Una musica creativa vibra fra le stelle

“La teoria delle stringhe è un pezzo di fisica del ventunesimo secolo che si è trovata per caso nel ventesimo.” (Edward Witten)

Stiamo vivendo un’era di grande importanza per quanto riguarda le scoperte della fisica moderna. Dopo un secolo di accuse da parte dei fisici sperimentalisti nei confronti di quelli teorici, ecco che sono proprio questi ultimi a creare una nuova, fantastica teoria volta a porre fine all’eterno conflitto tra meccanica quantistica e relatività generale. Trattasi della teoria delle stringhe (niente a che vedere con quelle delle vostre scarpe!).

Innanzitutto è bene ripercorrere alcune nozioni fondamentali della fisica del nostro universo. La sedia su cui siete seduti è composta da atomi, che a loro volta sono fatti di elettroni e quark. Ora, fino a qualche tempo fa i fisici si arresero di fronte a cosa potesse esserci dopo i cosidetti “quark”. Molto spesso chi scriveva libri di fisica se la cavava mettendo un bel punto interrogativo al posto dell’elemento costituente dei quark. Ciò andò bene a tutti, nessuno si lamentò e la fisica continuò ad andare avanti. Questo fino agli anni Ottanta, quando la teoria delle stringhe fece scalpore nella comunità scientifica. Mentre state leggendo questo articolo, i fisici moderni si stanno spremendo le meningi per dimostrare sperimentalmente l’esistenza delle stringhe. Finora essi sono riusciti, tramite l’uso dei più potenti microscopi, ad osservare le stringhe, sottoforma però di oggetti puntiformi. Ma a cosa serve realmente questa teoria? Da sempre l’uomo si chiede come siamo nati e perchè ciò che vediamo è fatto così. Ecco che la teoria delle stringhe entra in scena e si propone come TOE (dall’inglese “Theory of Everything”), volta a spiegare anche cosa ci fosse BTB (”Before the Bang”). Secondo la teoria i costituenti fondamentali della materia non sono altro che un riflesso dei vari modi in cui una stringa può vibrare. Attenzione, stiamo asserendo qualcosa di incredibilmente pazzesco: il nostro universo sarebbe così proprio grazie al semplice movimento delle stringhe. Le proprietà delle particelle, dunque, sono la musica suonata dalle stringhe fondamentali! In realtà chi è in costante contatto con la teoria delle stringhe ha i piedi più per terra, ma affrontare le prossime scoperte scientifiche sapendo di avere il sostegno di una così ambiziosa teoria sarà assolutamente gratificante. Per questo non bisogna mai perdersi nel cinico riduzionismo, perchè siamo sicuri che le nuove generazioni di fisici faranno sempre più passi in avanti, e mentre ci stupiamo della nuova visione del cosmo, facciamo la nostra parte, contribuendo anche noi all’ascesa del genere umano verso le stelle.

Francesco Carbognin

Se la crisi è un pò globale ci facciamo tutti male

La crisi economica internazionale ha in sé i tratti del “passaggio epocale”, portando ragioni sociali, politiche e culturali di più ampia portata. Fosse solo una crisi “nel” sistema produttivo-finanziario, una “congiuntura” di breve periodo, ne saremmo già usciti, così come è accaduto nel passato. Sarebbe bastato “riconvertire” qualche settore in affanno. Incentivare, con le leve bancarie o con l’intervento pubblico, questo o quel comparto. Spostare mano d’opera, espellere gli esuberi, aggiornare professionalmente. Ma così non è. Non è stato e difficilmente sarà per il futuro. Intanto per il contesto globale della crisi. Su questi scenari c’è ben poco da manovrare. Le concentrazioni finanziarie, le delocalizzazioni spinte e la conseguente crescita economica dei nuovi colossi internazionali (Cina, India, Brasile) offrono ben pochi margini di manovra alle più tradizionali economie occidentali (d’Europa e statunitensi), vincolate da un sistema sociale garantista, da rigide regole democratiche, da normative rigorose (pensiamo solo alla tutela dell’ambiente). A ciò si aggiunga l’invecchiamento del sistema occidentale (rapporto tra vecchi e giovani) e gli alti costi del sistema previdenziale. C’è poi un dato antropologico che rende ancora più acuta la crisi. Uscendo fuori da anni di “vacche grasse” e da diritti diffusi, il “nostro mondo” mostra una sostanziale stanchezza culturale. Si è appagato di facili agi di massa. Ha consumato e continua a consumare ben oltre le proprie possibilità e necessità. E’ poco disposto al sacrificio, per sé e per i propri figli. Anche per questo l’età adulta si sposta. I lavori più faticosi vengono delegati agli immigrati. Ad imporsi è una sorta di attendismo generazionale e di spaesamento collettivo, determinati dalla perdita di quelli che si consideravamo diritti acquisiti, certezze (sociali ed economiche) inattaccabili, standard inalienabili. Ma se la crisi è epocale e quindi globale, se essa assume i tratti non della congiuntura ma della crisi strutturale, evidentemente la risposta allo “spaesamento” non può passare solo attraverso gli interventi tampone, importanti, ma non esaustivi, quanto soprattutto da robuste iniziative strategiche, in grado di “riequilibrare” alla radice le attuali storture “di sistema”. Sia chiaro: non esistono ricette di facile applicazione. Occorrono ed occorreranno ancora sacrifici ed interventi “strutturali”. Occorrerà soprattutto acquisire la consapevolezza che nulla potrà restare come prima e che tutti, ai vari livelli, dovremo iniziare a ripensarci , in termini sociali, culturali e politici. Dovremo imparare a spendere meno e meglio, privilegiando investimenti di lunga durata. Dovremo ritrovare nella famiglia non solo un generico valore ma un elemento fondamentale della società, con forti ricadute economiche e sociali. Dovremo ricominciare a guardare all’economia reale e di sostentamento (pensiamo al valore dell’agricoltura, all’artigianato, alla piccola industria, al ruolo dei territori). Dovremo sviluppare politiche inclusive (pensiamo soprattutto alla partecipazione sociale, di categoria, e all cogestione aziendale). Dovremo orientare l’educazione evitando antieconomiche dispersioni. Dovremo ritrovare il senso di una sussidiarietà diffusa. Di fronte a questi scenari epocali, pensare di risolvere i problemi con qualche protesta, magari con uno sciopero generale, ovvero appellandosi ad un generico richiamo “al mercato” significa non avere compreso ciò che è accaduto e che ancora accadrà, a seguito delle trasformazioni avvenute in questi anni. Responsabilità vuole che si prenda atto della realtà e ci si attrezzi di conseguenza. Con coraggio e consapevolezza. Alzando il tiro, nelle analisi, nei dibattiti e nelle conseguenti proposte.

Mario Bozzi Sentieri

Cgil e Bersani sono in malafede, ma lo sciopero è giusto.

Scombussolamento totale: non mi sarei mai sognato che un giorno avrei detto che che la Cgil o un segretario del Pci, adesso Pd, fanno bene a fare lo sciopero.
Intendiamoci, lo fanno in malafede e per partito preso, naturalmente, ma mi sento di appoggiarlo.
Bersani, che ogni mattino che il buon Dio manda sulla Terra, si sveglia […]

Addio a Salvatore Licitra

Lo conoscevo da molto tempo prima che diventasse famoso. Ho seguito tutto il suo iter artistico: dalla scuola di musica a Parma, al suo trionfale esordio all’Arena di Verona nel giugno ’98 con “Un ballo in Maschera”; l’esordio alla Scala, sotto la magistrale direzione di Riccardo Muti, nel marzo 2000 nella “Forza del Destino”; il 7 dicembre 2000 l’apertura della stagione operistica nel Manrico de Il Trovatore (vedi YouTube sotto) .
Era unanimemente considerato il degno erede di Pavarotti, che sostituì nel maggio 2002 al Metropolitan di New York nella parte a lui più gongegniale di Mario Cavaradossi di Tosca.
Amico, è stato mio sostegno morale nei momenti bui della vita: pensare alle sue performance mi è stato di grande aiuto e sprone. L’ho incontrato di sorpresa il 23 febbraio di quest’anno, e in tale occasione mi ha fatto dono della sua precedente registrazione del Don Carlos alla Los Angeles Opera. Parte di tale registrazione l’ho inserita nel post dedicato a Sofonisba Anguissola.

Qui sopra lo vediamo nel Manrico del Trovatore, alla Scala nel dicembre 2000.
Lascia un grande vuoto nei suoi cari e nei numerosi fans sparsi per tutto il mondo.

Post correlati: Licitra a Pechino (del 27 luglio 2008)

L’affare Seat-Telecom e i magheggi di Prodi, D’Alema, Cossutta, Visco e compagnia. Nessuno indaga?

Riproponiamo l’articolo “L’affare Seat-Telecom” sperando che qualcuno (magistrati?) ci dica, finalmente, dove sono finiti i 6,7 miliardi di euro spariti in Lussemburgo. Protagonisti, con ruoli diversi, i sigg: Prodi, D’Alema, Visco, Ciampi, Cossutta, Del Turco, Pelliccioli, Drago, Tazartes, Erede.
Tra le “strane” operazioni compiute da “tecnici” con un “alto senso dello Stato”, quelle intorno a Telecom e dintorni sono le più sfacciate rapine effettuate ai danni dell’erario e dei piccoli azionisti. La straordinarietà di tali operazioni, il cui vantaggio economico è tutto da dimostrare, è consistita nel fatto che esse sono servite a ricoprire d’oro alcuni azionisti…
Il caso più clamoroso, anche se non il solo, purtroppo, è rappresentato dal viaggio di andata e ritorno della Seat: dalla Stet al ministero del Tesoro (autunno ’96), dal Tesoro ad azionisti privati (luglio ’97), dai privati a Telecom (operazione annunciata a febbraio, conclusasi a giugno 2000); a febbraio il premier è D’Alema, ministro del Tesoro Amato, a giugno il premier è Amato, il ministero del Tesoro è assorbito in altri dicasteri, i ministri economici sono Visco e Del Turco). Alla fine dell’operazione qualcuno ha incassato 6,71 miliardi di euro (13mila miliardi di lire) pagati da mamma Telecom, che a causa di questa operazione ha accusato nel 2001 un vistoso calo di profitti.
Dettaglio di un’operazione da “tecnici con alto senso dello Stato”:
Nel luglio ’97, il Tesoro (Ciampi, premier Prodi) vende il 61,27% della Seat alla società Otto-Ottobi, incassando 853,7 milioni di euro lordi, sulla base di una valutazione complessiva dell’azienda di 1,65 miliardi di euro, e contemporaneamente la Telecom paga 170 milioni di euro alla Otto-Ottobi per il 20% della società. Tutto si può dire tranne che il Tesoro abbia concluso un affare. I fatti dimostrano che gli acquirenti hanno pagato meno di due volte il fatturato di una “gallina dalle uova d’oro” con un business garantito per i dieci anni a venire…e la conferma verrà nel 2000 quando, per acquistare dagli azionisti della Otto-Ottobi il controllo della Seat, la Telecom non esiterà a valutarla 20miliardi di euro.
L’ardito marchingegno finanziario che ruota attorno alla Otto-Ottobi, rende completamente opaco l’assetto proprietario della Seat. Questa assoluta mancanza di trasparenza impedirà in seguito di conoscere nel dettaglio i nomi dei beneficiari di 6,71 miliardi di euro (13mila miliardi di lire, mica noccioline, no?) versati da Telecom Italia al Magnifici Otto in cambio del controllo della Seat. Il Tesoro (Ciampi) è al corrente dell’alveare societario che forma l’azionariato della Otto-Ottobi nel momento in cui le consegna il 61,27% della Seat?. Ed è al corrente che un azionista col 10% del capitale che corrisponde al nome di Investitori Associati II è a sua volta un sotto-sistema di finanziarie in gran parte domiciliate in paradisi fiscali off-shore non riconducibili a persone fisiche e totalmente esenti da imposte in Italia ?.
E non è finita. Tra i boss della Seat e i soci della Otto-Ottobi vi è totale sintonia di interessi. Pelliccioli (quello dei 160 miliardi di lire di liquidazione), comincia col non distribuire il dividendo del bilancio 1997, che spetterebbe per la quasi totalità al Tesoro (Ciampi, Prodi premier), rimasto azionista della Seat fino al 25 novembre. Evidentemente deve esserci un accordo tra acquirenti (i Magnifici Otto) e il venditore (il Tesoro, cioè Ciampi, premier Prodi), in base al quale quest’ultimo rinuncia ad incassare la quasi totalità dei 78,5 milioni di euro di utile netto dell’esercizio 1997. Ma questi profitti non riscossi non sono gli unici che lo Stato lascia “in dote” ai nuovi azionisti. La società (Seat) viene infatti consegnata alla Otto-Ottobi con 258 milioni di euro di liquidità che il Tesoro (Ciampi, premier Prodi), volendo, potrebbe prelevare con un dividendo straordinario, così come farà con l’Enel poco prima della privatizzazione. Dagli 1,65 miliardi di euro di valutazione della Seat all’atto della vendita bisognerebbe quindi sottrarre, a rigor di logica, i quasi 337 milioni di euro di disponibilità finanziarie che i nuovi azionisti vi trovano in cassaforte. Il dettaglio non è di poco conto perché l’acquisizione della Seat si configura come un’operazione con cui gli acquirenti finanziano l’acquisto dell’azienda con la liquidità che essa ha “in pancia”, con l’obiettivo di rivenderla e ricavarci una maxi-plusvalenza quando le quotazioni saranno salite alle stelle.
All’inizio del febbraio 1999 il Cda Seat decide di distribuire un dividendo straordinario di 905 milioni di euro dando fondo alle riserve di bilancio. Questo dividendo va ad aggiungersi a quello ordinario, che per l’esercizio 1998 ammonta a 148 milioni di euro, praticamente al 100% dell’utile. Quindi oltre 1 miliardo di euro di dividendo complessivo, di cui 645 milioni affluiscono nelle casse della Otto-Ottobi…la società acquirente della Seat preleva dunque dalle casse di quest’ultima, a un anno e mezzo soltanto dalla privatizzazione, una quota capitale addirittura superiore al debito contratto per acquistarla. A farne le spese è la Seat, che passa da un saldo positivo di 387 milioni di euro a uno negativo, cioè ad un debito netto di 671 milioni di euro. Questo sì che è creare valore!!!!!
All’inizio del 1999 gli investitori della Otto-Ottobi possiedono il 61,27% delle azioni ma per mantenere il controllo è sufficiente il 50% più un’azione. Incaricano la Lehman di collocare presso investitori istituzionali l’11% del capitale…e l’operazione si consuma in un attimo generando un incasso di oltre 465 milioni di euro. Prima 645 milioni di euro di dividendo e ora altri 465 milioni dalla vendita di un pacchetto di azioni. Si comincia a rientrare ampiamente dall’investimento effettuato meno di due anni prima.
Sarà una coincidenza, ma la vendita di quell’11% della Seat spinge i suoi azionisti, nel febbraio 1999, a trasferire anche la proprietà della Otto-Ottobi in Lussemburgo, dove la maggioranza dei soci ha già eletto il proprio domicilio. Dalla sera alla mattina, il 61,27% della Seat viene trasferito nel Granducato a due società di nuova costituzione, la Huit I e la Huit II, fotocopia (siamo nel febbraio’99, il ministro del Tesoro è Ciampi, premier D’Alema) di quelle utilizzate 18 mesi prima per l’acquisto dal Tesoro (’97, ministro del Tesoro Ciampi, premier Prodi). E’ l’apoteosi dell’elusione fiscale. Ma il ministro delle Finanze Visco sembra disinteressarsene. Ignorando il trasferimento della proprietà della Seat in Lussemburgo, lo Stato italiano si nega di fatto la possibilità di incassare le imposte (tasse) sulle plusvalenze che saranno realizzate al momento della vendita a Telecom.
Quadro riepilogativo della svendita di “Seat Pagine Gialle” (cioè d’oro):
Riassunto di come si acquista dallo Stato (la Seat) che ha un terzo di fatturato aziendale già garantito (da Telecom) fino al 2007, con fideiussioni (del socio nell’affare) Comit (finanziamento del debito studiato da Cossutta), e si diventa miliardari in euro in due anni senza nemmeno pagare le tasse. Cioè in poco più di due anni la “cordata” che s’è aggiudicata la Seat, pagandola 853,7 milioni di euro, ha cavato dalla società stessa 935 milioni di euro di dividendi che le hanno permesso di rimborsare i 622 milioni di euro di debiti contratti per l’acquisto, spese accessorie incluse. Se ai dividendi aggiungiamo i 465 milioni di euro ottenuti dalla vendita dell’11% di azioni, pari a una rivalutazione del 255% in due anni, otteniamo un primo bilancio dell’incredibile operazione. Pelliccioli, Drago, Cossutta, Tazartes, Erede: ecco i nuovi finanzieri della seconda repubblica.
Dal 1999…la proprietà delle azioni Seat si è spostata in Lussemburgo, dove il fisco italiano non arriva, e tutto è pronto per il colpo finale: la vendita alla Telecom, passaggio propedeutico alla fusione Seat-Tin.it.
Tra poco vedremo i soci della Huit convolare a nozze con Roberto Colaninno.
Ma in che mani sono finiti quei 6,71 miliardi di euro (13 mila miliardi di lire!!!) pagati dalla Telecom per comperare il controllo della Seat ? Che strade hanno battuto prima di arrivare a destinazione ? (l’affare Telekom-Serbia ne sa qualcosa ?) Per ora si possono dare risposte parziali. Si può per esempio affermare, senza tema di smentita, che quei 6,71 miliardi di euro, usciti da una società con sede sociale a Torino (la Telecom) per l’acquisto di un’altra società domiciliata nella stessa Torino, a qualche isolato di distanza (la Seat), sono transitati per uno Stato nel quale non si pagano imposte, che garantisce il più assoluto anonimato in fatto di investimenti (il Lussemburgo).
Ndr: I 6,71 miliardi di euro (13mila miliardi di lire) versati dalla Telecom ai soci della Seat si sono persi in un labirinto di società in cui finora nessuno ha voluto addentrarsi. E se cominciassimo ad occuparcene ??
Per ulteriori informazioni consigliamo la lettura del libro “L’affare Telecom” di Giuseppe Oddo e Giovanni Pons Sperling & Kupfer Editori.

NOTA: tratto da SBFC.
Articolo a firma Vittorio Baroffio interamente tratto dal sito laseatsiamonoi.com.
Qui l’articolo originale
fonte blog: “questa è la sinistra italiana”

Uno Stephen King tutto in digitale

Si chiama “Mile 81” il nuovo racconto del maestro dell’horror Stephen King. Ma questa volta lo scrittore americano offre ai suoi lettori più appassionati un’opportunità in più. Forte dell’era digitale che avanza, King non si lascia sfuggire l’occasione di pubblicare l’ultima creatura in formato esclusivamente e-book. Una “storia agghiacciante” di 80 pagine che in Usa hanno già messo in vendita al prezzo di 2,99 dollari che fonde il sentimento di ”Stand by me” con il genio horror di ”Chistine”: la storia di una misteriosa auto senza conducente, che sfreccia sulla Maine Turnpike e che  intercetta un giovane coraggioso, Pete Simmons, fresco di sbornia. L’e-book contiene anche un’anticipazione del prossimo romanzo di Stephen King, ”11.22.63”, dedicato all’assassinio di J.F. Kennedy e che sarà nelle librerie americane da novembre: un viaggio nel tempo compiuto da un professore del Maine che s’innamora di una bibliotecaria e che nel suo percorso incontra persone famose come Elvis Presley ma anche Lee Harvey Oswald, l’uomo accusato di aver ucciso il presidente americano.

L’alternativa dell’ottimismo

Alcuni amici, Nessie  e Gaetano  in primis, scrivono critiche alla manovra e alle modalità di affrontare le questioni che non possono essere contestate (a parte le questioni sul lavoro e le pensioni secondo Gaetano che sono da me viste differentemente).

Il nodo arriva quando si dovrebbe passare dalla fase della critica alla fase propositiva.
Molto sinceramente Nessie afferma che l’alternativa è tra “l’essere servi o più servi”.
Gaetano si lancia in ipotesi fondate sulla decapitazione (economica) della classe politica.
Il dato ineludibile è che per quanto Berlusconi non ci soddisfi e non abbia saputo convincere i suoi alleati della necessità di una svolta rispetto alle manovrine dorotee da prima repubblica, gli altri sarebbero molto peggio.
In questa manovra, ancora da chiudere con il voto finale, sono pur presenti elementi di innovazione:
– la riduzione delle agevolazioni alle cooperative
– il pareggio di bilancio come vincolo costituzionale
– la possibilità di contratti aziendali e territoriali in deroga
e altri sono stati ritirati a causa del fuoco di sbarramento della conservazione, ma potranno trovare, una volta abbattuto il tabù, una nuova riproposizione nei prossimi tempi:
– la riforma del sistema pensionistico per arrivare quanto prima all’età di 65 anni per tutti
– la soppressione delle festività del 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno
– la soppressione di province, comuni e la riduzione di parlamentari e consiglieri di vario genere
– il taglio significativo dei trasferimenti agli enti locali che obbligherebbe al federalismo fiscale per cui ognuno potrà consumare quanto produce in loco.
Altre ancora non hanno mai trovato una formulazione scritta, ma rimangono come opzione valida (e alla quale si dovrà arrivare necessariamente):
– la vendita dei beni dello stato (immobili, monumenti, opere d’arte, partecipazioni)
– l’aumento dell’Iva.
Pur non condividendo neanche un po’ alcune scelte
– l’aumento delle tasse sui risparmi dal 12,5 al 20%
– l’aumento dei bolli sui depositi amministrati
– la gogna fiscale
la manovra, se confermata, pone le premesse per prossimi (immagino non troppi lontani …) interventi di carattere strutturale nel senso di una maggiore attenzione al taglio delle spese.
Se, invece, si dovesse dar ascolto all’opposizione avremmo avuto:
– una patrimoniale (magari a carico di 25 milioni di Italiani, come proposto da Amato, per sottrarci altri soldi)
– la violazione di ogni credibilità dello stato con la tassazione dei capitali scudati e rientrati in Italia
l’aumento delle aliquote irpef
l’aumento degli estimi catastali
– la reintroduzione dell’Ici anche per la prima casa.
Peggio ancora, con la sinistra, andrebbe sul piano dei Valori, perchè loro legittimerebbero:
– l’eutanasia
– la manipolazione genetica
– le unioni tra gli omosessuali
– la liberalizzazione delle droghe che loro definiscono “leggere”
– la cittadinanza e il voto per gli immigrati.
In sostanza con Berlusconi possiamo ancora sperare, con la sinistra perderemmo anche la speranza.
La crisi economica e finanziaria passerà, come sono passate tutte nel passato e come passeranno quelle che, inevitabilmente, torneranno ad affacciarsi nel mondo nel futuro.
Credo che quello di cui i comunisti ed i loro caudatari abbiano realmente paura, tanto da accanirsi come non mai contro il Premier ed accontentarsi di un governo di “solidarietà nazionale” (o come comunque lo si voglia chiamare dove siano presenti tutti) sia proprio che la crisi possa finire con Berlusconi Premier che così capitalizzerebbe il “successo” a lui non imputabile, come non è a lui imputabile la crisi.
Per questo l’alternativa, in mancanza di una forza politica come avrebbe potuto essere La Destra se fosse riuscita a riunire la diaspora della Destra missina, non può che essere nella nostra testa.
Come nel 1994 arrivò Berlusconi ad impedire la deriva marxista della “gioiosa macchina da guerra” di Ochetto e del pci/pds, così la resistenza al governo e l’atteso superamento della crisi potrà consentire a Berlusconi o ad un nuovo Berlusconi di presentarsi nel 2013 con le carte in regola per riproporre quello che è nei miei auspici.
Una rivoluzione liberale in economia e una restaurazione tradizionalista nei Valori.

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Affinità e divergenze. Bologna: il sindaco Merola dice no ai redditi online, ma il PD con Donini lo smentisce


Nelle fasi convulse della cangiante manovra, Tremonti in pochi giorni ha proposto tra le altre cose l’idea di mettere i redditi online come Visco, poi ancora online ma per categorie e in modo in parte anonimo, poi la norma in quei primi termini almeno pare saltata.

(nella foto, Tremonti e Visco)

Come si comporteranno i Comuni?
Per Bologna, il sindaco Merola si dice contrario anche se propone uno stretto monitoraggio dei conti correnti in relazione alla dichiarazione dei redditi.

Dal Corriere:

” Niente pubbliche gogne, almeno a Bologna. Il sindaco stronca l’emendamento alla manovra del governo che permetterebbe ai Comuni di pubblicare sul web i redditi dei contribuenti. «Le misure demagogiche non mi piacciono», dice Merola, che per migliorare la lotta all’evasione insiste nel chiedere pieno accesso all’anagrafe di patrimoni e conti correnti, con la creazione di un’agenzia di riscossione metropolitana.
Una linea che non convince il direttore regionale dell’Agenzia delle Entrate, Antonino Gentili: «Più che sovrapporre poteri di indagine, bisogna rafforzare le azioni congiunte contro l’evasione già in atto»

Non è difficile immaginare cosa succederebbe sotto le Due Torri (come nel resto d’Italia) se i redditi dei bolognesi finissero on line. Accadde già nell’aprile del 2008 con il governo Prodi, quando la pubblicazione dei redditi sul web fu ritirata dopo una manciata di minuti tra polemiche e interventi del Garante della privacy. «Quando lo fece l’ex ministro Visco venne massacrato — ricorda infatti Merola. (….) «Io non ho chiesto di mettere alla gogna nessuno, ma solo strumenti per accertare e riscuotere», spiega il sindaco (…..) «La pubblicazione dei dati online ha senso solo se accompagnata da provvedimenti concreti — insiste Merola — e io mi muoverò solo se quegli strumenti contro l’evasione arriveranno, altrimenti non esporrò il Comune di Bologna con attività inutili».
La richiesta di Merola è ormai chiara da tempo: l’accesso libero all’anagrafe dei patrimoni e dei conti correnti, a cui affiancare un’agenzia metropolitana di riscossione dei tributi. Un progetto che permetterebbe di trasformare Palazzo d’Accursio in una macchina autosufficiente per la caccia agli evasori e la riscossione.
Una prospettiva diversa da quella che ha invece in mente il direttore dell’Agenzia delle Entrate Antonino Gentili, convinto della bontà del patto antievasione già attivo con i Comuni. E della necessità di un suo potenziamento, piuttosto che di una sostituzione. «Il patto finora ha funzionato bene e i risultati sono molto positivi — spiega Gentili — il Comune di Bologna in particolare è uno dei Comuni più collaborativi». (…)

Il patto antievasione, insomma, funziona. Mentre l’accesso diretto ai conti bancari, secondo il direttore dell’Agenzia delle Entrate, rischia di rivelarsi tutt’altro che pratico. «L’accesso ai conti, attualmente attribuito all’Agenzia delle Entrate e alla Guardia di Finanza, non è uno strumento di controllo di massa — spiega Gentili —. Per legge serve una preventiva autorizzazione del Direttore regionale per accedere all’anagrafe e acquisita l’autorizzazione, l’anagrafe dei conti correnti consente di vedere se ci sono conti aperti e, in caso di accertamento, di chiedere i movimenti agli istituti di credito». Ci sono troppi passaggi e procedure da rispettare, dunque, perché l’accesso ai conti venga fatto in modo generalizzato. Meglio dunque seguire «la via giusta che abbiamo già trovato — conclude il direttore delle Entrate — Nei prossimi giorni conto di incontrare sia il sindaco sia la vicesindaco per riprendere l’attività sotto questo profilo e migliorare ancora».

Siamo “lieti” di apprendere che “l’accesso ai conti correnti privati non è uno strumento di controllo di massa, anche se ci inquieta già l’idea dell’ “accesso libero all’anagrafe dei patrimoni e conti correnti : se il problema è l’evasione fiscale, un conto è elaborare tasse in base al reddito annuo, un conto è misurare e schedare anche tutto il patrimonio mobile e immobile che uno si ritrova, per es. di famiglia o da risparmi pregressi.

E cosa significa esattamente “accesso libero” ?

MA

(nella foto, Donini e Merola)

A due giorni di distanza dalle parole del sindaco, il segretario Pd Raffaele Donini interviene sul tema, correggendo in parte la linea intrapresa dal primo cittadino:-

“Merola ha ragione quando dice che pubblicando online i redditi dei cittadini si rischia la gogna. Devo dire però, francamente, che non sono contrario a questa misura. È una questione di trasparenza, senza contare che il fatto che si possa esercitare un controllo sociale sulla fiscalità, di questi tempi, potrebbe essere utile”.
La posizione del segretario Pd appare quindi lontana da quella espressa dal sindaco alla Festa dell´Unità , di assoluta bocciatura del provvedimento. “

Chi vivrà vedrà, ma è la gogna che è preparata per i cittadini, più che la trasparenza.
Infatti sfugge detto che ciò che si cerca è il “controllo sociale sulla fiscalità”.
Come se, pubblicando online ciò che è già stato dichiarato e firmato in trasparenza per l’Agenzia delle Entrate, cambiasse qualcosa fiscalmente,
solo per il fatto di essere anche online.

Essere online dà di per sè un sovrappiù anche alle dichiarazioni dei redditi, a quanto pare….

Del resto, siamo da sempre nel Soviet, non se n’è mai andato.
In più, tutte le forze paiono ormai coalizzate alla mietitura dei cittadini, al computo di conti correnti e redditi, beni mobili e immobili,
e alla rivelazione al mondo dei patrimoni anche medi e piccoli, anche leciti,
mossa dai padroni di Eu e BCE.
Protervia del controllo, tassazione estrema, minaccia alle libertà personali e alla privacy, rastrellamento fiscale e reddituale.
Probabilmente i redditi individuali non andranno online tout court, ma siamo già al secondo tentativo in questa direzione: comunque, allo stato attuale, la pubblicazione sui siti dei Comuni delle dichiarazioni dei redditi riguarderà solo le categorie e gli aggregati e non più le persone fisiche.
Ma “le categorie e gli aggregati” sono poi composti da persone, lavoratori e contribuenti.
Sempre di stato di polizia fiscale e tributaria si tratta.
La condotta è anche soprattutto la schedatura, la tracciatura universale dei privati cittadini, un monitoraggio totale di ogni mossa dei privati che va ben oltre il controllo dell’evasione fiscale, che, se si vuole, si sa bene in quali settori si concentra e in che modalità (riciclaggio, aziende di comodo, delocalizzazione, conti esteri, settori privilegiati).
Siamo oramai alla FACEBOOKizzazione di Stato dei redditi e delle vite private.

Ci domandiamo anche:
E a quando i rendiconti del numero dei coiti settimanali e dei peli superflui pubblicati online?

Josh


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De Bortoli vs Camusso

Lo sciopero nazionale della Cgil impedirà domani l’uscita del Corriere . La maggior parte degli altri quotidiani sarà in edicola. In precedenti occasioni, i lavoratori poligrafici, con grande senso di responsabilità, avevano garantito tutte le pubblicazioni. Questa volta no. La decisione è stata presa direttamente da Susanna Camusso. Ed è stato minacciato un ulteriore sciopero nel caso si tenti di far uscire ugualmente il giornale con le maestranze presenti. Un atto grave e discriminatorio. Ho chiesto al segretario della Cgil di esaminare la possibilità di una deroga. Com’è sempre accaduto. Le ho fatto notare che altri giornali, pur con molti dipendenti aderenti alla Cgil in sciopero – seppure in percentuale inferiore ai nostri -, appariranno regolarmente in edicola. Il Corriere no. Non ho ricevuto risposta. Educazione a parte, mi è sembrato di cogliere nelle parole della Camusso un fastidio nei confronti delle critiche e delle posizioni del Corriere che mi ha sorpreso e amareggiato. Ci siamo sempre comportati in maniera corretta con la Cgil, pur non condividendone alcune scelte. Nell’impedire l’uscita del giornale, Susanna Camusso scrive una pessima pagina della sua gestione. Nega i diritti di altri lavoratori e, soprattutto, dei lettori. Già, i diritti. Ne parlerà dal palco di Roma, domani, segretario.
Ferruccio de Bortoli

Quando la destra si comporta come la sinistra

Dopo il decreto che istituisce quote rosa obbligatorie nei cda, un’altra legge liberticida si appresta a calpestare diritti e liberta’ delle imprese che operano nel Belpaese.

Si tratta della legge 27 Luglio 2011 n.128 “Nuova disciplina del prezzo dei libri” proposto dall’on.Riccardo Franco Levi (PD), cofirmato da Mazzucca (PDL), e votato da tutti, con buona pace delle lobby italiote delle piccole librerie e della casta dei professori universitari. Il decreto prevede infatti tetti e limiti a sconti applicati ai libri in vendita. Si tratta del 15% massimo di sconto e di un periodo max di 30 giorni per proporre offerte speciali ai consumatori. Come mai questo e come mai adesso? Beh potrebbe trattarsi di una coincidenza, ma la recente apertura della filiale italiana di Amazon.it fornirebbe una plausibile spiegazione. Il colosso Amazon e’ leader mondiale nella vendita on-line: dischi, tecnologia, ma soprattutto libri. Per rendere l’idea, negli Stati Uniti non esiste studente che non acquisti su Amazon e non esiste professore che non consigli l’abbonamento “studente” (che prevede consegne gratis in tempi record). Il sito e’ in grado di offrire anche centinaia di offerte per lo stesso titolo, con sconti considerevoli a seconda del momento in cui lo si visita (fino al 70%) e libri usati a prezzi imbattibili (anche solo 1$). Insomma, una vera e propria manna dal cielo per gli squattrinati studentelli. All’inizio del 2011, Amazon, sfidando ogni consiglio degli indici di liberta’ economica del mondo (ultimo quello della Heritage Foundation che pone l’Italia all’ 87esimo posto sotto Burkina Faso e Kazhakistan), decide di aprire una filiale nel “Belpaese”:

un’azienda straniera, ad alto contenuto tecnologico, si era coraggiosamente dimostrata pronta a investire, fare ricerca e assumere in Italia.

Prevedibili le reazioni: studenti e consumatori al settimo cielo, e lobby italiote dell’inefficienza disperate. Cosa resta da fare ai nostri parlamentari, ormai gemellati con Pyongyang? Una legge salvacasta “ad librum” per ostacolare la cattiva new entry e salvare casse e scontrini di chi non e’ riuscito ad adattarsi ad un mercato in continuo cambiamento. La lezione? Per uscire dalla crisi la soluzione tutta italiana e’: uccidi il business in crescita, e continua a somministrare palliativi a quello sul letto di morte,  sempre sperando che contribuenti e consumatori, siano distratti dalle vacanze.

Elisa Serafini