La manovra peggiora

La folle e inutile rincorsa alla captatio benevolentiae nei confronti della sinistra ci ha già rifilato un regime di dittatura fiscale e ieri in commissione è saltata, come peraltro era facilmente prevedibile, anche una parte qualificata della manovra di agosto: la soppressione delle giornate festive del 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno.
Ci vuole tanto a concedere tre giorni (a scelta individuale) per festeggiare le ricorrenze che ai singoli più aggradano, visto che in Italia non esiste una Festa Nazionale condivisa ?
Intanto si è rotto il tabù e anche quelle date possono essere messe in discussione.
La prossima volta la soppressione diventerà effettiva.

Entra ne

Caos stranieri

MILANO – S’erano iscritti in 17, 15 sono stranieri (la burocrazia è ferrea e disinteressata alle storie umane, quindi nulla conta che 13 di quei bambini siano nati in Italia, e che molti di loro in Italia abbiano frequentato l’asilo), comunque quella classe di prima elementare non si farà: «Troppo pochi gli iscritti e troppi stranieri tra loro», hanno deciso qualche mese fa i dirigenti della scuola milanese. Ora i genitori di quei bambini sono andati in Tribunale e hanno denunciato il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, per un’ipotesi di discriminazione. Se i bambini fossero stati tutti italiani, sostengono, quella classe non sarebbe mai stata soppressa. Quel che rende questa storia in qualche modo simbolica, rispetto ad altre, è che si parla della scuola di via Paravia, a Milano, nel quartiere San Siro, che a molti evocherà soltanto Inter e Milan, ma che è anche una zona di case popolari con densità di immigrati altissima. E che, forse per la prima volta in Italia, un paio d’anni fa, in quell’istituto c’è stata una classe di soli stranieri. Ecco, visto che la prima di quest’anno (quella soppressa) era l’unica, il fatto che non sia stata formata potrebbe significare la fine, la chiusura della scuola. Una scuola che entrerà comunque nella storia sociale di Milano, perché è stata la vera trincea-laboratorio del tema immigrazione tra i bambini.
«NO CLASSI GHETTO» – Ieri il ministero, in una nota, ha confermato «la volontà di proseguire sulla strada dell’integrazione». Ha aggiunto che «non si favorisce l’inserimento degli immigrati se si creano classi-ghetto frequentate solo da alunni stranieri». Questa è la soluzione per via Paravia, già decisa in primavera e raccontata sulle pagine del Corriere tra marzo e aprile: «I bambini sono stati trasferiti nelle scuole vicine, per essere inseriti in classi in cui possano interagire con i coetanei italiani». C’è un tetto, fissato dal ministero, che prevede massimo un 30 per cento di bambini stranieri. A San Siro, come in tutte le altre città italiane, quel tetto che vale per le classi non ha ovviamente significato nel quartiere. E quindi una scuola rischia di trasformarsi in ghetto perché quella stessa cosa è già successa in moltissimi palazzi popolari della zona. In una situazione del genere, quella scuola, la «Lombardo Radice», ha sempre rivendicato con un certo orgoglio (che i polemici considerano «ideologico» e i sostenitori «civile») di «non rifiutare nessuno».
I LEGALI – «La non formazione di una classe basata sulla eccessiva presenza di stranieri costituisce uno svantaggio determinato dalla nazionalità», affermano i legali di «Avvocati per niente», associazione che sostiene la classe mai nata. E raccontano che 13 di quei bambini, nati in Italia, la scuola materna l’hanno frequentata a Milano, conoscono l’italiano e non hanno problemi di «competenza linguistica». Due genitori, Yajaira Guerrero, dominicana, e Claudio Pallotta, milanese, hanno iscritto il loro bambino in via Paravia e hanno raccontato al Redattore sociale che il figlio, nato in Repubblica Dominicana e arrivato in Italia a soli due mesi, «ha frequentato la scuola materna a Milano. Non parla altra lingua al di fuori dell’italiano».
LA RIORGANIZZAZIONE – Il direttore dell’Ufficio scolastico provinciale, Giuseppe Petralia, aggiunge però che «è in atto una riorganizzazione delle scuole, se ci sono pochi alunni le classi vengono spostate in altro complesso e così è stato in via Paravia». Quindi nessuna discriminazione, «nessun razzismo – conclude il responsabile dell’Ufficio scolastico della Lombardia, Giuseppe Colosio – anzi, al contrario: proprio perché crediamo nella scuola dell’integrazione non riteniamo opportuno formare classi di soli stranieri».
Federica Cavadini, Gianni Santucci

E’ ufficiale: è rinato l’ Arco Costituzionale !

Dopo il mio post di ieri, e dopo l'emendamento voluto dal PD e clamorosamente approvato in Commissione che ripristina le feste resistenzialcomuniste poco inclini alla pacificazione di cui …

Leggi ancora | Pubblicato da Vandeaitaliana | Commenti (2)
Tag: politica, comunismo, resistenza, 25 aprile, cattocomunisti, 1 maggio, inciucio, neo-antifascismo, paladini del nulla, neo-regime, arco costituzionale, inciucionia

                                                                 

Penati, ora i magistrati vogliono sentire anche Maran


E alla fine, l’inchiesta della Procura di Monza sul «sistema sesto» arriva a Palazzo Marino. Il giovane assessore alla Mobilità Pierfrancesco Maran, 31 anni, verrà infatti sentito come persona informata sui fatti dai pm Walter Mapelli e Franca Macchia. La data del faccia a faccia non è ancora stata fissata, ma l’intenzione dei magistrati è capire quali furono le pressioni sull’esponente della giunta Pisapia.
Maran – sponsorizzato da Filippo Penati in occasione delle ultime amministrative – sarebbe stato l’uomo giusto da contattare per avere protezioni nel sistema dei trasporti. Ad avvicinarlo, secondo le accuse, sarebbero stati sia Piero Di Caterina (titolare della società Caronte srl, che aveva un contenzioso aperto con Atm), sia Antonio Rugari, presidente del Consorzio trasporti pubblici. Il ruolo critico di Maran viene sottolineato dalla Procura. Dubbi che energono da alcuni sms intercettati dagli investigatori della Guardia di finanza. «Lo scorso 13 giugno – scrivono i pm -, quasi in contemporanea con la vittoria del candidato del centrosinistra alle Comunali di Milano, l’imprenditore Antonio Rugari, non indagato, si muove presso Penati per perorare la causa di Piero Di Caterina, il grande accusatore dell’ex sindaco di Sesto. Pochi giorni prima, Di Caterina aveva scritto a Rugari per manifestare l’intenzione di contattare quelli che sarebbero stati nominati assessori nella nuova giunta milanese al verosimile scopo di risolvere il contenzioso con Atm per la suddivisione degli introiti». Di lì a poco, Rugari si attiva e scrive a Penati: «Caro Filippo, considerata come è andata a Milano, credo che si possa tentare di risolvere la questione di Piero (Di Caterina, ndr), prima che si vada oltre certi limiti e si degeneri. Magari ci possiamo vedere per capire come agire». E chi sarebbe il «gancio»? Proprio Maran. L’assessore comunale, in un’intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera, ammette: «Le pressioni su di me ci sono state, ma abbiamo respinto ogni tentativo». Di fatto, il giovane titolare ai Trasporti conferma le accuse dei pm monzesi. Gli imprenditori di Sesto che fin lì avrebbero trovato una sponda in Penati, si sarebbero mossi per cercare un contatto utile anche nel Comune di Milano, avvicinandolo. In ballo, infatti, c’erano milioni di euro. Circa 14. Quelli che Di Caterina pretendeva da Atm, per la distribuzione degli utili del Sitam, il Sistema integrato tariffario dell’area milanese, e che non gli sarebbero state corrisposte in ragione del «peso politico» dell’Azienda di trasporti milanese. Ma le carte di Atm sembrano raccontare un’altra storia.L’azienda di trasporti partecipata dal Comune, infatti, ha denunciato Di Caterina alla Procura di Monza in due occasioni (giugno 2010 e ottobre dello stesso anno). Le ricostruzioni fatte dall’imprenditore, secondo Atm, sarebbero diffamatorie. Una lunga battaglia legale non ancora conclusa. Perché se è vero che il giudice ha rigettato i ricorsi della Caronte contro le gare indette dal Comune di Segrate e da Poste Italiane (entrambe vinte da Atm), e nel procedimento civile sulla gara indetta da Palazzo Marino per la linea 712 (trasporto opubblico Cinisello-Sesto) è stato respinto il ricorso della società di Di Caterina, restano invece aperti i contenziosi proprio sulla questione dei proventi Sitam. Soldi che gli imprenditori vicini a Penati avrebbero provato a recuperare avvicinando il giovane Maran.

Sulla libia

Francia mon amour. Il presidente Sarkozy, come è stato detto e ridetto in questi mesi, ha voluto aiutare gli insorti di Bengasi mosso da sincero spirito umanitario e democratico. Chi parlava di affari, energia, petrolio era in malafede. Peccato che durante la prima ondata di bombardamenti, quando in volo c’erano solo gli aerei di Parigi, siano state colpite e distrutte due raffinerie che avevano appena rinnovato un contratto di 25 anni con l’Italia. Quando si dice il caso. Il governo italiano, anch’esso mosso da quei nobili sentimenti che lo hanno portato prima a difendere Gheddafi, poi a invocare la neutralità ed infine a buttarsi sul carro del probabile vincitore, ha provato a rispondere all’Eliseo organizzando, tramite i giornali di area e di famiglia, una campagna anti-francese. Da Boffo a Fini finendo a Parigi. Tanto solo quello sanno fare. Mica vogliamo parlare di politica estera.
Le “frattinate”. I diplomatici italiani, quando non devono essere diplomatici, ma ti possono parlare in privato, amano raccontare le “frattinate”, ossia le sortite del nostro geniale ministro degli Esteri, considerato una macchietta. Dopo aver rivelato ad Uno Mattina l’esistenza di una diplomazia segreta tra l’Italia e gli insorti (e quindi, visto che era segreta, perché raccontarla alle casalinghe che a quell’ora guardano la Tv?) il nostro, a metà maggio, ha provocato un serio incidente e ha messo a rischio gli italiani in Libia. Infatti ha pensato bene di dire che Gheddafi aveva le ore contate. Ore contate? I ribelli di Bengasi, malfidati e fumantini, hanno pensato che l’Italia fosse in possesso di informazioni riservate che stava nascondendo. Così si sono minacciosamente presentati davanti alle nostre sedi di rappresentanza di Bengasi. Non sono stati momenti piacevoli. Alla fine si è tutto risolto con la confessione di Frattini. La fonte della notizia sarebbe stata (ma sarà vero?) il vescovo di Tripoli, monsignor Martinelli. Voci di terza mano diventate pompose dichiarazioni del titolare della Farnesina. Poi da metà maggio ad oggi, di ore ne deve aver contate parecchie Gheddafi.
Armi, divise e scarponi. Oltre ai famosi carichi di armi fatte arrivare agli insorti in più viaggi attraverso la Marina Militare, per ingraziarsi i futuri governanti di Libia, il governo ha mandato anche quattro container pieni di mimetiche, vecchi elmetti e anfibi. Particolare ilarità e nello stesso tempo disappunto ha provocato il fatto che lo stock di scarponi militari fosse numero 47. Così, a parte due o tre fortunati giganti, gli scarponi sono finiti in una grande buca poi ricoperta di sabbia.
La fonte italiana. Durante la prima fase del conflitto – e dopo aver cambiato cavallo – l’Italia pensava di avere un asso nella manica, rappresentato da un libico, tale Rami, che si era accreditato presso le nostre autorità, dipingendosi come persona molto autorevole tra i ribelli, tanto da poter diventare il capo dei servizi segreti della futura Libia democratica. Rami in quel periodo ha fatto più volte la spola tra Bengasi e Roma ed è stato anche ricevuto in alto. Alto alto. Successivamente, dopo la formazione del Cnt, si è capito che la carta vincente italiana non era poi così rappresentativa del fronte anti-gheddafiano, anzi molti non lo conoscevano. E chi lo conosceva non lo amava. Il resto della storia non si può raccontare. Perché dopo non molto tempo Rami è stato ritrovato assassinato, il corpo legato, bruciato e le mani mozzate. Forse chi doveva capire l’ha capita.
Al Qaeda. Approfittando del caos che si è creato, molti libici già legati ai gruppi qaedisti del maghrab, sono tornati in patria, organizzando piccole cellule di 10-15 elementi, che al momento svolgono un’attività di predicazione e reclutamento, diffondendo il verbo salafita, declinato nella sua versione più estremista e violenta. Le cellule sono sparse a macchia di leopardo, mentre nella zona del confine libico-tunisino sembrano più presenti. C’è chi teme che nel futuro della Libia questo potrebbe essere uno dei problemi.
Le divisioni. Secondo molti analisti, una volta definitivamente sconfitto il nemico comune Gheddafi, non sarà facile per le tante anime che compongono il Cnt convivere. Tante, troppe sono le componenti. Senza contare il ruolo delle kabile. La divisione principale è tra gli oppositori storici e i gheddafiani che hanno partecipato alle nefandezze del regime, salvo poi cambiare rotta. Due mondi che non si amano, anzi si odiano. Potranno convivere persone che sono state torturate e imprigionate con Jalil, che da ministro della giustizia aveva le sue belle responsabilità? Per questo, mesi or sono, era stata ipotizzata la possibilità di ripristinare la dinastia del re Senoussi, che in qualche modo poteva risultare super partes e garantire quell’unità che potrebbe essere a rischio. L’ipotesi monarchica è stata liquidata. Il futuro della Libia è tutto da giocare.

A favore del governo tecnico…

CERNOBBIO (Como) – Poco struscio e volti tesi sulla terrazza a lago. Un’aria pesante che al Forum Ambrosetti non si era mai respirata negli ultimi pur difficilissimi anni, nemmeno alla vigilia del crac Lehman e nemmeno dopo, quando alla bufera finanziaria è seguito l’affanno economico. Così nero come oggi non hanno mai visto gli imprenditori solitamente e malgrado tutto inclini a sperare in tempi migliori: nel primo sondaggio condotto in mattinata sono in netta maggioranza quelli che affermano di credere al peggiore degli scenari, la doppia recessione, il cosiddetto e pericolosissimo double dip. La stessa platea, almeno in prevalenza, teme addirittura la mancata tenuta dell’euro nei prossimi tre anni o comunque forti difficoltà per la moneta unica.
ROUBINI: L’ITALIA? CAMBI GOVERNO – Per il seguitissimo professore della New York University – uno che per aver previsto la crisi dovette scontare la nomea di menagramo – l’Italia paga sui mercati il deficit di «credibilità politica». Un problema che andrebbe risolto «affidandosi a un governo tecnico di alto profilo». Detto questo, per l’economista l’Italia come l’Europa ha bisogno di crescita. «Stringere la cinghia non basta – sostiene– ci vogliono misure per la crescita».
MONTI: L’ITALIA MOSTRI SERIETA’ – «C’è la grande necessità da parte dell’Italia di avere un comportamento responsabile», ha avvertito il presidente dell’Università Bocconi, già commissario europeo, e da più parti indicato come l’uomo giusto per guidare un governo tecnico. Un comportamento «che non alimenti sospetti nell’opinione pubblica e nei partner europei circa la serietà del nostro Paese». Anche per questo «la confusione» sulla manovra va evitata perché può contribuire a «rinfocolare la diffidenza europea e le preoccupazioni della Bce».
BOMBASSEI: L’ESECUTIVO MOSTRA DEBOLEZZA – A dar voce alle inquietudini degli imprenditori, che tra l’altro sembrano temere che la versione definitiva della manovra non sia quella attuale, è il vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei. «Se avesse la volontà di decidere, un governo forte porterebbe avanti le sue scelte senza badare alle reazioni – afferma -. Invece ogni volta che si prende un’iniziativa c’è qualcuno che mette il veto. Le divisioni vanno superate».

Una dittatura fondata sulla delazione e il terrorismo fiscale

Sono state rimosse le addizionali irpef, ma non si sono affrontati i nodi essenziali della spesa da abbattere.
Salvo modifiche parlamentari, la manovra assume una impronta smaccatamente di sinistra, con il mantra tipico della “lotta agli evasori” e con l’affannosa ricerca di nuove entrate invece di pensare a ridurre le uscite.
E’ vero che ci sono provvedimenti salutari come i tagli agli enti locali e le aumentate tasse sulle cooperative (ma non sarebbe meglio equipararle in tutto e per tutto alle società che operano come loro sul mercato, a garanzia della concorrenza e libera iniziativa ?) ma l’ultimo coniglio che Tremonti ha tirato fuori dal cilindro è un macigno che, da solo, porta a bocciare la manovra.
Pensare di
far dichiarare nei redditi le banche e gli operatori finanziari con i quali si è in rapporto
rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi
imporre il carcere per evasione, quando assassini, immigrati illegali, rapinatori e quant’altro sono liberi,
rappresenta un impianto che, finchè c’è Berlusconi, può ancora essere affrontato con una certa garanzia per tutti, ma quando qualcun altro lo avrà per le mani sarà lo strumento per una dittatura fondata sulla delazione e il terrorismo fiscale.
In pratica Berlusconi mette nelle mani dei suoi successori (e dei magistrati …) una formidabile arma repressiva contro la libertà, la dignità, la riservatezza dei cittadini tutti.
Un simile strumento solletica gli istinti peggiori, bestiali, delle persone: invidia, odio, avidità.
Pensate ai redditi esposti coram populo.
Il nostro vicino verrà a sapere qual’è la nostra capacità reddituale.
Scopriremo amici (che non sapevamo di avere) e le più disparate associazioni benefiche che ci verranno a chiedere soldi con una insistenza che rasenterà lo “stalking”.
I delinquenti sapranno chi colpire e quanto chiedere.
Lo stesso obiettivo perseguito (impedire l’evasione) non potrebbe essere raggiunto, perchè sono proprio simili provvedimenti, uniti ad una tassazione debordante, a spingere (e legittimare …) ogni tentativo di mettere al riparo i propri redditi e risparmi.
Ma la sinistra, è bene ricordarlo nel momento in cui bocciamo Berlusconi, farebbe ed è ancora peggio.
L’insistenza con la quale vorrebbe tassare chi già ha pagato per sistemare le pendenze con il fisco riportando in Italia i propri risparmi, aggiunge un altro tassello che spinge all’evasione:l’incertezza delle norme fiscali.
Quale affidabilità può avere uno stato ( e quindi tenere denaro al suo interno) se un cambio di governo potrebbe rimettere in gioco tutto ciò che era stato garantito in precedenza ?
Ancora una volta (e dispiace che sia il Governo Berlusconi) si è mancato di intervenire sui problemi reali (il debito pubblico, i troppi capitoli di spesa, le eccessive elargizione a carico dello stato) per intervenire su un capitolo, quello delle entrate fiscali, già sin troppo abusato.
Se sarà così anche la versione finale, i benefici dell’incontro di Arcore di lunedì scorso saranno vanificati e la manovra sarà da bocciare.
Ovviamente per ragioni diametralmente opposte a quelle poste a base dello sciopero cgil del prossimo 6 settembre.

Entra ne

Ha ragione! E’ proprio un Paese di m….

Ha ragione Berlusconi, l’Italia e proprio un Paese di merda.
Ma non solo perchè quello che si dice in una telefonata privata notturna dopo una faticosa giornata di lavoro viene esposto al pubblico ludibrio da giornali ai quali piace sguazzare in questo tipo di giornalismo da premio Pulitzer.
Nemmeno il governo, oltre che l’Italia, si può considerare […]

Vat e coop…

… anche il vaticano meritava di essere tassato molto molto di più…
MILANO – Una critica alla manovra. Durante l’incontro delle Acli a Castel Gandolfo, il segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, fa un elogio delle cooperative e punta il dito contro il provvedimento economico messo a punto dal governo. «Mi sembra che il mondo virtuoso delle cooperative, un mondo da apprezzare e che in tempi di crisi ha dato segni straordinari di lavoro e solidarietà, meriti un trattamento migliore di quello che gli è stato riservato nella recente manovra economica», ha detto il cardinale. Quanto alla crisi finanziaria in corso, Bertone ha voluto anche sottolineare che «i diritti sociali sono parte integrante della democrazia sostanziale e l’impegno a rispettarli non può dipendere meramente dall’andamento delle borse e dei mercati». Il segretario di Stato vaticano ha parlato di «civilizzazione dell’economia in contrapposizione alla forte tendenza speculativa». «Un’economia civile – ha spiegato Bertone – non può trascurare la valenza sociale dell’impresa e la corrispettiva responsabilità nei confronti delle famiglie dei lavoratori, della società e dell’ambiente».
IL LAVORO TEMA DI PRIMO PIANO – «Nel contesto della crisi, l’incertezza del lavoro e delle sue condizioni riporta a difficoltà personali e cosiali gravi», ha detto Bertone. E citando l’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI ha aggiunto che «la dignità della persona e le esigenze della giustizia richiedono, con rinnovata urgenza “che si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti”». «Il bene comune, la fraternità, la condivisione appartengono tutti a questa dimensione profonda dell’essere e dell’uomo – ha proseguito -, che dà senso anche al lavoro, come a tutta la società. Si tratta infatti di valori etici che inducoino a farsi carico dell’altro visto in tutte le sue dimensioni; come persona nella giustizia, come concittadino nella partecipazione, come diverso nel dialogo, come povero nella solidarietà e come fratello nella comunione». Bertone ha anche ricordato come «il lavoro sia sempre stato e continui ad essere un tema di primo piano della Dottrina sociale della Chiesa, uno dei suoi ambiti costitutivi» e ha richiamato all’«umanesimo integrale del lavoro nel Magistero sociale della Chiesa», in un momento in cui «è evidente che le dinamiche del mondo del lavoro sono tra quelle che per prime e maggiormente riflettono la globalizzazione e la sua ricaduta sulla vita concreta della persona in ogni sua dimensione». Secondo il segretario di Stato vaticano, «la profonda trasformazione che investe il mondo del lavoro in realtà non tocca solo gli aspetti oggettivi, cioè organizzazione, occupazione o disoccupazione, retribuzione, flessibilità, precarietà, ecc., ma coinvolge in modo rilevante i suoi contenuti etico-ideali».