli uomini superiori – i banchieri, gli industriali, i politicanti, i professionisti strapagati – si rovesciarono in una imitazione dell’ultrasinistra. Nel perfetto oscuramento della ragione svanirono i tradizionali paletti e le ragioni dei servi furono allegramente cavalcate dai figli dei padroni. Con loro la rivoluzione si mise in marcia verso i traguardi del decadentismo: sesso in ogni direzione, vacanza e sballo.

La commedia delle parti è tuttora in scena per suscitare lo stupore e l’applauso del clero progressista e della destra appiattita sulle letture nietzschiane. E per produrre i malesseri della società, lo spettacolo gradito dalla finanza iniziatica e strozzina.

Solo la verità può liberarci dall’impostura salottiera. La via d’uscita dall’incantesimo demenziale suscitato dal sessantottismo passa per la faticosa informazione e per l’attenta lettura dei testi sacri della rivoluzione salottiera. Il clero deve destarsi dai sogni ispirati dall’anacronistico progressismo. La destra deve finalmente leggere le pagine in cui Nietzsche dichiara senza ritegno la sua appartenenza al partito del delirio e della dissoluzione.

Piero Vassallo

Un sindaco per Genova

Suggestiva l’ipotesi vagheggiata da Il Giornale edizione genovese e dai suoi lettori di un “sindaco – bambino” per Genova. Un sognatore idealista, che ami questa città visceralmente e metta da parte per essa prevenzioni ideologiche e partitiche, chiusure passatiste e conservatorismi. D’altro canto, prontamente avete richiamato il grande Pertusio, storico Sindaco con la S maiuscola, sognatore si, ma saldo pragmatico pure. Una sorta di immaginifico appassionato con i piedi ben saldi per terra. Un bambino dal talento precoce, dunque, e dalle straordinarie doti di carattere. Il massimo, in sostanza, che possiamo augurarci noi poveri zenezi afflitti da decenni di mediocri o ideologizzate figure. Ma esiste un personaggio simile nel centrodestra genovese o nella cosiddetta “società civile” che sia pronto a candidarsi? Passiamo in rassegna le possibilità a disposizione. Il PDL annovera tra le sue fila ameno tre potenziali candidati validi: Roberto Cassinelli (diplomatico e pacificatore), Raffaella Della Bianca (combattiva e diretta), Matteo Rosso (gran lavoratore e grintoso). Purtroppo però, il partito in questione attraversa un periodo assai travagliato e l’immagine degli azzurri è decisamente al minimo storico. Candidare un uomo/donna di partito significherebbe quasi sicuramente mandarlo al macero della sconfitta predestinata. E’ amaro constatarlo ma il realismo suggerisce di aprire gli occhi senza mentire a noi stessi. La Lega, invece, sfoggia un Edoardo Rixi in gran spolvero (giovane e intelligente). Ma, anche qui c’è un ma, il marchio Lega (per gli stessi motivi di cui sopra e per la scarsa forza della Lega in città) e alcune battaglie condotte dal suddetto, ne assottigliano, a parere di molti l’appeal elettorale. Non so se condividere, comunque questa è la vox populi. Passiamo allora a considerare i candidati provenienti dal mondo imprenditoriale cittadino: tanti sono stati interpellati, tanti si sono defilati, ultimo Beppe Costa, patron dell’acquario. Segno ulteriore di un timore diffuso ad esporsi in una campagna elettorale difficilissima, col simbolo PDL sulla schiena. Per altro, dopo le candidature sfornate dal centrodestra negli ultimi anni (Musso, De Martini) se fossi tra i maggiorenti del partito berlusconiano mi guarderei assai dal puntare su altri cani sciolti votati all’individualismo e senza garanzie di appartenenza politica. In sintesi, alla fine di questo repertorio non siamo messi bene. Restano fuori però da questa rassegna numerosi attivisti che negli ultimi mesi hanno dato vita a movimenti autonomi e ad iniziative validissime sul territorio. Gente che si è rimboccata le maniche e non è stata a guardare il declino con gli occhi bassi. Molti fra costoro fanno parte del gruppo di volenterosi riuniti dal Giornale in alcune recenti riunioni. Si tratta di uomini che hanno maturato una significativa sensibilità politica e provengono dal mondo associativo, imprenditoriale, culturale, spesso dotati di personalità e passione indefessa, capaci dunque di gettarsi nell’agone senza tema. Perché il PDL non si decide ad attingere a quella prosperosa fonte? Forse teme l’emergere di un sognatore? Oppure non vuole aprirsi alla novità contraddistinta da questi movimenti? Non vuole neanche provare a vincere e rinuncia in partenza dando Genova per spacciata? Eppure è proprio dal basso che il centrodestra deve risorgere, magari con una figura nuova, energica e preparata, che, alla testa di una lista civica e sostenuta dall’esterno dai partiti, sia in grado di catalizzare anche i tanti scontenti, astensionisti, delusi dalla politica. Magari di andare al ballottaggio e diventare Sindaco! Io credo che sia giunto il tempo di ricompattare il centrodestra genovese, piantarla con il basso profilo e i piagnistei ed entrare a piedi uniti sulle caviglie del centrosinistra mal governante. Altro che fioretto e opposizioni lacrimose: è l’ora di gente nuova, di un sognatore pragmatico che indossi la corazza e impugni la spada. Spesso, l’uomo giusto si trova nel cortile di casa ed è un errore lanciare sguardi troppo lontano: la distanza inganna…..

MAURIZIO GREGORINI

Per la serie "senti chi parla": la meritocrazia secondo Ale-Danno

Il sindaco pro tempore della capitale, Ale-Danno, ha tenuto a farci sapere che in futuro non ci saranno più “casi Minetti”. Per chi non lo sapesse, Nicole Minetti è l’igienista dentale del premier nonché sua presunta tenutaria di bordello, inserita all’ultimo minuto nel listino bloccato di Roberto Formigoni per non meglio specificati meriti. Una manovra che tra l’altro pare sia stata all’origine del caos-liste che rischiava di far saltare la scontata rielezione del pupillo di CL. Nel PDL prossimo venturo non accadrà più che persone vengano calate dall’alto senza particolari meriti, stando a quanto dice Ale-Danno. Peccato però che il futuro ex sindaco dell’Urbe predichi bene e razzoli male. Nella regione Lazio, tra gli eletti nel listino bloccato (1) della governatrice Polverini, figura niente di meno che tale Isabella Rauti, la consorte del futuro ex sindaco della capitale.

Quando si fanno le prediche, il pulpito da cui esse provengono è estremamente importante. Se le critiche di Ale-Danno al metodo-Minetti sono da un lato condivisibili, dall’altro fanno sorridere se si pensa che la moglie del suddetto siede comodamente nel consiglio regionale laziale, senza manco aver preso il becco di una preferenza.
Caro Ale-Danno, coerenza prima di tutto, coerenza. Se vuoi che le tue parole suonino credibili allora fai dimettere tua moglie dal consiglio regionale del Lazio, tanto non mi sembra che un super-stipendio in meno incida poi così tanto sul bilancio di casa Ale-Danno.
(1) In sostanza sono gente che viene eletta automaticamente in liste bloccate. Il “Trota” perlomeno s’è andato a prendere le sue 12mila preferenze, lady Ale-Danno e la Violetta del 2000 invece non han nemmeno dovuto faticare in quel senso essendo in una lista bloccata collegata al candidato vincente

cose che so su Di Pietro.

È una cosa da malati, lo so, ma altri ci avrebbero già fatto sette/otto libri.
Quella che segue è una seria e particolareggiata ricognizione in tutte le cialtronate di cui Antonio Di Pietro – a proposito di cricche – si è reso magnifico protagonista in passato. È tutto ultra-verificato. L’ho pubblicato su Libero in tre puntate. Soltanto per malati. Ma è tutto verissimo.
Antonio Di Pietro ha sempre avuto avuto un debole per case e casette. Il problema, allora come oggi, è chi fosse a pagarle. L’allora magistrato, dalla fine degli anni Ottanta ai primi anni Novanta, giostrava tra quattro o cinque domicili: il primo lo pagava la moglie, ed era il cascinale di Curno; un secondo lo pagava una banca, ed era l’appartamento di Milano dietro Piazza della Scala, affittato a equo canone dal Fondo Pensioni Cariplo; un terzo lo pagava l’ex suo inquisito Antonio D’Adamo, che gli mise a disposizione una garçonnière dietro piazza Duomo fino al 1994; un quarto appartamento, a Curno, affianco al suo, lo stava finalmente pagando lui: ma coi famosi 100 milioni «prestati» dall’ex inquisito Giancarlo Gorrini. Ci sarebbe anche un quinto domicilio, a esser precisi: Antonio D’Adamo, che al pari di Gorrini gli prestò altri cento milioni, gli mise a disposizione anche una suite da 5-6 milioni il mese al Residence Mayfair di Roma, dietro via Veneto: questo dal 1989 e per almeno un anno e mezzo. Quest’ultimo fa parte del pacchetto di sterminati favori (soldi, auto per sè e per la moglie, incarichi e consulenze per moglie e amici, impiego per il figlio, vestiario di lusso, telefono cellulare, biglietti aerei, ombrelli, agende, penne, stock di calzettoni al ginocchio) che il duo D’Adamo-Gorrini ebbe a favorirgli via via; nulla di penalmente rilevante, sentenziò incredibilmente la Procura di Brescia una decina di anni fa: comportamenti che tuttavia avrebbero senz’altro comportato delle sanzioni disciplinari se Di Pietro non si fosse dimesso da magistrato. A esser precisi: «Fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare», recita una sentenza di tribunale, rimasta insuperata, in data 29 gennaio 1998.
Ma anche i retroscena di acquisti immobiliari all’apparenza normali, come quello della casa di Curno dove l’ex magistrato risiede tutt’ora, rivelano come Di Pietro fosse già Di Pietro.
Un salto ed eccoci al tardo 1984. A Curno, in via Lungobrembo, zona Marigolda, Di Pietro aveva adocchiato un immobile diroccato: una volta risistemato, lui e la sua futura seconda moglie, Susanna Mazzoleni, avrebbero potuto viverci assieme. Fu lei a a contattare il proprietario, Leone Zanchi, un contadino che di quel rudere non sapeva che farsene; ogni intervento diverso dalla cosiddetta «manutenzione straordinaria», infatti, gli era proibito dal piano regolatore. Accettò dunque di vendere il casolare per trentacinque milioni, e il 17 aprile 1985 Susanna Mazzoleni ereditò la concessione edilizia richiesta dallo Zanchi pochi giorni prima, come detto una «manutenzione straordinaria».
La provvidenza farà il resto. La cascina verrà sventrata, ugualmente, dopo l’accidentale crollo di un muro che nottetempo trascinerà con sé tutta la casa. Questo, almeno, scrisse l’architetto Angelo Gotti in data 7 maggio, giorno seguente all’inizio dei lavori che curava personalmente. «Del vecchio fabbricato», notarono due periti comunali, «è rimasto solo il muro a est, la restante parte non c’è più». Susanna Mazzoleni sarà quindi costretta a chiedere di ricostruire tutta la cascina come Zanchi non aveva potuto fare. La provvidenza, appunto. Va da sé che l’ex proprietario andò fuori dalla grazia di Dio, e cominciò a piantar grane tirando in ballo anche Di Pietro. Sulla scrivania dell’assessore competente, Roberto Arnoldi, si materializzò un esposto anonimo di cui non venne fatta copia, né venne passato alle autorità, né finì nel cestino: Arnoldi lo spedì direttamente ai coniugi Di Pietro. Non solo. Arnoldi si fece stranamente attivo e preparò una missiva diretta ai gruppi consiliari, liquidando l’ex proprietario come un beota e parlando di «strumentalizzazione» ai danni del magistrato. Scrisse il 22 maggio: «Di Pietro non risulta tra gli interessati alla concessione, né legato agli stessi da vincoli di parentela». Una bella forzatura, visto che Di Pietro in quella casa andrà a viverci col figlio e con la futura moglie. Ma i particolari curiosi sono altri. Il primo si ricava dalla missiva di Arnoldi: non è lui, infatti, a scriverla, bensì è direttamente l’archietto Angelo Gotti, teste di parte e incaricato dalla Mazzoleni di ristrutturare il cascinale. Assurdo. «Caro Arnoldi», rivela difatti una nota erroneamente dimenticata, «ti trasmetto copia della risposta all’anonimo… non avendo gli esatti indirizzi, ho ritenuto opportuno impostare la risposta in modo tale che tu debba solo far preparare la prima pagina». Fantastico. Secondo particolare curioso: il nome di Arnoldi forse a qualcuno suonerà familiare, perchè nel 1997 diventerà capo di gabinetto dei Lavori pubblici presieduti da Di Pietro. Trattasi di «uel certo Arnoldi», come lo definì l’ex magistrato Mario Cicala, di cui Arnoldi oltretutto prese il posto, che per qualche tempo fu anche una sorta di portavoce di Antonio Di Pietro nei rapporti con la Stampa.
Ma torniamo al casolare. Era passato un po’ di tempo e l’avvocato Mario Benedetti, richiesto di un parere, si dichiarò favorevole alla variante chiesta da Susanna Mazzoleni: purché rispettasse le volumetrie preesistenti. Bocciò, invece, la pretesa costruzione di una serie di garage e lasciò intravedere, comunque fosse andata, la possibilità di una sanatoria edilizia.
I lavori proseguirono a dispetto di qualche rogna. Il sindaco di Curno, Franco Gasperini, si ritrovò due rapporti (16 e 19 dicembre 1988) dove si rilevava «una baracca di legno alta tre metri e mezzo senza autorizzazione del sindaco, d’altra parte mai richiesta». È il capanno degli attrezzi già caro a Tonino Di Pietro, una sorta di leggenda dei tempi di Mani pulite. Il sindaco a quel punto chiese di consultare la «pratica Mazzoleni – Di Pietro», ma «nella ricerca si verificava che era stata fatta un’ulteriore richiesta, del proprietario, di una piscina», scrisse il 30 dicembre, «ma tale fascicolo non veniva ritrovato». Il rapporto di un agente spiegava che risultasse «asportato o trafugato». E’ tutto nero su bianco.
Ma Di Pietro è Di Pietro. Il 3 gennaio 1989 intervenne con una lettera delle sue: «Non ho mai intrattenuto rapporti con alcuno dell’amministrazione comunale… Invito a voler evitare di considerarmi inopinatamente parte in causa… sono venuto a conoscenza che il predetto Zanchi avrebbe riportato frasi calunniose nei miei confronti… sono a richiedervi copia dell’esposto al fine di provvedere a tutelare la mia onorabilità nelle sedi più opportune». Querelava anche allora. E spiegava di non conoscere l’assessore Roberto Arnoldi: anche se nel 1996 lo sceglierà come suo capo di Gabinetto ai Lavori Pubblici.
I documenti scomparsi comunque riapparvero improvvisamente, anche se una nuova perizia, purtroppo, confermava « una costruzione in legno con caratteristiche strutturali tali da violare le norme». Il 25 gennaio venne chiamato a esprimersi un altro avvocato, Riccardo Olivati: dichiarò «sconcerto» per le «sparizioni strane e riapparizioni magiche di documenti» e definì la citata lettera di Arnoldi (quella in realtà fatta scrivere all’architetto Gotti) come «prassi da non ripetere per evitare sospetti di parzialità». E Di Pietro? C’entrava qualcosa? Olivati scrisse che andava eventualmente «segnalato all’autorità giudiziaria», spiegò, solo se «risultasse con prova certa… [che] ha contribuito alla costruzione materiale del manufatto». Il capanno di legno, cioè.
Costruzione «materiale» del capanno di legno. Per fortuna che non era ancora uscita un’agiografia su Di Pietro del 1992 – scritta da giornalisti amici suoi per Pironti editore – laddove si legge proprio questo: «Nella villetta dove abita, a Curno, fin dall’inizio ha progettato e poi realizzato con le proprie mani un capanno degli attrezzi che è il suo regno assoluto e intoccabile».
Per la cronaca: la villetta ha due piani, otto stanze e una taverna.
Verso la fine degli anni Ottanta il nostro magistrato non aveva una fama stupenda: certi suoi trascorsi l’avevano accompagnato sin lì. «Tu gli giri sempre intorno, ai politici, ma non li prendi mai» gli diceva per esempio Elio Veltri, che lo conobbe in quel periodo e che scriverà di lì a poco: «Confesso che qualche volta ho dei dubbi, perché nelle inchieste non arriva mai ai politici. I loro furti sono così evidenti e la loro certezza di impunità così sfacciata, che si fatica a pensare che non si possa incastrarli».
Le perplessità, condivise da molti cronisti giudiziari, erano legate perlopiù alla rumorosissima inchiesta sull’Atm (Azienda Trasporti milanesi) di cui Presidente era il democristiano Maurizio Prada e vicepresidente il socialista Sergio Radaelli. Tra le sigle di un libro mastro delle tangenti spiccavano in particolare «Riva» (che i più ricollegarono a Luciano Riva Cambrin, uomo di Prada) e poi «Radaelli» e «Rad» che era associato spesso a certo «Lupi» (che i più ricollegarono ad Attilio Lupi, uomo di Radaelli). Dunque Prada e Radaelli, pensarono tutti: si era profilato dunque il rischio che Di Pietro incontrasse di giorno gli amici che già frequentava la sera. Prada e Radaelli, infatti, facevano parte di un giro di frequentazioni ad ampio raggio (il sindaco Pillitteri, l’ex questore Improta, l’industriale Maggiorelli, il capo dei vigili Rea tra moltissimi altri) che aveva fatto tappa anche nella casa di Curno dell’allora magistrato, quella descritta nella puntata di ieri. Non mancava, ovviamente, l’industriale Giancarlo Gorrini e tantomeno «Dadone», ossia il costruttore Antonio D’Adamo: che fanno, insieme, più di duecento milioni di «prestito» beneficiato da Di Pietro. E son valori.
Morale: tre giorni dopo che l’impaziente «Repubblica» aveva esplicitato i nomi che tutti aspettavano (Prada e Radaelli) Di Pietro decise di stralciare le loro posizioni dalla sua inchiesta. La posizione di Radaelli, in particolare, sarà poi archiviata su richiesta di Di Pietro. Le responsabilità del cassiere socialista saranno appurate solo qualche anno dopo. Per farla breve: Di Pietro archiviò, ma Radaelli era colpevole.
Perchè questo racconto? Per delineare, quantomeno, un conflitto d’interesse: proprio in quei giorni, quando il gip non aveva ancora accolto l’archiviazione chiesta da Di Pietro per Radaelli, l’allora magistrato ebbe a disposizione un appartamento concesso a equo canone dal Fondo pensioni Cariplo per 234 mila lire il mese, comprese le spese di ristrutturazione: questo in Via Andegari, dietro Piazza della Scala. Un sogno. Siamo nell’ottobre 1988. L’ex sindaco Paolo Pillitteri ha raccontato che Di Pietro si rivolse dapprima a lui, senza successo, ma che gli consigliò di chiedere a Radaelli che allora era consigliere della Cariplo in predicato di vicepresidenza.
Di fatto andò così: il direttore della Cariplo ebbe la dritta per trovare casa a Di Pietro (non si sa ufficialmente da chi) e incaricò un funzionario di provvedere. Quest’ultimo accompagnò Di Pietro in via Andegari, e tutto bene. Venne preparato il contratto che poi venne chiuso in cassaforte. Come si dice: alla luce del sole.
I 20 milioni circa delle spese di ristrutturazione vennero ricaricati sull’equo canone, che salì da poco più di 100 mila il mese a 234 mila. L’assegnazione fu anomala a dir poco: non tanto perché venne ignorata ogni graduatoria d’attesa (nell’Italia dei favori è normale, anche se illecito) ma perché venne saltata di netto l’apposita commissione affittanze, che si limitò a ratificare una decisione calata dall’alto. Il rapporto è ancora lì, anche se non reca il nome del destinatario: è rimasto in bianco.
Parentesi: agli appartamenti del Fondo pensioni Cariplo, allora più di oggi, accedevano solo i raccomandati di ferro. Tra i magistrati, per dire, ne ebbe uno solo il procuratore generale della Repubblica Giulio Catelani. La maggior parte dei magistrati normali (quelli che non ritengono di dover pagare un affitto normale, cioè) a Milano sono raggruppati nelle case comunali di viale Montenero 8. Il Fondo pensioni, inoltre, è pubblico. È regolato con decreto del presidente della Repubblica. Insomma: fu un privilegio da signori concesso dalla Cariplo di Radaelli, grande miracolato dell’inchiesta Atm. E’ un fatto. Penalmente irrilevante, direbbe Di Pietro.
Quella dell’appartamento è una vecchia polemica. Di fronte alle prime malizie, nel luglio 1993, il procuratore capo Borrelli replicò che al Tribunale di Milano esisteva un ufficio che procurava case «ai magistrati che vengono da fuori». Tale ufficio risulta inesistente, e vi è comunque da escludere che fosse adibito a trovar casa ai figli dei magistrati: difatti in via Andegari c’era andato a stare Cristiano Di Pietro, e questo nonostante il contratto vietasse tassativamente qualsiasi tipo di subaffitto. Il magistrato risiedeva appunto a Curno e nel bilocale dormiva solo ogni tanto, quando non tornava dalla moglie o quando non preferiva la pur disponibile garçonnière di D’Adamo, distante poche centinaia di metri. In sostanza, Di Pietro aveva tre case.
La sua difesa, nella circostanza, è stata davvero goffa. «Radaelli», disse in un libro, «non c’entra nulla nella storia della casa… è abitudine, qui alla Procura, che quando viene un nuovo magistrato gli si cerchi una casa». Falso, come visto: Di Pietro ufficialmente stava a Curno. Di seguito ammise di essersi rivolto a Pillitteri e poi alla Cariplo (senza menzionare Radaelli) ma per una casa dove potesse abitare il figlio: «A diciotto anni decisi di prendergli una casa, non potendola comprare». Strano anche questo: proprio in quel periodo si era fatto «prestare» i famosi cento milioni dall’ex inquisito Giancarlo Gorrini sempre per comprare una casa al figlio: Di Pietro l’ha messo a verbale. Difatti la comprò: un lotto a mutuo agevolato a Curno (accanto alla sua, in via Lungobrembo) per centocinquanta milioni in contanti, mai passati per banca: alla luce del sole anche questo. In sintesi, le case sono quattro. Una, a Curno, la pagava la moglie, perlomeno allora. Un’altra, in via Andegari, la pagava la Cariplo di Radaelli. Un’altra ancora, utilizzata da altri come rifugio per scappatelle, era la garçonnière di via Agnello 5, con entrata anche da via Santa Radegonda 8, sopra la Edilgest di Antonio D’Adamo: quaranta metri quadri al sesto piano, all’interno di una torretta piazzata in mezzo a un terrazzone con vista sul Duomo. All’interno, una boiserie rivestita in legno, camera da letto, soggiornino e zona pranzo semicircolare. D’Adamo è l’ex inquisito che «prestò» a Di Pietro altri cento milioni, oltrechè elargirgli vestiti alla boutique Tincati di corso Buenos Aires, un telefono, una Lancia Dedra e altri infiniti privilegi. Aggiungiamo (e fanno cinque) la disponibilità di una suite al recidence Mayfair di via Sicilia 183, Roma, dietro via Veneto: roba da cinque o sei milioni al mese pagati da D’Adamo che staccava assegni anche per i relativi biglietti aerei Milano-Roma-Milano (una quindicina) acquistati all’agenzia Gulliver di via San Giovanni sul Muro.
«La Cariplo», si legge in un vecchio memoriale di Antonio Di Pietro, «ha reso pubblico, con il mio consenso, l’entità effettiva del canone, a dimostrazione della falsità delle accuse di favoritismo». E queste sono balle spaziali. I dati sull’appartamento, in realtà, sono noti solo perché tre giornalisti (lo scrivente tra questi) ci scavarono per mesi. Non fu certo Di Pietro a rendere noto lo schedario degli immobili Cariplo a pagina 531: contratto intestato a Di Pietro Antonio, 65 metri quadri calpestabili (70 commerciali), 230 metri cubi a un canone annuo di 2.817.039, ossia 234.753 il mese. Infine: non è mai stato chiaro perchè Di Pietro, se tutto era davvero lecito o normale, non appena la storia prese a circolare abbandonò l’appartamento in fretta e furia.
All’associazione blindata che gestisce i soldi dell’Italia dei valori – sulla quale sta indagando una procura, anzi due – Antonio Di Pietro ha da tempo aggiunto un terzo soggetto economico: è la società An.To.Cri., una Srl con a capo ovviamente se stesso e come socia l’onnipresente tesoriera Silvana Mura più il suo compagno (o ex compagno) Claudio Belotti, medesimo personaggio cui è intestato l’affitto uno degli appartamenti romani attribuito alla «cricca». L’oggetto sociale della An.To.Cri. Srl sono acquisti immobiliari a raffica. Per capire di che cosa si sta parlando c’è solo da azzardare un riepilogo di tutta l’impressionante sequenza partitica & societaria & familiare & immobiliare dell’uomo che seguita, ancor oggi, a sventolare il vessillo del conflitto d’interessi e della lotta alle commistioni tra politica e affari.
1) Di Pietro nel 1999 acquista due appartamenti tra loro adiacenti a Busto Arsizio – diverranno uno solo – per complessivi 370 metri quadri. Costo: 845.166.000 lire. Di Pietro ha sostenuto di averli rivenduti nel 2004 per 655.533,46 euro.
2) Di Pietro, nello stesso anno, 1999, acquista un bilocale a Bruxelles di 80 metri quadri. Costo: 204 milioni di lire.
3) Di Pietro il 3 gennaio 2002 acquista un appartamento a Roma, in via Merulana, di 180 metri quadri. Costo: circa 400.000 euro. È dove vive durante i soggiorni romani. Il 18 novembre 2002 risulta emessa una fattura di 7200 euro relativa a «Lavori per vostro ordine e conto svolti nella sede sociale di via Merulana 99 Roma, imbiancatura e stuccatura pareti, riparazione idraulica». La fattura non è intestata a Di Pietro, ma a «Italia dei Valori, via Milano 14, Busto Arsizio, Varese». È la vecchia sede del partito. Di Pietro ha sostenuto su «Libero» il 9 gennaio 2009: «A Roma sono proprietario dell’appartamento di via Merulana ove abito quando mi reco lì per ragioni legate al mio lavoro di parlamentare. L’ho comprato prima dei rimborsi elettorali, nel 2001, per 800 milioni di vecchie lire». Ha sbagliato l’anno: l’acquisto è del 2002, quando già percepiva gli odiati rimborsi elettorali.
4) Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, il 19 marzo 2003 acquista o diviene proprietario con sua moglie Lara Di Pietro – è il cognome da nubile, si chiama Di Pietro anche lei – di un attico di 173 metri quadri a Montenero di Bisaccia. Costo: circa 200.000 euro. Antonio Di Pietro ha sostenuto che suo figlio l’ha acquistato grazie alla vendita di un immobile posseduto a Curno, ma dell’operazione, così come descritta, non risulta per ora traccia catastale.
5) Di Pietro il 28 marzo 2003 acquista un appartamento a Bergamo in via dei Partigiani, in pieno centro, di 190 metri quadri. Nello stesso giorno la moglie Susanna Mazzoleni compra un monolocale di 48 metri situato sullo stesso piano. A ciò si aggiungono due cantine e un garage. Costo stimato: tra i 700 e gli 800.000 euro.
6) Di Pietro il 1° aprile 2003 costituisce la società Srl An.To. Cri. (dalle iniziali dei suoi tre figli Anna, Toto e Cristiano) con sede a Bergamo in via Ghislanzoni. Capitale versato: 50.000 euro. Socio unico: Di Pietro. L’anno dopo, nel 2004, si aggiungeranno i consiglieri Silvana Mura e Claudio Belotti. Obiettivo non dichiarato: gestione immobiliare. Di Pietro è quindi a capo dell’associazione privata Italia dei Valori, del partito Italia dei Valori e di questa società di gestione immobiliare. Las Mura lo segue a ruota.
7) Di Pietro il 24 luglio 2004 manda a casa il socio Mario Di Domenico dall’associazione privata Italia dei Valori e lo sostituisce con la moglie Susanna Mazzoleni. A gestire l’intero finanziamento pubblico del partito Italia dei Valori sono quindi i coniugi più Silvana Mura. Si parla di rimborsi per 250.000 euro nel 2001, 2 milioni nel 2002, 400.000 euro all’anno dal 2001 al 2005 e 10.726.000 euro nel 2006. Quasi 20 milioni di euro totali aggiornati all’anno 2007.
8) La An.To.Cri. (cioè Di Pietro, Mura e compagno) il 20 aprile 2004 acquista un appartamento a Milano, in via Felice Casati, di 188 metri quadri. Costo: 614.500 euro. Subito dopo l’acquisto, la società affitta l’appartamento al partito dell’Italia dei Valori per 2800 euro al mese, cifra che va a coprire e superare la rata mensile del mutuo che intanto è stato acceso dalla stessa An.To.Cri. Antonio Di Pietro cioè affitta ad Antonio Di Pietro e Silvana Mura versa soldi a Silvana Mura: i soldi sono sempre quelli del finanziamento pubblico. In concreto significa che Di Pietro, cioè la An.To.Cri., con il denaro pubblico del partito, cioè dei contribuenti, compra casa per sé.
9) La An.To.Cri. il 7 giugno 2005 acquista un appartamento a Roma, in via Principe Eugenio, di 235 metri quadri. Costo: 1.045.000 euro. Subito dopo la società ripete l’operazione milanese: affitta l’appartamento al partito per 54.000 euro annui, che coprono il mutuo acceso nel frattempo. Di Pietro acquista e affitta a se stesso: ma con soldi pubblici. In seguito di articoli di stampa e interpellanze parlamentari che scopriranno l’altarino, Di Pietro nel 2007 deciderà di vendere l’immobile a 1.115.000 euro. Il giochino però continua tranquillamente per l’appartamento milanese di via Casati. A tutt’oggi.
10) Susanna Mazzoleni il 23 dicembre 2005 acquista un appartamento di metratura imprecisata a Bergamo in via del Pradello, in centro.
Nello stesso giorno e nella stessa città e nello stesso stabile acquista un appartamento di 90 metri. Costo complessivo: 400 o 500.000 euro.
11) Di Pietro il 16 marzo 2006 acquista un appartamento di 178 metri quadri a Bergamo, in centro, in via Antonio Locatelli. Costo: 261.661 euro, un incredibile affare regalato dalla cartolarizzazione degli immobili dell’Inail. L’acquisto in precedenza era stato condotto per conto di Di Pietro dal citato Claudio Belotti, il citato compagno di Silvana Mura, e l’aggiudicazione era passata attraverso un ricorso al Tar e un altro al Consiglio di Stato. Anche qui si ripete il giochino: Di Pietro affitta l’appartamento al partito Italia dei Valori, cioè a se stesso, che lo ripaga con soldi pubblici.
12) Di Pietro il 6 aprile 2007 acquista una masseria a Montenero di Bisaccia posta di fronte a quella dov’è nato e che pure gli appartiene. Costo comprensivo di 2 ettari di terra: 70.000 euro per l’acquisto e circa 150.000 per la ristrutturazione. Gestisce l’operazione un’immobiliare del posto che si chiama Di Pietro: nessuna parentela, ma il proprietario è stato consigliere provinciale dell’Italia dei Valori.
13 ) Di Pietro nel 2007 procede alla totale ristrutturazione della masseria di Montenero che il padre Giuseppe gli ha lasciato in eredità negli anni Ottanta. L’ampliamento, sino a 450 metri quadri, prevede una spesa non inferiore ai 300.000 euro. Nella stessa zona, Di Pietro possiede 33 «frazionamenti», ereditati o acquistati da parenti e familiari, per complessivi 16 ettari. I suoi terreni confinano inoltre con quelli che la sorella Concettina ha ricevuto a sua volta in eredità dalla famiglia.
La recente iscrizione di Antonio Di Pietro all’albo degli imprenditori agricoli gli consente, nelle transazioni immobiliari, di scalare le tasse, scendendo dal 20 per cento anche fino all’1.
14) Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, nel 2007 acquista due lotti di terreno totalmente edificabile di 700 metri quadri a Montenero di Bisaccia, valutabili in una villa di 500 metri quadri posta su due livelli. Costo del terreno: 150.000 euro.
15) Di Pietro nel 2008 acquista un appartamento a Milano, in piazza Dergano, di 60 metri quadri. Costo: da 250 a 350.000 euro.
16) Susanna Mazzoleni, lo ricordiamo per completezza, nel 1985 acquistò una casa con giardino a Curno (Bergamo) in via Lungobrembo. Costo del rudere prima di ristrutturarlo: 38 milioni di lire. La storia di quel rudere l’abbiamo raccontata nella prima puntata.
17) Antonio Di Pietro nel 1989, proprio affianco e sempre a Curno in via Lungobrembo, acquistò una villetta a schiera dove visse per qualche tempo suo figlio Cristiano, che in precedenza risultava locatario – irregolare, perché ogni forma di subaffitto era proibita – nel famoso appartamento milanese di via Andegari affittato dal Fondo pensioni Cariplo del socialista inquisito Sergio Radaelli. In una lettera a «Libero», sempre il 9 gennaio 2009, Di Pietro ha precisato che la villetta a schiera di via Lungobrembo è stata «acquistata alla fine degli anni Ottanta e quindi per definizione con soldi non del partito». È vero. I soldi infatti erano dell’inquisito Giancarlo Gorrini (condannato per appropriazione indebita) e corrispondevano al famoso «prestito» di 100 milioni cui si aggiunsero i 100 prestati da Antonio D’Adamo al quale pure Di Pietro si era rivolto parlando dell’acquisto di una casa. Poiché Di Pietro non l’ha scritto, si indica anche il prezzo della villetta: 150 milioni di lire. Ne abbiamo parlato nella seconda puntata.
Ora: i cosiddetti conti della serva andrebbero sempre evitati. Ci sarebbe da conoscere con maggior precisione i prezzi degli immobili, quelli delle ristrutturazioni, il giochino dei mutui e degli autoaffitti, senza contare ciò che non si conosce. Ci sarebbe poi da sapere o da chiarire – perché Di Pietro non l’ha chiarito, non ritiene di doverlo fare, benché personaggio pubblico – il suo possibile ruolo di capofamiglia negli acquisti di case e di terreni da parte dei figli e della moglie. Susanna Mazzoleni è un avvocato benestante, ma il figlio Cristiano è un consigliere provinciale che cominciò a comprare case quando aveva lo stipendio di poliziotto. E comunque fare conti nelle tasche altrui comporterebbe anche il conoscere il tenore di vita di un nucleo complessivo che comprende una coppia, tre figli e un’ex moglie. Pur generica, l’opinione di Di Pietro in merito è stata questa: «Alcuni giocano, altri speculano, altri evadono le tasse e altri ancora girano il mondo o se la godono e si divertono. Io ho preferito e preferisco fare la formichina come mi hanno insegnato i miei genitori». Tuttavia, secondo il il 740 dipietresco dal 1996 a oggi, ha guadagnato in tutto 1 milione di euro netti e ne ha dichiarati circa 200.000 l’anno. Al milione vanno aggiunti i circa 700.000 euro ottenuti dalle querele che ha sporto (e vinto) nonché 954.317.014 lire (praticamente un miliardo) incassati per una donazione della contessa Malvina Borletti una decina di anni fa: soldi che dovevano servire per attività politiche – espresso desiderio della contessa – ma che Di Pietro utilizzò per comprarci delle case. Comunque la si metta, alla luce del giro immobiliare di cui sopra, i conti faticano a tornare.
 di Fabio Facci

Fazio, estremista, cerca l’incidente

Avevo già parlato ieri di Fabio Fazio dopo aver visto la sua trasmissione del Sabato, e non ho potuto far altro che definirlo scemo. Oggi, dopo la trasmissione domenicale, ho capito che non è solo scemo, ma è anche un provocatore che sta facendo di tutto per provocare l’incidente. Ovvero si vuole fare cacciare dalla […]

Marcegaglia: un’altra pretendente al trono

Come se non bastassero i funzionari di partito che annusano la possibilità di rientrare in gioco, come se non bastasse l’eterno indeciso Montezemolo, la vasta pletora di “tecnici(i famosi esperti del giorno dopo) pronti a rispondere alla chiamata divina per “salvare il paese”, il Profumo licenziato di lusso, ecco che anche la scadente (nel senso di “in via di scadenza” … ma per la verità non solo …) Marcegaglia cerca di programmare il proprio futuro da past president di Confindustria.
Così tuona contro il Governo e contro Berlusconi (un insulto al Premier non lo si nega a nessuno ed è diventato un “must” per chi vuole entrare in politica strappando l’applauso iniziale alla massa in s.p.e. dei coatti dell’antiberlusconismo) e propone un piano di salvezza nazionale assieme alle associazioni imprenditoriali.
Immagino che tale piano ricalcherà quanto da alcuni mesi scrive il Sole 24 Ore e, tutto sommato, non mi può dispiacere sul piano economico perchè, a parole, se escludiamo la nebulosa questione della patrimoniale che c’è e non c’è e del come interpretare gli “stimoli” all’economia (per me in termini di riduzione o anche abolizione delle pastoie burocratiche e delle tasse, altri forse come rottamazioni o incentivazioni varie a spese dello stato cioè con i nostri soldi, socializzando le perdite e privatizzando i guadagni) il programma è sensato perchè vede la riduzione delle tasse sul lavoro e la chiusura dei grandi rubinetti della spesa in sanità, pensioni, pubblico impiego, nonchè un piano di dismissioni, privatizzazioni e liberalizzazioni che non posso che condividere.
Mi lasciano perplesso, anzi dubbioso, le possibilità che un tale piano possa essere realizzato dalla Marcegaglia o da qualche altro imprenditore, in autonomia rispetto ai diktat di quella sovrastruttura finanziaria davanti alla quale la finanza e l’imprenditoria italiana (nonchè le varie opposizioni) sembra siano perennemente genuflesse.
Non vorrei che quelle buone idee, gestite dalle mani sbagliate degli industriali e dei finanzieri italiani, sortiscano l’effetto di svendere il nostro patrimonio, rendere gli italiani servi degli stranieri, senza risolvere nulla dei problemi di bilancio.
Ho scritto “non vorrei”, ma ne ho l’intima certezza.
Preferirei che il programma del Sole 24 Ore venisse integralmente gestito da questo Governo: mi sentirei più sicuro.
Ma vorrei anche capire con quali voti e sostegni la Marcegaglia penserebbe di governare per attuare quel programma.
Non mi sembra che i sindacati sarebbero contenti di vedere spostata a 70 anni di età la pensione o la decimazione dei dipendenti pubblici o la chiusura dei rubinetti clientelari, come non lo sarebbe tutto quel sottobosco politico che sopravvive grazie a tali capitoli di spesa.
E se non sono contenti i sindacati, i comunisti del pci/pds/ds/pd non potrebbero fare altro che erigere barricate.
D’altro canto non potrebbe certo pensare di ottenere il consenso dei centristi, pronti a saltare solo sul carro del presunto vincitore per tornare a partecipare al banchetto delle spartizioni e della Lega che già ha ostacolato Berlusconi sulle pensioni.
Mentre è da escludere che nel Centro Destra una qualsiasi persona seria possa accettare di votare per chi ha tanto sbraitato contro il Governo di Centro Destra fino a farlo cadere.
Ci ritroveremmo al punto di partenza.
A meno che … Marcegaglia e i suoi non abbiano l’asso nella manica.
Fare sattamente quel che viene chiesto loro dalla sovrastruttura finanziaria internazionale, tacitando la sinistra elargendo tutte quelle “riforme” che, accelerando la deriva morale della Nazione, sarebbero la contropartita politica agli interventi (sotto dettatura) in economia:
– eutanasia
– manipolazione genetica
– conferimento di dignità di legge ai capricci degli omosessuali
– liberalizzazione della droga
– nuove leggi per rendere divorzio e aborto ancora più facili
– concessione di cittadinanza e voto agli immigrati.
Ecco che, partendo da un programma condivisibile di intervento sull’economia, la sua gestione in mani sbagliate porterebbe al disastro e se, come dicono loro, l’Italia è sul bordo del precipizio, con la Marcegaglia (e i suoi potenziali alleati) farebbe un passo avanti.
C’è infine una perplessità conclusiva.
Ci sono un centinaio di pretendenti alla poltrona di Berlusconi, tutti con l’autorefernzialità di chi si crede, loro sì, “unti dal Signore” e quindi disponibili a rispondere “presente” alla chiamata che si attendono.
Ma non esiste “diritto divino” ad assumere l’incarico da presidente del consiglio, bensì è necessario ottenere la fiducia degli Italiani.
Tutti assieme potrebbero anche farcela a sconfiggere Berlusconi alle urne, ma dopo, riuscirebbero ad andare d’accordo senza sgambettarsi l’uno con l’altro ?
Ne dubito.
Ancora una volta, quindi, la saggezza popolare viene in nostro aiuto: mai lasciare il certo per l’incerto.
E il certo era e resta Berlusconi.

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