Dopo quelle della Parlamentare Concia ancora nozze gay per il Pd !!

Hanno scelto la Norvegia per dirsi di sì. Tutto e’ pronto per il matrimonio fra Sergio Lo Giudice, capogruppo Pd al Comune di Bologna e presidente onorario di Arcigay (che ha guidato dal 1998 al 2007), e Michele Giarratano, avvocato e responsabile dello sportello legale di Arcigay. Il matrimonio sara’ celebrato sabato alla Tinghus (Corte di Giustizia) di Oslo, a cento metri dal luogo dell’esplosione del 22 luglio. La cerimonia, in lingua inglese, si terra’ alle 13.45 alla presenza di una quarantina di amici e parenti degli sposi. Poi, il 2 settembre, Giarratano e Lo Giudice festeggeranno con amiche e amici bolognesi al Cassero, sede delle attivita’ dell’Arcigay. ‘In Europa – commenta Sergio Lo Giudice – si sta giocando su vari fronti una partita cruciale fra una societa’ aperta e inclusiva, che vuole trovare nelle ragioni della sua storia gli strumenti per affrontare i cambiamenti epocali del nostro tempo, e una feroce reazione conservatrice e intollerante, che punta ad opporre integralismo ad integralismo.

Vedremo se i vertici del Pd avranno lo  stesso ipocrita  comportamento riservato all’Onorevole Concia !

http://ilpensieroverde.blogspot.com/2011/08/lipocrisia-e-di-sinistra.html


Cineserie

Milano – L’imprenditoria cinese in Italia non sente la crisi. Alla fine del 2010 il numero di imprenditori cinesi ha superato la soglia delle 54mila unità. Rispetto al 2009, la crescita è stata dell’8,5%. Gli imprenditori italiani, sempre in questo ultimo anno di crisi, sono diminuiti dello 0,4%. Lo rileva uno studio della Cgia, l’associazione degli artigiani e delle piccole imprese. Le aziende italiane guidate da imprenditori cinesi stanno crescendo in maniera esponenziale: tra il 2002 e il 2010 la loro presenza nella nostra penisola è cresciuta del 150,7%. “Pur riconoscendo che gli imprenditori cinesi hanno alle spalle una storia millenaria di successo, in particolar modo nel commercio e nella lavorazione dei prodotti tessili – dichiara Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia – la loro forte concentrazione in alcune aree del paese sta creando non pochi problemi. Spesso queste attività si sviluppano eludendo gli obblighi fiscali e contributivi, le norme in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro e senza nessun rispetto dei più elementari diritti dei lavoratori occupati in queste realtà aziendali”. Secondo la Cgia “questa forma di dumping economico ha messo fuori mercato intere filiere produttive e commerciali di casa nostra. Tuttavia è giusto sottolineare – conclude Bortolussi – che anche gli imprenditori italiani non sono immuni da responsabilità. In molte circostanze, coloro che forniscono il lavoro a questi laboratori cinesi sono committenti italiani che fanno produrre parti delle loro lavorazioni con costi molto contenuti. Se queste imprese committenti si rivolgessero a dei subfornitori italiani, questa forte riduzione dei costi di produzione non sarebbe possibile”. Il maggior numero di imprenditori cinesi si trova in Lombardia (10.998). Seguono i colleghi che lavorano in Toscana (10.503) e quelli che hanno scelto il Veneto come regione in cui avviare l`impresa (6.343).

Altri parassiti privilegiati

Con leggi e leggine si sono rita­gliati privilegi su privilegi. Una norma qui, un articolo là e tutto s’incastra al punto giusto. I sinda­cati dovrebbero tutelare i lavora­tori, ma in realtà sono, come ha in­­titolato un suo libro il giornalista dell’ Espresso Stefano Livadiotti, l’altra casta. Una nomenklatura che spesso si sovrappone e si con­fonde con quell­a ospitata sui ban­chi di Palazzo Madama e Monteci­torio. Nella scorsa legislatura 53 deputati e 27 senatori, per un tota­le di 80 parlamentari, provenivano dalla Triplice. Secondo Livadiotti costituiscono il terzo gruppo par­lamentare, insomma formano una lobby agguerrita quanto se non più di quella degli avvocati. E nel tempo hanno strutturato un si­stema di potere studiato fin nei dettagli. Non che non abbiano me­riti storici impo­rtantissimi nell’af­francamento di milioni di italiani, ma col tempo i sindacati hanno cambiato pelle. E anima. Basti dire che i rappresentanti dei lavoratori hanno un patrimo­nio immobiliare immenso, ma non pagano un euro di Ici. Si fa un gran parlare di questi tempi delle sanzioni di cui gode la Chiesa cat­tolica ma i sindacati non versano un centesimo. Altro che santa eva­sione. Il lucchetto è stato fabbrica­to col decreto legislativo numero 504 del 30 dicembre 1992, in pie­no governo Amato. Con quella tro­vata, i beni sono stati messi in sicu­rezza: lo Stato non può chiedere un centesimo. Peccato, perché non si tratterebbe di spiccioli. Per capirci la Cgil dice di avere 3mila sedi in giro per l’Italia. È una sorta di autocertificazione perché, al­tra prerogativa ad personam , i sin­dacati non sono tenuti a presenta­re i loro bilanci consolidati. Sfug­gono ad un’accurata radiografia e non offrono trasparenza, una mer­ce che invece richiedono punti­gliosamente agli imprenditori. Dunque, la Cgil dispone di un al­bero con 3mila foglie ma la Cisl fa anche meglio: 5mila sedi. Uno sproposito. E la Uil, per quel che se ne sa, ha concentrato le sue pro­prietà nella pancia di una spa, la Labour Uil, che possiede immobi­li per 35 milioni di euro. Lo Stato che passa al pettine le ricchezze dei contribuenti non osa avvici­narsi a questi beni. Il motivo? La legge equipara i sindacati, e in ve­rità pure i partiti, alle Onlus, le or­ganizzazioni non lucrative di utili­tà sociale. Dunque la Triplice sta sullo stesso piano degli enti che raccolgono fondi contro questa o quella malattia e s’impegnano per qualche nobile causa sociale. Insomma, niente tasse e map­pe s­fuocate perché in questa mate­ria gli obblighi non esistono. E pe­rò lo Stato ha alzato un altro ponte levatoio collegando il passato al presente con un balzo vertigino­so. Risultato: le principali sigle hanno ereditato le sedi dei sinda­cati di epoca fascista. Gli immobi­li del Ventennio sono stati asse­gnati a Cgil, Cisl Uil, Cisnal (l’at­tuale Ugl) e Cida (Confederazio­ne dei dirigenti d’azienda). Senza tasse, va da sé, come indica un’al­tra norma: la 902 del 1977. Leggi e leggine. Così un testo ad hoc , questa volta del 1991, permet­te alle associazioni riconosciute dal Cnel di poter creare i centri di assistenza fiscale. I mitici Caf. Qui i lavoratori ricevono assistenza prima di compilare la dichiarazio­ne dei redditi. Attenzione: la con­sulenza è gratuita perché, ancora una volta, è lo Stato a metterci la faccia e ad allungare la mano. Per ogni pratica compilata lo Stato versa un compenso. È un busi­ness che vale (secondo dati del 2007) 330 milioni di euro. Soldi e un trattamento di lusso. Altro capitolo, altro scivolo, altro privilegio: quello dei patronati. Ogni sindacato ha il suo. Il moti­vo? Tutelare i cittadini nel rappor­to con gli enti previdenziali. Co­me i Caf, ma sul versante pensio­nati. Questa volta la legge è la 152 del 2001. Lo Stato assegna ai patro­nati lo 0,226 dei contributi obbli­gatori incassati dall’Inps, dal­l’Inpdap e dall’Inail. Altri trecen­to e passa milioni che servono per far cassa. E per tenere in piedi la baracca. Le stime, in assenza di bi­lanci, sono approssimative ma i sindacati mantengono un appara­to di prima grandezza e hanno cir­ca 20mila dipendenti. Sono i nu­meri di una multinazionale che però si comporta come un’azien­dina con meno di 15 dipendenti. Altrove, vedi lo Statuto dei lavo­­ratori, le tute blu sono tutelate tan­t’è che Berlusconi a suo tempo aveva provato, invano, ad aprire una breccia proponendo la can­cellazione dell’articolo 18. Ma dal­le parti della Triplice valgono al­tre regole, diciamo così, più libe­ral o, se si vuole, meno restrittive. Un’altra leggina, questa volta del 1990, offre a Cgil, Cisl, Uil la possi­bilità di mandare a casa i dipen­denti senza tante questioni. In­somma, è la libertà di licenzia­mento. Una bestemmia per gene­razioni di «difensori» degli ope­rai, dei contadini e degli impiega­ti. Ma non nel sancta sanctorum dei diritti. Due pesi e due misure. Come sempre. O almeno spesso. Per non smarrire le ragioni degli ultimi si sono trasformati nei pri­mi. Creando appunto un’altra ca­sta. Ora, la Cgil di Susanna Camus­so proclama lo sciopero generale per il 6 settembre e chiama a rac­colta milioni di uomini e donne. Un appello, legittimo, ci manche­rebbe. Ma per una volta i sindaca­ti farebbero bene a guardarsi allo specchio.

Frattini…

… l’ennesimo imbecille di governo che inventa idiozie mentre la nato ha ammazzato circa 20 mila persone. E nel caos Lampedusa c’è stata lo stesso a causa dei “profughi” tunisini ed egiziani che non avevano alcun bisogno di scappare dalle loro terre. SOLO dopo l’attacco della fantastica e demokratica NATO ci sono state (giustamente) le fughe dalla libia… ma non certo dei libici che Gheddafi spingeva sui barconi. Consiglio a Frattini di tacere o di tornarsene sulle nevi coi suoi amati sci. Ma perchè continuiamo a fare figure simili? E’ la nato a dover essere processata all’aja per crimini contro l’umanità.
Tripoli – Se nella capitale libica continuano gli spari e gli scontri tra lealisti e ribelli, l’attenzione sembra spostarsi a Sirte, città natale di Muammar Gheddafi. Qui infatti il raìs sarebbe intanto stato localizzato, secondo fonti dell’Eliseo vicine a Nicolas Sarkozy. Il colonnello libico, finora introvabile, sarebbe stato visto nella sua città, ormai uno dei pochi bastioni di resistenza del regime, dove i tornado della Raf hanno bombardato con missili ad alta precisione un vasto bunker. “Non è questione di trovare Gheddafi – ha però detto il ministro della Difesa britannico Liam Fox – ma di assicurare che il regime non abbia la capacità di continuare la guerra contro il popolo libico”.
Gli ordini “orribili” del raìs. E il ministro degli Esteri, Franco Frattini svela alcuni degli inquietanti piani di Gheddafi. Ordini “terribili” impartiti dal raìs e dal suo governo durante la guerra. Sono i messaggi “delle autorità del governo libico che davano ordini di mascherare cadaveri militari con abiti civili per fare cadere colpe loro sulla Nato. E poi abbiamo le prove degli ordini dati dal governo di Gheddafi per trasformare Lampedusa in un inferno: Mettete sui barconi migliaia di disperati e gettate l’isola nel caos. Abbiamo le prove e non possiamo fare finta di nulla”.
Frattini: “Gheddafi processato all’Aja”. Anche per questo Frattini torna a chiedere un processo davanti la Corte penale internazionale dell’Aja, perché si possa “giudicare Gheddafi, suo figlio, il capo dei servizi segreti libici per crimini contro l’umanità”. È necessario processare l’ex leader libico all’Aia prima che a Tripoli “perché è chiaro che sono delitti enormemente più gravi di ogni altro delitto per cui i libici vorranno eventualmente processare Gheddafi e la sua famiglia”, ha spiegato Frattini. Il processo presso la Cpi “non è in alternativa”, ha proseguito: “Si tratta di reati che vengono per primi perché hanno toccato il cuore dell’intera umanità. Sappiamo di 20.000, forse più, civili che sono stati trucidati dalle truppe su ordine diretto di Gheddafi e dei suoi diretti collaboratori”. Poi assicura: “E’ prevista una attività di formazione con istruttori militari e civili, in particolare per la guardia costiera e la polizia marittima libica che si dovrà ricostituire. Analogamente si procederà a un programma formativo nel settore medico. L’Italia vuole partecipare al processo di ricostruzione con la formazione e con tante altre cose, ma non partecipa ad azioni militari di combattimento su terra”.

Strettamente personale, dei viaggi

Si parlava di viaggi, tra me e Nico. Io amo viaggiare. Mia madre amava viaggiare ma per tutta una serie di motivi, non ha potuto farlo e quindi, spingeva me a fare ciò che lei non poteva fare. E comunque, viaggiava anche lei coi miei occhi tanto che, ogni volta che tornavo e le raccontavo ciò che avevo visto, lei era felice per me ed era come se avesse fatto il viaggio con me. Mio padre odia viaggiare perchè, chiaramente lo ha fatto solo per lavoro. Il mio compagno ama viaggiare ma ha sempre la riserva della spesa. Io, quando viaggio, non mi risparmio perchè penso sempre che ne valga la pena. Certo, non sono il tipo da viaggio scomodo, raffazonato, rimediato, in tenda, in camper, in ostello o in alberghetto-topaia. No, no, non mi vergogno a dirlo. Se deve essere viaggio esotico, allora preferisco il resort a 5 stelle o se deve essere un viaggio all’avventura, che sia un buon albergo o un simpatico bed & breakfast. Non credo nelle offerte fortunate perchè in quelle offerte, ci sono cascati in tanti e se ne sono lamentati. Visto che non amo i motori, i gioielli, gli abiti firmati o la tecnologia, preferisco spendere quei quattro soldi che guadagno facendo viaggi. Dove sono stata in questi anni? Bhe, un pò dappertutto. Ho fatto una due-settimane da discotecara incallita a Salous (nei pressi di Tarragona) in spagna con circa 14 amici. Poi, sono passata per Fuerteventura per vedere se le spiaggie erano belle… Poi, quando amavo il medio oriente, sono stata a Djerba, dopodichè, ho fatto il viaggio che sognavo da quando ero ragazzina, ovvero, una settimana in giro per lo Sri-Lanka passando per le terre delle tigri Tamil e poi riposandomi su un candido e soleggiato atollo delle maldive. Poi, m’è presa la fissa per Capo Verde e ci sono andata girando anche con un grosso quad e impolverandomi tutta da capo a piedi. Dopodichè, ho avuto bisogno di andare a vedere come erano le mauritius… in realtà, volevo controllare che fine avessero fatto i dodo ma quando sono arrivata io, non c’erano già più. I mauritiani dicono che se li sono mangiati gli olandesi… o forse i francesi o gli inglesi… lì, esiste davvero un miscuglio di razze, civiltà ed etnie e pare che convivano bene tra di loro. Io non ci credo. Comunque, è fantastico anche lì. Poi, vabbè, sono stata un paio di volte a parigi e la seconda mi sono vista anche disneyland con gli addobbi natalizi. E poi, finalmente sono stata in irlanda, taaaanti km macinati in macchina con altri due amici dormendo ogni sera in un posto diverso. Diciamo che in irlanda ci ho lasciato il cuore. E infatti, ci sono tornata anche per una seconda volta… si, si, lo so che è da pazzi ma tanto, prima o poi ci torno ancora. Non demordo. Ora, sono quasi tre anni di stop. Causa il mio licenziamento, il suo licenziamento… altri problemi più gravi ma sto riprendendo una certa, diciamo, stabilità che mi permette (si spera) di pensare al prossimo viaggio che forse sarà fuori stagione. Le mete sono tante… ed è difficile scegliere ma al momento giusto, faremo la scelta giusta. Per ora le mete sono essenzialmente tre; Seychelles (e concluderei il trittico di isole da fiaba), Tahilandia, magari facendo il giro del triangolo d’oro, oppure ad Orlando solo per qualche giorno, direttamente a Disneyland per poi passare per Hogwarts (ancora un parco giochi, ovvero, la londra sotterranea di Harry Potter, per intenderci). Oppure, scegliere qualcosa a corto raggio eh ma anche qui… la scelta è altrettanto difficile: Bretagna e Normandia, Scozia, Bruges o ritorno in irlanda ma stavolta in irlanda del nord. Ecco, e questi sono i miei sogni che vanno al di là del sogno di un lavoro definitivo. Per le Fidji e la polinesia, rimando alla mia prossima vita di miliardaria…

Proviamo attraverso dati provenienti da varie e autorevoli fonti a comprendere un’altra giornata epocale per l’economia Europea.

Chiusura in forte ribasso per Wall Street. Al termine degli scambi il Dow Jones cede l’1,51%, il NASDAQ l’1,7% e l’S&P500 l’1,56 per cento. Oltre ai segnali negativi dal mercato del lavoro (con l’aumento oltre le attese delle richieste di sussidi di disoccupazione), ad influire sull’andamento della borsa americana è il crescente scetticismo in vista del vertice dei banchieri centrali a Jackson Hole. Le attese di un intervento di Bernanke a sostegno dei mercati con un nuovo piano di acquisti di titoli di stato, secondo molti addetti, ai lavori saranno deluse.
Francoforte frena l’Europa
Segnata dal brusco “flash crash” di Francoforte la seduta in Europa. L’indice DAX 30 sceso del 4% nel giro di pochi minuti, fa frenare le piazze europee reduci da una mattinata positiva. Al termine degli scambi la piazza tedesca guida le perdite con un calo dell’1,71 per cento. Forte ribasso anche per Londra (-1,48%), mentre Parigi e Madrid limitano le perdite a -0,77 e -1% rispettivamente. Dopo una mattinata brillante anche Milano chiude in negativo con gli indici FTSE MIB e FTSE IT All Share che cedono rispettivamente lo 0,25 e lo 0,19 per cento.
Quanto all’Italia, lo spread tra i Btp a 10 anni e i Bund decennali tedeschi scende sotto i 280 punti base con rendimento decennale al 5,03% e biennale al 3,37% alla vigilia dell’asta di 8,5 miliardi di euro di Bot semestrali e 2 miliardi di zero coupon bond biennali. La Bce ha continuato ad acquistare titoli italiani e spagnoli in questi giorni per mantenere i rendimenti decennali sotto il 5% ed evitare il rischio contagio.
La Consob continuerà a monitorare l’andamento del mercato e la sua evoluzione”, precisa quindi l’autorità. “Nel caso le condizioni di mercato dovessero consentirlo la Commissione valuterà l’opportunità di abrogare il divieto ovvero di adottare ogni altra decisione che dovesse apparire opportuna”.

In attesa che la decisione venga recepita domani dai mercati (anche le proroga era scontata per gli analisti) Piazza Affari è riuscita a limitare i danni, sostenuta dal rimbalzo delle banche. Alla vigilia della diffusione dei risultati, Mps e il Banco Popolare salgono rispettivamente del 2,9 e del 2,85%. Unicredit avanza dell’1,68%, Intesa Sanpaolo dell’1,61%, Mediobanca dello 0,81%. Denaro anche su Atlantia in rialzo del 2,22%, tra le scommesse che la Robin Tax non venga estesa al di fuori del comparto energetico. Il presidente della commissione Lavori Pubblici, Luigi Grillo, ha escluso tra l’altro un’estensione del balzello alle tlc, ma Telecom Italia cede ancora l’1,77%. Nel paniere principale il miglior titolo è invece Prysmian, in rialzo del 3,94% che domani presenterà i risultati semestrali.

UN SARKOZY A PEZZI – LE VOCI SUL POSSIBILE DECLASSAMENTO HANNO FATTO EMERGERE LE FALLE DEL SISTEMA-FRANCIA: GIGANTESCO AUMENTO DEL DEBITO, DEFICIT OLTRE IL 7% (IL DOPPIO DELL’ITALIA), BASSA CRESCITA, PERDITA DI COMPETITIVITÀ E PROGRESSIONE DELLE SPESE SOCIALI PER DECINE DI MILIARDI – MA SARKOZY RISCHIA CON I TAGLI AL DEBITO DI FAR FALLIRE LA SUA CORSA ALLA RIELEZIONE. ECCO PERCHÉ I FRANCESI SI FIDANO PIÙ DELLA MERKEL, DELL’EUROPA E DEL FONDO MONETARIO…
Ha fatto bene il presidente Nicolas Sarkozy a interrompere le ferie e rientrare di corsa a Parigi? La domanda ha due risposte che racchiudono il problema francese e, più in generale, le diverse reazioni della politica alla turbolenza finanziaria internazionale. Ha fatto bene, perché ha stroncato le indiscrezioni sul declassamento e ha colto l’occasione per rendere più urgenti misure fiscali e tagli della spesa pubblica che i francesi sono per tradizione e interesse poco disposti a subire. I francesi fanno più vacanze di molti vicini europei, vanno in pensione prima di tutti, godono di servizi pubblici di buon livello e di alta protezione sanitaria e sociale. Ma, nonostante alcune riforme introdotte dal presidente Sarkozy, il «modello» resta molto costoso ed eccessivamente burocratico. Se si osserva la struttura del debito francese, si nota che per quasi due terzi è detenuto da non residenti in Francia (40 per cento non residenti in Europa). Può essere una conferma di fiducia nel sistema Paese, anche se in questa fase pesa la forte esposizione delle banche francesi. In conclusione, ad insinuare un «rischio Francia» contribuiscono le prospettive politiche dei prossimi mesi piuttosto che valutazioni di ordine economico. I propositi di riforme sociali e di tagli della spesa pubblica si scontrano infatti con l’agenda elettorale di Sarkozy, in vista delle presidenziali di primavera.
Le tre principali agenzie di rating, Standard & Poor’s, Fitch e Moody’s, ribadiscono che il rating assegnato alla Germania resta quello della tripla A Lo scrive Bloomberg, citando anche la Cnbc, dopo le voci insistenti di un possibile declassamento della Germania tra i fattori che il 25 agosto hanno contribuito ad affondare il listino tedesco.
Gli Stati Uniti d’America, d’altro canto, se la passano decisamente peggio. Il debito pubblico statunitense, infatti, è giunto quest’anno a sfiorare la fatidica quota dei 14.294 miliardi di dollari, facendo ipotizzare un concreto rischio default.
In questo momento gli effetti della crisi economico-finanziaria nei Paesi dell’Unione Europea formano ancora un quadro molto variegato. Mentre l’andamento della Germania l’anno scorso è stato completamente diverso da quello degli altri  Paesi, Spagna, Gran Bretagna e la maggior parte dell’Europa risentono ancora pesantemente della recessione, la più grave dalla  Seconda Guerra mondiale.
In marzo l’indicatore segna in Austria 38,2 punti, in Germania addirittura 49,5 punti. Dopo una forte crescita delle aspettative economiche di circa 60 punti da giugno a novembre 2010, da dicembre il valore in Germania è nuovamente sceso di circa 15 punti.
L’indicatore può teoricamente assumere valori compresi fra -100 e +100 punti.
In Spagna, Romania e Austria l’indicatore ha segnato un incremento, mentre nella Repubblica Ceca e in Bulgaria ha dovuto registrare un calo notevole.
La Romania sembra al momento attestarsi su un livello molto basso. In questo Paese l’indicatore delle aspettative economiche, dopo un miglioramento di circa 34 punti dalla metà dell’anno scorso, segna ora -37,3 punti.

In  Gran Bretagna la crisi finanziaria ha avuto effetti di ampia portata sull’economia. I consumi privati, finanziati in larga parte da crediti, hanno sempre rappresentato in questo  Paese una grossa fetta del prodotto interno lordo. 

A causa della crisi economica i consumatori e molte aziende non sono stati più in grado di pagare i propri debiti, con ricadute sull’intera economia: calo vertiginoso dei prezzi degli immobili, forte aumento della disoccupazione, numerose aziende costrette a dichiarare fallimento. 
Mentre all’inizio del 2009 l‘indicatore delle aspettative economiche inGran Bretagna ha toccato il valore più basso con – 57,8 punti, nella restante parte dell’anno l’economia ha registrato una ripresa.
Nel febbraio 2010 l‘indicatore ha raggiunto con 31,4 punti il valore massimo dall’ottobre 1997. Dallo scorso anno il governo britannico tenta di tenere sotto controllo il deficit interno con severi programmi di risparmio, soprattutto nel settore pubblico. 
I cittadini temono di finire nella recessione successiva a causa di tali misure di risparmio, prima che l’economia si sia ripresa dalla crisi finanziaria. I cittadini stessi sono tuttavia profondamente divisi sulla scelta della giusta politica per combattere il deficit dello Stato e il debito pubblico.
Una parte riconosce la necessità dell’attuazione di una radicale politica di risparmio da parte del Governo, l’altra parte è a favore una politica più keynesiana, pronta a stimolare l’economia tramite denaro pubblico.
La discussione su quale sia la strada giusta per uscire dalla recessione emerge anche nella valutazione dell’andamento dell’economia. 
L’anno scorso e ancora una volta nel primo trimestre di quest’anno le aspettative economiche hanno registrato un drastico calo e segnano attualmente -29,9 punti.
L’economia della  Repubblica Ceca si sta lentamente riprendendo dalla crisi economica. In questo gioca un ruolo determinante la casa automobilistica Skoda, un’azienda che influenza in maniera significativa l’andamento dell’economia ceca.
Nel primo trimestre 2011 Skoda ha registrato un aumento del fatturato del 21,4%. Ciononostante, dall’inizio dell’anno l’umore generale dei consumatori è notevolmente peggiorato.
L’attuale Governo intende per la  prima volta combattere l’elevato debito pubblico, ma non è chiaro in questo momento quali saranno quest’anno i rapporti di maggioranza dopo le prossime elezioni parlamentari. 
Da ciò dipenderà la possibilità o meno per il governo di realizzare le riforme in programma. Questa incertezza si rispecchia nel giudizio dei cittadini cechi sull’andamento dell’economia del proprio Paese nei prossimi mesi.
Essi temono inoltre che le misure di risparmio in programma e l’aumento della pressione fiscale si traducano in un nuovo indebolimento dell’economia ora in lenta ripresa e in un ulteriore aumento della disoccupazione. Le aspettative economiche sono di conseguenza crollate dall’inizio dell’anno. 
Se a gennaio l’indice segnava ancora 9,6 punti, in marzo è precipitato a -29,6 punti. I cittadini cechi vedono minacciata dalle riforme in programma anche la propria situazione finanziaria personale.
Aspettative di reddito: la Francia teme per il potere di acquisto.
Le sempre crescenti preoccupazioni dei consumatori europei per l’inflazione si ripercuotono anche sulle aspettative di reddito. L’indicatore in questo momento precipita su un vasto fronte.
Solo la Romania rappresenta in questo caso un’eccezione con un minimo aumento, dopo che l’indicatore nel giugno 2010 aveva segnato il record negativo di  -72,7 punti. 
Per tenere sotto controllo le finanze dello Stato, il governo rumeno lo scorso anno aveva varato un severo pacchetto di risparmio con tagli nella previdenza sociale, aumenti di imposte e tasse e una riduzione  del 25% degli stipendi dei dipendenti pubblici, facendo quindi crollare le aspettative di reddito dei cittadini.
Dalla metà dell’anno la cauta speranza di una rapida fine della recessione ha portato ad una costante crescita dell’indicatore, che attualmente si attesta ad un livello molto basso con  -31,3 punti. In febbraio i dipendenti pubblici hanno ottenuto un aumento di stipendio del 15%, a parziale compensazione dei tagli dell’anno precedente. 
Gli esperti si attendono per i restanti nove mesi di quest’anno una lieve ripresa economica.
In Germania le aspettative di reddito si attestano ad un livello molto alto, attualmente pari a 40,5 punti. La Germania ha superato la crisi economica in modo sorprendente. Anche durante la recessione le aziende quasi non hanno dovuto licenziare personale grazie alle possibilità di cassa integrazione e a programmi statali di intervento. Così l’anno scorso hanno potuto reagire prontamente all’aumento della domanda a livello mondiale.
Grazie alle eccezionali condizioni al contorno, con una disoccupazione in continua diminuzione, prodotto interno lordo in forte crescita e un aumento dei consumi privati, i tedeschi quest’anno si attendono tangibili aumenti di stipendio, in parte già concretizzatisi.
La Francia registra con  -39,2 punti il peggior valore fra i  Paesi europei considerati. Il valore dell’indicatore è crollato dal gennaio 2010 di circa 30,6 punti. Se la Francia ha superato la crisi economica con ferite minori rispetto a molti altri Paesi europei, ciò è in parte da ricondurre agli ingenti programmi di intervento statali. Questo ha comportato un aumento del nuovo debito nel 2010 fino al 7,8% del prodotto interno lordo (PIL). 
Il valore permesso nei criteri di stabilità per l’eurozona è del 3%. Il debito pubblico ha nel frattempo raggiunto l’84% del PIL, mentre era pari al 68% nel 2008. 
Per quest’anno il Governo francese ha come priorità la riduzione del nuovo debito. Di conseguenza i consumatori temono aumenti di imposte e tasse con ripercussioni dirette sul reddito disponibile e quindi sullo standard di vita. Oltre agli aumenti di tasse e imposte, per risanare le finanze dello Stato vengono presi in considerazione alcuni privilegi. 
Già nell’ultimo anno il Governo, tra le proteste, ha elevato l’età pensionabile da 60 a 62 anni. Un confronto: in Germania il limite è già a 67 anni. Anche la settimana di 35 ore dovrebbe essere a disposizione a medio e lungo termine.
Propensione agli acquisti: gli spagnoli si tengono stretti i soldi.
Parallelamente alle aspettative di reddito cala anche la propensione agli acquisti in tutta Europa. Solamente nella Repubblica Ceca, in Austria e anche in Italia il valore dell’indicatore può in questo momento aumentare. 
La Romania si è parzialmente ripresa dal crollo dell’anno scorso e si va stabilizzando  – ma su un livello molto basso. In marzo l’indicatore si attesta sui -35,1 punti. I valori di gran lunga più alti si registrano in Austria con 30,9 punti e in Germania con 34,3 punti.
A dispetto dell’andamento generale della Repubblica Ceca, la propensione agli acquisti sale in marzo di 7,8 punti a -2,9 punti. La crisi economica è stata sentita dai consumatori cechi in ritardo, solo verso la fine del 2009, quando però si è fatta sentire in maniera pesante. I cittadini cechi hanno modificato profondamente il proprio comportamento di acquisto  – da consumi legati a decisioni spontanee e ai bisogni momentanei ad acquisti ben ponderati. 
La qualità ha assunto un’importanza notevolmente maggiore rispetto alla quantità. La prudenza negli acquisti sembra tuttavia diminuire dalla fine dell’anno scorso. La propensione agli acquisti è aumentata da novembre di oltre 17 punti.

L’economia polacca è fortemente trainata dalla domanda interna. Per questo il Paese non è stato così fortemente colpito dalla crisi economica come altri Paesieuropei la cui economia è fortemente dipendente dall’andamento delle esportazioni. 

Già dalla fine del 2009 la  Polonia mostra visibili segni di ripresa dalla crisi economica, come evidenziato molto chiaramente dall’andamento della propensione agli acquisti. Alla fine del 2008 l‘indicatore è sceso dai 23,1 punti di novembre fino ai  -26,7 punti dell’aprile  2009.
Da allora l’indicatore ha dovuto registrare nuovamente un calo e si trova ora a 16 punti. I dati economici del Paese tuttavia sono buoni. Il deficit dello stato dovrebbe scendere quest’anno dal 7,9% al 5,8% e il prossimo anno a circa il 4%. Gli esperti prevedono per quest’anno una crescita economica del 4,1%. Il calo della propensione agli acquisti sarà presumibilmente quindi solo di breve durata.
In Spagna l’economia soffre pesantemente dopo la crisi economica e lo scoppio della bolla immobiliare. 
L’attenzione del governo è concentrata soprattutto sul controllo delle finanze statali. Per questo è stata drasticamente ridotta la spesa pubblica, con tagli a stipendi e pensioni dei dipendenti pubblici e ai servizi assistenziali.
Dall’altro lato è stata, ad esempio, aumentata l’imposta sul valore aggiunto di 2 punti percentuali.
A questo si aggiunge un elevato tasso di disoccupazione, senza la prospettiva di un significativo miglioramento nel corso di quest’anno. 
Gli Spagnoli non sanno cosa aspettarsi nei prossimi mesi. Per questo cercano di tenersi i soldi il più a lungo possibile e di fare solo gli acquisti necessari. Il tasso di risparmio è quindi elevato, al momento pari a circa il 16%.
La propensione agli acquisti ha tuttavia registrato nei mesi scorsi una lieve ripresa pur restando su livelli bassi. Dal dicembre 2010 al febbraio 2011 l‘indicatore è salito da -11,2 punti a 37,5 punti.
Tuttavia creano incertezza fra i consumatori le continue polemiche sulla questione se la Spagna debba o meno approfittare del fondo salva-Stati della UE. Di conseguenza in marzo l’indicatore è nuovamente sceso a -10,7 punti.
I risultati sono ricavati dall’ampliamento a livello internazionale dello studio sul clima dei consumi MAXX di GfK e si basano su interviste ai consumatori condotte per conto della Commissione europea in tutti i  Paesi dell’Unione Europea con frequenza mensile. 
il pensiero verde

Calciatori in sciopero ?

Non so se sabato e domenica inizierà il campionato di calcio.

Mi sembra fuori da ogni logica lo sciopero dei calciatori.
Indipendentemente, però, da quel che sortirà nelle prossime ore, le cause dell’attuale situazione meritano una nota.
Da oltre un anno i calciatori sono senza contratto nazionale.
Già questa è, a mio avviso, una stortura: considerare il calciatore un lavoratore dipendente, con tutto quel che ne consegue.
Voler far rientrare i calciatori nell’ambito di una categoria di lavoratori mi sembra una forzatura degna del comunismo reale che tutto vuole incasellare e inquadrare.
L’aver accettato questa forzatura ha portato, come ovvia conseguenza, alla trattativa bizantina per  la formulazione di un contratto base che abbia valore erga omnes e che i calciatori più ricchi giustificano in relazione alle disagiate condizioni di quelli meno fortunati.
Si potrebbe dire che il calcio è un gioco e che dovrebbe essere trattato come tale, quindi come attività collaterale/residuale rispetto alla propria professione.
Ma sarebbe un teorizzare fuori dalla realtà.
Più concretamente il calciatore che non vale uno stipendio adeguato ad una vita e un futuro dignitoso, probabilmente dovrebbe mettersi il cuore in pace e trovarsi un lavoro.
Mentre chi ha un contratto adeguato (e spesso ben più che adeguato) dovrebbe magari rinunciare a qualche emolumento per sottoscrivere quei piani di pensione e polizze sanitarie, che sicuramente gli esperti di assicurazioni potrebbero studiare per loro, al fine di tutelarsi per il dopo carriera (ma nulla vieta di andare a lavorare a 30-35 anni …) e in caso di malattia.
Il saldo per le società sarebbe invariato, i calciatori sarebbero meno Paperoni e, forse, meno inclini a fornire argomenti di pettegolezzo ai giornali specializzati in tale settore.
Ma hanno voluto considerarli lavoratori dipendenti e dare loro un contratto, quindi si applicano le regole, anche nelle relazioni sindacali, del lavoro subordinato.
Dopo un anno di trattative si è giunti al punto di contrasto: gli allenamenti separati dei quanti fossero “fuori rosa” per motivi vari.
E’ una pretesa da parte dei calciatori di imporre la presenza di chi, magari per motivi disciplinari, è fuori squadra.
In questo hanno certamente torto perchè non possono determinare la gestione della squadra, degli allenamenti e la formazione da schierare, prerogative della società e dell’allenatore.
Ma, a rigor di contratto, potrebbero aver ragione sull’altro ostacolo (forse quello reale) se è vero che nel loro contratto si parla di cifre “nette”, nel chiedere che l’eventuale irpef aggiuntiva prevista nella manovra per i redditi superiori ai 90 mila euro (lordi) sia posta a carico delle società.
Naturalmente con una tale formalità a scapito della sostanza, non solo si perderebbe la natura solidaristica del contributo richiesto, ma sarebbe un salasso per le casse di società tutte più o meno indebitate, colpa di presidenti che hanno elargito oltre ogni limite della decenza, senza sapere contrastare in tempo le pretese dei giocatori.
Le società, in un soprassalto di dignità e responsabilità ora pare resistano, rivendicando il diritto all’organizzazione della squadra, alla gestione degli allenamenti e rifiutandosi di pagare l’eventuale balzello imposto dalla crisi.
I giocatori, per bocca del loro presidente Tomasi confermano lo sciopero per la prima giornata di campionato.
E se i presidenti tenessero duro, cosa farebbero ?
Sciopero tutte le domeniche ?
Ecco un’ottima occasione per abbattere i costi del calcio: i presidenti facciano giocare la primavera.
Ne guadagnerebbe l’equilibrio del campionato e anche il futuro del nostro calcio.

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