Anche lui beve l’amaro calice dell’impegno politico !

L’accusa di familismo nella selezione della classe dirigente e nella scelta dei candidati da far concorrere alle elezioni piomba su Antonio Di Pietro e la sua Italia dei Valori. Ancora una volta. Cristiano Di Pietro, figlio dell’ex pm di Mani Pulite, sarà candidato alle prossime elezioni Regionali molisane che si terranno ad ottobre. Tanto basta per alimentare lo spettro del favoritismo e della assenza di meritocrazia nelle persone da proporre ai cittadini come loro rappresentanti.
L’INCHIESTA SUGLI APPALTI– Più che altro si tratta del riemergere di ferite mai del tutto sanate che qualche anno fa avevano squarciato quell’idea di rigore etico e morale che Di Pietro senior voleva caratterizzasse nel tempo il suo movimento politico. Il patatrac avvenne nel gennaio 2009. Fu infatti un avviso di garanzia a carico di Cristiano, allora consigliere comunale a Montenero di Bisaccia e provinciale a Campobasso, a segnare uno spartiacque tra l’intransigenza legalista sbandierata dall’onorevole di Montenero di Bisaccia e un partito alle prese sul territorio con diversi casi di abdicazione al malcostume politico che attanaglia il bel Paese da tempo immemore. L’inchiesta che colpì il Di Pietro junior era quella sugli appalti pubblici nella città di Napoli. Le carte in mano ai magistrati parlavano di intercettazioni di telefonate nelle quali Cristiano raccomandava suoi amici all’ ex provveditore alle Opere pubbliche di Campania MoliseMario Mautone, arrestato nell’ambito della stessa inchiesta nel dicembre 2008.
L’IMBARAZZO DEL PARTITO – In realtà, il caso Cristiano-Idv era emerso ben prima della iscrizione nel registro degli indagati. La vicenda aveva generato non poco imbarazzo tra Di Pietro e seguaci, e non poco sollievo tra gli esponenti del centrodestra, che vedevano vicina la possibilità di acquisire facili argomentazioni per attaccare l’avversario inflessibile in tema di legalità. Alla notizia del coinvolgimento di Cristiano mentre il giustizialista Di Pietro si veeva costretto a chiudersi in difesa (“Ribadiamo la nostra fiducia nella magistratura, anche e soprattutto verso quella che dovesse indagare qualche volta su qualcuno di noi…”), qualche rappresentante del suo partito lo incalzava, lanciando un allarme. “La collocazione di Cristiano oggi nuoce alla politica del padre, perciò lui stesso dovrebbe ragionarci sopra e fare un passo indietro, per puro senso di opportunità”, diceva ad esempio il senatore Idv Pancho Pardiinvitando Di Pietro jr alle dimissioni. Lo stesso faceva il giornalista-amico Marco Travaglio(“Cristiano dovrebbe lanciare un segnale, far capire che ha capito che certe cose non sono reato ma non si fanno”). La maggioranza berlusconiana, intanto, si godeva lo show. “Se Cristiano resta in campo, avremo un argomento da usare contro suo padre per i prossimi 10 anni”, faceva sapere il capogruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri.
Giornalettismo.com

Prove di Sharia !! Via il Colonnello dentro i Taliban !!

Non è ancora finita e potrebbe finire in modo crudelissimo, inutile piagnucolare sui cecchini cattivi che sparano ai bambini, la scena selvaggia di Tripoli è responsabilità di chi ha gestito la guerra; hanno vinto i berberi di Nafusa, ovvero quelli  sui quali la Nato e l’Europa non avevano puntato spendendo cifre di denaro folli e facendoci aumentare il prezzo della benzina; bene che vada governeranno o si proveranno a farlo i peggiori servi di Gheddafi, complici negli anni del terrorismo attivo, traditori nel momento della disgrazia, pronti a tutto, altro che a rispettare gli impegni commerciali ed economici del tempo che fu; se invece bene non va il Paese sarà in balia di una guerra civile nella quale tutti proprio tutti sono armati fino ai denti, non c’è un leader né un partito né un programma, a parte l’Islam  come religione e la sharia come fonte legislativa. Complimenti.

I politici fanno il loro mestiere, per carità, e tocca loro rassicurare, magari dire bugie o forzare mezze verità, ma tanta contentezza, tanta certezza sul limpido futuro democratico della Libia dopo Gheddafi, come si sente ripetere nelle ultime quarantotto ore dai ministri europei, nell’assenso compiaciuto dell’opposizione solitamente pacifista, è superiore a qualunque sopportazione. Non sarà un caso se invece non si trova un solo commentatore di politica internazionale, un solo esperto serio di Medio Oriente e di Islam, che non usi termini perlomeno prudenti, che non metta sull’avviso da vittorie che si rivelino catastrofiche, che non argomenti sul fatto incontrovertibile che  alla Nato non basta aver salvato la faccia  a colpi di bombe “umanitarie”, dopo aver trasformato dalla sera alla mattina un solido alleato, accolto con tutti i suoi capricci nelle capitali mondiali, nel mostro da distruggere in nome dei diritti umani. se poi la Libia verrà lasciata da sola. Semplicemente i politici mentono spudoratamente, e nell’attuale crisi  economica e morale sarebbe il caso di smetterla, i commentatori, diciamo pure noi tanto vituperati giornalisti, dicono le cose come stanno. Stanno male. Da sola significa che se non verrà garantita la sicurezza, il popolo sarà esposto al naturale regolamento dei conti fra le fazioni ribelli. Barack Obama non intende fornire né uomini né soldi, esaurito il quarto d’ora mediatico, la Libia non è un presente sensibile nella testa dell’elettore americano, soprattutto una Casa Bianca debole e indecisa a tutto in Medio oriente ha incoraggiato il caos che ha chiamato primavera araba e ora lo lascia interamente alla gestione europea. Bye bye grande potenza madre, e speriamo che alla fine del 2012 qualcosa cambi. L’Europa dovrebbe prendersele le responsabilità, visto che il neo colonialismo di Sarkò e quello gregario di Cameron ci hanno infilato nell’ intervento militare ma ha da tempo rinunciato, almeno da quando i francesi cominciarono qualche mese fa a dire che Gheddafi poteva pure restare. L’Italia, finiti i proclami entusiastici dei nostri ministri deputati, si leccherà le ferite dello splendore passato, quando si commerciava, si costruiva, si fermavano le carrette del mare. La Germania pensa alla guerra dell’euro.

Insomma, non è stato fatto in questi mesi, a meno che io non venga smentita, nessun accordo tra Europa e comitato. Scommettiamo che finirà con una di quelle famigerate missioni delle Nazioni Unite composte da truppe arabe ed africane, e per il resto se la vedrà il mitico comitato di transizione, dio ci salvi, visto che gli odi tribali si scateneranno, sono almeno quaranta gruppi, quelli occidentali non ne vorranno sapere di sottostare al predominio di quelli di Bengasi, che più che altro con le armi sofisticatissime da noi fornite si sparavano nei piedi. In condizioni di guerra civile ti saluto anche gli accordi commerciali.

Una cosa però è certa, mica per caso avete visto distruggere le immagini di Gheddafi al grido di Allah è grande, perché, come da noi denunciato per tempo, hanno assunto un peso militare crescente le brigate degli estremisti islamici composte e addestrate da reduci del Gruppo combattente islamico libico legato ad al Qaeda. Sono quelli che  quel mostro di Gheddafi aveva cacciato e che si sono distinti contro americani e iracheni in Iraq. Curioso vederli entrare a Tripoli grazie alle nostre bombe e a quelle di Obama, no? Ricordiamocelo quando l’11 settembre celebreremo i dieci anni dalla strage delle Torri Gemelle. Il 18 agosto il Consiglio Nazionale di transizione del quale i nostri ministri parlano come di amiconi, come dei convinti democratici, ha approntato, e il Times ha ottenuto, una sorta di dichiarazione preparatoria del percorso verso la nuova Costituzione. Una cosa è chiara a chi la vuol leggere: il futuro di “Stato democratico e indipendente” della Libia sarà garantito con queste premesse e regole guida, “l’Islam è la religione e la sharia la principale sorgente legislativa”. E tre, con Egitto e Tunisia, mentre Yemen, Siria, il Grande Fratello Iran, sghignazzano sulle belle avventure umanitarie dell’Occidente.

di Maria Giovanna Maglie

In mano dei fondamentalisti

Che regni il caos è naturale, che i media veicolati alimentino la confusione è comprensibile, ma che sia poco chiaro chi comandi davvero e su quale strada spingerà la Libia è decisamente allarmante. Mentre infuria ancora la battaglia a Tripoli, come in altre località del Paese, sono in molti a domandarsi quanto sia affidabile la leadership dei rivoltosi o, meglio, dei nuovi padroni della Libia. È inevitabile che l’Occidente tratti con loro, ma a dar retta ad annunci e proclami non è che ispirino incondizionata fiducia. A partire dall’ultimo preoccupante episodio, quello di Seif el Islam, il figlio di Gheddafi, del quale è stata data con enfasi la notizia dell’arresto. Peccato che poche ore dopo il rampollo del Colonnello si sia presentato ai giornalisti lanciando minacce a destra e a manca: «La mia cattura? Solo menzogne. Mio padre è a Tripoli e noi controlliamo la capitale. Stiamo spezzando la schiena ai ribelli». Niente di grave, nulla cambia nelle sorti del conflitto, ma un conto è la propaganda, altra cosa è far la figura dei fessi in diretta mondiale.
Ma chi sono i leader della rivolta e che credibilità hanno? I loro nomi sono impronunciabili ma è bene ricordarli: Mahmoud Jibril, capo del governo provvisorio, Mustafa Abdel Jalil, presidente del Cnt (Consiglio nazionale transitorio), Abdul Hafiz Ghoga, vice di Jalil e portavoce del Cnt, Ali Tarhouni, ministro delle Finanze e del Petrolio, Suleiman Mahmoud, comandante dell’esercito ribelle, ai quali si aggiunge Abdessalam Jalloud, l’ex braccio destro di Gheddafi che ha cambiato bandiera quattro giorni fa, riparando in Italia. Tolti Ghoga e Tarhouni, gli altri sono tutti membri emeriti del vecchio regime che hanno defezionato, chi prima chi dopo. E se mai il Colonnello dovesse finire alla sbarra del Tribunale penale internazionale per i suoi crimini passati, i suoi ex complici, oggi ribelli, non sfigurerebbero al suo fianco. Ci sarebbe da ridere, se non fossimo così allarmati, sul dopo Gheddafi. Se la situazione resta tale, e la leadership anche, va a finire che a guidare il nuovo regime saranno gli uomini del vecchio regime. Nessuno fa pronostici, ma non è da escludere. Bisognerà però fare i conti anche con le tribù dell’Ovest, per la maggior parte berbere, protagoniste pure loro della conquista di Tripoli. Il loro contributo è stato importante, ma la loro rappresentanza politica non ha molto peso, visto che il governo transitorio è monopolizzato da ribelli della Cirenaica.
Ma sono loro a comandare davvero? Per ora hanno in mano il pallino, ma la componente islamista della rivolta, in quest’ultima fase della guerra, si è rivelata la più efficace e competitiva. A Zawiyah come a Tripoli, nelle manifestazioni di giubilo per la conquista delle città si è sentito urlare «Allah Akhbar» in piazza. Tutti i report di analisti militari sono concordi: i miliziani islamici sono meglio addestrati e più combattivi degli altri ribelli, e lo hanno dimostrato in più occasioni. Chi sono? Gli integralisti perseguitati dal regime di Gheddafi negli anni Novanta, che hanno deciso di abbandonare il Paese e andare a combattere in Iraq e in Afghanistan, al fianco di Al Qaida e talebani. Ora sono tornati, veterani di due guerre, con uno scopo ben preciso: avere un ruolo determinante nel futuro della Libia. E la cosiddetta «Dichiarazione costituzionale» presentata dal governo transitorio giovedì scorso ne è la conferma. Un documento in 37 articoli il quale sancisce, tra l’altro, che «l’islam è la religione e la sharia la principale fonte legislativa». Un successo integralista che fa tremare i vari Jibril e Jalil, i quali hanno già lanciato l’altolà ai fondamentalisti, temendo che, dopo aver dato la caccia agli ultimi fedelissimi del regime, regolino poi i conti con i compagni di rivolta. Bel colpo, male che vada avremo un nuovo Iraq alle porte di casa. Oppure una repubblica islamica. O entrambi.

La via comunista al fallimento:tasse e scioperi

Immaginate Bersani con un colbacco e un cappottone scuro.

Lo potremmo inserire senza stonare tra gli imbalsamati gerontocrati sovietici (Brezenv, Andropov, Gorbachev, Gromiko) mentre assistevano alla parata del primo maggio sulla piazza rossa.
E se, come sostenevano i greci antichi, l’aspetto esteriore corrisponde a quello interiore, possono cambiarsi il nome mille volte, ma i comunisti restano tali, sempre.
Che simili tesi di carattere lombrosiano abbiano una qualche fondatezza lo possiamo ricavare dalle notizie giunte ieri dal pci/pds/ds/pd e dalla cgil.
Bersani ha tenuto una conferenza stampa in cui ha illustrato il suo piano economico.
Articolato su vari punti, almeno uno è apparentemente positivo: le liberalizzazioni e privatizzazioni.
Essendo però molto generico, non vorrei si trattasse di svendere ciò che non interessa (come fece Prodi) e trattenere invece ciò che è utile per le proprie clientele (leggi Rai).
L’impianto generale, però, è la classica, giacobina proposta tesa non a tagliare le spese, bensì ad impoverire i risparmi degli Italiani, dando ragione al mio amico Starsandbars  che da tempo sostiene che i comunisti amano a tal punto i poveri da volerne aumentare il numero, rendendoci tutti poveri.
Contrario ad ogni principio di affidabilità è la proposta di tassare i capitali rientrati in Italia sotto la garanzia dello “scudo” e mediante il pagamento di una percentuale che tale doveva essere e tale deve restare.
Altrettanto punitiva la pretesa di una nuova asta delle frequenze televisive, una autentica norma contra personam, che vorrebbe riaprire un discorso chiuso, violando quindi ogni certezza nei rapporti giuridici tra lo stato ed i privati che, in tal modo, non possono fare alcun affidamento sugli impegni dello stato, quindi non possono avere convenienza ad investire vista l’incertezza sulla stabilità delle leggi.
In questo modo il pci/pds/ds/pd non fa altro che incentivare la sfiducia verso le istituzioni, legittimando quanti esplorano le più diverse strade per salvare il proprio patrimonio, reddito e risparmi.
A ben vedere è con tale tirannia fiscale che si stimola quella evasione che, a parola, si vorrebbe combattere, ma nei fatti si alimenta.
Lasciamo perdere la solita demagogia delle tasse sui “grandi”patrimoni che, alla fine, si scoprono essere essenzialmente quelli del ceto medio e passiamo alla cgil che ha proclamato lo sciopero generale per il 6 settembre.
Un comportamento alla greca che può solo accelerare, invece di evitare, il traguardo del fallimento.
Stupisce che nel secondo decennio del terzo millennio ci sia ancora un sindacato che crede di risolvere i problemi proclamando uno sciopero generale, bloccando la produzione, creando disagi e facendo perdere a chi vi aderisce una parte del proprio stipendio.
Lo sciopero generale e le tasse sono la vecchia strada della prima repubblica che ci ha regalato 1900 miliardi di euro di debito pubblico, elargendo soldi nostri alle più disparate categorie e rendendo oltremodo difficile tornare ad una gestione virtuosa della spesa pubblica.
Perchè ogni volta in cui si pensa di ridurre le spese si devono toccare i benefici accordati a questi o a quelli che insorgono trovando sempre qualche comunista disposto a perpetuare strumentalmente lo stato di agitazione.
Così, al fianco di Bersani, sulla piazza rossa, assieme agli incartapecoriti gerontocrati sovietici, anche la Camusso non rappresenterebbe alcuna stonatura.
Una vera rinascita nazionale parte dalla riduzione delle tasse, dall’abbattimento della spesa pubblica, ma anche dal denunciare il ridicolo delle ammuffite ricette dei Bersani e delle Camusso.

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Riflessioni sulla Libia e Gheddafi

Pare che siamo giunti all’ultimo atto della tragicommedia libica. L’intervento della NATO ha posto fine al regime quarantennale di Gheddafi. La guerra non è ancora finita, e per le strade di Tripoli si combatte e ciò che resta dell’esercito del colonnello vende cara la pelle, ma ormai il loro destino è segnato. Per quanto riguarda Gheddafi, le notizie sul colonnello sono contraddittorie. Nel bunker in cui sembrava fosse rinchiuso di ui non c’è traccia. Zimbabwe, Angola e Venezuela si propongono di ospitarlo per un eventuale esilio, vedremo comunque nei prossimi giorni cosa deciderà di fare il politico più ricercato al mondo. Con questo post, in cui cercherò di raccogliere riflessioni personali non intendo affatto fare l’apologia del signor Gheddafi. Un signore che merita ampiamente la sua sorte. Un signore che ha esiliato i coloni italiani espropriandoli dei propri beni, che ha avuto le mani in pasta praticamente in tutta la scia di sangue nota come “anni di piombo”, che ha armato e aiutato le Brigate Rosse, che ha patrocinato atti terroristici vili e sanguinari come l’infame attentato di Lockerbie e che ha utilizzato per anni il racket dell’immigrazione come arma di ricatto contro il nostro paese. Tutte le nequizie del colonnello vennero riassunte dalla rivista “Storia in Rete” in tempi non sospetti in un numero intitolato “Il Libro Nero di Gheddafi”, numero che invito a procurarsi tramite arretrato, giusto per far capire che qui non si intende fare un’apologia del colonnello. Detto questo cominciamo a fare alcune riflessioni

A chi stiamo affidando la Libia?
Il “Consiglio Nazionale di Transizione” nato dalla rivolta di Bengasi è capitanato e formato in buona parte da ex membri del regime del colonnello. Prendiamo ad esempio il primo ministro del governo di Bengasi, Mahmud Jibril. Fino a pochi mesi fa era presidente del consiglio per lo sviluppo economico di Gheddafi. Oppure se volete parliamo del segretario generale del CNT, Mustafà al Jalil, fino a febbraio ministro della giustizia del rais, mentre Abdul Younes, il capo militare dei ribelli ucciso poche settimane fa, era fino a febbraio ministro dell’interno del regime. Insomma, a partire dai suoi esponenti di punta il CNT è pieno zeppo di ex funzionari di Gheddafi. Ora, abbiamo fatto tutto questo ambaradan con tanto di morti e macerie per affidare la Libia a gente che per anni ha retto il catetere a Gheddafi. E’ la cruda verità, piaccia o non piaccia. Ricordiamo poi come tutte le proposte di mediazione dell’Unione Africana e della Russia siano state respinte senza appello proprio dai ribelli mentre erano state accettate da Gheddafi. Inoltre all’interno dello stesso CNT le acque non sono certo calme, come testimonia l’uccisione di Younes da parte dell’ala islamista del CNT. Senza contare la corposa presenza dei qaedisti nelle fila ribelli. Al di la della propaganda gheddafiana, è un fatto che Aqmi, ramo nordafricano di Al Qaida, si sia schierato coi ribelli fin dal principio.
Rischiamo una Somalia di fronte casa? Che ne sarà della Svizzera africana?


La Libia è un’invenzione del colonialismo italiano. Prima della colonizzazione italiana l’attuale Libia era divisa in tre province dall’amministrazione ottomana, ovvero Tripolitania, Fezzan e Cirenaica. A loro volta le tre macro-regioni libiche sono suddivise in varie tribù. Per molti anni il regime di Gheddafi ha tenuto sopite le rivalità tra le varie tribù e tra le varie regioni. Ora che il potere è in mano al circolo dei ribelli di Bengasi e della Cirenaica il delicato equilibrio costruito dal colonnello potrebbe saltare. Siamo sicuri che la Tripolitania e le tribù fedeli a Gheddafi si arrenderanno così e accetteranno il governo della Cirenaica? Siamo sicuri che le rivalità tribali ora non esploderanno clamorosamente? Ma non abbiamo imparato nulla dall’Afghanistan e dall’Iraq? Siamo in Afghanistan da 10 anni e i talebani sono ancora lì, vivi e vegeti e sul punto di vincere la guerra. In Iraq ci son voluti anni, migliaia di vite umane e migliaia di soldi spesi per ristabilire la calma e aver ragione dei fedelissimi di Saddam Hussein. L’uccisione di Younes da parte degli stessi ribelli è un segnale allarmante di come non regni l’armonia nel fronte anti-Gheddafi. Lo scenario di una Somalia di fronte alle nostre coste è qualcosa di agghiacciante da tenere in conto nel futuro prossimo venturo. Inoltre dopo 6 mesi di guerra civile sanguinosa la Libia è allo stremo. I bombardamenti della NATO hanno demolito quella che era la Svizzera dell’Africa. Già, perché i media non ve l’hanno detto ma la Libia fino a sei mesi fa era il paese africano con il più alto reddito pro-capite e con standard di vita da paese europeo. Qui se volete una lista completa delle ricchezze della fu Libia di Gheddafi. Ora però i libici sono allo stremo, e allo stremo è l’economia del paese, falcidiata dall’embargo sul petrolio, principale fonte di sostentamento libica. Valeva la pena ridurre al disastro la Svizzera d’Africa per arrivare a una potenziale Somalia di fronte alle nostre coste? Il libico medio, che prima viveva molto meglio di tutti gli abitanti del suo continente e ora è ridotto alla miseria secondo voi sarà grato all’occidente e alla “democrazia esportata” oppure sarà furibondo?
La scomparsa dei pacifismi, Obama viola la costituzione nel silenzio dei media, la sinistra si scopre guerrafondaia e dimentica i flirt col colonnello


La guerra in Iraq del 2003 era stata salutata dal mondo con imponenti manifestazioni di dissenso e protesta. Ora, Obama, Sarkozy e Cameron si sono comportati molto peggio di Bush e Blair, perché, contrariamente a questi si sono rifiutati di fare una formale dichiarazione di guerra venendo meno a tutte le regole con cui la guerra s’è fatta finora. In sostanza i tre esportatori di democrazia mentre facevano lezioni a Gheddafi, stupravano la stessa in casa loro. Questo è il mondo del bipensiero orwelliano in cui una guerra vien chiamata “no fly zone” e in cui le dichiarazioni di guerra si possono anche non fare. I pacifisti, che riempivano le piazze nel 2003, oggi sono spariti. Niente manifestazioni, niente richieste a l’Aja, nulla. Nessuna richiesta di impeachment per Obama, il quale ha preso la costituzione degli USA e l’ha gettata nel cestino. Solo i soliti Ron Paul e Dennis Kucinich han tentato di difendere la carta costituzionale, fallendo. Le bandiere arcobaleno son state ammainate. La sinistra, un tempo pacifista oggi si scopre guerrafondaia. Tra i più attivi nello scontro con il colonnello il mai-eletto inquilino del colle. Giorgio Napolitano, che un anno fa accoglieva il colonnello a Roma con onori e salamelecchi insieme a tutte le autorità italiane, è stato il maggior fautore dell’entrata in guerra dell’Italia. Ora, mi risulta che lo stesso Giorgio Napolitano fino al 1991 facesse parte del “Partito Comunista Italiano” e mi risulta che all’epoca del bombardamento di Reagan quel partito prese le difese di Gheddafi. Mi risulta inoltre che a lungo la sinistra italiana abbia ritenuto Gheddafi un esempio del socialismo e che per anni abbia ritenuto il “libretto verde” del colonnello un’opera mirabile. Senza contare i rapporti che la sinistra ebbe ai tempi dei governi ulivisti proprio con lo stesso Gheddafi. Oggi invece la sinistra, ai tempi dell’Iraq pacifista, s’è riscoperta guerrafondaia. E il più guerrafondaio di tutti è proprio Giorgio Napolitano, l’ex comunista migliorista oggi massone del CFR. Ora vorremo capire, cari sinistri, ma vi siete dimenticati di quando innalzavate il colonnello a icona socialista anti-imperialista? Che il vostro pacifismo fosse solo strumentale lo sapevamo, basti ricordare gli aerei italiani che sganciavan bombe su Belgrado nel ’99 in pieno governo D’Alema, non pensavo però che riusciste a rinnegare in così breve tempo un ex idolo e virare a 360 gradi la linea pacifista. Dimostrate però ancora il vostro servilismo nei confronti dello straniero e quindi meritate comunque un plauso per esser degni rappresentanti del servilismo che caratterizza questo paese.
Menzogne e propaganda, l’informazione in cortocircuito


Giovanni Minoli, uno dei pochi presentatori di valore della RAI, ha dedicato un’intera puntata de “La Storia Siamo Noi” alla questione libica e alla storia della propaganda di guerra in tempi recenti. Ovviamente la trasmissione di Minoli è relegata alle undici di sera. In quella puntata Minoli smascherò alcune delle bugie di guerra dei media occidentali. Prima le notizie sui 10mila morti, quindi le fosse comuni, i presunti stupri… L’informazione occidentale si è abbeverata acriticamente alla fonte di Al-Jazira, la quale ha fornito informazioni spesso fasulle e inesatte. Ancora una volta, come avvenuto all’epoca del Kossovo, delle due guerre del golfo, i media anziché recitare il ruolo di cronisti imparziali sono stati i megafoni della propaganda occidentale. Ora, non credo nemmeno alla tesi terzomondista che vuole Gheddafi semplice vittima del complotto occidentale. Il colonnello non è farina da ostie e in Italia lo sappiamo bene. Però una maggiore imparzialità sarebbe richiesta anziché il tifo da stadio visto in questi mesi.
Proteggere i civili uccidendo i civili, la violazione della risoluzione, i grandi della terra un tempo amici di Gheddafi oggi suoi nemici, Sarko “umanitario” in Libia e filo-tiranno in Tunisia
Secondo quanto denunciato dalle autorità libiche, dall’inizio dei bombardamenti nel marzo scorso quasi 1.000 civili hanno perso la vita. La cifra sparata dal magistrato libico può essere frutto di pura propaganda. Che i raid della NATO abbiano provocato una lunga scia di sangue innocente è però un dato di fatto. Il mandato ONU parlava di difesa dei civili, ma i civili anziché esser difesi sono stati massacrati dall’ONU. Se la NATO non fosse intervenuta la guerra in Libia sarebbe finita 5 mesi fa con la vittoria di Gheddafi. Avremmo evitato 5 mesi di spargimenti di sangue innocente. La risoluzione ONU dava un mandato, il quale è stato palesemente violato dalla NATO. Il mandato parlava di protezione dei civili, ma la NATO ha spudoratamente parteggiato per una delle due parti in causa violando la risoluzione. Squallida l’ipocrisia di Obama e Sarkozy, fino a ieri baci e abbracci con Gheddafi. I “motivi umanitari” fanno ridere i polli. Gheddafi è un dittatore da 40 anni, da 40 anni ammazza i suoi oppositori e solo ora si accorgono di tutto?
NON FATEMI RIDERE!


Parliamo poi proprio di Sarkozy il quale oggi si bea di aver esportato la democrazia in Libia, ma giusto pochi mesi fa, durante la rivoluzione tunisina, la sua ministra degli esteri, Alliot-Marie, venne costretta alle dimissioni perché pescata a dar consigli a Ben Alì sul come sedare gentilmente la folla infrocita. Ergo il signor Sarkozy che bombarda i dittatori fa ridere i polli. Lo stesso Sarkozy poi era molto amico di Gheddafi. Come hanno ricordato Dupont-Aignan e la leader comunista Marie George Buffet, l’inquilino dell’Eliseo nel 2007 accolse con tutti gli onori e i salamelecchi del caso proprio Gheddafi, il quale nel 2007 era un dittatore esattamente come oggi, ma all’epoca evidentemente era molto più malleabile agli interessi di Parigi. Se “l’esportazione della democrazia” di Bush e degli ex trotzkisti oggi neo-conservatori era rivoltante, la “guerra umanitaria” targata Obama-Cameron-Sarkozy è doppiamente rivoltante. Si maschera una guerra fatta per interessi economici (petrolio, ma non solo…) con motivi pseudo-umanitari.
L’Italia eterno Arlecchino servo di due padroni, il servilismo del governo, la Lega che abbaia ma non morde, i nostri interessi in pericolo
L’ultimo capitolo non poteva che essere dedicato all’atteggiamento del governo. Alla sinistra abbiam già dato la parte che meritava, ora tocca all’accoppiata Berlusconi-Bossi e al governo. Dunque, circa un anno fa il colonnello Gheddafi giungeva in quel di Roma inscenando una carnevalata ripugnante. Il governo era a dir poco entusiasta dell’arrivo del colonnello. Pochi mesi dopo però, come nella miglior tradizione italiana, ecco gli aerei dell’aviazione a tirar bombe “umanitarie” in Libia. Berlusconi, trascinato da Frattini, La Russa e Napolitano, ha voltato le spalle allo stesso uomo a cui aveva fatto il baciamano nemmeno 6 mesi prima. La Lega ha sbraitato, ma il Carroccio è sempre più partito di poltrona e ai guaiti sui giornali non ha mai fatto seguire azioni concrete per il termine della missione. Grazie ai trattati con Gheddafi (o meglio ai soldi versati nelle tasche del colonnello) gli sbarchi sulle coste di Lampedusa erano stati decimati. Durante la guerra libica però abbiamo visto di nuovo scene che credevamo esserci lasciati alle spalle, con l’Italia impossibilitata a respingere i barconi al mittente a causa della guerra. Ora, la guerra ha ridotto a un cumulo di cadaveri e macerie la Svizzera africana. Prima di questa guerra l’immigrazione che giungeva dalla Libia era proveniente da altri paesi africani, gli immigrati libici erano solo una minima frazione. Ora, con la Libia ridotta allo stremo, è probabile che arrivi un’ondata migratoria pure da lì. Oltre agli accordi sull’immigrazione, Gheddafi aveva fatto diverse concessioni petrolifere all’ENI, immesso capitali in Unicredit, e aperto le porte della Libia alle imprese italiane. La Libia di Gheddafi era il primo partner commerciale dell’Italia, ora che ne sarà della posizione dell’Italia? Le imprese italiane hanno già subito un duro colpo, si calcolano che il danno subito dalle imprese italiane a causa della guerra sia di oltre 100 miliardi. Il clan di Bengasi e della Cirenaica continuerà la linea filo-italiana presa da Gheddafi negli ultimi tempi? Difficile a dirsi. Ora il mercato libico potrà essere “aperto” alla concorrenza anglo-franco-americana. Non dimentichiamo poi che la Cirenaica è da sempre la regione più anti-italiana della Libia. La Cirenaica è la terra di Omar al Mukhtar, il leader della resistenza anti-italiana il cui figlio si rifiutò di ricevere Berlusconi durante una visita del premier a Bengasi nel 2008, rivangando la resistenza anti-italiana di cui il padre è ritenuto l’eroe. Senza contare che proprio Bengasi fu l’epicentro della manifestazione anti-Calderoli del 2006. In sostanza i ribelli di Bengasi non saranno ben disposti verso di noi, sono legati a doppio filo alla Francia e appoggiandoli senza se e senza ma, a mio avviso, il governo non ha difeso i numerosi interessi del nostro paese in Libia. Berlusconi s’è dimostrato inadeguato e servile e Bossi poco più che un cagnolino a cui basta dare l’osso (i ministeri a Monza) per farlo tacere. Un anno fa il governo peccò nel concedere a Gheddafi di utilizzare Roma come teatro delle sue smargiassate, oggi il governo pecca nell’aver appoggiato in maniera spudorata un gruppo di ribelli di cui sappiamo poco o nulla e che probabilmente sono stati armati e foraggiati economicamente dai nostri diretti concorrenti francesi. Intanto la solita figura da eterni arlecchini servi di due padroni l’abbiam fatta come sempre e l’asse energetico Italia-Libia-Russia rischia di sfaldarsi a causa di questa faccenda.
Letture consigliate

Leggi e magistrature italiche

«È chiaro. Si sta avverando quello che Oriana Fallaci aveva già previsto: la trasformazione dell’Europa in Eurabia. L’invasione degli immigrati ci sta schiacciando. Si sottraggono alle nostre leggi fondamentali. Non possiamo restare a guardare in silenzio. Io almeno non lo farò». Daniela Santanché è furiosa. Davanti al caso del senegalese bigamo che è riuscito a portare in Italia la seconda moglie, il sottosegretario all’Attuazione del programma ha intenzione di dare battaglia.
Corriamo il rischio di bigamia anche in Italia? «Ma non scherziamo. Qui ci sono i diritti fondamentali delle nostra civiltà da difendere, ci sono i diritti delle donne. Il matrimonio è fondato sull’unione tra uomo e donna. È un concetto da difendere con le unghie e con i denti».
È preoccupata? «Altroché. Qui di fatto si è aperto alla bigamia. Ma quello che mi terrorizza è l’atteggiamento di certi italiani, a partire dai sindaci di sinistra come Pisapia che vuole mettere una moschea in ogni quartiere di Milano. La tolleranza deve andare di pari passo con il rispetto delle leggi. Chi non rispetta la nostra Costituzione deve andarsene».
Ma come è stato possibile? «È chiaro che questo senegalese è stato furbo a sfruttare un buco del sistema. Una distrazione prima da parte del Comune e poi dell’ufficio immigrazione. E lui ha provato a prendere in giro queste regole. È inammissibile».
Eppure lui ha chiesto e ottenuto il ricongiungimento famigliare. Che la nostra legge prevede. «Ecco appunto. Tocchiamo un altro tasto dolente. A parte che c’è un’incongruenza di fondo. Se nel suo Paese può sposare fino a quattro donne che facciamo le accogliamo tutte? Chi può stabilire quale delle tante far venire? Rischieremmo di trovarci davanti ad un califfato di fatto dove le leggi verrebbero messe da parte. Ripeto: questa è una deriva pericolosissima. Io mi batterò affinché il ricongiungimento venga sospeso».
Vuole cancellare il ricongiungimento famigliare? «Sì, non possiamo più permettercelo».
Colpa della crisi? «Anche. In un momento di grave difficoltà non possiamo più pagare per tutte le miserie del mondo. Il finto buonismo deve lasciare spazio ad un realismo evidente: i mezzi finanziari scarseggiano. Basta pagare pensioni e sanità alle numerose famiglie di immigrati che hanno chiesto e ottenuto il ricongiungimento famigliare».
E allora che fare? «Io parlerò subito con il ministro Maroni, per chiarire e per fare in modo che questi «incidenti» non succedano più. Ma lancio anche una sfida alle donne di sinistra e chiedo: se non ora quando? Se non iniziamo ora a difendere i diritti delle donne, allora quando? Forse aspettiamo che arrivi il califfato?».

Tripoli, bel suol d’amor

La crisi finanziaria ha lasciato il campo, negli ultimi due giorni, come prima notizia, a quelle che sembrano le ultime ore di Gheddafi.
I ribelli, con la copertura essenziale dei bombardamenti Nato, sono riusciti ad entrare a Tripoli.
Ci guadegneremo dall’imminente cambio ?
Ai posteri l’ardua sentenza.

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Bologna, 2 agosto 1980

Aperta una nuova inchiesta.
Sotto esame due terroristi comunisti tedeschi molto vicini agli ambienti del terrorismo palestinese.
Tale pista, negli anni, fu ripetutamente ipotizzata ma mai seguita da chi sposò, da subito, una verità ideologica: la strage doveva essere “nera”.
Un bel tacer non fu mai scritto.
Io non mi pronuncio.
Sarebbe meglio se, a fare altrettanto, fosse anche il presidente dell’associazione delle vittime perchè sia fatta piena luce e non si accontenti di una verità ideologica e di parte, ignorando o, peggio, boicottando i possibili sviluppi.

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Il partito della spesa

Da tempo Bersani e compagni ci assillano con il ritornello per cui Tizio deve pagare, Caio deve pagare, Sempronio deve pagare.
Il pci/pds/ds/pd non ha altro scopo che quello di rastrellare denaro dalle nostre tasche.
Domenica scorsa, intervistato dal gr1, il responsabile economico di quel partito, Fassina, ha ripetuto il mantra: devono pagare quelli che non l’hanno mai fatto (i mitici evasori messi sistematicamente a bilancio tra le entrate) … devono pagare quelli che hanno portato i soldi all’estero (ma poi si scopre che sarebbe un violare un accordo sottraendo denaro a chi quei soldi, confidando nella serietà dello stato …, ha riportato in Italia) … devono pagare i grandi patrimoni (ed è il concetto di “grande” che, in epoca di relativismo, fa venire i brividi) …
Ammesso e non concesso che tali affermazioni possano avere un pregio superiore a quello di semplice propaganda, chi vi si abbevera dimentica che così facendo si fornisce allo stato carburante per proseguire a spendere e, anzi, per aumentare le spese.
Possibile che non pensino mai a ridurre le spese, anzichè aumentare le entrate ravanando vergognosamente nelle nostre tasche ?

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