Punti di vista (sulle "primavere arabe")

“Ideologia e ruolo di generali egiziani e capetti libici con cui ci tocca trattare”.
Roma. I generali egiziani che hanno sottoposto a un brutale esame ginecologico le donne arrestate in piazza Tahrir per appurare se fossero o no vergini – cioè: se fossero o no puttane – non soltanto si sono tutti specializzati nell’accademia militare di West Point, ma hanno sempre fatto parte della “catena di comando” americana. Da questo orribile episodio è bene partire per mettere a fuoco ruolo e ideologia non solo del Consiglio supremo delle Forze armate che oggi governa in Egitto, ma anche di tutti i regimi militari arabi, incluso quello libico passato – e quello futuro – che senza alcuna ragione in occidente sono sempre stati considerati laici. Infatti, né la cricca militare che dal 1970 governa con gli Assad la Siria, né quella – più legata ai servizi segreti – che governava con Saddam Hussein l’Iraq, né i generali libici sodali e complici – sino a quando non l’hanno tradito – di Muammar Gheddafi, né il Fln algerino e le sue propaggini attuali, né i militari che governano con Omar al Bashir il Sudan e tantomeno quelli che costituiscono il nerbo del regime di Abdullah Saleh in Yemen sono mai stati “laici”. L’equivoco nasce con il golpe di Gamal Abdel Nasser, poi con la vittoria del Fln in Algeria, poi del Baath in Iraq e poi in Siria. Da allora, il nazionalismo panarabo, il nasserismo, il baathismo sono confusi in occidente col nazionalismo turco di Kemal Atatürk – con cui nulla hanno a che spartire, anzi – così come le rutilanti divise da generali di questi leader – lo “spirito da caserma”, nella peggiore accezione del termine, che informa i loro discorsi e atti di governo, è scambiato da fior di analisti come testimonianza di laicismo. Nulla di meno vero.
Tutti i dittatori arabi di stirpe nasseriana – quindi anche Gheddafi – baathista hanno sempre governato seguendo in pieno il motto di Michel Aflaq, fondatore del Baath: “Il nazionalismo arabo è il corpo. L’islam è l’anima!”. Il fatto è che sin dal momento in cui hanno conquistato il potere – sempre con golpe militari – questi rais hanno avuto ben chiaro di non saper maneggiare alcuna ideologia, alcuna visione del mondo, alcuna proposta di società che non fosse interamente e profondamente radicata nell’islam. La sharia è il loro punto di riferimento legislativo costante, ed è sulla sharia e nella strettissima alleanza con gli ulema (e non raramente con gli stessi Fratelli musulmani) che si sono basati per un cinquantennio per modificare in senso islamista le legislazioni e le costituzioni – quelle sì laiche – ereditate dal periodo mandatario o coloniale. Loro modello di riferimento è stato un “progetto di Costituzione Islamica” messo a punto dall’Organizzazione del consiglio islamico (Oci) su ispirazione saudita, negli anni Settanta.
Non puoi islamizzare i generali islamizzati
Oggi, l’apparente islamizzazione dell’Egitto non è dunque un “regalo avvelenato” di piazza Tahrir che avrebbe sepolto un regime corrotto, ma perlomeno laico. L’islamizzazione piena della società egiziana è un processo ormai quarantennale, di cui i generali egiziani hanno fatto sempre parte. La novità dell’Egitto post Mubarak è un’altra: per la prima volta dal 1954 i Fratelli musulmani hanno libertà d’azione e possono condurre quelle pressioni vincenti sul regime che hanno sempre vittoriosamente condotto, partecipando in pieno al processo politico e democratico. Partecipazione che – si è subito visto – fa peraltro molto bene alla Fratellanza perché nel momento stesso in cui da forza di opposizione è diventata potenziale forza di governo è entrata in crisi, si è spaccata e ha rovinosamente perso consensi (dal 24 per cento al 17 in quattro mesi secondo Gallup). Si vedrà cosa accadrà alla Fratellanza libica, su cui sempre più si era appoggiato Gheddafi. Certo è che il progetto di Costituzione presentato pochi giorni fa dal Cnt non è affatto basato su Fraternité, Liberté, Egalité, come millanta a Parigi, davanti a Nicolas Sarkozy, Mahmoud Jibril, ma – proprio come in Egitto dal 1980 e in Algeria dal 1985 – sulla sharia quale “fonte unica di ispirazione della legislazione”. Dunque il ruolo dei generali egiziani, così come dei generali che hanno un peso determinante nel Cnt libico, sarà esattamente opposto e speculare a quello dei generali in Turchia, unici – ma soccombenti – difensori di una strenua laicità dello stato. L’essenza del regime egiziano, da Nasser a Mubarak, passando per Sadat, che ha avuto nelle Forze armate la sua spina dorsale, è intimamente e storicamente intrisa non solo di islam, ma anche di islamismo. L’alleanza dei golpisti del 1952 (il generale Neguib, i colonnelli Nasser e Sadat) con i Fratelli musulmani non era tattica o opportunistica, ma si basava su una piattaforma comune e condivisa di nazionalismo e aspirazione a una società retta su principi islamici. I due momenti trovavano il loro punto d’unione nell’ossessione comune della distruzione dello stato di Israele, tramite il jihad, la guerra santa nella più fanatica accezione islamista, saldamente motivata dall’ “oltraggio” di uno stato degli ebrei sul “sacro territorio dell’islam”. Ossessione pienamente condivisa non solo da Gheddafi, ma anche da quell’ Abdessalam Jallud – suo braccio destro sino al 1993 – che oggi – ahimé, con la benedizione del ministro Franco Frattini – si prepara a giocare un ruolo centrale, sia pure in ombra, nella “nuova Libia”. La rottura di Nasser con la Fratellanza nel 1954, e le persecuzioni dei suoi militanti, non miravano affatto a colpire la sua piattaforma islamista, ma le continue trame, complotti e intrighi intessuti nella tradizione che portarono all’assassinio del fondatore Hassan al Banna nel 1948. Ne era ben cosciente lo stesso Nikita Kruscev, che prima dell’abbraccio della sua Urss all’Egitto nel 1956 sosteneva pubblicamente che quello egiziano era un regime “retrogrado e semifeudale”. Certo, l’essenza dell’Egitto nasseriano, dall’ideologia più che confusa e intrisa della giovanile ammirazione per il nazismo, era quella “Société militaire”, descritta da Anouar Abdel Malek, che traduceva il “socialismo arabo” nel controllo dell’economia da parte dei generali che, superati i 50 anni, andavano in pensione per divenire amministratori delle tante società che gestivano un’economia largamente nazionalizzata (e quindi asfittica). Sì che, sino a oggi, l’esercito – sia nelle sue strutture che in quella grande sorta di Iri al cous cous che controllaè stato ed è l’unico a garantire in Egitto una pur minima finzione di “ascensore sociale”, riservato sempre però al massimo ai ceti medi. Per di più, il “ruolo nazionale” dell’esercito egiziano e il suo indubbio prestigio di fronte al paese (riscontrato nei giorni della rivolta di febbraio) si sono comunque dovuti sempre confrontare con l’impietosa realtà: una serie rovinosa di sconfitte sul campo contro Israele (1956 e 1967) e anche nell’ enorme suo impegno nella lunga guerra civile yemenita (1961- 1966). Solo Sadat, nel 1973, riuscì a non perdere la guerra del Kippur, ma Ariel Sharon, che minacciava il Cairo a poche decine di chilometri su suolo egiziano, fu fermato non dai carri armati egiziani, ma dall’embargo petrolifero arabo. La prova provata della totale permeabilità all’islamismo delle Forze armate egiziane emerse con crudele chiarezza nel 1981, con l’attentato a Sadat. Nonostante il recente arresto del fratello Muhammad, implicato nelle attività di un gruppo fondamentalista, il manipolo di attentatori guidato dal sottotenente Khalid al Istanbuli si piazzò infatti indisturbato e incontrollato sul camion che apriva la parata militare, per fare così liberamente fuoco sulla tribuna d’onore crivellando Sadat e decine di alti dignitari. Nei decenni successivi, Mubarak in tanto ha tenuto ben lontano da ogni forma di rappresentanza politica (e dai quadri dell’esercito) gli islamisti e i Fratelli musulmani, in quanto ha fatto propria la loro piattaforma politica e ha favorito la piena reislamizzazione dell’Egitto. Nulla di originale, questa era la strategia di Sadat – che si vantava di esibire sulla fronte una vistosa zabibah, il callo che il tappeto lascia sulla pelle del fedele musulmano fondamentalista quando si inchina nella preghiera – che infatti già nel 1980 aveva modificato la Costituzione che da allora prescrive che la sharia non è più “una” ma “la” fonte di ispirazione della legislazione. Esempio perfetto di questa politica è stato il bando e il ritiro del passaporto egiziano imposto da Mubarak allo sheikh Yusuf Qaradawi, teorico di riferimento del fondamentalismo dei Fratelli musulmani e star della predicazione shariatica su al Jazeera, che ha sempre esaltato la gloria dei kamikaze che facevano strage di civili in Israele e ha emesso una fatwa in cui autorizzava anche le donne a diventare kamikaze. Però, dopo averlo allontanato come militante politico, in piena consonanza con l’ideologia islamista di Qaradawi, il regime di Mubarak, ha organizzato il 12 maggio 2002 un concerto al teatro dell’Opera del Cairo, alla presenza di tutte le massime autorità egiziane, in cui la cantante Amal Maher ha esaltato le gesta e la figura della prima kamikaze palestinese donna, Wafa Idris, che si era fatta esplodere il 12 gennaio precedente a Rehov Jaffa, nel pieno centro di Gerusalemme, uccidendo un pensionato israeliano di 81 anni e ferendo decine di civili. Ovviamente, il testo della elegia sanguinaria cantata da Amal Maher rispecchiava in pieno la “teologia del terrore” di Yusuf Qaradawi.
Mubarak venduto come Ceausescu
La piena condivisione dei nazionalisti arabi della piattaforma islamista non si limita alla reislamizzazione normativa più spinta. Emerge infatti con cruda chiarezza nel conflitto tra islamisti e copti in Egitto, così come nella persecuzione degli ebrei e nel mantenimento dei lavoratori immigrati nello stato di dhimmi in Libia. Diversa la storia della Jamahiriya libica, ma solo per quanto riguarda il caotico sistema di rappresentanza politica. Non è dunque per solo opportunismo politico che tutti i rais arabi cosiddetti laici, negli ultimi trenta anni, gli Assad padre e figlio in testa, hanno fondato migliaia e migliaia di nuove moschee, facendo solo molta attenzione a impedire che venissero gestite da ulema legati ai Fratelli musulmani. Un generale contesto arabo che ancor più spinge il feldmaresciallo Hussein Tantawi e i suoi colleghi del Consiglio supremo della Forze armate egiziane a cedere – come ben si vede in queste settimane – alla tentazione di sfruttare il colpo di fortuna dell’11 febbraio e, sul corpo di Hosni Mubarak gettato in pasto alle tricoteuses, per costruire un regime bonapartista al cous cous. Le prime sue mosse di governo, a partire dalla nuova legge elettorale, delineano con chiarezza questo percorso. Come ha sempre fatto Mubarak, sono molto sensibili alle istanze degli islamisti, anche perché costituiscono, col magro 17 per cento attribuito dai sondaggi più seri ai Fratelli musulmani (in calo di 7 punti in pochi mesi) il più forte partito egiziano. Ma soprattutto sanno di potere godere della straordinaria frantumazione di tutte le forze politiche, nessuna delle quali pare oggi in grado di raggiungere il 10 per cento dei consensi. La polverizzazione dei partiti offre dunque oggi ai generali egiziani una straordinaria giustificazione per mantenere una tutela reale e anche formale sull’intero processo politico e sui futuri governi, a partire da quel sacrificio del capro espiatorio che sarà il processo a Hosni Mubarak. Simbolo assieme cinico e avvincente di questo processo è la vicenda di quel nuovo Fouché arabo che è il generale Omar Suleiman. Pochi lo hanno notato, ma quello che per un ventennio è stato il braccio destro politico di Hosni Mubarak, colui che rappresentava le posizioni dell’Egitto in tutti i contesti internazionali – lasciando a Mubarak solo il suo pomposo ruolo protocollare – e che molti indicavano come suo possibile successore (magari col ruolo di tutore del figlio Gamal), non solo non è in galera assieme al suo principale, non solo non è in esilio, ma continua a fare “l’uomo ombra” del regime. La ragione è semplice: è stato Omar Suleiman l’autore del tranello in cui Mubarak è caduto l’11 febbraio, quando ha subito il putsch dei generali organizzato (su diretta ispirazione degli Stati Uniti) da lui stesso e da Tantawi. La prova è evidente: Mubarak, per forza di carattere, per sfinitezza fisica (è in fase terminale per un cancro), forse avrebbe rifiutato comunque l’esilio in un momento in cui aveva tutte le carte per pretenderlo e comunque organizzarlo. Ma è evidente che non ha tenuto con sé nella villa di Sharm el Sheikh i suoi due figli, Gamal e Alaa, che sapeva benissimo avrebbero rischiato se non la vita, quantomeno l’ergastolo, se non avesse avuto ampie assicurazioni di immunità per sé e per la sua famiglia. Assicurazioni che forse Omar Suleiman e Hussein Tantawi intendevano mantenere – le prime settimane Mubarak e famiglia continuarono a godere a Sharm dello status e della protezione degne di un ex rais – ma che hanno subito tradito non appena la piazza ha iniziato a rumoreggiare e a chiedere conto delle malefatte del regime. Siccome Tantawi e Omar Suleiman di quelle malefatte (come ovviamente sostiene ora la difesa di Mubarak) erano pienamente complici e beneficiari, hanno prontamente deciso di dare letteralmente in pasto il vecchio rais, con una piccola corte di loro subordinati, evitando il ruolo di coimputati facendosi giustizieri. “Mubarak aveva la totale conoscenza di ogni proiettile sparato”: con queste parole Omar Suleiman si è volutamente fatto carnefice del suo benefattore e padrone e conta – con eccellenti possibilità di successo – di far dimenticare alla Corte che giudica Mubarak e agli egiziani che dal 28 gennaio all’11 febbraio 2011, centinaia di egiziani sono morti nelle piazze per ordine di un governo in cui lui ricopriva la carica di vicepresidente, mentre Hussein Tantawi era ministro della Difesa, quindi il responsabile diretto, quantomeno a livello politico, della repressione e delle stragi. Uno schema non nuovo, la ripetizione con una non piccola differenza dell’apparente rispetto delle regole del diritto, di quella ignobile farsa che fu il processo che portò alla fucilazione – per mano del suo capo dei servizi e del suo ministro della Difesa – di Nicolae Ceausescu (schema che appare identico anche nella caduta di Gheddafi). Con la sola differenza di un evidente patto, di un do ut des, che i due aspiranti Bonaparte del Cairo, così come quelli di Bengasi, hanno stretto con gli islamisti, che prevede la loro amnesia sulle proprie palesi responsabilità in cambio di sensibili cedimenti alla loro piattaforma politica. Con una eccezione che riguarda però unicamente l’Egitto (in Libia si dovrà vedere, ma le premesse sono pessime): la politica estera e i rapporti con Israele, su cui non possono cedere. La corruzione dilagante nei vertici militari egiziani era ed è finanziata dal versamento annuale di due miliardi di dollari da parte degli Stati Uniti. Buona parte di questa manna era ed è impiegata per l’acquisto di armamenti (ovviamente negli Stati Uniti) con relative prebende e mazzette per i vertici delle Forze armate egiziane. E’ quindi assolutamente improbabile che i generali egiziani, per bonapartisti e opportunisti che siano, vogliano e possano correre il rischio di inaridire questa fonte zampillante di denaro che finisce in parte direttamente nelle loro tasche. Da qui, il probabile loro rispetto dei fondamentali della politica estera di Mubarak, anche nei confronti di Israele, magari con qualche strappo verbale.

Antidoti al pensiero debole

Non è pensabile il risanamento della società civile senza la preventiva rimozione dei pensieri tossici, abbondantemente diffusi dalle agenzie del disordine mentale. “Contravveleni e antidoti al pensiero debole”, l’ultimo saggio di Piero Vassallo, segnala e propone, con puntuali e inediti argomenti, l’elenco dei pensatori forti, che hanno contestato e confutato i dogmi filosofici e le formule magiche, dalle quali sono ammaliati e sequestrati i lettori di massa, collocati nei quattro punti cardinali della società e della politica. Quantunque costretti a muoversi nel margine stabilito dall’imperioso e disturbante volume della chiacchiera, i pensatori anticonformisti rappresentano la risorsa indispensabile al decollo della cultura intitolata alla tradizione italiana, oggi ingabbiata dall’indisturbato esercizio dei poteri forti e strozzini. La lettura dell’opera di mons. Antonio Livi, ad esempio, è suggerita quale limpida esposizione della dottrina del senso comune, la via da percorre in vista dell’uscita dai fumi stupefacenti soffiati dai carbonai della tracotanza (ultra cogitazione) filosofica ed esoterica. La filosofia di padre Cornelio Fabro è proposta quale implacabile macchina finalizzata alla demistificazione degli avvolgenti sistemi sofistici, che hanno preparato i deliri ideologici e le catastrofi totalitarie consumate nei secolo della modernità. Michele Federico Sciacca è consigliato quale interprete geniale e continuatore della scienza nuova vichiana, bussola indispensabile a quanti intendono fuggire dall’imprigionante labirinto che fu progettato dalla massoneria eleusina e intitolato alla superstizione storicista.
Autore di una magistrale confutazione di Hobbes, Paolo Pasqualucci è segnalato quale strenuo oppositore alla mitologia intorno al Leviathan, il padre di tutte le guerre finalizzate alla deformazione della politica e all’asservimento dei popoli. Sebastian Kunkler e Roberto Manfredini, due giovani, emergenti autori, sono citati poiché testimoniano la vitalità di una tradizione capace di lanciare la sfida della riflessione pungente e dell’irrispettoso umorismo contro i mostri sacri della falsa filosofica. L’appendice è dedicata alla figura di Maria Adelaide Raschini, magnifica interprete ed esempio luminoso della carità intellettuale. Il saggio di Piero Vassallo (144 pagine, 11 euro) è edito da Marco Solfanelli editore in Chieti, sul cui sito internet si può facilmente prenotare.

La redazione

Il crac da un miliardo della regina delle Coop: rovinate 9mila persone

Il tribunale ufficializza il dissesto della Coopcostruttori di Ferrara: alle famiglie solo 8mila euro di risarcimento. La fine dell’ex «patriarca» Donigaglia: un tempo sceglieva i sindaci, ora tutti lo evitano.

Da una parte gli 8mila euro a famiglia: il risarcimento che la Lega coop ha fatto avere ai «soci». Colletta di solidarietà, ha partecipato anche l’Unipol (ma più di qualcuno tra i cooperatori vincenti ha storto il naso nel mettere mano al portafogli). Ottomila euro, niente, per chi ha perso tutto, i risparmi di una vita, in parecchi anche il lavoro. Dall’altra parte i 1.075 milioni di euro (duemila miliardi delle vecchie lire), oltre novemila creditori: la dimensione appena ufficializzata dal Tribunale di Ferrara del crac che ha sfarinato la Coopcostruttori. Tra queste due cifre si srotola l’autunno del «patriarca rosso», Giovanni Donigaglia, 65 anni, ex presidente e padre padrone di quella che era la perla della cooperazione di sinistra.
Un fantasma. Adesso nessuno lo conosce. «Ma le colpe – dicono in paese – non sono solo sue».
I numeri messi in fila nella loro relazione dai tre commissari straordinari nominati nel luglio 2003 dal governo – Ettore Donini, Franco La Gioia, Renato Nigro – semplicemente mettono i brividi. 198 milioni di debiti verso i cosiddetti creditori «privilegiati» (lavoratori, banche, professionisti). Loro forse recuperano qualcosa. Tra i «creditori chirografari» che invece rischiano di non vedere un centesimo ci sono migliaia di ditte, artigiani, fornitori (137 milioni di fatture inevase e ben 63 milioni di cambiali). E, sempre a migliaia, i «soci sovventori e prestatori». Chi sono? Lavoratori, pensionati, famiglie comuni di tutta la zona, che nelle casse della coop hanno versato 80 milioni di euro. Per la precisione 43 milioni «custoditi» – si fa per dire – nei libretti di deposito, ché la Coopcostruttori per decenni ha fatto raccolta del risparmio senza che nessuno avesse da ridire; e altri 36 milioni «investiti» (sempre per modo di dire) nelle Azioni di partecipazione cooperativa (Apc), con interessi dal 4 al 7 per cento «più sicuri che in Posta, più convenienti che in banca» come ripeteva Donigaglia. Bruciati, polverizzati.
Di chi la colpa? Egidio Checcoli, presidente della Lega coop regionale, è stato sindaco d’Argenta, presidente della Lega di Ferrara; è quello che è rimasto più vicino al «patriarca rosso», fino all’ultimo, fino a rischiare di bruciarsi anche lui. «Donigaglia? Donigaglia è Donigaglia…» risponde scrollando le spalle. Alla Lega di Bologna spiegano che «è successo quello che è successo per il suo delirio d’onnipotenza, per il fare sempre il passo più lungo della gamba». Quanto alla rabbia di risparmiatori e «soci», è difficile che arrivino altri «rimborsi», ché, un po’, se la sono cercata anche loro: «Se uno gioca alla roulette» aggiungono sempre alla Lega, «se insegue gli interessi mirabolanti di Donigaglia, be’, poi non può lamentarsi…».
Vero. Ma troppo comodo. Giovanni Donigaglia, da parte sua, è un uragano sul punto di esplodere. Chiuso nella sua vita di pensionato per forza (dal giugno 2003), non rilascia interviste. Ma non perde occasione per ribadire che: lui ha sempre finanziato il partito, non si è mai tirato indietro di fronte alle pressioni della Lega. «Quando negli anni di Tangentopoli i magistrati volevano solo sapere “quanti soldi hai pagato al Partito?”, “quanti soldi hai dato ai dirigenti?”, e venivano fatti i nomi di altissimi dirigenti, se avessi parlato questo avrebbe consentito a me ed alla Cooperativa una vita più agevole» dice.
E ha ragione anche lui. Perché il «patriarca rosso» è un pezzo del «socialismo reale all’emiliana», l’«unico», come va ripetendo con involontario umorismo Edmondo Berselli, «che ha funzionato nel mondo». Donigaglia aveva il compito più difficile: oliare le ruote, far girare la lira, garantire l’illusione che il partito pensa a tutto e il presupposto stesso su cui si basa il sistema di potere targato Pci-Pds-Ds che qui, ad Argenta, come a Modena, Bologna, ha sempre funzionato al meglio ma a una condizione: nessun dissenso. In cambio Donigaglia ha avuto un potere enorme. Era lui a decidere i sindaci, da Argenta a Ferrara, i segretari di federazione.
«La Coopcostruttori? Era un ente di beneficenza» sintetizza un investigatore impegnato nell’inchiesta penale, parallela alla procedura di liquidazione, che sta conducendo la Procura di Ferrara. La cronistoria tracciata dai tre commissari straordinari non lascia molti dubbi. Da quando la Coopcostruttori nasce nel ’74, per volere del Pci che ordina di concentrare le vecchie coop, si specializza nell’assorbire aziende e cooperative in crisi: dalla «Fornaci Molino» (laterizi) alla fabbrica di piastrelle di Comacchio «Ex nuova Cer.Fe» andata a gambe all’aria, dal fallimento della Felisatti (utensili elettrici) alla «Progresso srl», alla Cei, altra grossa cooperativa di Ferrara (800 dipendenti) fallita nell’87. E così via.
Nel ’74 i dipendenti erano 274, nel ’91 alla vigilia di Tangentopoli e dei quattro arresti di Donigaglia sono 1.600, nel 2002 dopo il decennio più nero nel settore dei grandi appalti 2.300. I commissari hanno accertato che tutti i cantieri sparsi in Italia, soprattutto al Sud e in Sicilia, erano in perdita. I bilanci falsi, la contabilità inesistente. Le spese per le trasferte, i buoni benzina, gli straordinari, semplicemente folli. Adesso è arrivato il conto.





fonte: Pierangelo Maurizio il giornale.it

Una vita a lottare contro i privilegi delle coop adesso Caprotti si prende la sua rivincita

Il decreto toglierà le agevolazioni fiscali alle cooperative che per anni hanno fatto cartello contro il libero mercato. A lungo ha fronteggiato i numerosi colpi bassi delle “sorelle rosse”

È un giorno come qualsiasi altro per Bernardo Caprotti: mattinata nel quartier generale di Pioltello, alle porte di Milano; pranzo con i collaboratori più stretti; pomeriggio di nuovo al lavoro, nel riserbo, secondo il leggendario stile di vita del «Dottore». Potrebbe essere il giorno della rivincita per l’ottantaseienne patron di Esselunga, uno degli imprenditori più schivi – e di maggiore successo – d’Italia. È il giorno in cui il governo ha annunciato che eliminerà i privilegi fiscali alle cooperative. E proprio Caprotti, nel settembre di quattro anni fa, pubblicò il bestseller Falce e carrello (Marsilio editore) nel quale raccontava i colpi bassi subìti dal gioco di sponda tra la Legacoop, gigante economico legato al Pci-Pds-Ds, e le amministrazioni locali di sinistra.
Caprotti non ha mai indossato i panni del fustigatore. Il suo non era un libro-denuncia, ma una esposizione di fatti, scritta con un linguaggio sobrio e accompagnata da una mole di documentazione pubblicata on-line. Il racconto di una serie di vicende imprenditoriali che sembravano iniziative sfortunate, mentre in realtà erano state affossate dalla strategia delle «coop sorelle» per tenere lontana la concorrenza dal mercato della grande distribuzione in larghe zone del Paese.

Licenze commerciali lasciate scadere, ma prontamente girate dalle amministrazioni di sinistra alle coop «amiche». Ritrovamenti archeologici etruschi usati per dissuadere Esselunga dall’insediarsi nel cuore di Bologna. Terreni pagati all’asta sei volte il loro valore di mercato pur di impedire che l’imprenditore brianzolo aprisse un supermercato a Modena. Operazioni preparate con meticolosità e con l’impiego di ingenti capitali erano state mandate in fumo in un batter d’occhi.
Non si trattava di episodi riconducibili alla normale dialettica della concorrenza, ma tappe di un preciso disegno per bloccare l’espansione di Esselunga e tentarne la scalata. 
Tuttavia le coop non avrebbero potuto mettere in campo la loro manovra se non potessero contare su un trattamento normativo e fiscale che le pone in situazione di vantaggio. Gli stretti rapporti con gli enti locali governati dalla sinistra non spiegano tutto. Ed è questo livello, quello dei privilegi, che viene colpito dal provvedimento del governo Berlusconi.
Le coop sono scalabili perché nessun socio può avere la maggioranza delle quote, quindi in qualche modo si sottraggono alle leggi del mercato. Hanno manager con poteri quasi illimitati, nel bene e nel male. Sono prive del fine di lucro e dovrebbero destinare parte degli utili (non tassati) a scopi mutualistici. Gran parte delle imposte sono deducibili dal reddito: in questo modo, per esempio, l’Ires (Imposta sul reddito delle società) incide sull’utile lordo delle coop per il 17 per cento, contro il 43 che abbatte l’utile di una società non cooperativa.
E poi le coop possono evitare di rivolgersi alle banche per ottenere capitali, perché incamerano ingenti somme in prestito dai soci ai quali garantiscono un doppio vantaggio. 
I soci infatti godono di tassi di assoluto favore (Unicoop Firenze rende l’1,65 per cento, molto più di qualsiasi banca), sul quali si applica l’aliquota fiscale del 12,5 per cento contro il 27 per cento dei depositi bancari. E in un buon numero di casi, i bilanci delle coop vengono controllati e certificati da società riconducibili alle grandi centrali mutualistiche.
Questa massa di esenzioni fiscali doveva garantire la vita della miriade di piccole e piccolissime realtà cooperative che operano prevalentemente nel sociale. Ma nei mercati più vasti si trasformano in meccanismi distorsivi. 
Le grandi coop sono presenti nella grande distribuzione e nell’agroalimentare, nel credito e nelle assicurazioni, nelle costruzioni e nell’impiantistica, nel settore immobiliare e dei servizi ospedalieri, perfino nella telefonia mobile e addirittura nel mercato dei farmaci. 
Esse operano sul mercato dei capitali, raccolgono risparmio, emettono azioni e obbligazioni, si quotano in Borsa pur conservando franchigie (come le agevolazioni tributarie e la non contendibilità grazie al voto capitario nelle assemblee) di cui i concorrenti non godono.
Le cooperative hanno perso l’anima», disse una volta l’ex segretario della Cgil Bruno Trentin all’Unità. Forse, togliendo un po’ di privilegi, gliela restituirà un governo di centrodestra.

Green economy obamiana

MILANO– È passato poco più di un anno dalla visita di Barack Obama. Il presidente americano ne aveva fatto un simbolo della green economy, del nuovo che avanza. E soprattutto che sarebbe sopravvissuta alla crisi, grazie anche al prestito della Casa Bianca di 535 milioni di dollari. Ma invece Solyndra, azienda californiana che produce pannelli solari, non ce l’ha fatta. È andata in bancarotta. Lasciando per strada 1.100 dipendenti. E a Washington si è scatenata la polemica. I repubblicani, scettici fin da subito ai prestiti garantiti, attaccano Obama.
LA VICENDA– Si tratta di una fabbrica che in passato il presidente aveva indicato come un’ azienda modello, il simbolo dei suoi sforzi a favore della green economy. E per favorire il suo sviluppo e la creazione di nuovi posti di lavoro, nel 2010 Obama le concesse un prestito pubblico di ben 535 milioni di dollari. Nei suoi programmi, doveva rappresentare la sfida americana ai concorrenti stranieri sul mercato emergente dell’energia solare. Ma quel sogno è andato in frantumi. Il mercato mondiale del settore è crollato e la concorrenza, soprattutto cinese, al momento appare imbattibile. E i dirigenti dell’azienda hanno annunciato la chiusura di ogni attività.
LA POLEMICA– Così ora i repubblicani della Commissione Energia della Camera sono andati all’attacco, aprendo un’ indagine sull’intera vicenda. In particolare, accusano la Casa Bianca di aver buttato dalla finestra oltre mezzo milione di dollari pubblici pur di aiutare un’azienda decotta. In più vogliono vederci chiaro sul perché Obama abbia speso denaro pubblico su un impresa fortemente sostenuta anche da un miliardario filantropo californiano, George Kaiser, che è inoltre uno dei maggiori finanziatori di Obama nel Golden State.
LA REPLICA– Ma la Casa Bianca risponde alle polemiche. E ha fatto sapere che continuerà a sostenere questo mercato: «Anche se siamo addolorati per come è andata a finire questa azienda – si legge in una nota- continuiamo ad avere fiducia nel settore dell’energia pulita. Una sfida che l’America può, deve e vuole vincere. Il Dipartimento dell’Energia continuerà a finanziare altre aziende in un lavoro che dovrebbe creare migliaia di nuovi posti di lavoro».

Pausa


Per cause di forza maggiore il blog va in pausa per qualche settimana. Da domani sera non sarà più visibile al pubblico e tornerà online il primo di ottobre

Sintetica storia del debito pubblico italiano

In principio ci fu la ricostruzione dopo una guerra persa e l’occupazione Anglo Americana.
Fummo aiutati, non per generosità, certo, ma per interesse nell’ambito della nascente Guerra Fredda, dagli Stati Uniti con un piano, chiamato “Marshall” dal suo ideatore, che ci fornì il denaro necessario a creare nuove fabbriche, lavoro, ricchezze.
Fummo anche fortunati, perchè venimmo sconfitti e occupati dagli Anglo Americani e non dai Sovietici … ma questo lo capimmo tutti (e non solo la parte migliore della Nazione …) almeno quaranta anni dopo, vedendo le disastrose e miserevoli condizioni degli europei dell’est finiti sotto il tallone comunista.
Per oltre un decennio l’Italia crebbe.
Piani casa e nuove fabbriche.
Le prime automobili di massa e le prime vacanze al mare e in montagna, non più una semplice villeggiatura nella vecchia casa contadina dei nonni.
Era l’Italia di De Gasperi, di Einaudi, di Gaetano Martino (padre di Antonio ex ministro degli Esteri e della Difesa).
Era un’Italia laboriosa e, sicuramente, con forti contraddizioni sociali.
Ma era un’Italia che manifestava in pieno le sue grandi potenzialità produttive.
Era un’Italia fondata su una economia di stampo liberale e su solidi valori morali che, oggi, chiamerebbero spregiativamente “conservatori” o “reazionari”.
Poi arrivarono i socialisti al governo e finì tutto.
Morto De Gasperi in solitudine, la Dc fu preda dei “professorini” con una smaccata vena “sociale” che li portò ad aprire (1962) al Psi di Nenni con il placet di Kennedy e del futuro pontefice Montini (Paolo VI) grande ispiratore della politica di Aldo Moro, fino ad arrivare al primo centro sinistra organico con ministri socialisti e l’esclusione dal governo del Pli, ma anche con enti locali e poi, dal 1970, regioni con amministrazioni pci-psi che spendevano e spandevano “tanto paga lo stato” (come non ricordare gli autobus gratis nella rossa Bologna?).
Iniziò così la devastazione dei nostri conti pubblici.
Avevamo o, meglio, avevano i nostri genitori risparmiato e con loro anche lo stato aveva un “tesoretto” tale da sopportare le prime elargizioni e provvedimenti.
Arrivarono così nazionalizzazioni, lo stato imprenditore, la assunzione di legioni di dipendenti pubblici, la gratuità di una gamma infinita di servizi e prodotti, le pensioni anticipate, i dipendenti privati di aziende in crisi “scaricati” sulla pubblica amministrazione (ogni riferimento alla Olivetti è voluto), la “legge Mosca” del 1974 che consentì, in base ad una semplice dichiarazione sottoscritta da un dirigente della stessa organizzazione di appartenenza, di accreditare decenni di anni di “contribuzione” per funzionari di partito e sindacalisti.
Quando il “tesoretto” dei nostri genitori terminò, cominciò la via crucis delle “una tantum”, delle accise sulla benzina, delle aliquote di tasse sempre in aumento, delle tasse di scopo (per la sanità, per l’europa, per un terremoto).
Ecco come è nato il nostro debito pubblico, alimentato in modo infernale dalle stesse tasse degli italiani che erano il carburante per mantenere strutture clientelari in aziende e amministrazioni decotte.
Ecco la ragione per cui la missione impossibile di Berlusconi, del Centro Destra, di chi verrà dopo il Cavaliere, è e sarà quella di riportare il debito pubblico alle dimensioni sopportabili da tasse non usurarie.
Per fare ciò è necessario non reperire nuove entrate con le gabelle, bensì, riducendo la pressione fiscale, dismettere gli impegni finanziari dello stato per abbattere le spese in modo strutturale e anche vendere beni dello stato: immobili, proprietà, reti radiotelevisive.
Ovvio che ciò comporterà per molti una perdita immediata e la necessità per alcuni di cominciare a lavorare veramente, soggetti ai risultati e alla produttività.
L’alternativa, che viene proposta ogni giorno nelle dichiarazioni della sinistra, è ravanare sempre più nelle tasche degli italiani, legittimando chi riesce a sfangarla più o meno legalmente, impoverendoci tutti ma senza risolvere il problema.
Che è il debito pubblico, che è la spesa pubblica, non l’evasione, non la caccia alla tassa più originale per sottrarre denaro dalle nostre tasche.

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Abbuffata a Palazzo Madama, addio

Come primo Risotto con rombo e fiori di zucca, per contorno Melanzane al funghetto e per deliziare il palato, a fine pasto un Dolce al carrello. Totale: euro 6,51. A cui è però obbligo aggiungere Pane e servizio per cent 0,52. Panza mia fatti capanna. Questo offriva, fino a ieri, Palazzo Madama ai suoi senatori. Dalla prossima settimana però si cambia. Eccome se si cambia! Perchè il Collegio dei Questori del Senato, su sollecitazione del Presidente Renato Schifani, ha deciso di allineare il menù ai prezzi di mercato. Ecco dunque il nuovo listino: per un antipasto, che ieri costava da 1,5 a 3 euro, si dovranno “sborsare” dai 5 ai 10 euro. Peggio per un primo piatto che varierà tra i 6 e i 24 euro, mentre un secondo dai 10 ai 24 euro. Rialzo da sballo perfino per i contorni, che passerano dai 1,3 euro attuali fino a 5 e 6 euro. Si tratta dunque di un vero salasso con rincari previsti anche del 1000% che però, come ha detto il senatore Questore Angelo Maria Cicolani (Pdl), non dovrebbero penalizzare la preziosa clientela perchè “nei giorni ordinari il numero di senatori, funzionari e giornalisti che frequentano il ristorante è abbastanza contenuto rispetto al totale“. Se è vero che l’Iva non viene applicata perché, come in tutti gli esercizi interni alle aziende private o pubbliche non è previsto per legge, è vero anche che il menù di Palazzo Madama a tariffa superridotta viene offerto per agevolare la vita dei lavoratori. Anzi, il portafoglio dei senatori.

L’Islam e la CGIL

I genovesi e i liguri hanno avuto nei giorni scorsi parecchio da riflettere in merito agli ultimi reati commessi da extracomunitari (in particolare a quello odioso di stupro). Lo spazio va ulteriormente ampliato in relazione alle riflessioni di Gianni Plinio che nelle battaglie di contenimento contro l’invasione strisciante nel nostro paese si è fatto un’esperienza fin dagli anni novanta o poco più in là affiancando quella primogenitura che in proposito caratterizzò le articolazioni costituenti della Lega Nord in Lombardia. Mi riesce più difficile prendere sul serio quelle del consigliere regionale dell’IdV Maruska Piredda, in quanto la formazione di appartenenza è troppo ambigua in materia per poterla prendere in considerazione in merito alla costruzione di una linea politica coerente in proposito (l’unica linea coerente di detta formazione è l’antiberlusconismo, il che la dice lunga…). Non c’è dubbio che il centro di identificazione è utilissimo anche in Liguria (e nelle altre regioni che ne fossero sprovviste) ma c’è un tratto (assai specifico) che va esaminato ed è quello che viene prima della cosiddetta identificazione (sia che questa venga fatta al momento dello sbarco sia nelle località dove sono i centri di accoglienza sia in quelle di assegnazione). In altri termini occorre impedire gli sbarchi, intercettando nel Mediterraneo i barconi riconducendoli ai porti di partenza (fornendo ai desperados gli opportuni rifocillamenti durante il tragitto di ritorno). L’obbligo di dare assistenza in mare a coloro che sono in difficoltà non comporta affatto l’obbligo di doverli trasferire in Italia. Abbiamo una flotta adeguata (pubblica e privata) per impedire gli sbarchi, se naturalmente lo vogliamo fare. Ha ragione Alfredo Mantovano quando dice che non sono tanto gli sbarchi ma i permessi di soggiorno (rilasciati dalle nostre ambasciate) a creare il fenomeno della clandestinità. E allora dobbiamo chiederci che fine ha fatto quella indagine (promessa dal ministro Frattini) sulla generosità di determinati funzionari delle nostre sedi diplomatiche. Queste sono cose che vanno ricordate per onestà da parte di chi scrive nei confronti degli eventuali lettori. Mi rendo naturalmente ben conto che rimediare ad un comportamento lassista voluto sostanzialmente da Giuliano Amato è cosa ardua (egli con la scusa che era difficile far arrivare solo la forza lavoro di cui il nostro paese aveva bisogno praticò la politica delle porte aperte). Va tuttavia ricordato che l’ex-parlamentare socialista (divenuto purtroppo anche presidente del Consiglio dei Ministri) era sì legato a Bettino Craxi (che poi tradì opportunisticamente) ma la sua organizzazione di provenienza (guarda caso!) era la C.G.I.L. e non vi è dubbio che una politica quale quella praticata negli anni ‘90 dal “dottor Sottile”(sic!) le veniva assai comoda (non è un caso che detto sindacato è diventato a poco a poco il santo patrono difensore dell’Islam nel nostro paese, il che, appare chiaro, va ben oltre il discorso meramente economico che attiene alle imprese e alla forza del sindacato all’interno delle stesse). L’Islam ha trovato i suoi numi tutelari (di cui l’ultimo, mi pare, è l’avvocato Pisapia, sindaco di Milano) a fini di sovversione nella nostra società civile e per questa la sinistra, in generale, lo carezza e lo coccola in special modo (sulla piazza di Milano resta incredibile per più versi l’atteggiamento dell’ex-arcivescovo Tettamanzi). E’ chiaro, fin troppo, il disegno. Mentre il cristianesimo cattolico, quello protestante nelle varie forme e il giudaismo sono sufficientemente conciliati con la storia del nostro paese e non sono più un effetto dirompente (fatte salve le eccezioni individuali soprattutto nel mondo del giornalismo e della magistratura), l’Islam per motivi diversi lo può essere se opportunamente guidato e rifornito di mezzi (provenienti dai paesi arabi). L’insidia è evidentissima anche perché non pochi nel mondo arabo prefigurano quella ipotetica realtà che ormai noi conosciamo sotto il nome di Eurabia. Direi che il centrodestra non possa far finta di nulla e riprendere progressivamente la situazione sotto controllo(con le buone e con le cattive). Se non lo farà, non potranno che cercare di farlo altri (non certo la sinistra che invece punta proprio sull’Islam aumentando la sua presenza in tutte le forme, spingendo anche sulla prospettiva di un aumento progressivo del parassitismo e della mendicità, certo – a parole – non voluta e deprecata ma in realtà favorita indirettamente in tutte le maniere). Tutto questo viene dissimulato attraverso discorsi che celebrano la nostra ricchezza nazionale (quella stessa che poi viene cancellata dai soliti discorsi catastrofistici in Parlamento e sui mass media) e sottolineano la sprovvedutezza dei “veri e finti” profughi. Sono gli stessi discorsi (uniti alla medesima doppiezza) che hanno accompagnato i loro piagnistei sugli zingari e, guarda caso, di questi ultimi ne sono arrivati a bizzeffe. In altri termini, appare ben visibile, che questa politica tende a spersonalizzare il nostro paese. Si approfitta di tutto in maniera irresponsabile per creare possibilità di disarticolazione all’interno del nostro territorio nazionale, onde diluire il senso della sua già complessa e difficile realtà culturale, non così unitaria come altrove in Europa. E’ per questo motivo che occorre prendere posizioni sempre più decise e tradurle in atto onde sventare le trame dei “compagni” internazionalisti, sempre desiderosi di rappresentare qualcuno e garantirsi dunque qualche appetibile vitalizio. Occorre togliere loro la materia prima che essi possano manipolare per conseguire i loro fini.

Claudio Papini