C’è ubriaco e ubriaco, vittima e vittima

Quello della xenofilia (ovvero l’amore smisurato per lo straniero con conseguente disprezzo verso l’autoctono) è un tema che ho già toccato varie volte, ma quanto è avvenuto in questi giorni, mi costringe a ritornarci sopra. Maroni avrebbe dovuto proporre di ritocccare la legge sugli incidenti stradali procurati da chi si ubriaca e si droga,  già da  quando a morire per mano degli ubriachi al volante (buona parte dei quali, stranieri), ci sono stati degli italiani, poiché regalare il premio degli arresti domiciliari a chi beve e si droga al volante, è uno sfregio nei confronti dei parenti delle vittime. E invece no, ha lasciato che fosse stato l’ambasciatore francese a protestare con veemenza contro l’idea di mettere agli arresti domiciliari l’albanese col SUV che ha ucciso, andando contromano, quattro ragazzi francesi nei pressi di Ovada. Infatti daranno, all’albanese del Suv, l’omicidio volontario, ritoccando per l’uopo, la legge blanda sull’omicidio colposo. Il che mi va benone, ma si dà il caso che tutto ciò sia avvenuto perché l’ambasciatore francese si è fatto sentire presso il Viminale. Tutto il mio rispetto e cordoglio per i 4 ragazzi francesi uccisi mentre andavano in vacanza, e alle loro famiglie.  Ma gli Italiani morti per mano di rom, romeni, albanesi, moldavi o magrebini  o altro, sbronzi e strafatti di cocaina, cosa sono? Dei rifiuti umani? Perché per questi nostri morti, non è stato fatto niente permettendo a chi ha ucciso di fare solo qualche breve periodo di arresto domiciliare? Perché si è permesso alla magistratura di comportarsi in questo modo indegno e iniquo? Ah già, essi non avevano un ambasciatore francese a perorare la loro causa, ma solo le loro povere famiglie spezzate dal dolore. Quelle che oggi chiedono ad alta voce GIUSTIZIA e coerenza di sentenze. Ma ricapitoliamo.
Correva il dicembre 2008, quando la sottoscritta narrò sul suo blog la triste vicenda dei 4 ragazzini marchigiani uccisi dallo zingaro Marc Ahmetovic strafatto d’alcol alla guida di un veicolo rubato, il quale, invece di una giusta punizione,  ebbe una franchigia-premio in una villa sulla riviera del Conero e un pubblicitario cercò di ingaggiarlo come testimonial per un’eventuale griffe: la rom jeans.  Per fortuna la riprovazione salì alle stelle e l’ingaggio-premio da superstar per aver reciso quattro giovanissime vite non ci fu. Però il rom non scontò nemmeno metà degli anni di uno dei 4 ragazzini uccisi.

Andiamo avanti. Ho sempre cercato di tenere la conta dei crimini scaturiti dalla libera circolazione globalista degli uomini, delle merci e dei capitali, con annessi farabutti di professione per cui falciare una vita è come gustarsi un aperitivo. Sono i crimini del dopo Schengen  e dell’invasione dall’Africa, in qualche modo voluti e messi in conto. Ecco un altro esempio:  è successo a Benjamin Bogdan, camionista romeno, in quel di Bolzano, durante una “contestazione amichevole” con Moreno Mariani, 49 enne. Siccome il Mariani non riusciva a far valere le sue ragioni, si è sdraiato davanti al camion per protesta. La risposta è stata immediata: stirato e ucciso dall’autista del camion come nel fantahorror Terminator. La moglie del poveretto è stata colta da un malore. Eppure, pare che il fatto non sussista, per la magistratura. Bogdan non ha scontato il carcere. Leggere tutti i dettagli  qui.
Andiamo avanti.  Correva il dicembre 2010 quando per Bruno Radosavljevic , il rom ubriaco e drogato che ha investito 11 persone  (chiamate dal Corriere sprezzantemente “pedoni”) il  tribunale del riesame di Roma ha deciso di scarcerarlo, rinviandolo agli arresti domiciliari che non esistono : cioè un campo nomadi abusivo, dove poteva  darsi alla fuga quando e come voleva. A Regina Coeli è rimasto solo 20 giorni.

Andiamo avanti. Correva ancora l’anno 2008 di novembre quando un marocchino su un veicolo rubato ha falciato la vita di due sessantenni.
Di esempi come questi, potrei riempire tutto il web; ma Maroni, esponente della Lega, avrebbe dovuto intervenire molto tempo prima e mi meraviglia non poco che un partito che si autodefinisce “identitario” si metta sull’attenti solo quando certe proteste provengono dall’ambasciatore francese. Giorno verrà che si parlerà dello sterminio dei popoli d’Italia e d’Europa voluta da questi stramaledetti banksters globalisti, per cui la vita umana vale meno di zero. Mescolarci, iperpopolarci,  ridurre il controllo del territorio, relativizzare il concetto di giustizia usando il doppiopesismo per uno stesso reato,   è il loro losco obiettivo.  Ma non dimentichiamo che  essi possono farlo, solo grazie all’accondiscendenza dei nostri imbelli e incapaci governanti.

E poi… arriva LUI

Una controproposta. Anzi, per dirla con le parole di Luca Cordero di Montezemolo (nella foto) e quelle del gruppo di pensatori e pianificatori che corrono nella sua «scuderia» di Italia Futura, dieci «proposte di correzione» alla manovra di Ferragosto presentata dal governo. Un’aggiustatina di tiro, che non si discosta poi così tanto, dai piani dell’esecutivo e che, puntualmente, forse proprio per questo motivo, ha già suscitato le reazioni polemiche della sinistra. Ma vediamole insieme, in rapida successione, le dieci idee del presidente di Ferrari, liberamente ispirate, a quanto pare, dal senatore Nicola Rossi, peraltro già consigliere economico di Massimo D’Alema.
La prima proposta è definita da Italia Futura «una patrimoniale a carico dello Stato e degli enti locali». Per rispondere a questa esigenza bisogna vendere il patrimonio immobiliare di Stato ed enti locali (dai 20 ai 40 miliardi di euro di valore), e privatizzare le partecipate del Tesoro (che oggi come oggi valgono qualcosa come cinquecento miliardi). Nella lista degli «ex gioielli» da vendere, compilata da «Italia Futura», figurano due delle tre reti Rai, Bancoposta, Sace, le concessioni Anas. La seconda proposta prende invece il nome di «contributo di solidarietà dalla politica». E prevede: l’abolizione e non l’accorpamento delle Province, partendo da quelle con meno di un milione di abitanti, quindi la riduzione a quindici membri del Cnel, e l’affidamento agli enti locali di tutte le funzioni pubbliche delle Camere di Commercio.
La terza e la quarta proposta riguardano il mondo e il mercato del lavoro. A cominciare dalle pensioni. Vanno abolite le pensioni di anzianità (con una certa gradualità, mediante un sistema di quote), tranne che per i lavori usuranti. Occorre provvedere all’equiparazione al massimo nel giro di dieci anni, dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini. Anticipare al 2016 l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni. Per quanto riguarda il mercato del lavoro Montezemolo e il suo staff propongono di andare al «contratto unico»: tutti assunti a tempo indeterminato, ma tutti licenziabili per ragioni economiche od organizzative. Chi perde il posto avrà un’indennità.
Quinta proposta è quella di abolire il «contributo di solidarietà» e di mettere un’imposta patrimoniale permanente, con aliquota pari allo 0,5, per cento sui patrimoni superiori a 10 milioni e tetto pari a un milione di euro (escluse le partecipazioni in società non quotate ma non le immobiliari e le holding). Restando nel campo dei provvedimenti fiscali ecco il sesto punto che prevede regole fiscali stabili ma non nuove tasse sui capitali «scudati» o nuovi condoni. Mentre il settimo punto del «pacchetto» di Montezemolo è connesso alla lotta all’evasione fiscale il cui maggior ricavato dovrebbe venire destinato alla riduzione delle aliquote. Ottavo punto: aumento dell’Iva soltanto se riequilibrato da una riduzione per lo stesso ammontare del prelievo sulle imprese (a cominciare dall’Irap).
Nono punto le liberalizzazioni. Nello specifico: separazione della rete gas dall’ex monopolista, introduzione della concorrenza nel trasporto ferroviario regionale, liberalizzazione dei servizi pubblici locali, del settore postale, dell’assicurazione infortuni (privatizzando l’Inail), delle telecomunicazioni; riforma dei servizi idrici e libertà degli orari e dei giorni di apertura dei negozi. E, per concludere, eccoci alla decima proposta che si dovrebbe concretizzare con l’avvio di alcune riforme costituzionali: vincolo del bilancio in pareggio e dimezzamento dei parlamentari.

Massimo Fini, vecchio ragazzo

Quest’estate un amico mi ha prestato il libro (un po’ saggio, un po’ libello)  di Massimo FiniRagazzo” – Marsilio Editore.
Lì per lì ero prevenuta: ecco – dicevo – la solita biografia del solito giornalista  narciso che ha del tempo da perdere dietro ai suoi ricordi, che si parla addosso. Poi man mano che leggevo il libro mi sono accorta che in realtà Fini stava componendo la sua “de senectute” di uomo maturo, ma non vecchio.  Non ancora per lo meno. Il che, lo rendeva particolarmente impietoso nei confronti dei vari luoghi comuni sulla vecchiaia (la vecchiaia dà saggezza, diventeremo tutti vecchi, occorre sentirsi giovani dentro, e via con le panzane) .   Per non dire dei termini politicamente corretti che servono a definire la vecchiaia senza citarla: terza età, anzianità ecc. Il che lascia presumere che non è gradita, ma che nessuno lo voglia ammettere.
In realtà, protagonista del libro è il tempo. Il tempo inclemente che ci trascina dietro sé, che ci toglie e ci sottrae gli affetti più cari, riduce la sfera emozionale della giovinezza attraverso quella che chiamiamo esperienza. E alla fine, è proprio il tempo a toglierci le illusioni, le meraviglie, la gioia delle piccole scoperte giornaliere.
Ne emerge anche un  ruvido ritratto dell’uomo, coi suoi gusti e i suoi disgusti, le sue ubbie e malinconie, la sua paura della morte e ancor più delle malattie e della sofferenza. Forse, un uomo afflitto dal mal di vivere e dalla malinconia del dì che fugge. E se proprio vogliamo credere nei segni zodiacali, con un temperamento umbratile, tipico dello Scorpione.
Molto toccante, il suo controverso rapporto con la madre, un’ebrea russa che lui sopranomina la zarina, per il carattere autoritario e dispotico che tanto lo fece soffrire da ragazzo.  
I nodi, le asperità che hanno caratterizzato il  suo difficile legame con la genitrice, si sciolgono solo con la morte (mors omnia solvit) e sarà proprio la morte a conferire dignità e bellezza da selvaggia tartara al viso della madre devastata dalla malattia.
Il disincanto è la cifra di questo bel libro, che come è nello stile di Massimo Fini, divide i lettori: o lo si detesta o lo si ama.  
Ragazzo è la storia di una formazione dalla giovinezza, alle porte della vecchiaia, ma Fini non cadrà nel tranello di volersi sentire giovane per interposta persona, nemmeno attraverso l’amore di una giovane donna di trent’anni. Questione di stile, uno stile sobrio e volutamente antiretorico e disadorno.  

Qui, un’altra recensione del testo in oggetto.

Hesperia

Predicano bene e razzolano male

Cliccate sull’immagine tratta da “Libero” e troverete i tassi di assenteismo al ministero dell’economia. Vengono a chiederci “i sacrifici”, vengono a metter le mani nelle nostre tasche, intanto però loro non lavorano.

Che fine ha fatto la sinistra che osannava Obama e Zapatero?

Qualcuno ricorda i proclami vittoriosi e le esultanze della sinistra italiana quando Obama è diventato presidente degli Usa? E le scene di giubilo per Zapatero premier in Spagna? A sinistra nessuno ricorda più nulla. Ma noi, fortunatamente, abbiamo la memoria lunga. Ci ricordiamo i “Yes, we can” copiati da Walter Veltroni in Italia, i cartelli “Zapatero santo subito” apparsi sui carri colorati dei Gay Pride di Roma 2005, il documentario (se così si può chiamare) “Viva Zapatero” che nelle sale cinematografiche è diventato uno status symbol del perfetto radical chic: guai a non vederlo.
Cosa è rimasto di tutto questo? Assolutamente niente. La sinistra italiana, bastonata alle politiche del 2008, si è convinta di aver vinto le elezioni quando Obama è stato eletto presidente degli Usa, “il primo nero della storia” a diventare l’uomo più potente del mondo. Peccato che il Partito democratico statunitense abbia ben poco a che vedere con il Pd nostrano, ed anche l’idealizzato Obama, appoggiato da fior di banchieri e poteri forti, sia lontano anni luce dalla parabola del povero ragazzo di colore che dal bronx approda alla Casa Bianca. Obama è tutt’altro. Ma soprattutto ha fallito, travolto dalla crisi economica a cui ha assistito come spettatore e dal declassamento del rating Usa dalla tripla A a Aa+. Popolarità ai minimi oltre oceano, euforia trasformatasi in indifferenza nella penisola italica.
Idem per Zapatero:  idealizzato da Veltroni (ma sarà lui che porta sfortuna?), lanciato sul mercato da Sabina Guzzanti che ha ideato il documentario “Viva Zapatero” nel 2005, amato persino dai tre leader della maggiori sigle sindacali Epifani, Bonanni e Angeletti che in coro lo definivano “Un riformista vero” spingendosi fino a slogan come “Altro che Prodi, vogliamo Zapatero”, stimato dall’”autorevole” comico Maurizio Crozza che esclamava “Zapatero Zapatero/l’un per cento del tu carisma me serve aqui!!!”, il premier spagnolo ora ha ammesso di aver fallito, annunciando il suo addio nel 2012. I suoi tanti sostenitori, però, l’avevano già abbandonato. Anche in Italia.
Non c’è da stupirsi: per un breve periodo anche Tony Blair è stato icona della sinistra italiana. Per poco. Tutti i grandi leader europei che vengono accolti dalla sinistra come guru e nuovi Messia ben presto si rivelano dei bluff. Per inconsistenza dei soggetti, in primis, ma anche e soprattutto per ipocrisia della sinistra, che prima sostiene a spada tratta e poi volta le spalle quando si mette male.
Quando mancano idee e progetti, si idealizzano le persone e si formano i culti delle personalità. La sinistra europea e italiana ha bisogno di idoli in cui credere: oltre a Blair, Zapatero e Obama, fallimenti su tutta la linea, in Italia c’è stato il periodo di Veltroni, durato ancora meno. Ora i “salvatori”, i volti nuovo, il “vento del cambiamento” sono Giuliano Pisapia, Luigi De Magistris e Nicola Vendola. I primi due, eletti sindaci a Milano e Napoli, si stanno già rivelando bluff.
Dovremo aspettare che il terzo diventi premier per scoprirne l’inconsistenza, per usare un eufemismo? Speriamo di no.



fonte Blog: “Questa è la sinistra Italiana”

Sei parlamentari che vogliono il doppio stipendio.

Mentre i cittadini si preparano a subire le conseguenze di una manovra lacrime e sangue, c’è in Sicilia un piccolo esercito bipartisan di 6 parlamentari che ha fatto ricorso alla Corte dei Conti perché non vogliono perdere la pensione da consigliere regionale che è stata loro tolta perché non cumulabile con lo stipendio di parlamentare. Lo scrive  Emanuele Lauria su ‘Repubblica’. Un bel coraggio in un momento di crisi economica come questo. Soprattutto perché la pensione da consigliere di cui stiamo parlando si aggira tra i tre e i sei mila euro lordi al mese. Che sommati allo stipendio da parlamentare va a totalizzare, in alcuni casi, la cifra mensile di 20mila euro.
La fronda dei sei parlamentari è bipartisan: alla magistratura contabile si sono infatti rivolti l’ex ministro Calogero Mannino (gruppo misto della Camera), i senatori Sebastiano Burgaretta, Giuseppe Firrarello (Pdl), Vladimiro Crisafulli (Pd) e Salvo Fleres (Forza del Sud), il deputato pidiellino Alessandro Pagano.
Ma perché fanno ricorso? La manovra, oltre a imporre all’Assemblea regionale siciliana un taglio di 40 scranni (ora in totale sono 90), ha eliminato un privilegio tutto siciliano: la possibilità di cumulare la pensione da consigliere regionale con lo stipendio da deputato o da senatore. Una facoltà che era concessa sino a gennaio a chi aveva svolto il ruolo di consigliere in Sicilia, maturando il diritto al vitalizio prima di essere eletto alla Camera o a Palazzo Madama. Ora questo privilegio è sparito per effetto della manovra. Apriti cielo. Una fronda di sei parlamentari è scesa sul piede di guerra e ha fatto ricorso.
fonte: “informare per resistere”

Vittime stradali e carnefici in libertà

Omicidio stradale… e non si è capaci di tenerli dentro nemmeno con l’omicidio colposo… quindi, mi chiedo, ma a cosa servono le modifiche?
Cinque storie di persone accusate di omicidio per guida sotto l’effetto di alcol o di droga. Cinque storie che fanno indignare. Come sono andate a finire? I colpevoli (o in attesa di giudizio) sono in carcere? Più di una volta è stato ipotizzato l’omicidio volontario con «dolo eventuale» per chi uccide a causa di un bicchiere di troppo (l’automobilista mettendosi alla guida dopo aver alzato il gomito accetta il rischio di provocare uno scontro mortale). Tutto inutile. Non esiste un solo caso in Italia in cui l’accusa di omicidio volontario sia rimasta in piedi. È passata soltanto una volta in primo grado, ma in appello e in Cassazione si è trasformata in colposo. E spesso non è stato nemmeno deciso il risarcimento per le vittime. La proposta di introdurre un reato specifico che non consenta più di evitare la detenzione è stata avanzata dai ministri Maroni e Palma, che parlano di reato di «omicidio stradale» per le morti causate da chi guida sotto l’effetto di alcol o droghe. Gli incidenti stradali nel 2010 sono stati 105 mila (+6,1% rispetto al 2009), con 2.458 morti. I controlli con l’etilometro, 1.600.000 e dal 2011 sono aumentate del 5,4% le violazioni al Codice per guida in stato di ebbrezza (13.382), mentre, sono calate dell’11,4% quelle per guida sotto l’effetto di droghe (1.344).
ASCOLI PICENO – Ahmetovic ai domiciliari. (ma è per una rapina)
La sua foto in terrazza mentre prendeva il sole in un residence di San Benedetto del Tronto fece tremare dal dolore i genitori dei quattro ragazzi morti e indignò gli italiani. Marco Ahmetovic è il rom che, ubriaco, con un tasso alcolico nel sangue sei volte superiore al limite, ha travolto con un furgone e ucciso nell’aprile del 2007 (aveva 22 anni), ad Appignano, 4 giovani tra i 16 e i 19 anni: Eleonora Allevi, Davide Corradetti, Danilo Traini e Alex Luciani. Accusato di omicidio colposo con colpa cosciente, in primo grado è stato condannato a 6 anni e sei mesi (confermato in appello e in Cassazione). Oggi è in carcere, ma perché processato anche per rapina. All’epoca ha fatto scalpore la decisione di concedergli i domiciliari in un appartamento che non era il suo (era senza fissa dimora), per poi farlo ritornare in carcere. I controlli nel residence erano così scarsi da permettere ad Ahmetovic di contattare un manager (su eBay si vendevano all’asta orologi, jeans, profumi e occhiali da sole di cui lui era testimonial) e un pregiudicato.
BRESCIA – Uccise un’intera famiglia. Solo due giorni in carcere
Il 24 aprile del 2010, ubriaco, Alessandro Bonelli si mette al volante della sua auto. Uccide un’intera famiglia. Dopo soli due giorni di carcere è agli arresti domiciliari con il permesso di andare al lavoro. L’imprenditore milanese guidava sull’A4 con un tasso etilico tre volte più alto rispetto al limite di legge. Un particolare che, unito all’alta velocità, ha segnato la vita di Alessio Pecci (34 anni), di sua moglie Silvia Marx (32 anni) e del piccolo Nicolas di 18 mesi. La Renault Clio della famiglia Pecci che viaggiava in direzione di Brescia è stata tamponata dalla Bmw sul rettilineo che immette al casello di Desenzano. Uno scontro molto violento che ha fatto catapultare l’utilitaria prima contro un’altra auto per poi schiacciarla contro il guard rail. In primo grado (dicembre 2010) Bonelli era stato condannato con rito abbreviato a 4 anni e 4 mesi per omicidio colposo. Aveva precedenti per guida in stato di ebbrezza. L’appello (giugno 2011) ha confermato la sentenza ma a settembre l’avvocato difensore presenterà un’istanza di remissione in libertà.
CATANZARO – Con l’auto su sette ciclisti. Processo «breve» dopo 9 mesi

«L’auto come una bomba». Chafik Elketani, 21 anni, originario del Marocco, risultato positivo al test della cannabis, piomba con la sua Mercedes su un gruppo di dieci ciclisti amatoriali uccidendone sette e ferendone tre. Il fatto è successo il 5 dicembre 2010 a Lamezia Terme (Catanzaro). L’accusa: omicidio colposo plurimo aggravato dalla guida sotto l’effetto della droga. Ma il processo davanti al giudice per l’udienza preliminare, con rito abbreviato, si terrà soltanto il 21 settembre prossimo, ben 9 mesi dopo. L’omicida, che guidava anche senza patente, è in carcere in attesa di giudizio. La scena che si è presentata quel giorno ai soccorritori è stata apocalittica: corpi e biciclette disseminati sui campi e sull’asfalto. L’incidente è avvenuto dopo un sorpasso in curva del giovane marocchino. Probabilmente per l’alta velocità non è più riuscito a controllare la sua auto. Ha sbattuto su un muretto, si è ribaltata, e prima di finire sul guard rail ha falciato il gruppo di ciclisti che rientravano da Lamezia.
ROMA – Travolse due fidanzati. Pena dimezzata in appello
Stefano Lucidi era stato il primo pirata della strada a essere condannato in Italia per omicidio volontario con dolo eventuale. Dopo un anno, nel 2009, i giudici in appello (e confermato in Cassazione nel 2010) hanno cambiato idea e gli hanno dimezzato la pena: da 10 a 5 anni. Oggi è in carcere. Nel maggio 2008 ha ucciso Flaminia Giordani e Alessio Giuliani, fidanzati di 23 e 22 anni, li ha investiti all’incrocio fra la Nomentana e viale Regina Margherita a Roma. Aveva omesso di fermarsi e prestare loro soccorso, dandosi alla fuga e preoccupandosi solo di «appizzare» (nascondere) la macchina, individuata grazie a un testimone. Dopo la sentenza di secondo grado, amarezza, delusione e visi sconvolti per i genitori delle giovani vittime. Lucidi assumeva cocaina, per questo gli era stata tolta la patente. E all’epoca dello scontro mortale con la sua Mercedes risultò positivo all’uso di stupefacenti. Ad accusarlo di essere passato con il rosso è stata la sua compagna (anche lei a bordo). I due la notte dell’incidente stavano litigando.
TRAPANI – A 120 all’ora su madre e figli. È ancora in libertà
Non ha fatto un solo giorno di carcere. Fabio Gulotta, 21 anni, è stato denunciato a piede libero per omicidio colposo plurimo aggravato dalla guida in stato di ebbrezza. E in attesa del rinvio a giudizio ha ripreso a frequentare i bar e la piazza di Campobello di Mazara. Eppure ha sulla coscienza un’intera famiglia. Lo scorso 15 gennaio con la sua Bmw sfrecciava a 120 chilometri all’ora per Campobello di Mazara (Trapani). Ad un incrocio il terribile impatto con la Fiat 600 sulla quale viaggiava la famiglia Quinci. Morirono i due bambini, Martina e Vito di 12 e 10 anni, qualche ora dopo anche la madre Lidia Mangiaracina di 37 anni. Unico sopravvissuto il capofamiglia, Baldassare Quinci, 43 anni, maresciallo dell’aeronautica, che per mesi ha cercato nella giustizia una ragione per andare avanti. Invece, per assurdo, si è visto contestare dai legali di Gulotta il concorso di colpa nell’incidente. Un mese fa Quinci ha deciso di farla finita, si è impiccato ad una trave. Nessun risarcimento per le vittime e l’unica sanzione per Gulotta è stato il ritiro della patente.
Rossella Burattino (Ha collaborato Alfio Sciacca)

Il profugo col bisogno di stuprare

Molti di loro, non sono profughi bisognosi d’aiuto, sono solo animali paraculi…

MILANO – Un profugo ghanese di 23 anni ha inseguito aggredito e violentato una donna di circa 50 anni che stava tornando a casa in bicicletta a Chiavari (Genova). L’hanno arrestato: e quello che ha fatto, oltre a essere un crimine contro quella donna, è diventato un crimine anche contro la società che ha accolto lui, profugo, che con altri migranti è scappato dalla sua terra per cercare la pace. Prima a Lampedusa, poi nel centro della Croce rossa a Chiavari.
L’AGGRESIONE – Per questo, adesso, a Chiavari e in Liguria scoppia una polemica che rischia di diventare pericolosa. I fatti sono quelli sempre terribili di una violenza sessuale: la donna sta andando in bicicletta lungo il fiume Entella, a Chiavari. Sono le 14,30. Lui la vede, la insegue, la fa cadere e le è addosso. Le strappa pantaloncini e biancheria, le frattura la mano, la violenta ma una donna, un’altra donna, interviene e lui scappa. Assistita la vittima e chiamata la polizia diventa caccia all’uomo: gli uomini del commissariato di Chiavari e personale della squadra mobile di Genova raccolgono le prime testimonianze. Una ragazza si fa avanti e dice alla polizia che un ragazzo di colore verso mezzogiorno l’ha molestata ma è stato messo in fuga da un passante.
L’IDENTIFICAZIONE – I poliziotti trovano anche una videocamera di sorveglianza che ha registrato le immagini della fuga dell’uomo. Le immagini vengono mostrate alla vittima che si trova all’ospedale. Viene identificato: adesso quel ragazzo ha un nome e una storia: arrivato con i barconi della disperazione a Lampedusa nel maggio scorso, era stato trasferito nel centro di accoglienza di Chiavari in base alla risposta di solidarietà che la Liguria ha dato in nome dell’ accoglienza. La polizia va al centro della Croce rossa ma lui se n’è andato: ha lasciato gli abiti che gli avevano procurato. Ci sono tracce biologiche e i vestiti vengono sequestrati. Lo cercano: tutto il paese lo cerca. E infine lo trovano, di sera, nel centro storico. Scattano le manette per violenza sessuale aggravata e lesioni personali.
LE POLEMICHE – Il suo gesto rischia di inficiare quella volontà di pietà, di generosità che tutta la Liguria ha avuto nell’accogliere i migranti. «Con tutti gli sforzi che il mondo del volontariato, i sindaci, le istituzioni e le forze dell’ordine stanno facendo per far fronte all’emergenza profughi – ha detto l’assessore regionale Lorena Rambaudi -, di fronte a fatti del genere bisogna agire duramente. Spero che dopo una giusta condanna sia espulso dal paese». E mentre la Lega nord dice basta al «buonismo» arriva la notizia che altri 40 migranti arriveranno la prossima settimana a Genova. In fondo, sarà questa la risposta migliore a un crimine così vigliacco.

Dolce far niente 2

No, auff, non sto alle seychelles (quelle forse mi vedranno l’anno prossimo) nè tantomeno in una spa, sto sempre qui dalle mie parti, purtroppo. Nel frattempo io continuo nel difficile “lavoro” del dolce far niente. Un pò al mare, un pò con gli amici e un pò a casa. E, devo dire che tutto ciò, richiede parecchia energia visto che anche le temperature sono aumentate e il caldo africano durerà per tutta la prossima settimana… e io, la prossima settimana tornerò a lavorare, ecco.

Expo musulmano

In tutto ciò, quello che fa più ridere (o piangere, tutto dipende da come la si guarda), è la lega che minaccia di dare battaglia… Ultimamente le minaccie della lega sono cadute tutte a vuoto. Vedi l’afflusso biblico dalle coste africane e vedi l’accoglienza forzata di clandestini in italia… Un detto recita “can che abbaia non morde” e la lega non c’ha manco i denti, anche se volesse mordere. E, saranno pure provocazioni, ma intanto… “con le vostre leggi vi conquisteremo”, passo dopo passo ormai si stanno conquistando un mondo che non gli appartiene modificandolo e cambiandolo a loro misura. E’ l’islamizzazione italiana. Sapevano i nostri cari governanti che sarebbe finita così… eppure, non hanno fatto niente.
Bologna – “Faremo di tutto per contrastarlo”. Angelo Alessandri, deputato leghista, è appena tornato da Roma e già deve affrontare una “battaglia” spinosa. Alcuni giorni fa il vicepresidente dei Giovani musulmani d’Italia, Ahmed Abdel Aziz, ha rivelato che a dicembre Bologna ospiterà “forse il più grande della storia dell’Islam in Italia”. Si tratta dell’Expo musulmano. Se dovesse andare in porto, sarà sicuramente il primo mai realizzato nel Belpaese.
Una provocazione. Al quartiere generale della Lega Nord non hanno alcun dubbio. Le prime indiscrezioni su una kermesse islamica, di cui non si conoscono né la durata né la portata, fanno già discutere. “In questi giorni – spiega Ahmed Abdel Aziz – siamo impegnati nella pianificazione di un grande evento, forse il più grande della storia dell’Islam in Italia, che dovrebbe avvenire il prossimo dicembre a Bologna”. Al momento il vicepresidente dei Giovani musulmani d’Italia non vuole sbilanciarsi troppo né dare qualche dato più chiaro. Resta l’idea da parte degli organizzatori di “dare vita a un evento simile a quelli che organizzano i musulmani in Francia”. Non solo. “Abbiamo deciso però che dovrà essere un Islam Expo da organizzare a cadenza annuale nel mese di dicembre, a cavallo ciò tra il vecchio e il nuovo anno – continua Ahmed Abdel Aziz – per questo progetto i Giovani musulmani d’Italia stanno coinvolgendo decine di associazioni islamiche locali e nazionali”. Il rischio è proprio quello di avere una kermesse capace di polarizzare su Bologna le comunità islamiche d’Italia che contano più o meno un milione e 600mila fedeli. Un trampolino di lancio per formare i più giovani (circa il 35 per cento del totale) e lanciarli nel mondo della politica. “Non siamo impegnati solo in iniziative di carattere religioso e culturale, abbiamo deciso anche di impegnarci per permettere ai ragazzi di avvicinarsi alla politica”, spiega Ahmed Abdel Aziz che sta organizzando una conferenza per fine settembre a Milano sui nuovi leader del futuro. Ed è proprio nel capoluogo lombardo che i Giovani musulmani incontreranno il sindaco Giuliano Pisapia per discutere della costruzione delle “moschee di quartiere”. Altri esponenti dell’organizzazione stanno, invece, organizzando sempre per settembre una serie di incontri a livello locale in diverse città d’Italia con i rappresentanti istituzionali. Per quanto riguarda Bologna, la Lega assicura che farà di tutto per bloccare l’Expo islamico. “Se Virginio Merola, l’uomo della grande moschea, si permette di andare avanti di questo passo – tuona Alessandri – siamo già pronti a fermarlo. Se la sinistra ha bisogno di questi ‘nuovi italiani’ per aumentare il proprio elettorato, di sicuro non è nelle priorità di Bologna l’avere un Expo musulmano”.