Confindustria

Emma Marcegaglia lo aveva annunciato qualche giorno fa. Ora ha mantenuto la promessa. Il manifesto per salvare l’Italia è pronto. Ma non aspettatevi chi sa quali principi rivoluzionari contenga questa carta delle imprese. Cinque priorità scontate, necessarie e che sono sul tavolo del dibattito politico già da tempo. Ma per Confindustria l’importante è esserci. Fare sentire la propria voce e continuare a rifilare stoccate all’esecutivo. “Salvare l’Italia non è uno slogan retorico”, sottolinea il Manifesto che le imprese presenteranno al governo. Ed ecco le cinque priorità indicate dagli industriali: spesa pubblica e pensioni, riforma fiscale, cessioni patrimonio, liberalizzazioni e semplificazioni, infrastrutture ed energia.
Sul fronte delle pensioni si chiede di elevare l’età pensionabile e, in particolare per le donne, come nel pubblico impiego portarla a 65 anni dal 2012 nel settore privato. Ma si chiede anche di anticipare al 2012 l’avvio del meccanismo di aggancio automatico dell’età pensionabile all’aumento delle speranze di vita. E poi ancora una riforma delle pensioni di anzianità che abolisca l’attuale sistema e infine di abrogare tutti i regimi speciali previsti dall’Inps e dai diversi enti previdenziali per eliminare “privilegi che non trovano alcuna giustificazione”. Quanto al fisco occorre recuperare competitività riducendo il costo del lavoro e stimolare la produttività, la ricerca e l’innovazione con strumenti fiscali ad hoc. Altro punto centrale quello del contrasto all’evasione fiscale e l’introduzione di un prelievo patrimoniale ordinario: le imprese chiedono di fissare a 500 euro il limite per l’utilizzo del contante e di applicare sul patrimonio netto delle persone fisiche un’imposta patrimoniale annuale ad aliquote contenute con le necessarie esenzioni. “Si può stimare che la misura comporti un maggior gettito per l’erario di circa 6 miliardi di euro annui”. E le associazioni chiedono anche di rivedere l’Irpef.
Alla fine quindi, dopo alcuni giorni di confronto tra le associazioni datoriali (Confindustria, Abi, Rete imprese Italia, Alleanza delle cooperative, Ania) il famigerato “progetto delle imprese per l’Italia”, considerato come “una svolta importante per la situazione di stallo che sta vivendo il Paese”, è nato. “L’Italia si trova davanti a un bivio: può scegliere la strada delle riforme e della crescita in un contesto di stabilità dei conti pubblici o viceversa scivolare ineluttabilmente verso un declino economico e sociale”, si legge sul Manifesto. “Occorre produrre – prosegue il testo – un immediato e profondo cambiamento capace di generare più equità, maggiore ricchezza e riduzione dello stock del debito. Il tempo si è fatto brevissimo: servono scelte immediate e coraggiose”. “Se il governo varasse le misure per lo sviluppo a metà ottobre andrebbe bene. Non ne facciamo una questione di giorni”, ha poi spiegato il presidente di Confindustria. Scetticismo del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, sul Manifesto delle imprese, soprattutto su patrimoniale e riforma delle pensioni. “Le proposte delle associazioni d’impresa – sottolinea però Sacconi – meritano rispetto e attenzione. Una loro prima lettura consente di individuare nella patrimoniale da sei miliardi all’anno e in un intervento sulle pensioni gli assi portanti in quanto destinati a garantire le risorse per politiche di sostegno alla crescita. Una patrimoniale strutturale di questa entità considerando la composizione della ricchezza certificabile, arriverebbe inevitabilmente a colpire una larga platea di persone e famiglie, essendo l’Italia un Paese di proprietari, dalle prime case, ai titoli di Stato e a tutto quello che può essere amministrato direttamente e indirettamente dalle banche. La redistribuzione di questi sei miliardi su Irpef e Irap, immaginandola in modo equo, avrebbe effetti poco percettibili”.
“Sulle pensioni – ha aggiunto Sacconi – sono ipotizzati elevati, immediati e crescenti effetti finanziari, fino a 18 miliardi nel 2019, ma da un lato gli estensori sembrano volere correggere la riforma Maroni con il pensionamento flessibile in regime contributivo (il che darebbe luogo a molti più oneri) e dall’altro condannerebbero improvvisamente ad attendere 3-4 anni proprio le donne e i lavoratori anziani con molta contribuzione che quotidianamente le imprese e le banche medie e grandi sono portate ad espellere affidandoli agli ammortizzatori sociali. Sarebbe contemporaneamente utile la disponibilità a una moratoria dei licenziamenti di banche e imprese per far sì che i lavoratori possano attendere nel lavoro e non nella disoccupazione la maggiore età di pensione”.
“Non siamo qui per mettere in crisi questo Governo, né altri Governi”, ha dichiarato il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari, che poi ha precisato: “Questa non è una cosa contro l’Italia, ma per l’Italia, il nostro obiettivo non è di mandare a casa il Governo, siamo in una democrazia parlamentare: se cinque associazioni decidono di fare sacrifici è perché immaginano di avere un interlocutore”. Il Presidente dell’Associazione delle Banche Italiane ha inoltre sottolineato che della crisi “la responsabilità è di tutti, nessuno è indenne”. Differente la posizione della Marcegaglia che lancia un vero e proprio ultimatum. “Confindustria è pronta a lasciare i tavoli aperti con il governo se non si andrà avanti nel confronto sulle proposte presentate dalle imprese. Se le proposte non andranno avanti ho avuto mandato dalla giunta a valutare se non andare ai tavoli”, ha detto il presidente degli degli industriali. E il manifesto delle imprese ha raccolto subito l’appoggio del Partito democratico. “Bene il manifesto delle imprese. È un testo in larga parte condivisibile che indica obiettivi ambiziosi e parte da una giusta analisi dei problemi dell’Italia e delle risorse a cui attingere per ripartire”, ha dichiarato il vice segretario Pd, Enrico Letta, che poi ha colto l’occasione per lanciare una stoccata all’esecutivo: “È chiaro che non è l’attuale governo ad essere in grado di affrontare quelle priorità. Noi siamo pronti al confronto e alla sinergia con la volontà riformatrice che quel manifesto esprime”.

Adelaide e gli Ottoniani

(Abbazia di Cluny) Il 15 maggio 2009 chiudevo così la prima parte del post dedicato alla Regina Teodolinda: (*) – a dimostrazione del fatto che a Monza e Brianza l’interesse per la regina Teodolinda è più vivo che mai, domani, 16 maggio, in occasione della kermesse annuale regionale “Fai il pieno di cultura”, a Palazzo Borromeo di Cesano Maderno verrà presentato un nuovo libro dall’emblematico

Il Centro Destra dopo Berlusconi – 2

Se il Centro Destra ha un progetto di società che è stato ottimamente sintetizzato dal quotidiano Libero, nel dopo Berlusconi manca un Leader che sappia interpretarlo e sostenerlo.
Chiunque arriverà dopo Berlusconi dovrà mettere in conto lo stesso massacro mediatico giudiziario che il Cavaliere subisce da diciotto anni.
Adesso che la sinistra, nella sua insipienza, ha capito che così facendo potrà impedire a chiunque di sviluppare un progetto politico, il futuro Leader del Centro Destra vedrà tutta la sua vita privata passata al setaccio, i suoi conti correnti esaminati decine di volte, i suoi investimenti esposti alla pubblica curiosità, le sue abitudini (dai gusti sessuali a quelli culinari) saranno oggetto di dibattiti e articoli sui giornali di pettegolezzo spicciolo.
Dovrà essere una persona energica, in grado di sopportare tradimenti, attacchi personali, spionaggi nella vita privata, processi, accuse e teoremi.
Dovrà essere una persona convinta del progetto di Centro Destra, quindi né un neofita, né uno dubbioso.
Dovrà essere una persona che manifesti un pieno sostegno alle fondamenta valoriali del progetto.
Dovrà essere una persona diplomatica ma con ben chiaro il limite invalicabile di ogni, necessario compromesso.
Naturalmente, a questo punto, bisognerebbe fare un nome.
In tutta onestà non ho alcun nome da proporre.
Vi sono più persone che hanno manifestato una capacità a mio modo di vedere superiore ad altri colleghi, ma ancora dovrebbero essere messe alla prova del fuoco.
Infatti, per diciotto anni, Berlusconi ha fatto scudo a tutti, tenendoli al sicuro dal fuoco diretto delle procure e della stampa nemica.
Il Centro Destra ha sicuramente un personale politico ed un elettorato di gran lunga superiore sul piano intellettuale, culturale, morale, valoriale, produttivo agli omologhi di sinistra.
Abbiamo però un difetto che è anche virtù e, in uno, forza e debolezza: l’individualismo.
Siamo talmente convinti delle nostre opinioni, delle nostre idee, dei ragionamenti che sono posti a base delle nostre scelte che riusciamo a superare ogni difficoltà, ma che anche ci impedisce di accettare una giusta dose di compromesso.
A sinistra fanno massa.
Senza la massa sono niente, ma assieme possono infastidire e, a volte, superarci.
Loro raccolgono firme, stilano manifesti, organizzano manifestazioni di piazza, hanno bisogno del gruppo, per questo sono plantigradi lenti in ogni decisione (assemblearismo) e arrivano sistematicamente decenni dopo ai traguardi (conclusioni) che noi abbiamo già da un pezzo superato, alle consapevolezze che noi abbiamo da anni metabolizzato.
Ecco infatti quelli di sinistra che solo dopo quaranta anni cominciarono a riconoscere la bontà della Nato, dopo cinquanta arrivarono a sostenere una legge elettorale maggioritaria (per la quale oggi raccolgono pure le firme per un referendum), dopo quasi ottanta si sono accorti che il comunismo fu una infamia devastante.
E così per gli euromissili, la libertà di impresa, il libero mercato, la proprietà, fino alla recente, pelosa, scoperta del Nazionalismo, del Tricolore, dell’Inno di Mameli.
Ma la società di oggi non ci consente di attendere i lunghi tempi di maturazione della sinistra, perché dobbiamo dare risposte pronte ed efficaci.
Non dubito che, fra trenta o quaranta anni, la sinistra riconoscerà i meriti del progetto di Berlusconi, ma non possiamo aspettare tanto tempo.
E la sinistra è di bocca buona.
Sceglie leaders che poi usa e getta.
Nove o dieci (ormai si perde il conto) sono stati gli oppositori di Berlusconi in questi diciotto anni.
Noi, no.
Noi dobbiamo individuare un Leader stabile che rappresenti ogni sfumatura del Centro Destra per darne unità.
E se fosse un Mister X che ancora non si è manifestato, un nuovo Berlusconi, come fu il Berlusconi del gennaio 1994 ?

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Perchè Genova odia i Savoia

Il generale Alfonso La Marmora

Vito Vitale, nel suo celebre Breviario della Storia di Genova, scrive: «Nel 1580 l’ambasciatore Giorgio Doria aveva ottenuto dall’Imperatore, Rodolfo II, (e nella richiesta era il riconoscimento del principio medievale che poneva nell’Impero la suprema fonte del diritto) la concessione del titolo di Serenissimo per il Doge, per il Senato e per tutta la Repubblica. (…) Fiere le opposizioni, specialmente del Duca di Savoia, che alla fine fu costretto ad arrendersi: su ben altro terreno doveva portarsi tra non molto il conflitto». In poche decine di anni, quest’altro terreno diventa palese.

Per conquistare il marchesato di Zuccarello, acquistato dai Genovesi, nel 1625 Carlo Emanuele I di Savoia attaccò Genova (prima guerra savoina). Imprevedibili fattori internazionali arrestarono la sua marcia vittoriosa. I Genovesi attribuirono alla Madonna la loro salvezza ed eressero un Santuario dedicato a Nostra Signora della Vittoria presso Mignanego, dove fu fermata l’invasione sabauda. Nel 1628 su incarico dello stesso Carlo Emanuele I di Savoia, Giulio Cesare Vachero congiurò contro la Repubblica ma fu scoperto e fu condannato a morte. In quella occasione venne quindi eretta la famosa colonna infame in via del Campo oggi coperta dalla fontana fatta costruire poi dai familiari.

Non molti anni dopo, nel 1672, Carlo Emanuele II di Savoia istigò il genovese Raffaele Della Torre a congiurare a suo favore contro la Repubblica di Genova. La congiura fu scoperta e Della Torre fu condannato a morte in contumacia, banditi i figli e posta ad eterna infamia una lapide ancora visibile in Via Tomaso Reggio sulla parete di Palazzo Ducale. Irritato dal fallimento della congiura, nello stesso anno 1672 Carlo Emanuele attaccò Genova in più occasioni (seconda guerra savoina). I Genovesi riportarono alcune vittorie e firmarono la pace il 18 gennaio 1673. E i Savoia furono anche presenti nel celeberrimo episodio del Balilla del 5 dicembre 1746 avendo avuto da Maria Teresa d’Austria la promessa di ottenere il marchesato di Finale, acquistato dai Genovesi proprio dal padre di Maria Teresa per un’ingente somma. «Una sottigliezza formale è che Genova entra in guerra contro il Piemonte, non contro l’Austria…» scrive Teofilo Ossian De Negri.

E venne il Congresso di Vienna che decise, contrari Popolo e Governo di Liguria, l’annessione (scrive il De Negri «tra tutte la più odiosa») al Regno sabaudo di Sardegna. Con le Regie Patenti del 23 gennaio 1816 re Vittorio Emanuele I abbassò le code dei grifoni che reggono lo stemma di Genova. Gravissimo fu il Sacco di Genova dei primi dell’aprile 1849 quando Genova fu abbandonata per 36 ore al saccheggio dei bersaglieri guidati da Alfonso Ferrero di La Marmora. In una lettera scritta in francese, Vittorio Emanuele II si complimentò con La Marmora per aver ben operato a Genova e definì i Genovesi «vile e infetta razza di canaglie». Con le Regie Patenti del 19 dicembre 1897, re Umberto I modificò le code dei grifoni consentendo alla punta della coda di essere rivolta verso l’esterno. C’è chi giura che questa concessione fu dovuta al fatto che il 18 luglio 1886 venne inaugurato un monumento in piazza Corvetto alla memoria del padre, Vittorio Emanuele II…

Finita la seconda guerra mondiale venne l’esilio dei Savoia quasi a conferma della profezia di San Giovanni Bosco, piemontese, il quale ammonì invano Vittorio Emanuele II a non sopprimere gli ordini religiosi e incamerarne i loro beni perché «la famiglia di chi ruba a Dio è tribolata e non giunge alla quarta generazione». Oggi stiamo aspettando il rientro dei eredi maschi di Casa Savoia. E visto che gli eredi ereditano non solo gli onori ma anche gli oneri, il senatore della Repubblica italiana Aleandro Longhi ha chiesto al Governo se esistano elementi concreti per riconoscere il danno subito dalla città nel 1849 e chiederne il risarcimento ai Savoia.

Copyright Franco Bampi

Un safari in Tanzania

Non lasciatevi scoraggiare dal lungo viaggio aereo (Trapani-Roma-Adis Abeba-Arusha), ogni sforzo iniziale sarà ripagato per vivere ciò che non ha prezzo: l’essenza pulsante della vita stessa. Il grazioso aeroporto di Kilimanjaro-Arusha (dal quale dovremmo seriamente trarre inspirazione!) incornicia il nostro arrivo con profumatissime aiuole di fiori dai colori più sgargianti. Anche il suono degli uccelli è intenso, come ogni cosa in questa terra. Il verde è accesso e avvolgente, di natura tropicale, la vegetazione rigogliosa. Per la strada, tanta gente. Donne ancheggiano colorate con verdi caschi di banane in testa; file di bambini nelle loro vesti blu percorrono ogni giorno chilometri per andare a scuola, a messa o tornare nelle loro case di mattoni, lamiere e fango; giovani pastorelli masai conducono al pascolo il bestiame e il rosso delle loro vesti si staglia contro il verde chiaro della savana.

Colgono da subito la mia attenzione i Masai, padroni indiscussi della loro terra. Non la possiedono in realtà, ma la vivono, giorno dopo giorno, percorrendola a piedi passo dopo passo, arbusto dopo arbusto, muniti soltanto della loro lancia. Vivono in villaggi dove le capanne di fango e paglia sono disposte in cerchio attorno a quella del capo. Hanno tutto ciò di cui si possa avere bisogno, dicono loro. Hanno il meglio, dico io, l’essenza stessa della vita.

Già dopo pochi chilometri di strada, la forza epifanica di queste verità si rivela al cuore già dimentico delle disumane-benestanti-frenesie occidentali. Non può esistere altra vita al di fuori di questa! Ma una vita esiste, ancora più grande, elegante, pullulante, feroce ed ancestrale di quella quotidiana dei villaggi: la vita della savana. La savana è ovunque, verde e sconfinata a tratti, alberata ed intricata altre. La jeep è il modo migliore per visitare questi posti ed entrare veramente in contatto con essi.

Il Parco del “Lake Manyara” lascia intravedere scorci sul declivio sottostante. Usciti dalla foresta si apre davanti a noi un’immensa pianura di estro macchiaiolo, direi. Stratificazioni di colori su linee orizzontali: verde, ocra, azzurro ceruleo. Nell’ocra, macchie di bufali, elefanti e silhouette di giraffe; nel ceruleo del lago, pesantezza di ippopotami e bianca leggerezza di pellicani. Ad ogni metro, la foresta si rivela con tutte le sue creature.

Come non sentire l’istinto di toccare la lucentezza setosa delle giraffe, eleganti, mansuete, gialle, come il sole che inonda la terra, con macchie marroni, come l’ocra con cui si fondono; fuggire al riparo dal polverone sollevato da grigi elefanti in lotta, dalla forza irruenta di zanne d’avorio e tonnellate di coriacea massa grigia; seguire tra gli arbusti quattro leonesse che, noncuranti della nostra sete di ‘felinità’, lentamente scompaiono verso l’interno… Ma la savana non dorme. A breve, scesa la notte, il suo lato oscuro tornerà a parlare e far parlare di sé.

La jeep sale altitudini verdi, intricatamene tropicali. Al di là di queste, fitta nebbia ricopre gli antichi crateri che qui giacciono da tempi immemorabili, celando il loro segreto. La strada inizia a scendere costeggiando il paesaggio collinare. Spazi sconfinati. Le immense distese erbose del Serengeti. Il verde stepposo della savana sembra non avere fine nel suo skyline d’alberi d’acacia. Ma qualcosa si muove all’orizzonte, macchie di nero erranti si moltiplicano in frazioni di secondo e il dorato della pianura si trasforma in migrazione. L’occhio è incerto. Ombre di nuvole scure si proiettano sulla terra? Il loro brulicare è vivo.

Le mandrie sono dappertutto. Un milione e seicentomila tra gnu, bufali, zebre e antilopi tappezzano il Serengeti, in viaggio verso sud con i nuovi nati. Sono vigili…i predatori potrebbero essere ovunque. Due maestosi leoni maschi non tardano a farsi vedere. Riposano all’ombra di una piccola acacia; la criniera è fulva, gli occhi gialli e vivi; il respiro è reso affannoso dalla digestione di una macchia nerastra alle loro spalle, ieri in migrazione. Sembrerebbe uno gnu. La strada avanza. La savana del Serengeti è davvero sconfinata e generosa. Iene, sciacalli, ippopotami, coccodrilli, uccelli multicolori, diverse tipologie di gazzelle per cui non esiste corrispettivo nella nostra lingua, tutti fanno la loro apparizione.

Questa è la savana per eccellenza. Il Paradiso, invece, ha il nome e i connotati del cratere del Ngorongoro. Niente può approssimarsi meglio all’Eden di questo immensa voragine con al centro un lago di fenicotteri rosa. Qui, la più alta concentrazione al mondo di predatori. Qui, vive il rinoceronte, solitario e raro, difficile da scovare. Corazzato e arcaico, possente e timido. Qui, le nuvole rendono leggero il fuoco, sollevano l’acqua del lago e la cedono alla terra. Armonia perfetta di elementi. Grembo della vita.

Qui, ci si chiede ‘Perché?’ e sembra di aver rivelata la risposta. Alcuni incontri, poi, hanno la forza del numinoso. Lenta sfilata mattutina di trenta elefanti nella luce dell’alba; fiera bellezza di una leonessa che domina la pianura dall’alto di un masso; coccole bagnate dalla pioggia di un branco di giovani leoni maschi, soffici ed inermi. Incontro totemico. Occhi verdi fissi nei tuoi. Manto giallo maculato di scuro a tre metri sopra la testa. Respiro affannoso, feroce. Il leopardo si rivela in tutto il suo splendore solitario e perturbante, di felino e mamma. Nella sua vita la nostra si riflette per opposti. Gli occhi della savana parlano per chi li sa ascoltare.

Flavia Lopez

Copyright: Viaggiatorionline

Le conclusioni lucide di un Parmigiano doc prima e di un Leghista poi!

Alcune cose non tornano.

In un periodo in cui servirebbero calma e balle ferme , riflessione e profonda anamnesi (meglio parlare chiaro), si trovano persone che festeggiano. E non lo fanno per un trionfo, ma per un fallimento.
In questi anni Parma è stata una tavolozza di colori, tutti con toni accesi e intensi, dal rosso acceso al blu profondo, passando per il giallo intenso e terminando nel nero profondo: assenza di colore e di luce, buio impenetrabile.

No, così non va bene, si ricomincia malissimo.

Il clima da stadio, i festeggiamenti, i termini utilizzati in tutta questa vicenda sono sbagliati. Ad iniziare dal nome: gli INDIGNADOS. Un termine straniero, spagnolo, perché così la fantasia viaggia è diventa quasi una protesta “esotica”, quindi ancor più spettacolare. Ma in realtà non sono le 5 persone che brindano, le 50 che urlano o le 500 che si radunano sotto i Portici del Comune quelli che hanno fatto cadere il Governo Vignali.
Il Governo Vignali è caduto in tre fasi principali: una prima fase in cui si è mal pianificata la spesa pubblica sulla spinta di quelle che a molti sono parse più manie di grandezza che reali necessità (questo ha portato ad un ingigantimento dell’indebitamento già preesistente), una seconda fase in cui gli appoggi delle classi sociali politicamente ed economicamente più influenti sono venuti a mancare per vari motivi (questo ha causato la perdita della visibilità e della propaganda volta ad enfatizzare tutto quanto era di vetrina per nascondere tutto quello che non funzionava negli scantinati) ed una terza fase finale in cui abbiamo assistito ad un vero e proprio suicidio della Giunta stessa (che è implosa nei sui componenti principali e secondari schiacciata da accuse gravissime di corruzione).

E quindi a cosa stiamo assistendo?

Il dubbio è che ci sia qualcuno molto scaltro che sta pilotando il pensiero popolare e voglia “mettere il cappello” all’inizio di questa nuova stagione. Qualcuno che si approfitta della buona fede dei più e che cerca di far molto rumore per coprire alcuni avvenimenti che è meglio far passare in sordina.
È il caso dell’inceneritore: tanti “urlatori”, visti in questi giorni in piazza Garibaldi, sostengono che questa Giunta non ha mai ascoltato i reali bisogni dei Parmigiani; ma molti di questi sono gli stessi militanti politici degli schieramenti che sostengono interventi come quello del PAI (Polo Ambientale Integrato), e quindi assistiamo al paradosso di vedere inveire gli uni accanto agli altri i ragazzi del PD con quelli del movimento GCR contro quello che viene dipinto come unico male di Parma, ma in realtà ne è solo parte.
Nella confusione prolifera il malgoverno: in questa situazione c’è il pericolo che i cittadini si sentano “importanti” perché ritengono di essere stati la motivazione della caduta della Giunta Vignali, cosa non vera, e quindi credano di aver avuto un ruolo “attivo” nella nascita del rilancio della nostra amata Parma. Per la Giunta Vignali le proteste sotto i Portici del Grano (siamo in Italia) sono state soltanto un ronzio fastidioso, il ruolo dei parmigiani (TUTTI, non una piccola parte indignata) non è ancora stato produttivo per il benessere di Parma. Il vero ruolo importante della cittadinanza arriverà ora, quando dovrà decidere cosa fare per il proprio futuro e dovrà adoperarsi per operare delle scelte. I cittadini devono entrare tutti nella vita politica di Parma, ognuno a proprio modo fornendo elementi costruttivi e non distruttivi, cercando di appoggiare chi riterrà essere una vera alternativa efficiente a chi ha sbagliato in precedenza, ma senza farsi raggirare da chi finge di essere fatto di una pasta differente quando in realtà è solo più subdolo di chi lo ha preceduto.
Il compito della Lega Nord é ascoltare i parmigiani e far capire che la sua stessa essenza è Parma.

Maurizio Campari.

Rifiuti, un problema italiano

La tragica telenovela della spazzatura di Napoli continua, come purtroppo era logico aspettarsi. “Chi è causa dl suo mal pianga se stesso” recita un vecchio proverbio: non so se i nepoletani siano causa dei loro mali, certo lo sono i vari amministratori da loro votati. Come si fa a pensare di risolvere un problema di tale ampiezza e con radici così profonde spedendo allegramente i rifiuti di Napoli nelle altre regioni, già esse gravate da problemi similari anche se non così eclatanti? Prendiamo il caso Genova: la discarica di Scarpino da anni dovrebbe essere chiusa, non è comunque assolutamente in grado di accogliere altra spazzatura. Che fanno invece i nostri amministratori, per una volta tutti concordi? Venite, venite pure, che cosa volete che siano quelle dozzine di tonnellate ( esattamente non si sa quante) che ci rifilerete? Finchè non succederà che per l’inquinamento delle falde acquifere o per altra ragione ci scappi il morto, l’allegro andazzo del rimanda a domani ciò che dovresti fare oggi continuerà, salvo poi alzare alti lai quando il male sarà accaduto.
Se non si pensa seriamente ad un riciclo dei rifiuti che già avviene in altri paesi civili e mi dicono anche in qualche zona d’Italia, arriverà il giorno in cui moriremo soffocati dalla nostra stessa spazzatura…e questa non è una metafora!

Fiorella Merello Guarnero

Riguardo al problema dell’emergenza immondizia partita dalla Campania e che ora riguarda un po’ tutta Italia e riguardo alla sensibilità degli italiani per attuare la raccolta differenziata, mi appresto a portare tre esempi molto significativi che caratterizzano le città di Vicenza, Genova e Napoli per mostrare come l’atteggiamento nei confronti dello stesso problema sia totalmente differente nei tre casi menzionati e come sia difficile riuscire a risolvere una situazione soprattutto senza il contributo dei cittadini.

L’approccio del Comune di Vicenza è punitivo verso coloro che non effettueranno la raccolta differenziata come previsto dall’ordinanza sindacale del 18/05/2011 che adotta nuove sanzioni per chi non separa i rifiuti o li abbandona fuori dei contenitori stradali. Le sanzioni vanno da € 75,00 a € 150,00 e i controlli sono affidati alla Polizia Locale di Vicenza e agli ispettori ambientali di Valore Ambiente.

Il sistema di raccolta “porta a porta” del rifiuto non riciclabile si pone l’obbiettivo di raggiungere il 65% di raccolta differenziata (inclusa quella dei rifiuti ingombranti).

Obbiettivo che Genova pare non porsi assolutamente dato che della differenziata dei genovesi neppure il 15% viene in realtà riciclato a causa di mancanza di impianti di smaltimento e che quindi l’85% viene di nuovo rigettato in discarica. Nonostante questo, Genova e Liguria si sono prodigate per prime in Italia a voler accettare 200 tonnellate di rifiuti provenienti da Napoli.

La condizione di Napoli è a dir poco scandalosa se si pensa che ancora in molti quartieri si gettano i sacchetti della spazzatura dalla finestra e che solo a Napoli si evade la tassa sull’immondizia per oltre l’80%. La stessa Napoli che per combattere i rifiuti si rifiuta di costruire discariche o impianti di termovalorizzatori, unica soluzione al problema.

Le responsabilità sono imputabili a tutti, istituzioni, cittadini ed elettori o anche in questo caso vogliamo prendercela con il Governo?

Roberta Bartolini

Edgar Allan Poe, precursore e maestro

Non so quanti sarebbero disposti a riconoscerlo o che addirittura ne abbiano la consapevolezza, ma da quasi due secoli Edgard Allan Poe è padre e maestro di molti autori che, nei più svariati linguaggi espressivi, dalla poesia alla narrativa, dal cinema alla pittura e al fumetto, si sono mossi o si muovono sulle sue tracce, ne hanno subito l’influsso o gli sono almeno debitori di qualcosa. Intanto è il precursore, ma sarebbe meglio dire l’inventore, di molti “generi” oggi divenuti, per così dire, d’uso comune: dal poliziesco all’horror, dal surreale al fantastico e perfino, col Manoscritto trovato in una bottiglia e con Gordon Pym, a quelle vicende umane che hanno per sfondo il mare e il suo richiamo irresistibile e spesso fatale. Dai suoi racconti detti “of mystery and ratiocination” (del mistero e del ragionamento), e dal protagonista di questi racconti, l’investigatore Auguste Dupin, ragionatore e argomentatore acutissimo, guidato da un spirito d’osservazione infallibile e da una logica ferrea, discende l’infinita schiera di indagatori del mistero e del delitto come Sherlock Holmes, Hercule Poirot, Philo Vance, Perry Mason e così via, sempre in competizione, proprio come il loro più illustre e insuperato modello, con i metodi grossolani e antiraziocinanti della polizia ufficiale. Anche il protagonista dello Scarabeo d’oro, William Legrand, misantropo non privo d’un pizzico di follia, dimostra facoltà deduttive non comuni allorché, grazie allo scarabeo d’oro e al frammento di pergamena rivenuti per caso nella campagna, riesce a rintracciare il luogo dov’è sepolto un tesoro inestimabile; un’altra novella, questa, che, oltre ad essere tra le più belle e avvincenti della produzione di Poe, diverrà il modello dell’inesauribile serie di avventurose cacce al tesoro che popoleranno dopo di lui la narrativa e quindi il cinema. Tutti i racconti citati hanno avuto un’indubbia influenza su scrittori come Stevenson, JulesVerne e anche, per certi versi, Joseph Conrad. E un racconto come Nella colonia penale di Kafka trova la propria diretta ispirazione ne Il pozzo e il pendolo di Poe, con quella descrizione minuta e raccapricciante, comune a entrambi gli autori, di elaborate macchine di tortura a cui l’uomo viene sottoposto in un clima sospeso tra efferatezza e allucinazione. Kafka è un altro scrittore che deve molto a Poe, così come gli devono molto autori come Borges, Pessoa e il nostro Tommaso Landolfi; per non parlare dell’imponente brigata di scrittori di genere, tra cui, tanto per fare solo alcuni nomi, H. P. Lovecraft, Stephen King, Patricia Cornwell e Philip Dick, autore, quest’ultimo, di quel Cacciatore di androidi che ha ispirato il film Blade Runner, divenuto un cult della cinematografia fantascientifica. Il cinema poi si è avvalso abbondantemente della narrativa di Poe, da cui sono stati ricavati non meno di cento film, più o meno fedeli agli originali e più o meno (ma qui calcherei più sul meno) apprezzabili, e allevando attori che si sono addirittura specializzati nell’interpretare personaggi nati dalla fantasia dello scrittore, come Boris Karloff e Vincent Price, per esempio.
Il Poe quale iniziatore del surrealismo letterario e del nonsense è meno noto al pubblico non specializzato, ma è indubbio che un certo numero dei suoi scritti, paradossali e assurdi, abbiano fatto scuola: non appare inutile citare ancora Kafka, giudicato il maestro dell’assurdo senza mai ricordare il suo debito nei confronti di Poe. Tra l’altro nei suoi scritti paradossali Edgard Poe estrae una vena beffarda e mordace mistificando e giocando sul nonsense, con l’intenzione di irridere, la stessa professione a cui dovette ricorrere per sopravvivere: l’odiosamato giornalismo. Si pensi a un racconto come X-ando un pezzo, dove si diverte a stigmatizzare l’ignoranza e la trascuratezza del proto che, al momento di comporre un articolo, non disponendo della lettera o, la sostituisce con la x, col risultato di trasformare il pezzo in un’incomprensibile e grottesco componimento che viene scambiato dal pubblico per un messaggio mistico-cabalistico con intenti eversivi, e che costringe l’autore a darsi alla fuga per sfuggire alla folla inferocita. La conclusione è che ci si è trovati davanti a un fatto X-traordinario e ine-Xplicabile. Perfino nella composizione in versi il Poe influenza una tendenza o scuola che ha avuto una grande risonanza e rilievo: quella della poesia decadente europea, ponendosi quindi quale antesignano di autori del calibro di Baudelaire e Mallarmé. Citiamo per tutte la sua poesia più famosa, Il Corvo, in cui il nero uccello entra una notte nella camera dell’autore appena rimasto vedovo, restando appollaiato su un busto classico ed emettendo ad ogni domanda dell’uomo infelice un lugubre verso, nevermore, mai più, che risuona come una risposta funerea e senza speranza). Fu proprio Baudelaire a far conoscere in Europa l’originalissimo scrittore americano, forse il primo e più rilevante autore della giovane letteratura d’oltreoceano, traducendo, intorno al 1846, i suoi racconti più belli col titolo assai appropriato di Racconti straordinari.
Abbiamo detto che Edgard Poe è stato ed è ancora fonte di ispirazione per tanta letteratura di genere, come del cinema e del fumetto, molto spesso di qualità scadente, forse perché proclive ad attingere e a privilegiare taluni aspetti in cui lo stesso Poe indulgeva e che costituiscono i suoi difetti più vistosi, ispirati a un goticismo talvolta smodato e teatrale: castelli in rovina collocati entro paesaggi cupi e desolati; interni dove i tendaggi, sempre funerei, sono assai pesanti e perennemente agitati da correnti d’aria di dubbia provenienza; le situazioni a tinte forti e raccapriccianti dove abbonda il nero degli abiti e il rosso del sangue (come nella Maschera della Morte rossa, ad esempio); la descrizione di uomini e donne che sembrano più la rappresentazione di fantasmi che quelle di esseri umani in carne ed ossa. Il grand guignol, insomma, nell’opera di Poe è costantemente dietro l’angolo, ma anche in certa pittura da lui fortemente influenzata, come in quella, famosissima, di Henry Fuseli, pur essendo, questi, quel talentuoso e affascinante pittore che conosciamo.
Eppure Edgard Allan Poe rimane, nonostante i suoi difetti, un grande maestro di scrittura, un incomparabile creatore di atmosfere grazie al suo stile inconfondibile, dove il succedersi delle frasi e la scelta dei termini sempre più appropriati, sempre più incalzanti, concorrono a creare, di momento in momento, quell’innalzamento graduale del pathos fino al raggiungimento dell’apice della tensione emotiva che è simile a un’acuta sofferenza, da cui scaturisce infine l’inevitabile catarsi liberatoria. Pochi come lui sono capaci di inchiodare il lettore alla pagina e di attanagliarlo nei labirinti angosciosi e ossessivi che costruisce con la sua tecnica magistrale. E rari sono coloro che hanno saputo, come lui, affrontare le ossessioni e le angosce dell’animo umano scandagliandole fin negli angoli più riposti della coscienza per estrarle dal buio del terrore e restituirle alla luce della bellezza. Ma Poe, è bene rammentarlo, è e rimane soprattutto un letterato, crea cioè delle storie che obbediscono al compito precipuo della letteratura, quella di divertire e commuovere. Lui lo sa fare regalandoci molti brividi e momenti di tensione e paura indicibili. Alcuni suoi racconti sono, in questo senso, costruzioni letterarie perfette, come Berenice, Ligeia, Il crollo della casa degli Usher, William Wilson, Il gatto nero, Il cuore rivelatore, capaci di evocare e, forse senza alcuna consapevolezza da parte dell’autore, di predire la tenebra in cui le generazioni dopo di lui si sarebbero avvolte sempre più strettamente, massimamente la nostra. Egli, da letterato insigne, è stato capace di portarla alla luce, ma non è responsabile del fatto che noi abbiamo voluto farcene un manto.

Dionisio di Francescantonio

Parassiti della società

N.B. QUESTO POST E’ ETICHETTATO COME “SFOGO” ERGO QUANDO UTILIZZO QUESTA ETICHETTA MI SI AUTORIZZI L’UTILIZZO DEL TORPILOQUIO E DI TONI NON PROPRIAMENTE POLITICAMENTE CORRETTI

Va bene tutto, ma c’è un limite alla sopportazione umana. Adesso pure al siciliano accusato di mafia amico di quel grand’uomo di Cuffaro avete salvato le chiappe. E già che ci siete sputtanatevi del tutto e appoggiate il siciliano segretario del PDBB (Partito del Bunga Bunga) come premier il prossimo giro, tanto ormai vi siete già sputtanati abbastanza. Il prossimo giro non aspettatevi il mio voto. Fatevi cinque anni di opposizione che ve li meritate tutti, parassiti della società.

Pisapia e compagnia

Prima firma? Giuliano Pisapia, sindaco di Milano. Seconda firma? Basilio Rizzo, presidente del Consiglio comunale. Inizia così la battaglia della sinistra italiana che guarda ai futuri elettori: una raccolta firme per presentare due proposte di legge di iniziativa popolare sui temi della cittadinanza e del diritto di voto per gli immigrati. L’obiettivo? Raggiungere 50mila firme per portare i due documenti al vaglio del parlamento. L’appuntamento è per sabato prossimo. Da Torino a Milano, da Bologna a Firenze. E ancora: Roma, Bari e decine di città in tutto il Paese. I comitati locali della campagna allestiranno banchetti e organizzeranno incontri di sensibilizzazione. L’Italia sono anch’io è il nome dell’inziativa, subito sottoscritta dal neosindaco di Milano, per dare agli immigrati la possibilità di votare alle amministrative. Una iniziativa che sarà sviluppata in modo capillare in tutto il Paese. Nomi illustri tra i sostenitori: l’editore Carlo Feltrinelli, parte del mondo cattolico (dalla Caritas alle Acli), la Cgil e la fondazione Migrantes.
La prima proposta di legge va a riformare la legge sulla cittadinanza. Si punta a sostituire lo ius sanguinis con lo ius soli, passare cioè dalla cittadinanza trasmessa per via del sangue (quindi solo se si è figli di italiani) alla cittadinanza trasmessa a chiunque nasce in Italia. I promotori vorrebbero, infatti, modificare la normativa vigente con il diritto alla cittadinanza per chi nasce nel Belpaese da almeno un genitore legalmente presente da un anno nel nostro Paese, per chi fa domanda entro i due anni successivi al 18esimo anno di età ed è nato in Italia o vi è arrivato prima dei dieci anni soggiornando legalmente, per gli adulti che soggiornano regolarmente da cinque anni o su proposta dei sindaci. La seconda proposta punta, invece, a concedere il diritto di elettorato attivo e passivo alle elezioni amministrative (comunali, provinciali e regionali) agli stranieri residenti regolarmente in Italia da cinque anni.
La proposta, promossa dal sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio, non è piaciuta alla Lega Nord. “Ma che stiamo scherzando?”, sbotta l’europarlamentare Lorenzo Fontana: “Attualmente la legislazione va già bene… anche se io la restringerei, soprattutto per gente come gli islamici che fanno davvero fatica a integrarsi nel tessuto sociale del Paese in cui vanno a vivere”. L’esponente del Carroccio porta l’esempio della Svezia che, pur offrendo agli immigrati uno stato sociale davvero alto, sta progressivamente chiudendo le frontiere ai nuovi arrivati. “In un momento di crisi così forte come quello che stiamo vivendo – continua Fontana – non possiamo permetterci di mantenere tutte le persone che arrivano nel nostro Paese”. D’altra parte la preoccupazione non è solo a livello europeo, ma va a colpire anche le amministrazioni locali. A Milano, per esempio, dove Pisapia sta per tagliare oltre 50 milioni di euro proprio ai servizi sociali destinati ai milanesi, l’opposizione di centrodestra promette battaglia. “E’ l’ennesima carota che Piaspia dà a una parte marginale della città – ha commentato Alessandro Morelli, ex assessore comunale – mentre ai milanesi viene dato il bastone con tasse e tagli ai servizi”. Morelli fa infatti sapere che alla proposta di legge di L’Italia sono anch’io la Lega ne contrapporrà un’altra per dare i punteggi per la graduatoria per le case popolari in base agli anni di residenza. Una proposta di legge già sperimentata a Verona dove, durante l’amministrazione di centrosinistra, quasi il 90 per cento delle case popolari veniva assegnato a cittadini extracomunitari. Adesso è stata invertita la rotta. Qualora la raccolta firme raggiungerà il numero necessario per portare le due proposte di legge in parlamento, la Lega assicura che si metterà di traverso. Se infatti la sinistra punta a formare una pletora di “nuovi italiani” e potenziali nuovi elettori, il Carroccio intende difendere lo stato sociale del Paese. “Per ottenere il diritto di voto – conclude Fontana – bisogna essere integrati e la maggior parte degli immigrati che risiedono in Italia non sanno nemmeno scrivere…”.