Evado, ergo sum

Giunti a questo opunto evadere le tasse è La Legittima Difesa

Abbiamo il dovere morale di evadere le tasse, lo dobbiamo a noi stessi, lo dobbiamo ai nostri cari e ai nostri amici, lo dobbiamo alla nostra nazione.

Oggi non esiste nessuna ragione di sperare che la macchina pletorica, inefficiente e corrotta dello stato si emendi spontaneamente, non esiste ragione per sperare che l’intreccio fra corporazioni e politica permetta spontaneamente le riforme strutturali e liberali necessarie per la crescita.

La politica e la società italiana sono interamente arroccate nella difesa di una miriade di interessi particolari e mostruosi privilegi. L’Italia è governata da una fetida gerontocrazia che ha scaricato interamente sulle generazioni future l’onere di pagare i conti. Non è giusto, non è equo ,dunque abbiamo il dovere morale di evadere ogni singolo centesimo di tasse possibile.

Siamo ad un tornante della storia, l’Italia dopo 50 anni non potrà più fare nuovo debito pubblico, la sanzione, ammesso che davvero lo sia, è il default. Significa che lo stato non potrà più traslare sui figli il costo della propria inefficienza. Le scelte e il dibattito pubblico su come debba essere affrontato il problema, ovvero su chi debba pagare e su come e cosa si debba tagliare è uno spettacolo indegno che attraversa trasversalmente la politica, l’imprenditoria confindustriale, il mondo sindacale, e ogni singola categoria sociale ed economica italiana.

Chiunque abbia un minimo di sale in zucca è consapevole che esiste una sola strada per coniugare risparmio e crescita, quella che porta al taglio drastico della spesa improduttiva, tradotto significa innalzamento dell’età pensionabile e revisione di alcune pensioni maturate magari con pochi anni di contributi, tagli draconiani ai “costi della politica”, riorganizzazione e blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione, un taglio drastico ai dirigenti di nomina politica, la vendita di patrimoni pubblici mobiliari e immobiliari.

Non accadrà mai, non spontaneamente.

Sono nato con un debito pubblico di 28.000 sulle spalle, ora ne ho 34.000. La spesa pubblica italiana negli ultimi 10 anni è aumentata di 100 miliardi di euro, anni fa è stata fatta la riforma delle pensioni: un gruppo di vecchi politici consigliati da vecchi economisti si è riunito e ha deciso che il sistema pensionistico italiano dovesse passare dal retributivo al contributivo.Il risultato è che presto andremo in pensione con al massimo il 45% dello stipendio contro l’attuale 70%. Intendiamoci è giusto, mentre è ingiusto pretendere che altri paghino la nostra pensione, ma quel gruppo di vecchi politici, siccome a quel tempo era già abbastanza vicino alla pensione, si è guardato bene da attuare immediatamente la riforma, ha fatto i conti e l’ha fatta partire dopo che loro avessero maturato i requisiti pensionistici.

Oggi, ho la prospettiva di dovere pagare per il resto della mia vita un carico fiscale e tariffe pubbliche a livelli senza precedenti, so che potrò contare sempre meno su servizi pubblici e so che ai miei figli,a sistema invariato toccherà una sorte ancora peggiore. Come se non bastasse, a casa mia, il mio comune mi tratta come fossi una vacca da mungere e inventa sistemi sempre più ingegnosi per togliere a me e ai miei cari il frutto del lavoro.

Ora vi chiedo dovrei essere un buon contribuente? Dovrei pagare le tasse?

No non lo farò, non più, da ora sarò un evasore fiscale, girerò con quanto più contante possibile in tasca, mi rifiuterò di pagare i servizi di professionisti e artigiani se non rigorosamente in nero dietro un congruo sconto. Non pagherò il canone Rai, toglierò tutti i soldi possibili dai conti bancari e li trasformerò in oro. Purtroppo, oggi, il mio reddito da lavoro, è ancora vincolato dall’abominio chiamato “sostituto di imposta”, voglio licenziarmi e diventare autonomo.

Sarò un evasore fiscale, lo farò con forza e convinzione.

Lo farò per me perché sono un uomo e rivendico il diritto di disporre della maggior parte del frutto del mio lavoro e del mio ingegno.

Lo farò per i miei genitori, per mia moglie e i miei figli perché so che con questo sistema lo stato, nel bisogno, per loro non ci sarà.

Lo farò per la nazione di cui vorrei essere cittadino perché sono consapevole che solo il baratro o il suo orlo, mi restituirà un luogo in cui torni a esistere la speranza per un futuro migliore.

Le grandi manifestazioni non servono più a nulla, non abbiamo nemmeno il diritto di sceglierci i rappresentanti al parlamento, evadere le tasse è l’ultimo vero atto rivoluzionario che ci è rimasto, tutto sommato sarebbe molto più semplice emigrare in un altro paese. Rimanere qui e lottare contro lo stato per riformalo, non è solo la legittima difesa è un atto di disobbedienza civile, un percorso difficile e coraggiosa.

Se, come spero, anche voi deciderete di diventare evasori fiscali dovete sapere che avrete quasi tutti contro. Le forze dell’ordine, la magistratura, la pubblica amministrazione e la massa dei cittadini illusi che se tutti pagassero le tasse ne pagheremo meno.

E’ una terribile menzogna.

Se tutti chinassimo il capo alla mostruosa pressione fiscale scritta nelle assurde leggi Italiane lo stato sprecherebbe più soldi e tutti pagheremmo le stesse tasse di prima.

Pensateci e mentre lo fate chiedetevi come mai, improvvisamente, tutti i poteri forti: i politici,i grandi industriali, i sindacati, i media mainstream, tutti chiedono che si instauri in Italia uno stato di polizia tributaria. Davvero credete in un improvviso slancio di lungimiranza. No sono alla ricerca di una soluzione per perpetrare se stessi.

Io Evado Le Tasse.

Paolo Rebuffo (aka funnyking)

by: www.rischiocalcolato.it

Liquidazione e pensione ai parlamentari

Dal blog di Alessandro Camilli, questo interessantissimo articolo sulle disparità di trattamento pensionistico dei parlamentari delle varie nazioni europee, messe a confronto con le pensioni riservate ai politici italiani. Dal confronto risulta evidente la validità del detto che, per il politico italiano, vale di più l’essere (deputato, senatore, o deputato regionale) per avere (avere una sommatoria di vantaggi e privilegi), che non la passione di fare il politico. Ne ho avuta la conferma durante quest’ultime vacanze quando, un amico di Lecco mi ha raccontato di un suo ex compagno di lavoro – ai tempi un delegato sindacale, che quindi di lavoro ne svolse veramente poco – che era entrato in politica senza arte nè parte e ora, grazie a due legislature passate sugli scranni di Montecitorio, percepisce – da parecchi anni ormai, da quando ne aveva poco più di 50 – una pensione di 9700 euro circa al mese quale ex parlamentare.    
Liquidazione e pensione ai parlamentari: Italia batte Europa, Calabria batte Italia
 
ROMA – I parlamentari italiani sono primi nella non esaltante classifica dei politici che costano di più ai propri contribuenti. Il monte composto dalle liquidazioni e dalle pensioni che spettano ai nostri senatori ed ai nostri deputati anche dopo un’unica legislatura trascorsa in Parlamento stacca di gran lunga gli equivalenti francesi, inglesi e tedeschi. Esiste però un Parlamento che batte quello italiano su questo terreno. Non di uno Stato europeo né tantomeno di uno Stato sovrano, ma un “Parlamento” un po’ più piccolo, un parlamentino regionale, ovviamente italiano. La Regione Calabria batte tutti in fatto di pensioni riconosciute ai propri rappresentanti.
Dopo un solo quinquennio di attività a Montecitorio un deputato italiano si ritrova in tasca un assegno di fine mandato, una sorta di liquidazione, di quasi 47mila euro (che diventano più di 140.400 euro dopo 15 anni in Parlamento) e un vitalizio mensile, al compimento del 65esimo anno di età, che sfiora i 2.500 euro. Un’accoppiata, quella di liquidazione e pensione che negli importi non ha uguali in Europa. In Germania, ad esempio, cinque anni di lavori parlamentari fruttano agli “onorevoli” un assegno di oltre 7.600 euro per cinque mesi e una pensione, versata soltanto a 67 anni di età, di 961 euro mensili. In Francia il vitalizio arriva a 60 anni di età (62 dal 2018) ma non supera i 780 euro (c’è però l’opzione del trattamento “complementare”) mentre a fine mandato i deputati possono chiedere un sussidio di reinserimento lavorativo per tre anni. Più bassa dell’Italia anche la pensione dei parlamentari britannici, liquidata a 65 anni di età e calcolata con il metodo contributivo, che dopo cinque anni di mandato oscilla tra i 530 e i 794 euro. Nel Regno Unito la liquidazione è sostituita da un sorta di rimborso per le spese collegate al completamento delle funzioni di parlamentare che può raggiungere un massimo di circa 47mila euro. Le indennità dei parlamentari restano ben al di sopra della media europea (poco più di 5.300 euro), alla quale peraltro dalla prossima legislatura, sulla base dell’ultima manovra economica, gli stipendi di deputati e senatori dovranno, dovrebbero, adeguarsi.
A Montecitorio lo stipendio lordo dei deputati, escluse le “voci accessorie”, è di oltre 11.703 nero, che scende a 5.486 euro al netto delle ritenute fiscali e previdenziali. Si risale però con la diaria: oltre 3.500 euro mensili da cui vanno detratti circa 206 euro per ogni giorno di assenza dalle votazioni elettroniche. Altri 3.690 euro al mese vengono poi concessi per rimborsi spese. In tutto siamo a quasi 12.700 euro al mese, ai quali vanno aggiunti circa 3.100 euro l’anno di “indennizzo” per le spese telefoniche. Nutrito poi il pacchetto delle agevolazioni: ferrovie, navi e aerei gratis e un ulteriore rimborso: oltre 3.320 euro per chi risiede a meno di 100 km dall’aeroporto più vicino, che salgono a quasi 4mila euro per chi si trova a una distanza superiore. Trattamenti superiori a molti altri Paesi europei anche se su questo fronte la differenze con Francia, Germania e Gran Bretagna sono meno marcate. A Parigi l’indennità, escluse le voci accessorie e i rimborsi, supera di poco i 7.100 euro lordi ma al netto delle ritenute si avvicina a quella italiana: 5.246,81 euro. I parlamentari tedeschi beneficiano invece di uno stipendio lordo di 7.668 euro mentre i loro colleghi britannici percepiscono 65.738 euro lordi l’anno. Per non parlare dei paesi più poveri, sempre rimanendo in Europa, come Spagna o Portogallo e senza nemmeno voler citare i paesi da poco entrati nell’Unione.
Come dicevamo però esiste una realtà, quella del consiglio regionale calabrese, che riesce persino a far meglio, se così si può dire, rispetto al Parlamento italiano. Ai consiglieri calabri di lungo corso spetta infatti una «pensione» più alta di quella dei parlamentari: dopo tre mandati si arriva a 9.733 euro netti al mese, guardando dall’alto in basso i 7.200 euro lordi riservati agli ex senatori. Merito, prima di tutto, della struttura delle indennità che, come riporta il censimento degli “stipendi” realizzato dalla conferenza dei presidenti dei consigli, in Calabria privilegia la parte fissa di base (8.508,05 euro netti al mese, contro i 4.500 della Campania, per fare un esempio) e assottiglia quella variabile legata ai «rimborsi» (2.808 euro al mese, invece dei 6.317 della Campania). Il vitalizio si calcola sulla quota fissa, e il gioco è fatto. Ma la «pensione» dei consiglieri non è che uno dei costi sontuosi che la Regione Calabria sostiene per foraggiare i suoi rappresentanti. Stando alle spese (2008) riclassificate dalla Copaffistituzionali costano ogni anno 7,5 euro a residente, in Campania si arriva a 14,8 e in Calabria si sfonda il muro dei 38 euro pro capite. Il tutto in un Consiglio che, secondo l’ultimo rapporto sulla legislazione regionale, presenta il numero di atti di indirizzo e di interrogazioni più basso d’Italia (e anche il tasso di risposta inferiore).
E non è l’unica, la Calabria, ad attuare una simile politica, chi più chi meno quasi tutte le nostre regioni si dimostrano estremamente munifiche nei confronti dei loro parlamentari. Il vitalizio è oggetto di discussione ormai ovunque, ma di abrogazione quasi mai. Unica eccezione, finora, l’Emilia Romagna, che ha deciso di cancellarli a partire dal 2011. Anche in Umbria la maggioranza di centro-sinistra sembra decisa a imboccare la stessa via, mentre in Valle d’Aosta è calcolato con il metodo contributivo, in base al criterio del «tanto versi, tanto riceverai» che fuori dalle assemblee elettive è regola generale da anni. Nelle altre Regioni, ad esempio, il vitalizio è calcolato in percentuale sull’indennità, con un moltiplicatore che cresce insieme agli anni passati dall’interessato sui banchi del Consiglio regionale. L’età per il diritto all’assegno oscilla dai 60 ai 65 anni a seconda della Regione, con una eccezione: nel Lazio il diritto al vitalizio scatta a 55 anni, ma chi proprio non ce la fa ad attendere può cominciare a ricevere l’assegno a 50 anni, rinunciando al 5 per cento per ogni anno di anticipazione. Niente paura, però, superata la soglia dei 55 anni la decurtazione scompare e l’assegno torna a essere pieno: non solo, il vitalizio laziale è girabile ai coniugi superstiti senza pagare nulla, mentre nelle altre regioni la reversibilità si paga.


27 luglio 2011 | 14:50


Libertà di licenziamento? Forse sono un comunista..

Ne ho scritte di tutti i colori contro Marchionne e i suoi referendum ricattatori che tolgono dignità ai lavoratori della Fiat.
Ho criticato i lavoratori della Fiat che non si sono ribellati a quel ricatto e hanno votato sì lasciando che solo la minoranza che ha avuto il coraggio di votare no difendesse la dignità di […]

I $oldi degli Altri

Prelevo dal blog di M. Foa questo divertente specchietto di Fausto, un lettore che è transitato anche qui su questo blog.
il 12 agosto la manovra conteneva:
– contributo di solidarietà (raddoppiato per i parlamentari)
– abolizione delle province sotto i 300 mila abitanti
– festività infrasettimanali «non concordatarie» spostate a domenica
– via gli enti di ricerca e cultura sotto i 70 dipendenti
– tredicesima degli statali a rischio per amministrazioni che non abbiano centrato i risparmi attesi
Al 3 settembre, invece, tutto cambiato:
– via il contributo di solidarietà (tranne che per parlamentari – ma non è più doppio – e dipendenti pubblici)
– abolizione delle province rimandata all’approvazione di una legge costituzionale
– ripristino delle feste del 1 maggio, 25 aprile e 2 giugno
– restano gli enti di ricerca e cultura sotto i 70 dipendenti
– la tredicesima degli statali non è a rischio.
Nel mezzo alcune idee sono nate e morte nel giro di poche ore:

– ulteriore prelievo sui ulteriore prelievo sui capitali scudati (16 agosto)
– tfr in busta paga (17 agosto)
– scudo fiscale-bis (17-18 agosto)
– dismissioni del patrimonio dello Stato (19 agosto)
– modifica del contributo di solidarietà (con quoziente familiare; sopra i 200 mila euro)
– modulazione delle pensioni di «chi non ha mai lavorato» (25 agosto)
– intervento sul riscatto degli anni di leva e università nel computo delle pensioni di anzianità (29-30 agosto)
Mentre altre sono spuntate dal nulla dopo il 29 agosto:
– eliminazione dei privilegi fiscali delle cooperative
– carcere per chi evade oltre 3 milioni di euro
– maggiorazione dell’Ires del 10,5% per le società di comodo

– pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi online.
Dopo questo ameno riassuntino,  auspichiamo che tra le tante metamorfosi ci sia anche il ritiro definitivo della scellerata decisione di mettere on line (ovvero “in piazza” e alla pubblica berlina) le dichiarazioni dei redditi che già vengono firmate con firma e dati verificabili, visto che i Caf e i commercialisti le tengono già sui monitor dei loro computer . Non c’è quindi bisogno di metterle sul web (ovvero sulla piazza informatica) per la felicità dei ladri, dei guardoni del sociale e di ogni altro malintenzionato.

Questa è una mossa da DDR, una mossa da totalitarismo assoluto che Ida Magli interpreta in questo modo:

Ieri, con la disinvolta decisione di “mettere in rete” le dichiarazioni dei redditi di tutti, è stato dato il colpo di grazia: il “patto” non esiste più perché i governanti hanno dichiarato che la parola dei cittadini non è valida, che la firma che essi appongono ai propri atti non ne garantisce la veridicità. Sarà la “piazza” a farlo. Si tratta, insomma, di una decisione talmente fuori da  qualsiasi ordinamento civile da far supporre (o almeno voglio sperarlo) che i governanti non si siano resi conto delle sue implicazioni, delle sue conseguenze. Un sistema politico, qualunque esso sia, anche non fondato sulla democrazia rappresentativa, se si libera delle proprie funzioni di regolamento e di controllo della legalità e della giustizia, consegnandole alla “piazza” (internet è appunto questo: la “piazza”), perde esso stesso ogni qualifica di civiltà, segnala l’approssimarsi di quello stato che un tempo chiamavamo “barbarie”, ma che in realtà si è più volte riprodotto nella nostra storia anche recente, nei momenti di massima angoscia collettiva e di massimo degrado delle istituzioni: quelli del “dopoguerra”.
Inoltre la Magli mette in guardia dal pericolo di una nuova Inquisizione e della  “prigione dei Debitori”, un vecchio strumento medievale che credevamo relegato ai periodi oscurantistici della storia:
La “prigione per i debitori”, vecchio strumento medioevale, percepito già nei cosiddetti secoli bui come troppo incivile per poterlo sopportare, è ritornato. Il limite fissato in base alla ricchezza non ne cambia né il principio né il significato. Allora furono  i predicatori popolari, proprio in Italia, rimasti unici “rappresentanti” del popolo e suoi difensori nel generale degrado del potere, a denunciarne la barbarie e a creare i Monti di Pietà pur di non consentirne la presenza.
Oggi possiamo soltanto constatare che il pericolo della barbarie è sempre dietro l’angolo e che, se non ci sarà un soprassalto di dignità e di consapevolezza da parte di tutti, dobbiamo prepararci a vivere un nuovo secolo buio.
Qui tutto l’articolo.  In nome delle “privatizzazioni” e del “liberismo” ci propinano in realtà  il peggior comunismo su scala planetaria. Cosa non si fa per la vil pecunia!

Il bottone che salvò l’economia

Tanti anni fa lessi un racconto di fantascienza di cui non ricordo il titolo nè l’autore (una convinzione l’avrei, ma già in passato mi dissero che sbagliavo quindi preferisco tacere …).
Di seguito ne riassumo liberamente il contenuto, adattandolo all’Italia, perchè mi sembra perfetto per la situazione che viviamo.
C’era una volta il signor Tizio che stava vestendosi quando, allacciando la giacca, si ruppe un bottone.
Si cambiò quindi la giacca pensando che sarebbe andato a comprarne un altro la sera stessa.
Arrivato in ufficio trovò una inquietante lettera dell’ufficio delle imposte che gli intimava il pagamento di un euro con tutte le sovrattasse del caso.
Purtroppo l’euro non l’aveva e dovette dichiarare fallimento.
Naturalmente non poté comprare il bottone e fu proprio per il mancato incasso di quei dieci centesimi che anche il negoziante non riuscì a far quadrare i conti e dovette dichiarare fallimento.
Ma quel negoziante era regolarmente rifornito da una ditta che produceva bottoni e che, senza quelle regolari forniture e successivi incassi, passò da un esiguo utile a un passivo sempre maggiore e dovette chiudere.
La chiusura della ditta portò al licenziamento di cento lavoratori che, non avendo più il salario, ridussero le loro spese e non comprarono più vestiti, oggetti, libri, automobili …
In breve la catena si estese in modo esponenziale all’intera nazione con ripetuti fallimenti.
Il governo, preoccupato, chiamò a consulto i più valenti esperti economici, matematici, giuristi che, dopo giorni di impegno, riuscirono a risalire alla causa primaria di tutto il disastro.
Il governo, allora, abolì l’imposta che aveva portato l’ufficio delle tasse a chiedere l’euro al signor Tizio che, così, potè pagare i debiti e comprare il bottone.
A sua volta la vendita del bottone consentì al negoziante di continuare ad acquistare dalla ditta fornitrice che non licenziò i lavoratori che, a loro volta, continuarono ad acquistare beni di consumo permettendo a tanti altri di guadagnare e di produrre.
E vissero tutti felici, contenti e con poche tasse.
A buon intenditor …

Entra ne

Adelaide imperatrice del lago

In preparazione di un post dedicato all’Imperatrice Adelaide, la cui storia romanzata è ben narrata dalla scrittrice Ketty Magni, ripubblico un commento del 13 novembre 2010 di Marcello di Mammi.

Al momento, lascio aperta ogni possibile ipotesi sulla straordinarietà del contenuto di tale commento. Mi piace solo ricordare che Marcello era acerrimamente contrario a religioni monoteiste che non fossero il cristianesimo, l’ebraismo e il buddismo oltre che, forse, il confucianesimo, e Ottone II, le cui vicende storiche sono narrate nel libro di Ketty Magni, era certamente passato per il territorio della Contea di Mammi , soggiornando nel suo castello, quando si recò, con un esercito della coalizione cristiana, verso Rossano Calabro, dove, nella piana di Stilo, ingaggiò furiosa battaglia contro gli animaleschi disumani predatori saraceni.  
“Marshall
Se mi permetti un commento un po’ OT, ma sempre collegato all’argomento del post.
E’ una storia comune a molte località e pertanto può valere come esempio a conferma di quanto detto nel tuo post.
Gli Ottone, imperatori del Sacro Romano Impero, sono scesi in Italia diverse volte sul finire del primo millennio, in quanto paese strategico,per l’impero, data la presenza invadente del papato radicato sul territorio con chiese e soprattutto conventi ed abbazie. Cercarono di costituire dei feudi a loro fedeli che saranno poi i ghibellini in contrapposizione ai guelfi sostenitori del papato. Accadde che nella zona di Castiglion Fiorentino (attualmente in provincia di Arezzo) in località Mammi venisse costruito un castello a difesa e controllo di quella via che, iniziando da Arezzo, conduceva sulla riva del lago Trasimeno e, attraversando le località di Tuoro e Passignano,oggi provincia di Perugia, giungeva in questa città.
Era una strada importante perché era una variante a quella che collegava Firenze con Perugia e Roma.
Pertanto Il Granconte Ugo su ordine probabilmente di Ottone I o, secondo altre datazioni, di Ottone II
costituì la contea di Mammi, estesa fino a Tuoro e Passignano. E da allora, per molti secoli fino ai giorni nostri ossia fino all’anno 1953 si è tramandato il titolo di conti di Mammi. Essendo, l’ultimo conte morto senza eredi maschi, la dinastia si è praticamente estinta.
Per chi volesse leggere qualcosa in più, al post
http://narrare-dimammi.blogspot.com/2010/11/un-frate-un-re-ed-una-croce-santa.html
può trovare un episodio relativo ad un illustre personaggio di questa famiglia.
La storia è vera solo il viaggio da Parigi a Castiglion Fiorentino è romanzato tenendo conto degli usi e costumi del tempo in cui si è svolto (1270).
Ciao e scusa la lunghezza.

13 novembre 2010 17:49

Link a questo post Narrare di Mammi: Un frate un re ed una croce santa

Ancora sulla Libia

Ha fatto piazza pulita di Bin Laden, ma anche dei migliori alleati mediorientali. A dieci anni dall’11 settembre l’America fa i conti con il paradosso Barack Obama. Il paradosso di un presidente capace di condannare il paese al destino auguratogli dai peggiori nemici. Il destino di una grande potenza senza più amici, senza più credibilità, senza più autorità. Un gigante dai piedi d’argilla condannato ad affondare nelle sabbie mobili mediorientali. Un gigante costretto in caso di ripresa della minaccia fondamentalista a contare esclusivamente sulle proprie forze. Un gigante dimezzato che rischia di abbassare la testa davanti alla provocazioni iraniane, abbandonare la partita irachena, rinunciare alla sfida afghana.
La comprova arriva da Tripoli. I documenti dei vecchi servizi di sicurezza dimostrano gli stretti legami tra la Cia e Tripoli nella lotta ad Al Qaida. I dossier targati Cia raccontano la cattura a Bangkok nel 2004 di Abdel Hakim Belhaj, un veterano dell’Afghanistan capo di quel Gruppo Combattente considerato la cellula libica di Al Qaida. Oggi, dopo un passaggio a Guantanamo e la galera in Libia, Belhaj è il nuovo capo del consiglio militare di Tripoli. Si è conquistato gradi e verginità espugnando con l’appoggio della Nato il bunker del raìs. Nessuno, tanto meno lui, garantisce la sua conversione. Ma con Barack Obama il mondo gira così. Dieci anni dopo l’11 settembre l’America arruola gli ex luogotenenti di Bin Laden, condanna come reietti dell’umanità chi l’aiutava a combattere il terrorismo. È andata così con Muammar Gheddafi in Libia, con Hosni Mubarak in Egitto, con Ben Ali in Tunisia.
Ma non solo. Dietro questa prima linea di amici sacrificati emerge la terra bruciata di un Medio Oriente abbandonato al proprio destino. Il Libano, strappato ai siriani nel 2005, è stato regalato a Hezbollah senza che Washington muovesse un dito. In Irak, dopo il ritiro dello scorso anno, le milizie sunnite, convinte a suo tempo a rompere i ponti con Al Qaida, si ritrovano senza paga e alla mercè dei gruppi filoiraniani. La risposta è il rigurgito di attentati suicidi che lo scorso 15 agosto ha riportato il Paese all’epoca del terrore e delle stragi. Nello Yemen non va meglio.
Il Paese da cui partì l’attentatore che nel Natale 2009 tentò di far esplodere un aereo in atterraggio a Detroit è nel caos della guerra tribale. Nel nome della primavera araba Obama ha abbandonato al proprio destino il presidente Alì Abdullah Saleh. Al pari di Gheddafi, Mubarak e Ben Alì era la rappresentazione vivente di corruzione e despotismo. Nei dieci difficili anni seguiti all’11 Settembre lui e i suoi omologhi si erano però dimostrati leali all’America e dell’Occidente, avevano offerto un contributo decisivo, seppur interessato, alla guerra al terrorismo. Abbandonandoli a se stessi, condannando i loro Paesi al caos e all’anarchia, Obama non offre un contributo alla causa della democrazia, ma a quei nemici sempre pronti a ricordare che dell’Occidente non ci si deve fidare.
Il tradimento, l’abbandono dei vecchi alleati è percepito dalle piazze islamiche come la miglior conferma di questa teoria. Così chi in Afghanistan spera di dividere i talebani convincendoli a trattare con l’Occidente deve far i conti con il tradimento di un Obama a pronto a scaricare chi credeva in Washington. Chi in Medio Oriente parla a nome dell’Occidente deve far i conti con una Casa Bianca pronta a consegnare ai giudici Mubarak e Gheddafi, ma indifferente alla spietata repressione siriana. Una repressione che ha fatto più di 30mila morti. Una repressione guidata da Bashar Assad, ovvero dal più stretto alleato dell’Iran, dal miglior amico del peggior nemico dell’America. Ma della Siria e delle sue stragi Obama non si cura. Con lui alla Casa Bianca tremano gli alleati e gioiscono i nemici.

Arricchimento culturale rumeno

MILANO – Momenti di paura sul treno Frecciarossa 9530 Roma-Milano. Un uomo, di nazionalità romena, che viaggiava senza biglietto, scoperto dal personale Fs, ‘ha preso in ostaggiò una donna puntandole un coltello sotto la gola e intimando a passeggeri e personale ferroviario di allontanarsi.
L’ARRESTO – La vicenda, per fortuna, si è conclusa senza conseguenze, perchè l’uomo si è arreso e, una volta che il treno è arrivato nella vicina stazione di Bologna, è stato ammanettato dalla polizia ferroviaria, precedentemente avvertita. L’uomo ha minacciato la passeggera per circa 15 minuti, ma senza fare alcuna richiesta precisa. Mentre la carrozza n. 11 era ormai vuota, salvo la presenza di due controllori che assistevano alla scena mantenendosi a distanza ma pronti ad intervenire.
«ERA IMPAURITO» – La donna ha sempre mantenuto la calma e ha cominciato fin dall’inizio a parlare con l’uomo: «In realtà era molto impaurito e sembrava sinceramente innocuo, più che altro confuso», riferisce la donna all’Adnkronos. «Man mano che gli parlavo mi sono resa conto che non intendeva farmi del male, anzi -aggiunge- ho dovuto rassicurarlo sul fatto che una volta sceso nella stazione ormai vicina non gli avrebbero fatto del male». Appena arrivati a Bologna l’uomo è stato ammanettato senza opporre resistenza e portato via dalla polizia.

Il castello di Lierna

Il Castello e la chiesetta di Lierna

Lierna presenta tracce medievali in località Castello.
Anche se oggi il vecchio maniero, tutto posto su una piccola penisoletta, è trasformato in case di abitazioni con giardinetti e orti a lago, sostenuti da alti muri, è possibile notare la presenza di strutture risalenti alla fortificazione militare; si trattava senzaltro di un piccolo baluardo nel quale si poteva svolgere una vita autonoma anche se ristretta; vi è pure la chiesetta di San Maurizio che denota caratteristiche romaniche; la sua vera fisionomia è stata un pò compromessa da restauri non sempre sinceri; le monofore poste sui lati, leggermente strombate, nella parte superiore sono arcuate con pietre poste a raggiera; la costruzione è in pietra non squadrata, con una fascia superiore intonacata, forse in aggiunta posteriore; la facciata a capanna è composta da una porta centrale rettangolare, da una finestra, pure rettangolare, sul lato destro della porta; sopra alla porta un piccolo occhio fortemente strombato; ai lati dello stesso due affreschi, sull’intonaco della facciata, delineati in un ampio rettangolo ad arco superiore come le finestrelle laterali; il dipinto di sinistra raffigura San Maurizio, quello di destra San Lazzaro; alcuni la chiamano dei SS. Maurizio e Lazzaro, altri autori, solo di San Maurizio.
La facciata della chiesa è frontistante i vicoli del “castello” mentre l’abside è rivolta a lago a mò di bastione protettivo; l’accesso avveniva da dentro le mura, perché adatta a funzionare anche se la cittadella si trovava assediata.
Ora si accede a un piccolo patio, posto sul lato nord, da un grande portale sul cui fianco si trova ancora una specie di garritta cilindrica a torrione.
Sarebbe certamente opportuna una ricerca stratigrafica delle fondazioni, perché si potrebbe forse giungere a una probabile pianta dell’antico maniero, e non è escluso che si potrebbe scoprire un monumento unico nel suo genere non solo riferibile al nostro lago; in quel caso, da un disegno oculato, si potrebbe giungere ad una ricostruzione il più fedele possibile.
Antonio Balbiani, omonimo dell’autore di Lasco il bandito della Valsassina, è il compositore del brano. Professore, nel periodo a cavallo degli anni ‘60/’70 era direttore dei Musei Civici di Lecco. Con altri studiosi, ricercatori e giornalisti, in quel periodo diede vita a convegni e dibattiti sulle Fortificazioni del Lago di Como, i cui lavori sono condensati nell’omonimo libro  della Casa Editrice Pietro Cairoli – Como. Le sessioni si svolsero nell’incantevole scenario di Villa Monastero di Varenna, ridente località del lago di Como.

Il Castello di Lierna deve la sua fama ad un fatto storico. Nel 951 vi fu imprigionata Adelaide, prima che diventasse moglie di Ottone I, e quindi imperatrice del Sacro Romano Impero. La vicenda storica della sua prigionia, e tutta la storia romanzata della sua lunga vita, è narrata molto bene  da Ketty Magni nel suo ultimo romanzo storico Adelaide imperatrice del lago.

Mario Biondi in scena a Roma

Dopo il grande successo dell’album live “Yes You”, torna sul palco Mario Biondi, con un nuovo tour all’insegna dei grandi numeri. Spazio dunque alla musica di grande livello venerdì 23 settembre all’Auditorium Parco della Musica di Roma con uno spettacolo completamente nuovo con nuovi arrangiamenti che rispolverano la natura jazz di Mario Biondi, in cui protagoniste assolute saranno la musica e la sua inconfondibile voce, calda, profonda, sensuale, eppure limpida e sicura. Sul palco con Biondi, anche la consolidata band composta da musicisti e solisti di primo piano, che lo hanno accompagnato anche nel recente “Spazio Tempo Tour”, che la scorsa estate ha fatto registrare il tutto esaurito.
Catanese, classe 1971, dopo anni di gavetta Biondi inizia il suo cammino professionale fino ad ottenere grandi successi e meritati riconoscimenti anche in ambito internazionale.
Un artista che porta alto il valore e la maestria anche oltreoceano. Info:www.auditorium.com