Dalla banca dati del Fisco la radiografia dell’evasione in Italia.

Le nuove tecniche mettono in luce le incoerenze: a Prato
i rifiuti pro capite rivelano che c’è chi lavora in nero.


ROMA – Il contribuente italiano, in media, evade 17 euro e 87 centesimi per ogni 100 euro di imposte versate al Fisco. Se però si escludono i redditi che non si possono evadere (lavoro dipendente, pensione, interessi su Bot e conti correnti, eccetera) la percentuale sale a ben 38 euro e 41 centesimi. Ma in certe zone questa evasione arriva a 66 euro mentre in altre scende a 10.
Anche precisando che nell’imposta non versata è compresa pure quella frutto di errori e quella dovuta a mancati pagamenti da parte delle aziende colpite dalla crisi, resta il fatto che parliamo di livelli di evasione comunque molto alti. Dentro c’è di tutto. Si va dagli scontrini e dalle ricevute che non sono stati emessi all’attività svolta completamente in nero, dall’Iva non pagata all’immobile non dichiarato, dalle parcelle richieste sottobanco alle truffe sulle compensazioni fiscali. Insomma, chi non subisce la ritenuta alla fonte e può evadere non ci sta troppo a pensare. E così sottrae al Fisco, in media, ben più di un terzo dell’imposta che dovrebbe pagare, con punte di due terzi e oltre.

Ma come si è arrivati a questi dati? Prendete 50 indicatori statistici di tipo economico, sociale, finanziario, demografico. Seguitene l’andamento dal 2001 a oggi. Incrociateli tra di loro per ognuna delle 107 province italiane. Compattateli su otto dimensioni: bacino di contribuenti, attitudine a pagare le tasse, condizione sociale, struttura produttiva, tenore di vita, dotazioni tecnologiche, caratteristiche orografiche del territorio. Ecco che avrete Dbgeo, DataBaseGeomarket, la nuova banca dati appena messa a punto dall’Agenzia delle Entrate e che servirà agli uomini e alle donne guidati da Attilio Befera per meglio orientare i controlli antievasione e per meglio distribuire sul territorio il servizio della stessa Agenzia ai cittadini.
Un database contro i furbi
Dbgeo è innanzitutto un potente strumento di conoscenza. Che può far scoprire molte cose, partendo dal generale e arrivando fino al particolare, al dettaglio provinciale e perfino cittadino. Tanto per fare un esempio: a livello nazionale, il Tax gap, cioè il rapporto tra imposta versata e imposta dovuta sulla base del reddito presunto (ricavabile dai dati Istat), è pari appunto al 38,41%. Ma questo dato si può articolare sul territorio e scoprire che la propensione a evadere varia molto.
Per ora l’Agenzia ha fatto una prima aggregazione in otto gruppi omogenei e su questa base ha costruito una mappa dell’Italia a colori e una tabella di sintesi, le stesse che potete vedere in queste pagine. Osservando i risultati, si scopre così che si va da un tasso di evasione minima, pari in media al 10,93%, per il gruppo che comprende le province dei grandi centri produttivi – Milano, Torino, Genova, Roma, Lecco, Cremona, Brescia – a uno massimo del 65,67% nel gruppo che contiene le province «difficili» di Caserta e Salerno in Campania, di Cosenza e Reggio in Calabria e di Messina in Sicilia.
In quest’ultimo gruppo, quindi, caratterizzato anche da alti tassi di criminalità organizzata, disagio sociale, truffe e altre frodi (6.726 per milione di abitanti, contro una media nazionale di 4.625), mediamente ogni 100 euro d’imposta versata se ne evadono quasi 66. Appena sotto, troviamo, con un tasso d’evasione del 64,47%, l’area che comprende tutte le altre province del Sud (incluse Nuoro, Oristano e Ogliastra in Sardegna), ad eccezione di Bari, Napoli, Catania e Palermo, dove il Tax gap è mediamente inferiore (38,19%). Tra i «virtuosi», con un tasso d’evasione del 20,31%, troviamo molte province del Nord-Est e dell’Emilia Romagna e le province di Cuneo e di Firenze. I tecnici di Befera sottolineano che si tratta di prime aggregazioni e che andando più in dettaglio la realtà è ancora più a macchia di leopardo e quindi concludono: «L’usuale dicotomia Nord-Sud non è sufficiente a rappresentare la situazione».
Evasione e tenore di vita
Ma alcune correlazioni sono già evidenti. Dove il tenore di vita è basso e minore è la presenza dello Stato la compliance fiscale, cioè l’attitudine a pagare le tasse, è inferiore. Questo spiega anche perché nelle aree ad alta evasione fanno eccezione le grandi città con una struttura produttiva più solida, tipo Napoli o Palermo, che presentano dati migliori di Tax gap rispetto al territorio circostante.
Un’altra considerazione che gli specialisti dell’Agenzia ci tengono a fare è che una cosa è il tasso di evasione presunta e una cosa diversa sono i valori assoluti dell’evasione. Questi ultimi, infatti, si concentrano nelle zone più ricche del Paese. E quindi anche se qui il tasso di infedeltà fiscale è basso, le somme che non vengono versate nelle casse dell’erario sono molto elevate, mentre nelle zone povere, anche se l’evasione è alta, si può recuperare meno. Tutte informazioni e considerazioni consentite dal nuovo database, che contribuiranno a orientare le scelte strategiche dell’Agenzia.
Le prossime tappe
Il database potrà essere migliorato nella quantità e nella qualità, aggiungono i tecnici. Dentro Dbgeo sarà ovviamente possibile aggregare i dati anche per categorie di contribuenti (dipendenti, autonomi, imprenditori) e per dimensione e natura dell’azienda (numero dipendenti, ragione sociale, settori). Ma la nuova banca dati potrà servire anche ad altri rami della pubblica amministrazione.
Per esempio, si è scoperto che la provincia di Prato produce una quantità di rifiuti urbani pro capite tra le maggiori d’Italia e questo probabilmente sta a dimostrare quanti residenti in nero ci siano, magari impiegati in forme di schiavismo cinese nella produzione del tessile. Non solo evasione fiscale, quindi. Ma anche quella contributiva (Inps), per non parlare dei gravi reati penali che potrebbero più efficacemente essere indagati e perseguiti.



I controlli e i servizi
Befera però è deciso a utilizzare le potenzialità di Dbgeo anche per una migliore organizzazione degli sportelli e del personale dell’Agenzia sul territorio. Per distribuire meglio gli ispettori, ma anche i servizi al pubblico. In Sardegna, per esempio, dove c’è un territorio ampio, scarsamente popolato, con molti comuni difficili da raggiungere, si è però constatato c’è una forte diffusione di Internet e quindi su questa base si potrebbe pensare a una riorganizzazione più funzionale, dicono gli esperti, cercando di potenziare i servizi telematici per rendere sempre meno necessario al contribuente dover andare presso gli uffici del Fisco.
L’anno scorso l’Agenzia delle Entrate ha recuperato alle casse dello Stato 11 miliardi di imposte evase, circa il 10% di tutta l’evasione stimata. Per quest’anno l’obiettivo è più ambizioso. Grazie anche a Dbgeo.



fonte: Corriere della sera

Evviva i Canadesi !!

Una canadese “pacifista” scrive al proprio Governo lamentandosi di come vengono trattati i terroristi detenuti in Afganistan.

Le risponde il Ministro della Difesa.

“Stimata cittadina attivista, grazie per la Sua lettera con la quale ci esprime la preoccupazione per come trattiamo i terroristi talebani e di Al Qaeda catturati dalle Forze Armate Canadesi.
Per rispondere alle lamentele che riceviamo da cittadini attivisti come Lei, abbiamo creato un nuovo programma di pacifismo ed integrazione per i terroristi.
In base a questo programma, abbiamo deciso di selezionare un terrorista e destinarlo “alla pari” nella Sua famiglia.
Da lunedì prossimo avrà il piacere di ricevere a casa Sua Alí Mohamed Amé Ben Mahmud (Lei, comunque, può chiamarlo più semplicemente Amé ).
Sono certo che vorrà trattarlo esattamente come, nella Sua lettera di protesta, Lei chiede che facciano le Forze Armate canadesi.
E’ probabile che dovrà farsi coadiuvare da altre persone in questo compito.
Ogni settimana il nostro Dipartimento Le farà una visita di ispezione per verificare che vengano osservati i principi e le attenzioni che Lei rivendica nella Sua lettera.
Mi sento in dovere di avvisarLa che Amé è uno psicopatico esageratamente violento; confidiamo tuttavia che Ella, grazie alla sensibilità che ha manifestato nella Sua lettera, possa brillantemente superare questo inconveniente.
Inoltre, il Suo ospite è estremamente efficiente nel combattimento corpo a corpo e può uccidere con una semplice matita o un tagliaunghie.
Infine, Amé è abile a fabbricare artefatti esplosivi con prodotti casalinghi; Le consigliamo quindi di tenere lontano dalla sua portata questi prodotti a meno che non ritenga che il farlo possa offendere la sensibilità di Amé.
Il terrorista non vorrà avere rapporti né con Lei né con le Sue figlie (eccezion fatta per i rapporti sessuali), in quanto considera le donne come esseri inferiori, o addirittura come semplici oggetti da usare.


Questo è un aspetto molto delicato in quanto ha manifestato reazioni violente verso le donne che non intendono rispettare la legge islamica.
Auspico, pertanto, che non Le dia fastidio il dover portare sempre il burqa: in tal modo Lei contribuirà al rispetto della cultura altrui nonché dei principi che ha espresso nella Sua lettera.
Ancora grazie per la Sua preoccupazione; siamo orgogliosi di annoverare nel nostro Stato persone come Lei e renderemo pubblica a tutti i nostri connazionali la sua cooperazione.
Auguri e che Dio La benedica!
Cordialmente
Gordon O’Connor.
Ministro della Difesa.

Nota.
Anche se sembra uno scherzo, la lettera è assolutamente vera ed è stata pubblicata su tutti i quotidiani canadesi.

P.S.: Non si è più sentito nulla della Sig.ra pacifista.
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Una taglia su Battisti

Le interviste rilasciate a raffica in Brasile dal terrorista rosso (e impunito) Cesare Battisti, sono un insulto a tutti gli Italiani onesti, ai familiari e alla memoria delle vittime della violenza omicida degli anni settanta e ottanta.
La mancanza di ogni senso del pudore e del pentimento che traspare dalle arroganti dichiarazioni di quell’essere, proiettano una ulteriore infamia su Francia e Brasile che hanno dato, negli anni, rifugio a quel terrorista assassino.
Il Governo Italiano credo abbia fatto tutto quello che era nell’ambito delle scelte diplomatiche per ottenere la restituzione del criminale e fargli scontare la pena nelle patrie galere.
Purtroppo in Brasile hanno optato per la solidarietà ideologica nei confronti di uno che proviene dalle file marxiste, invece di concedere, almeno, la magra soddisfazione di trattenerlo nelle loro carceri.
Esaurita quindi ogni opzione diplomatica non resta che la sua continuazione che, in altre epoche, sarebbe stata la guerra tra stati.
Oggi non è più così e gli israeliani per primi hanno dimostrato al mondo cosa occorre fare per assicurare alla propria giustizia quanti ne sono sfuggiti.
Naturalmente sarebbe necessario incentivare chi volesse assicurare alla giustizia il terrorista rosso e non ci può essere altro sistema che una taglia adeguata.
Persino i ribelli libici, pur nella loro inconsistenza, sono riusciti a mettere insieme una cifra per la cattura di Gheddafi: perchè non dovremmo riuscirci noi Italiani ?
Mi auguro che un qualche organo di stampa possa e voglia farsi collettore per la raccolta di fondi finalizzata a costituire una taglia importante per chi volesse organizzare e realizzare un blitz in Brasile e riportare in Italia il terrorista rosso Cesare Battisti.
Sono sicuro che migliaia di Italiani parteciperebbero con passione ad una simile “colletta” a fini di Giustizia.

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Tasse, ticket ed esenzioni

Siamo alla stretta finale sulla manovra prima del passaggio parlamentare.

Quello che esce sulla stampa, oltre a non essere univoco, non rappresenta quella novità necessaria ad affrontare il debito pubblico, anzi le resistenze corporative stanno spingendo verso la più classica, inutile e dannosa tra le manovre: più tasse e meno tagli alle spese.
Se è un bene la soppressione delle addizionali irpef ipocritamente chiamate “contributo di solidarietà”, è un male il permanere delle tasse sui risparmi (aumento dell’aliquota su rendimenti e guadagni e tassa sui depositi amministrati) e l’aumento dell’Iva.
Pessime le idee che continuano a circolare di patrimoniale.
A questo proposito ha ripreso vigore la polemica contro le esenzioni di cui gode la chiesa, ma non solo.
Infatti ad essere esenti sono una varietà di enti e associazioni con i rispettivi immobili, che godono anche di trattamenti di favore da parte degli enti locali come sembra accertato a Bologna .
La battaglia per “far pagare” anche questi enti e associazioni è, però, fuori luogo quando si vuole far pagare il possesso di un immobile, di un bene, mentre è pertinente quando si chiede che tutti paghino agli enti locali le locazioni e ai prezzi di mercato.
E’ sbagliata perchè la giusta battaglia sarebbe quella di chiedere l’esenzione per tutti, non la gabella per tutti.
Potrei capire se le tasse su un immobile fossero pagate quale corrispettivo ad un servizio (fogne, raccolta rifiuti, gas, acqua …) ma così non è perchè per ognuna di quelle voci vi è già una specifica tassa.
Allora la ratio alla base dell’imposta sugli immobili è solo una meschina ritorsione nei confronti di chi possiede qualcosa, senza che gli si dia nulla in cambio.
Se ci riflettete è lo stesso sistema che gli stati centralisti hanno usato contro i nobili nel passato per impoverirli e sostituirli con una nuova classe dirigente, più legata al sovrano che alle terre.
La tassa sul possesso è, quindi, una tassa iniqua e punitiva che non offre in cambio nulla al soggetto che la subisce.
Analogamente possiamo parlare dei ticket.
Ognuno di noi paga fior di quattrini per il servizio sanitario nazionale e pur essendo trattenuta una percentuale uguale per tutti, chi ha di più paga di più.
E’ evidente, infatti, che se io ho un reddito di 1000 il suo un per cento è 10, mentre se Tizio ha un reddito di 1000000, l’un percento di un milione è 10.000, quindi paga comunque di più.
Applicare i ticket (sui quali, peraltro, non sono contrario perchè credo che vi sia un abuso soprattutto nell’acquisto di farmaci “tanto paga lo stato”) in modo differenziato e progressivo diventa quindi un duplicare una tassazione a danno di chi già paga di più.
Senza considerare che credo tutti noi abbiamo valutato quanto meglio saremmo trattati se tutti i soldi finiti nel Moloch della sanità pubblica li avessimo utilizzati per una polizza sanitaria privata.
Comunque la si giri, la soluzione non può che essere la riduzione, drastica, della spesa pubblica e una forte espansione del privato in quelle attività che, malamente gestite dal pubblico, hanno creato clientele e debito da affrontare non con nuove o aumentate tasse, ma con il suo abbattimento.

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Bolt e Bekele, bentornati sul pianeta Terra. L’antipatia cronica degli eterni vincitori

Bando alle ipocrisie, chi non ha mai sorriso nel vedere Michael Schumacher costantemente ridicolizzato dal proprio compagno di squadra nell’ultimo biennio? Chi non ha goduto un pelino nel vedere Valentino Rossi incapace di domare l’indomabile Ducati? Chi non s’è rallegrato in fondo in fondo nel vedere Federer e Nadal prender mazzate da Djokovic? Chi non ha gioito di nascosto nel vedere il Brasile stellare non riuscire a passare i quarti ai mondiali? Chi non ha pensato “lo sapevo io che quella andava troppo forte” vedendo il mito di Marion Jones disintegrarsi per lo scandalo “Balco”? E chi non ha esclamato un bel “ben le sta a ‘sta presuntuosa” nell’assistere alla debacle di Yelena Isinbayeva a Berlino? Chi non ha ridacchiato alle sberle assestate da Lochte a Phelps poche settimane fa? Chi non ha pensato fosse un giusto bagno d’umiltà la sparizione di Serena Williams dalle top 100? Insomma, diciamocelo, questi miti dello sport che vincono sempre in fondo stanno anche antipatici e quando li vediamo in crisi un po’ godiamo perché, in fondo in fondo, siamo rassicurati. Siamo rassicurati nel vedere che anche loro sono esseri umani. Siamo sadicamente felici nel vedere che anche loro invecchiano, anche loro qualche volta imbrogliano, anche loro si infortunano, anche loro sbagliano i calcoli e, come nel caso della Isinbayeva due anni fa o di Bolt oggi, arrivano ad essere eliminati dalla loro stessa presunzione, dalla loro stessa convinzione di essere imbattibili. Oggi abbiamo assistito alla netta sconfitta di due leggende dell’atletica. Prima l’etiope Kenenisa Bekele, il fondista più forte della scorsa decade, vede finire il suo regno nei 10.000 metri. Dal 2003 la gara più lunga della pista d’atletica era il suo feudo personale. Su questa distanza l’etiope ha vinto quattro titoli mondiali consecutivi e due ori olimpici. Un dominio lungo 8 anni, terminati oggi con un mesto ritiro. In realtà però la debacle di Bekele era in un certo senso annunciata. Già lo scorso anno l’etiope aveva saltato la stagione in toto e quest’anno la sua partecipazione ai mondiali di Daegu era in dubbio. Alla fine Bekele ha tentato di difendere il titolo che deteneva da otto anni, ma s’è dovuto arrendere e non ha nemmeno finito la gara. Nonostante il ritiro di Bekele, l’Etiopia ha comunque preso l’oro con la giovane promessa Ibrahim Jeilan, che si propone di dare continuità al dominio etiope sul fondo. Solo un’annata storta, o la stella di Bekele ha cominciato la parabola discendente, anche contando la giovane età del suo successore sul tetto del mondo? Poi, poche ore dopo, l’evento che ha gelato il mondo. Usain Bolt partiva per Daegu senza rivali. Gli avversari “storici”, Gay e Powell in infermeria, mentre i nuovi rivali, Mullings e Rodgers sono stati falciati dall’anti-doping. Nessuno poteva competere con lui. Sebbene il primatista mondiale quest’anno avesse corso più lentamente del solito, tra i presenti nessuno sembrava in grado di insidiarlo. Fatto sta che una falsa partenza ha provocato la squalifica della freccia giamaicana, la classica buccia di banana insomma. Una falsa partenza venuta dopo i consueti gesti di presunzione del giamaicano, che comunicava al pubblico come nulla gli fregasse degli avversari. Peccato che le regole son cambiate, da quest’anno ogni falsa partenza significa la squalifica di chi la provoca, e le regole non cambiano nemmeno se ti chiami Usain Bolt e hai stabilito primati che dureranno decine d’anni. E così il re dello sprint è costretto a togliersi un po’ di boria, anche se sui 200 metri promette vendetta. Approfitta dello stop di Bolt il connazionale Blake, che mantiene così intatto il dominio dell’atollo caraibico nei 100 metri nell’eterna sfida tra Davide-Giamaica e Golia-Stati Uniti. Delude il francesino Lemaitre. Il primo bianco a scendere sotto il muro dei 10 secondi aveva un’occasione d’oro, in tutti i sensi, ma ha corso male ottenendo un tempo altissimo (10″19), di quasi 4 decimi superiori al primato stagionale, finendo solamente quarto. Non basta la scusa del vento contrario per un risultato così deludente in quanto a crono. Non vorrei fare l’uccello del malaugurio, ma ho la sensazione che Lemaitre possa essere la versione maschile della connazionale Christine Arron, eterna favorita poi puntualmente deludente. Tornando a Bolt, venerdì sui 200 metri vedremo se questo è stato solo un incidente. Il giamaicano, l’avevamo notato anche in passato, ha problemi di presunzione, causa principale di questa debacle. Si spera che questo sano bagno di umiltà lo aiuti ad essere un po’ meno tracotante. Come abbiamo scritto nell’introduzione, questi stop dei grandi campioni a volte ci rassicurano. Sembrano così imbattibili, così irraggiungibili, ma pure loro sono esseri umani e in quanto tali sbagliano, invecchiano, si fanno male come tutti noi. Oggi Bolt e Bekele sono diventati meno marziani e molto più simili a tutti noi, l’uno ridimensionato nella propria boria, l’altro che comincia a sentire lo scorrere del tempo. Bentornati sul pianeta Terra Bolt e Bekele.

Non toccate nulla, tranne le nostre tasche !

Ma perchè devono sempre tassare ?
Bersani intima di non toccare le pensioni di reversibilità.
La cgil sciopera intimando di non toccare i diritti dei lavoratori.
La Confindustria intima di riforme per stimolare la crescita (nuove rottamazioni ?).
La Confcommercio intima di non toccare l’iva.
La Lega intima di non toccare le pensioni di anzianità.
Nani e ballerine intimano di non toccare i fondi per la “cultura”.
I sindaci e i presidenti di province e regioni intimano di non toccare gli enti locali.
E allora chi sono gli unici che si possono “toccare” , anzi depredare ?
I cittadini, con le tasse sui redditi, sui risparmi, sui patrimoni.
Mercoldì scorso il quotidiano Libero ha esposto una serie di provvedimenti che potrebbero, in modo strutturale, ridurre il debito pubblico senza intervenire direttamente nelle tasche dei cittadini con tasse nuove o aumentate, ovvio che qualcuno ci avrebbe rimesso: tutti cooro che orbitano intorno alla spesa pubblica che verrebbe drasticamente tagliata..
Venerdì ne Il Resto del Carlino un commentatore di economia (Giuseppe Turani) affermava che la manovra da 45 miliardi nasce già “vecchia” visto l’andamento generale dell’economia.
Giovedì pomeriggio una voce che indicava un possibile taglio del rating della Germania faceva crollare le borse (Francoforte fino a -4% poi recuperato al -2%, Milano annullando tutti i margini di guadagno fino ad allora maturati), dimostrando come persino la “Crante Cermania” era allo stesso livello di rischio dei “pigs”.
Nelle varie ipotesi alternative alla manovra del governo, entra sempre una qualche tassazione nuova o in aumento.
La patrimoniale è gettonata dalla sinistra e, adesso, persino dalla Lega, mentre l’addizionale irpef sembra che venga solo “rimodulata” e non cancellata come dovrebbe essere.
Sembrano invece tutti stranamente d’accordo e concordi sull’aumento delle tasse sui risparmi che si articolano in due mosse:
– aumento al 20% della tassazione sugli interessi e guadagni di borsa (con esclusione dei titoli di stato);
– aumento del bollo sui depositi amministrati: un aumento che definire usurario è poco, visto che arriva fino ad oltre il 3000% (no, non è un refuso: tremila per cento, visto che nel 2013 potrebbe passare per i depositi con oltre 500mila euro di valore da 34,20 a 1100 euro, il conto è presto fatto).
Eppure dovrebbe essere logico comprendere che se, incrementando le entrate, si fornirà allo stato nuovo carburante per alimentare la spesa pubblica, questa non sarà mai tagliata e ci ritroveremo sempre con un debito incolmabile e con la necessità di sempre più frequenti manovre utili solo a migliorare la percentuale, ma non a risolvere il problema.
Tassare è la soluzione più facile, ampiamente utilizzata nella prima repubblica – chi ci ha regalato il debito odierno – da quando i socialisti entrarono al governo, ma è tipica dei pessimi amministratori.
I buoni amministratori sono quelli che, invece, creano ricchezza per il futuro e consegnano i libri contabili senza debiti per il futuro che si alimentano in un circolo vizioso.
Finora Berlusconi rientrava tra questi.
Mi auguro che sappia correggere gli errori che i suoi consiglieri e ministri di estrazioni socialista stanno per fargli commettere.

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una pensione d’oro, ben 1.369 euro al giorno.

L’avvocato Felice Crosta si è battuto per un paio d’anni, ma alla fine è riuscito nel suo intento. L’ex presidente dell’agenzia dei Rifiuti potrà godersi una pensione d’oro, ben 1.369 euro al giorno.








Attenzione:non al mese, al giorno. E’ questo il contenuto della sentenza pronunciata dalla Corte dei Conti. Insomma, in tempi di tagli alle spese, suona alquanto strano e soprattutto contraddittoria questa notizia. Tuttavia, Crosta insiste dicendo che quei soldi gli spettano e che non voleva rinunciarvi. Infatti, ciò era stato previsto da una legge della Regione siciliana, la quale era stata oggetto di approvazione ai tempi del governatore Cuffaro. Facendo due conti, Crosta riceverà una pensione mensile che si aggira a cifre record, ben 41.600 euro lordi. Facendo un paragone, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano percepisce un’indennità annuale di circa 220 mila euro, oppure facciamo l’esempio di Carlo Azeglio Ciampi, il quale prima di entrar a far parte del Quirinale, si fece garantire una pensione mensile di 34 mila euro. E’ possibile aggiungere che in base ai dati forniti da l’Espresso nel 2008, agli ex presidenti della Consulta, Romano Vaccarella e Gustavo Zagrebelsky, erano state attribuiti assegni di quiescenza pari a 25.097 e 21.332 euro ogni mese. In pratica, in base a questi dati Felice Crosta si appresterebbe a ricevere la medaglia d’oro del dipendente pubblico più pagato all’interno del territorio italiano. Inoltre, ha conquistato un altro record, ebbene sì, ha sfondato il tetto ai trattamenti previdenziali «obbligatori» che era stato previsto nell’ottobre del 2003 da parte del consiglio dei ministri: 516 euro al giorno. Durante il corso degli ultimi dieci anni, Crosta ha cercato di gestire il problema dell’emergenza rifiuti in Sicilia. Anche se pare non sia riuscito a risolverla del tutto: gli Ato, cioè gli organismi incaricati di garantire il servizio di raccolta e smaltimento, hanno messo da parte un debito che si aggira ad un miliardo di euro, in più la gara per i termovalorizzatori è stata oggetto di annullamento con un provvedimento emesso da parte dell’Unione europea e i cassonetti strabordanti vengono paragonati a quelli presenti in Campania. Anche se gli insuccessi non sono di certo mancati per Crosta, nel marzo del 2006 l’ex governatore Salvatore Cuffaro ha deciso di concedergli dei compensi alle stelle, cifre che hanno sfiorato i 460 mila euro. La notizia dell’assegno mensile record non ha certo ricevuto ampi consensi, specialmente da Raffaele Lombardo, a capo della Regione Sicilia. In più, oltre alla beffa anche il danno, difatti oltre all’assegno mensile, l’ente si vedrà costretto a riconoscere a Crosta circa un milione di arretrati e la somma circa la rideterminazione del Tfr. Inizialmente, l’amministrazione aveva riconosciuto solamente 219 mila euro all’ex presidente, così Crosta si era rivolto alla Corte dei Conti al fine di ottenere il riconoscimento del suo diritto. In alcune dichiarazioni rilasciate da Crosta, l’ex dirigente ha affermato che quel denaro non è di certo un regalo, ma la giusta retribuzione per un lavoro che ha avuto la durata di ben 45 anni. L’unica chance rimasta alla Regione siciliana attualmente con i conti in rosso (ben due miliardi di deficit) è quella di proporre appello contro la sentenza pronunciata dalla Corte dei conti. La pensione di Crosta risulta essere l’ennesimo peso aggiunto alla spesa previdenziale, infatti sono oltre 560 i milioni da pagare per garantire le pensioni ad un’armata di ex dipendenti (14.917). Queste spese a cui la Regione siciliana deve far fronte, pesano tutte su di essa, dato che non ha ancora attivato un fondo quiescenza, anche se lo ha istituito per legge. In più, la Regione sta continuando a fornire pensioni a tutti quelli che riescono a dare prova di avere un parente infermo di cui prendersi cura. Questa rappresenta un’estensione della legge n. 104, che ha premiato ben 700 impiegati andati a riposo con 25 anni di anzianità (per le donne sono sufficienti 20). Situazione di cui ha profittato anche l’ex segretario generale Pier Carmelo Russo, il quale a dicembre, in seguito al pensionamento, ha ottenuto la carica di assessore regionale da parte del govenatore Lombardo.

E dicono di non costarci nulla

Le lobbies omosessuali cercano di acquisire consensi oltre il loro ambito affermando, tra l’altro, che accontentarle non porterebbe ad alcun costo pubblico, per le nostre tasche.
Non è vero.
Non solo se venissero accolte le loro pretese ci sarebbero costi non quantificabili che ricadrebbero sui conti pubblici, cioè pagati da tutti noi, come l’eventuale reversibilità o l’estensione della garanzia sanitaria a favore del presunto “coniuge“, ma già ora vi sono costi che gravano sui cittadini per il piacere di una ristretta categoria.
Il Pdl di Bologna ha infatti denunciato le esenzioni di cui gode la sede di una organizzazione omosessuale felsinea che, solo in affitti non richiesti dal comune, comporta una mancato incasso di cinquanta mila euro all’anno.
E in tempi in cui gli enti locali devono salvaguardare i servizi sociali (quelli veri) non possono elargire migliaia di euro per le pretese di pochi.
Pensate quanto ci costerebbe se tutti noi pretendessimo altrettanto per alimentare una nostra passione priva di qualsivoglia pregio se non per noi stessi !

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Stopper l’immigration massive

Durante il mio breve periodo di soggiorno nelle alpi della Svizzera Romanda mi ha colpito il ripetersi di un cartello assai eloquente, posto lungo i viali alberati delle campagne e i muri di alcuni centri urbani,  scritto sia in lingua francese che in lingua tedesca: STOPPER L’IMMIGRATION MASSIVE! MASSIVENINVASION STOP!
Il manifesto è esplicito: gambe e piedi di orde barbariche che calpestano la bandiera svizzera con la croce bianca su fondo rosso. Qualche sinistro armato di bomboletta di vernice spray (ce ne sono anche lì, purtroppo)  si  è già  teppisticamente  premunito di trasformare la croce svizzera in una croce uncinata allo scopo di  deformare e vanificare il messaggio contenuto nel manifesto.
Ma è  solo un inutile ricatto morale destinato a lasciare il tempo che trova. Non si potrà mai arrestare la legittima aspirazione dei popoli e degli stati a poter controllare in casa propria flussi inseriti appositamente per farli saltare per aria e a disgregarne il tessuto sociale.
Una gentile signora svizzera, proprietaria di un Bed & Breakfast sito in località montana del cantone di Vaud  mi racconta una verità incontrovertibile: “Noi svizzeri abbiamo già dato. Siamo stati i primi a integrare con successo gli stranieri: italiani e spagnoli, all’inizio. E ora che si sono perfettamente integrati nel nostro tessuto, non possono chiederci di ricominciare tutto daccapo con una fatica improba che dura intere generazioni per potersi considerare compiuta,  e per giunta con stranieri di altri continenti”.
Come darle torto? Inoltre la Svizzera possiede già  fin dal suo sorgere una multiculturalità endogena: tre gruppi etnici e culturali, di lingua tedesca, francese e italiana,  con diverse confessioni, distribuiti su 26 cantoni sparsi a macchia di leopardo nel territorio ma raggruppati in un’unica Confederazione Elvetica. A questi tre ceppi linguistico-culturali  fondamentali se ne aggiunge anche un quarto minoritario: il romancio, un idioma simile al ladino parlato nel cantone dei Grigioni e nell’Engadina.
 Non ha  pertanto bisogno di importare un pernicioso multiculturalismo allogeno, a rischio di destabilizzazione permanente, su modello melting pot  anglo-americano (si vedano anche gli ultimi fatti di Londra).
L’Union Démocratique du Centre (UDC), che non ha nulla a che vedere con l’Udc di Casini, vuol limitare l’immigrazione in Svizzera. Per fare ciò, ha  lanciato  di recente une petizione  che mira a  ottenere almeno 100.000 firme allo scopo di promuovere un referendum d’iniziativa popolare sull’ l’immigrazione.
Diventata  la prima forze politica della Confederazione elvetica nel 2007, l’UDC vuole «contrastare l’immigrazione di massa », limitando il numero degli stranieri che  vengono a  posare le loro valige in Svizzera. «Lo scopo è ridare alla Svizzera  i  mezzi  per gestire in maniera autonoma l’immigrazione », afferma il partito sul suo sito Internet.
L’UDC indica inoltre  che «il flusso di  stranieri che s’installano nel  paese sfugge ad ogni effettivo  controllo. Cause principali  di questo  fenomeno sono l’immigrazione proveniente dall ‘Unione europea [UE], le frontiere aperte, i ricongiungimenti familiari troppo facili ». In aggiunta a ciò, vi è l’uso disinvolto del “diritto d’asilo”, impiegato pretestuosamente  per eludere i controlli.
Gli  stranieri rappresentano ormai il  20 % dei 7,7 milioni di Svizzeri.
Per porvi rimedio, propone d’iscrivere nella  Costituzione federale il principio d’immigrazione selettiva con l’instaurazione di quote annuali che verrebbero  fissate negli «interessi  economici globali della Svizzera e nel  rispetto del principio di preferenza nazionale».
Qui  nel sito del partito indicato, potete reperire l‘appello ai cittadini elvetici a  firmare per la costituzione di un referendum propositivo e le sue ragioni. Mai come ora, siamo tutti svizzeri non è un vuoto slogan.

Lettera di un sindacalista rosso !!

Lettera di  un sindacalista rosso, esasperato dall’essere inascoltato, ha scritto al direttore del
 “il giornale” con questa premessa:
“Egregio direttore, ho 44 anni e da circa 5 sono segretario di Rsa della Filt- Cgil dell’ azienda in cui lavoro. Anche se sono un “comunista” spero mi dia almeno lei spazio nella sua rubrica, altrimenti, beh, pazienza….”
Lettera di Ivano Bosello, segretario Rsa Filt-Cgil di una Azienda di Mestre.
Stamattina ho scritto una mail alla mia Rsa spiegando il motivo per cui non aderirò allo sciopero proclamato  dalla Cgil per il 6 di Settembre. Secondo la mia personale opinione in questo momento storico così delicato serve unione e non divisione. Lo sciopero crea comunque divisione e sicuramente non ne abbiamo bisogno.  Servono invece idee concrete e non fumosi proclami.
Lo sciopero farà perdere soldi alle persone, (la maggior parte degli iscritti Cgil sono pensionati di conseguenza non così rappresentativi per il mondo del lavoro) e non potrà spostare di un millimetro l’asse della manovra economica. Lo sciopero in questo momento rappresenta più irresponsabilità che responsabilità, più debolezza che forza.  La Camusso avrebbe potuto ribadire con forza la sua posizione ma in un momento di grande crisi come questo era più sensato dire che per una scelta di grande responsabilità verso il Paese non avrebbe dichiarato sciopero ma avrebbe cercato soluzioni condivise con le altre parti sociali e politiche. Fare (ipocritamente) i “duri e puri” può creare solo danni e l’orgoglio a volte fa più vittime di una guerra. La Cgil avrebbe sicuramente trasmesso una immagine  diversa.
Temo che la Camusso e lo staff dirigenziale della Cgil sia identico  allo staff Politico. Sono vecchi, vecchi dentro e fuori e non rappresentano più nessuno. In realtà sono lo specchio dell’Italia. Non è una critica ma una fotografia. Come sempre la base ha più idee dei vertici, un vertice che non accoglie le idee della base non è partecipativo e non conosce la base. La proposta della base è semplice ed è applicabile, un’idea da condividere con Cisl e Uil e forze politiche. I privati cittadini devono poter scaricare le spese (con dei minimi e dei massimi tabellari) come se fossero piccole aziende, in realtà i cittadini lo sono perché spesso muovono più denaro di piccole imprese. Chiediamo allo stato di poter scaricare tutte le spese, telefono, auto, casa, mobili, abbigliamento, tutti i costi di manutenzione e ristrutturazione ecc.. Per poterlo fare servono fatture. Mai un artigiano alla richiesta di pagamento in nero ci farà lo sconto più del 50% altrimenti non gli converrebbe più fare il lavoro . Potendo invece scaricare la fattura non ci sarebbe più la convenienza a fare il lavoro in nero, saremmo costretti a chiedere la fattura perché ci converrebbe di  più e l’artigiano sarebbe costretto a farcela.
Il collaborazionismo tra le due parti verrebbe meno ed aumenterebbero enormemente gli introiti dello stato, tempo qualche anno e si potrebbe anche diminuire davvero la pressione fiscale . Queste sono le idee della gente e dei lavoratori, non proclami contro il Governo che sono più sfoghi ormonali che altro.
                                                                                                     Segretario Rsa Filt-Cgil
                                                                                                     Di un’azienda di Mestre