Nino Rota nel jazz di Bosso

Una suite unica di 54 minuti che ripercorre le più famose composizioni per film di Nino Rota, dalla Dolce Vita al Il Padrino, con una ritmica jazz e l’accompagnamento della London Symphony Orchestra. E’ questo l’omaggio del trombettista Fabrizio Bosso al grande compositore italiano, in occasione dei 100 anni dalla sua nascita. Bosso, nato a Torino nel ’73, diplomato in tromba al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, è stato consacrato uno dei migliori trombettisti sulla scena internazionale: il suo talento musicale ha trovato ragione nelle collaborazioni e incisioni con vari musicisti come Paolo Di Sabatino, Maurizio Giammarco, Enrico Pieranunzi, Gegè Telesforo, Claudio Baglioni, Stefano Di Battista, Roberto Gatto, Flavio Boltro, Randy Brecker, Irio De Paula e altri.

Per il neonato progetto, Bosso ha chiamato ad arrangiare il suo inconfondibe jazz un giovane compositore e direttore d’orchestra italiano, Stefano Fonzi.

Spiegatelo ai governi "aperti" quel che è successo…

La nostra condanna è netta e totale della doppia strage che ha massacrato oltre 90 norvegesi e ha fatto sprofondare in un devastante lutto un’intera nazio­ne. Nessuna giustificazione e nessuna attenuante per il terrorismo di qualsivoglia risma che viola la sa­cralità della vita di tutti, perseguendo l’imposizione del proprio pote­re attraverso l’uso della violenza. Non sappiamo ancora se en­trambi gli attentati di Oslo e Utoya abbiano la stessa matrice. L’unica certezza è l’arresto di un trenta­duenne norvegese, Anders Behrin Breivik, qualificato come un «fon­damentalista cristiano», che trave­stito da poliziotto ha commesso lo sconvolgente massacrosull’isola di Utoya. In precedenza la potente esplosione che ha devastato il quar­tiere governativo nel centro di Oslo era stata rivendicata dai sedicenti Ansar al Jihad al Alami (Seguaci della Guerra santa islamica globa­le). Ammettiamolo: in un primo tempo quando la pista islamica sembrava avvalorata, tutti ci senti­vamo come rincuorati, probabil­mente perché condividiamo la consapevolezza che questo gene­re di odiosi crimini contro l’umani­tà appartiene quasi naturalmente a dei fanatici votati a imporre con la forza ovunque nel mondo la sot­tomissione ad Allah e la devozione a Maometto.
Mentre quando è sta­to arrestato e abbiamo visto il volto di un norvegese che sulla propria pagina di Facebook si presenta co­me «conservatore, di fede cristia­na, ama la musica classica e i video­giochi di guerra», siamo stati come colti dal panico. Perché per noi il cristianesimo è inconciliabile con la pratica della violenza finalizzata ad uccidere il prossimo, indipen­dentemente dalla diversità di et­nia, fede, ideologia o cultura. La verità è che sia il terrorismo islamico sia quello neonazista, si fondano sulla supremazia della razza o della religione, nel caso di Anders Behrin Breivik indicata co­me «cristiana», si equivalgono nel­la loro divisione faziosa dell’uma­nità dove loro, detentori di una veri­tà assoluta che deve essere impo­sta con la forza, condividono sia il principio che chi non la pensa co­me loro non ha diritto di esistere sia la pratica della violenza per la re­alizzazione dei loro obiettivi. La dif­ferenza sostanziale è che mentre gli islamici che uccidono gli «infe­deli» sono legittimati da ciò che ha ordinato loro Allah nel Corano e da quanto ha fatto Maometto, i cristia­ni che uccidono per qualsivoglia ra­gione lo fanno in flagrante contra­sto con ciò che è scritto nei Vangeli.
Quanto alla causa di fondo di questi barbari attentati, essa risie­de nell’ideologia del razzismo che, nel caso specifico dell’Occidente che s’ispira alla fede cristiana,è l’al­t­ra faccia della medaglia del multi­culturalismo. Razzismo e multicul­turalismo commettono l’errore di sovrapporre la dimensione della religione o delle idee con la dimen­sione della persona. L’ideologia del razzismo si fonda sulla tesi che dalla condanna della religione o delle idee altrui si debba procede­re alla condanna di tutti coloro che a vario titolo fanno riferimento a quella religione o a quelle idee. Vi­ceversa l’ideologia del multicultu­ralismo è la trasposizi­one in ambi­to sociale del relativismo che si fon­da sulla tesi che per amare il prossi­mo si debba sposare la sua religio­ne o le sue idee, mettendo sullo stesso piano tutte le religioni, cultu­re, valori, immaginando che la civi­le­convivenza possa realizzarsi sen­za un comune collante valoriale e identitario….
La Norvegia, al pari della Svezia, Gran Bretagna, Olanda e Germa­nia, predica e pratica l’ideologia del multiculturalismo, concepen­do che l’accoglienza degli immi­grati e più in generale il rapporto con il mondo della globalizzazio­ne debbano portare a un cambia­mento radicale della nostra civiltà, fino a vergognarci delle nostre radi­ci giudaico- cristiane, a negare i va­lori non negoziabili, a tradire la no­stra identità cristiana, ad antepor­r­e l’amore per il prossimo alla salva­guardia dei legittimi interessi na­zionali della popolazione autocto­na, al punto da elargire a piene ma­ni agli stranieri diritti e libertà sen­za chiedere loro l’ottemperanza dei doveri e il rispetto delle regole.
Il razzismo che esplode nel con­testo d­el multiculturalismo proce­de in senso letteralmente opposto, emergendo come una brutale e ir­razionale reazione, assolutamen­te ingiustificabile e inaccettabile, da parte di chi arriva a legittimare il massacro di chi è considerato re­sponsabile della perdita della no­stra civiltà. Noi condanniamo totalmente, non riconosciamo alcuna giustif­i­cazione e non concediamo alcuna attenuante a qualsiasi forma di ter­rorismo, compreso il terrorismo neonazista. Al tempo stesso am­moniamo che il multiculturalismo è il terreno di coltura di un’ideolo­gia razzista­che fa proseliti tra quan­ti hanno la sensazione di non risie­dere più a casa loro, che presto si ri­durranno a essere minoranza e for­se a esserne allontanati. Ecco per­ché multiculturalismo e razzismo sono di fatto due facce della stessa medaglia. La mia conclusione? Se vogliamo sconfiggere questo razzi­smo d­obbiamo porre fine al multi­culturalismo.

Euro moderna mela di Eva

Nonostante l’età riesco ancora a stupirmi di come venga manipolata la Storia e la realtà degli accadimenti che ci hanno portato all’oggi e quanto ci si dimentichi di eventi passati da appena un decennio.
Giornalisti scrivono pomposi articoli, cavalcando demagogicamente la pancia dei lettori ma rendendo un pessimo servizio alla comuntà e soprattutto alla soluzione dei problemi, contro la cosiddetta “casta” (di cui peraltro sono, alla pari dei magistrati e dei sindacati, parte integrante) e denunciando la crescita dei prezzi in Italia e la conseguente “stangata” sui contribuenti.
Ma cosa potevamo aspettarci, quando, irretiti proprio da una campagna di stampa fuorviante, si rifiuta, per ben due volte, un programma nucleare che ci avrebbe regalato energia in quantità illimitata e a basso costo ?
Lacrime di coccodrillo, come quelle di chi ignora che alla vigilia dell’introduzione dell’euro, i più avveduti ricordavano la differenza tra i prezzi nel Nord europa e in Italia.
I più ottimisti e miopi, sbandieravano tale dato annunciando come tedeschi, inglesi e nordici, sarebbero venuti da noi a comprare i beni, preconizzando una nuova stagione di sviluppo.
I più assennati, subito tacitati dal coro degli officianti la moneta unica, con Ciampi e Prodi in prima fila, avvertivano che sarebbero stati i nostri prezzi ad adeguarsi a quelli del Nord e noi non avevamo certo gli stipendi e le retribuzioni adeguate a sostenere tale onere.
Ed era (ed è) impensabile un incremento delle retribuzioni tale da adeguarsi a quelle del Nord: ammazzerebbe le aziende più solide.
L’euro ha così compiuto la sua opera demoniaca, non solo sottraendo ai Popoli la Sovranità monetaria (e non solo), ma anche penalizzando il Sud (non solo geografico) dell’europa.
Infatti non è un caso che ad essere in crisi siano Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda con un attacco di dimensioni spropositate (pari a quello del 1992 che fu malamente gestito da Ciampi e Amato: il primo tentando una costosissima e vana difesa della lira nello sme, bruciando ingenti riserve monetarie e il secondo infilandosi nottetempo nei nostri conti correnti e sottraendoci lo 0,6 per mille dei nostri risparmi) anche all’Italia che si difende unicamente per la saggezza dei nostri Padri che fondarono la ricchezza di famiglia sul risparmio, tanto che, se possiamo andare avanti, lo dobbiamo ai risparmi del passato ed al fatto che oltre il 70% del debito pubblico è in mani italiane.
Di cosa si lamentano, allora, i giornalisti ?
Facciano autocritica, piuttosto, visto che le poche voci contrarie all’euro furono messe a tacere da schiamazzi ad alti decibel favoriti dalla messa a loro disposizione di gran parte della stampa italica.
Alcuni anime candide (o ipocrite) puntano il dito contro il Governo Berlusconi dell’epoca che non avrebbe “controllato” l’andamento dei prezzi.
Ma cosa avrebbe dovuto fare ?
Imporre un calmiere ?
Sin dai tempi dell’Imperatore Diocleziano il calmiere dei prezzi contro l’andamento del Mercato ha sempre provocato danni maggiori dei benefici immediati.
Ma anche i servizi di cosiddetta pubblica utilità non possono essere offerti a prezzi inferiori ai costi sostenuti per produrli o acquistarli dall’estero.
Per una tale politica occorrerebbe spremere in altro modo i cittadini con le tasse e in Italia siamo ben oltre il limite massimo accettabile e tollerabile.
Lo vediamo negli Stati Uniti, dove l’attuale amministrazione democratica, dopo aver inutilmente speso miliardi di dollari attivando una politica socialista di elargizioni cosiddette “sociali” e di interventismo pubblico nell’economia, adesso pretenderebbe che i Repubblicani accettassero l’aumento delle tasse per mantenere in piedi i servizi sociali dispensati senza criterio, per una mera volontà ideologica.
Mi auguro (anche se temo che la propaganda democratica, appoggiata dalla solita stampa liberal sempre prodiga con i soldi altrui ,possa condizionarne le scelte) che i Repubblicani tengano duro anche a costo di portare al fallimento gli Stati Uniti: sarebbe il giusto coronamento di una pessima amministrazione di stampo socialista.
Ma anche in Italia un parziale (proprio perché poco del nostro debito pubblico è in mano straniera) fallimento potrebbe essere utile, quel tanto che basterebbe per uscire dall’euro e riprendere la nostra Sovranità e Indipendenza Nazionale.
Con la possibilità di battere moneta, di svalutare, di agire sulla leva monetaria per fronteggiare i periodi di crisi, come è sempre stato e con il naturale adeguamento dei prezzi interni al tenore di vita della Nazione.
Un tenore di vita che dovrà necessariamente essere rivisto, che si rimanga all’interno o si riasca a liberarsi dell’euro, per riscoprire una vita sana che poggi sui solidi Valori della Tradizione nei consumi, nei comportamenti, nel modello di società.
Illusione ?
Forse, ma sognare non è ancora vietato, non costa nulla e, soprattutto, le società che hanno smesso di sognare sono civiltà morte, perché sono i sogni che forniscono gli obiettivi per la cui realizzazione vale la pena vivere e combattere.

Entra ne

Via Poma, ora la fiction

Sono trascorsi più di venti anni da quella calda sera d’agosto, quando a Roma, nel cuore del quartiere Prati in Via Poma, Simonetta Cesaroni veniva barbaramente uccisa da 29 coltellate.

Dopo le investigazioni, le illazioni, i suicidi, le illazioni, i processi adesso arriva anche la miniserie tv firmata Valsecchi TaoDue per la regia di Roberto Faenza. Protagonista Silvio Orlando nel ruolo dell’ispettore mentre nei panni di Pietrino Vanacore, portiere dello stabile morto suicida nel 2010, ci sarà Giorgio Colangeli.
Sul primo ciak, previsto per il 7 agosto, pesano già le prime polemiche. Quelle dei legali di Raniero Busco, all’epoca dei fatti fidanzato della vittima, e recentemente condannato, in primo grado, a 24 anni di reclusione perchè colpevole dell’omicidio.
”Non siamo stati contattati, lo abbiamo appreso dalle notizie di stampa – ha dichiarao l’avv. Paolo Loria, legale di Busco – e diremo di no. Se è nelle nostre possibilità, ne bloccheremo la messa in onda”.  Ma TaoDue ha già annunciato che andrà avanti senza preclusioni.

Tangenti, Penati si autosospende solo per finta: lascia la vicepresidenza, i 15mila euro mensili no

PER FARLA FRANCA IL VICE PRESIDENTE DELLA REGIONE LOMBARDIA FILIPPO PENATI COINVOLTO IN UN’INDAGINE PER MAZZETTE, INVENTA “L’AUTOSOSPENSIONE”. LA SINISTRA: “SENSIBILITÀ ISTITUZIONALE”. MA SEMPRE CON MOLTA ATTENZIONE AL PORTAFOGLIO: NON DICE ADDIO AI 15MILA EURO MENSILI

Milano – Per farla franca il vice presidente della Regione Lombardia Filippo Penati (Pd) coinvolto in un’indagine per mazzette, inventa «l’autosospensione». Una «cosa che nemmeno esiste», spiega un tecnico. «Sensibilità istituzionale», applaudono ovviamente quelli della sinistra. Ma sempre con molta attenzione al portafoglio. Questione di termini e di sostanza, perché c’è una bella differenza tra dimettersi e autosospendersi. Come sa bene Penati, l’illustre esponente lombardo del Pd, ormai sempre più chiaramente il partito della calce e martello. Pronto a fare un passo indietro, ma non certo a rinunciare a nemmeno un euro del suo pingue stipendio da 15.500 euro al mese (il 5 per cento in più di un parlamentare). Più benefit vari. Perché il beau geste di rinunciare alla funzione di vice presidente del consiglio regionale della Lombardia, non sfiorerà nemmeno il suo portafoglio. Con la beffa ulteriore che da ieri Penati non sarà nemmeno tenuto a partecipare alle riunioni dell’ufficio di presidenza. Limitandosi semplicemente a incassare stipendio e indennità di funzione per 11.500 euro. A cui ne vanno aggiunti 4.000 di diaria, più gettoni e rimborsi spese. Oltre allo staff personale (tra cui un dirigente da lui stesso scelto), segretaria, uffici e benefit. E i 51.600 euro all’anno che gli sono dovuti per aver rinunciato (bontà sua) all’auto blu. In quanto membro di un ufficio di presidenza di cui fa parte, ma a cui non partecipa più. In attesa di indennità di fine mandato e assegno vitalizio che spetta anche a chi partecipi a una sola legislatura. E che nel suo caso saranno maggiorati dai gradi di vice presidente. Ormai solo virtuali.
E così assume tutto un altro sapore la lettera inviata ieri al governatore Roberto Formigoni e al presidente del consiglio, il leghista Davide Boni. «A seguito del mio coinvolgimento nella vicenda giudiziaria relativa all’area Falck di Sesto San Giovanni – scrive Penati annunciando l’autosospensione – desidero ribadire la mia totale estraneità ai fatti. In merito anche alle notizie apparse sulla stampa voglio precisare che non ho mai chiesto e ricevuto denaro da imprenditori». Da subito, aggiunge, «non parteciperò più all’ufficio di presidenza e già dal prossimo consiglio siederò tra i banchi dei consiglieri di minoranza». Prefigurando così la sua pensione dorata all’ombra del Pirellone. Detto dell’indennità di Penati, resta quello appare sempre più come un regolamento dei conti all’interno del Pd. Non solo lombardo, visto che Penati ha ricoperto anche il prestigioso incarico di capo della segreteria di Pier Luigi Bersani. Col neo assessore della giunta Pisapia Pierfrancesco Majorino che gli manda via Facebook, ormai la nuova frontiera della sinistra, un messaggio al veleno. «Io, se fossi in Filippo Penati, anche per essere più forte nei confronti dell’opinione pubblica nel voler dimostrare la mia innocenza, mi autosospenderei dal Partito democratico». E Penati che si autosospende mettendo nei guai il Pd che ora resta senza un uomo di peso nell’ufficio di presidenza. Guerra di correnti che si incrocia agli affari delle cooperative rosse. Mazzette milionarie per la procura di Monza, circolate tra Sesto san Giovanni, l’ex Stalingrado d’Italia amministrata per anni da sindaco, e Milano dove Penati sbarcò tra i velluti della Provincia guidata con una certa passione per le scatole societarie e i travasi azionari. «Penati è innocente fino a prova contraria – attacca l’europarlamentare Matteo Salvini – Ma in Lombardia spesso la “sinistra degli ex onesti” è molto amica di palazzinari e cementificatori».
Questione morale? «Non c’è una questione morale», s’indigna il segretario regionale del Pd Maurizio Martina anche se tra gli indagati per il Pd c’è pure l’assessore di Sesto Pasqualino Di Leva. Perché alla fine è sempre questione di termini.

Le Olimpiadi 2010 vestono Armani

Ai prossimi Giochi Olimpici, che si terranno a Londra nel 2012, gli azzurri vestiranno Armani.  E’ stata infatti presentata, al Salone d’Onore del Foro Italico, la partnership che legherà Coni e Gruppo Armani attraverso il marchio EA7 con il quale lo stilista disegnerà le divise nei nostri atleti.
Nata nel 2004 da Emporio Armani, la divisione EA7 produce abbigliamento tecnico per 7 discipline sportive: basket, tennis, golf, sport acquatici, sport invernali, sport outdoor e training. Armani dunque produrrà gli abiti di gara ma anche la divisa ufficiale che gli atleti indosseranno per la cerimonia d’apertura fissata per il 27 luglio 2012 all’Olympic Stadium di Londra.

A Londra, l’Italia si ornerà certamente di eleganza. Auspicando faccia lo stesso con le medaglie.

1994, Pc, Pds, Pd e l’inizio della questione morale !!!

MILANO . Ad aprire le ostilita’ sulle tangenti rosse e’ la Procura di Milano, fin dai primi mesi di Tangentopoli, quando nelle indagini sulle aziende comunali (Mm, Atm e Sea) e sul Piccolo Teatro spuntano i primi nomi di esponenti del Pci Pds, come Luigi Carnevale, o delle Cooperative, come Sergio Soave. I due inquisiti, finiti a San Vittore, imboccano la strada della collaborazione, consentendo al pool di costruire un “teorema” valido pero’ solo per gli appalti “locali”: anche il Pci Pds milanese partecipava alla spartizione delle mazzette. Con quote prestabilite: per le bustarelle del metro’ , al partito sarebbe finita la stessa fetta della Dc. Tra il ‘ 92 e il ‘ 93 il pool spedisce avvisi di garanzia a piu’ di un esponente nazionale, come l’ onorevole Gianni Cervetti. A questo punto resta da stabilire se il Pci Pds era dentro a Tangentopoli anche in sede centrale, per gli appalti “nazionali”. E proprio su questo problema, un anno fa, si apre la battaglia tra Tiziana Parenti, titolare delle indagini su Primo Greganti, e Gerardo D’ Ambrosio, coordinatore del pool. “Titti la rossa” segue in particolare il filone di una tangente di 621 milioni pagata nel 1990 da Lorenzo Panzavolta, presidente della Calcestruzzi (gruppo Ferruzzi), per appalti Enel. Per lo stesso affare era prevista una bustarella doppia, 1242 milioni, destinata a Psi e Dc. Il denaro venne versato sul conto Gabbietta indicato da Greganti, arrestato il primo marzo ‘ 93. Secondo il Compagno G, quei soldi erano il prezzo di una consulenza per affari in Cina. Insomma, un guadagno personale. La prova? La fornisce lo stesso Greganti: “Con quella somma comprai una casa a Roma”. Secondo la Parenti, pero’ , i soldi finirono nelle casse centrali del Pci Pds. Quindi Titti chiede di spedire alla Camera un’ autorizzazione a procedere contro il tesoriere pidiessino Marcello Stefanini. D’ Ambrosio pero’ , ricevute le carte, accende il computer e, con un controllo dell’ anagrafe tributaria, scopre che la casa di Greganti esiste davvero. E quando il pool al completo si pronuncia sul caso Stefanini, tutti votano per l’ archiviazione, tranne la Parenti che si astiene. Il problema si complica quando Italo Ghitti nega per due volte l’ archiviazione, chiedendo nuove indagini, tuttora affidate a Paolo Ielo, ormai in dirittura d’ arrivo. Ma intanto scoppia un altro caso: tra le carte di Greganti c’ e’ un versamento di 200 milioni targati Standa. Soldi versati per consulenze in Cina. L’ altro filone dell’ inchiesta Parenti, anch’ esso passato a Ielo, si chiama Eumit. Nel mirino 1.050 milioni transitati sul conto Gabbietta nel giugno 1990. Soldi consegnati da Greganti all’ amministrazione di Botteghe Oscure, che li impiego’ per risanare i debiti della Ecolibri, una casa editrice gia’ presieduta da Paola Occhetto. Sull’ origine del denaro, Greganti cita la vendita di quote di un’ azienda torinese, la Eumit, appartenenti al Pci. La Eumit venne creata dalla Ddr. Un finanziamento illecito della Stasi? Oppure un semplice falso in bilancio? L’ indagine di Ielo, a quanto pare, avrebbe imboccato questa seconda pista, che farebbe passare il fascicolo a Torino. A Milano e’ aperta un’ altra indagine, per gli appalti delle Ferrovie, dove spuntano piu’ tangenti versate da Alessandro Marzocco della Socimi a Guido Caporali, consigliere Fs di nomina Pci e grande pentito delle tangenti rosse. Caporali parla di mazzette per 230 milioni e accusa Renato Pollini, ex tesoriere del Pci, che finisce in cella. Lo stesso pentito provoca l’ arresto di Fausto Bartolini, ex rappresentante del Conaco, il consorzio nazionale delle coop rosse dell’ edilizia. Quindi il pm Davigo, per le tangenti Sea, chiede il rinvio a giudizio di Stefanini. Altre indagini sulle tangenti rosse sono in corso in mezza Italia: da Venezia a Palermo. Ma l’ interrogativo di fondo resta aperto: i segretari politici del Pci Pds, da Occhetto a D’ Alema, sapevano? Su denuncia di Craxi, a questa domanda dovra’ rispondere la Procura di Roma. Salvo sorprese milanesi.

Totò DiPietro l’immobiliarista 2°parte

Quella che segue è una seria e particolareggiata ricognizione in tutte le cialtronate di cui Antonio Di Pietro – a proposito di cricche – si è reso magnifico protagonista in passato. È tutto ultra-verificato. L’ho pubblicato su Libero in tre puntate. Soltanto per malati. Ma è tutto verissimo.
Antonio Di Pietro ha sempre avuto avuto un debole per case e casette. Il problema, allora come oggi, è chi fosse a pagarle. L’allora magistrato, dalla fine degli anni Ottanta ai primi anni Novanta, giostrava tra quattro o cinque domicili: il primo lo pagava la moglie, ed era il cascinale di Curno; un secondo lo pagava una banca, ed era l’appartamento di Milano dietro Piazza della Scala, affittato a equo canone dal Fondo Pensioni Cariplo; un terzo lo pagava l’ex suo inquisito Antonio D’Adamo, che gli mise a disposizione una garçonnière dietro piazza Duomo fino al 1994; un quarto appartamento, a Curno, affianco al suo, lo stava finalmente pagando lui: ma coi famosi 100 milioni «prestati» dall’ex inquisito Giancarlo Gorrini. Ci sarebbe anche un quinto domicilio, a esser precisi: Antonio D’Adamo, che al pari di Gorrini gli prestò altri cento milioni, gli mise a disposizione anche una suite da 5-6 milioni il mese al Residence Mayfair di Roma, dietro via Veneto: questo dal 1989 e per almeno un anno e mezzo. Quest’ultimo fa parte del pacchetto di sterminati favori (soldi, auto per sè e per la moglie, incarichi e consulenze per moglie e amici, impiego per il figlio, vestiario di lusso, telefono cellulare, biglietti aerei, ombrelli, agende, penne, stock di calzettoni al ginocchio) che il duo D’Adamo-Gorrini ebbe a favorirgli via via; nulla di penalmente rilevante, sentenziò incredibilmente la Procura di Brescia una decina di anni fa: comportamenti che tuttavia avrebbero senz’altro comportato delle sanzioni disciplinari se Di Pietro non si fosse dimesso da magistrato. A esser precisi: «Fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare», recita una sentenza di tribunale, rimasta insuperata, in data 29 gennaio 1998.
Ma anche i retroscena di acquisti immobiliari all’apparenza normali, come quello della casa di Curno dove l’ex magistrato risiede tutt’ora, rivelano come Di Pietro fosse già Di Pietro.
Un salto ed eccoci al tardo 1984. A Curno, in via Lungobrembo, zona Marigolda, Di Pietro aveva adocchiato un immobile diroccato: una volta risistemato, lui e la sua futura seconda moglie, Susanna Mazzoleni, avrebbero potuto viverci assieme. Fu lei a a contattare il proprietario, Leone Zanchi, un contadino che di quel rudere non sapeva che farsene; ogni intervento diverso dalla cosiddetta «manutenzione straordinaria», infatti, gli era proibito dal piano regolatore. Accettò dunque di vendere il casolare per trentacinque milioni, e il 17 aprile 1985 Susanna Mazzoleni ereditò la concessione edilizia richiesta dallo Zanchi pochi giorni prima, come detto una «manutenzione straordinaria».
La provvidenza farà il resto. La cascina verrà sventrata, ugualmente, dopo l’accidentale crollo di un muro che nottetempo trascinerà con sé tutta la casa. Questo, almeno, scrisse l’architetto Angelo Gotti in data 7 maggio, giorno seguente all’inizio dei lavori che curava personalmente. «Del vecchio fabbricato», notarono due periti comunali, «è rimasto solo il muro a est, la restante parte non c’è più». Susanna Mazzoleni sarà quindi costretta a chiedere di ricostruire tutta la cascina come Zanchi non aveva potuto fare. La provvidenza, appunto. Va da sé che l’ex proprietario andò fuori dalla grazia di Dio, e cominciò a piantar grane tirando in ballo anche Di Pietro. Sulla scrivania dell’assessore competente, Roberto Arnoldi, si materializzò un esposto anonimo di cui non venne fatta copia, né venne passato alle autorità, né finì nel cestino: Arnoldi lo spedì direttamente ai coniugi Di Pietro. Non solo. Arnoldi si fece stranamente attivo e preparò una missiva diretta ai gruppi consiliari, liquidando l’ex proprietario come un beota e parlando di «strumentalizzazione» ai danni del magistrato. Scrisse il 22 maggio: «Di Pietro non risulta tra gli interessati alla concessione, né legato agli stessi da vincoli di parentela». Una bella forzatura, visto che Di Pietro in quella casa andrà a viverci col figlio e con la futura moglie. Ma i particolari curiosi sono altri. Il primo si ricava dalla missiva di Arnoldi: non è lui, infatti, a scriverla, bensì è direttamente l’archietto Angelo Gotti, teste di parte e incaricato dalla Mazzoleni di ristrutturare il cascinale. Assurdo. «Caro Arnoldi», rivela difatti una nota erroneamente dimenticata, «ti trasmetto copia della risposta all’anonimo… non avendo gli esatti indirizzi, ho ritenuto opportuno impostare la risposta in modo tale che tu debba solo far preparare la prima pagina». Fantastico. Secondo particolare curioso: il nome di Arnoldi forse a qualcuno suonerà familiare, perchè nel 1997 diventerà capo di gabinetto dei Lavori pubblici presieduti da Di Pietro. Trattasi di «uel certo Arnoldi», come lo definì l’ex magistrato Mario Cicala, di cui Arnoldi oltretutto prese il posto, che per qualche tempo fu anche una sorta di portavoce di Antonio Di Pietro nei rapporti con la Stampa.
Ma torniamo al casolare. Era passato un po’ di tempo e l’avvocato Mario Benedetti, richiesto di un parere, si dichiarò favorevole alla variante chiesta da Susanna Mazzoleni: purché rispettasse le volumetrie preesistenti. Bocciò, invece, la pretesa costruzione di una serie di garage e lasciò intravedere, comunque fosse andata, la possibilità di una sanatoria edilizia.
I lavori proseguirono a dispetto di qualche rogna. Il sindaco di Curno, Franco Gasperini, si ritrovò due rapporti (16 e 19 dicembre 1988) dove si rilevava «una baracca di legno alta tre metri e mezzo senza autorizzazione del sindaco, d’altra parte mai richiesta». È il capanno degli attrezzi già caro a Tonino Di Pietro, una sorta di leggenda dei tempi di Mani pulite. Il sindaco a quel punto chiese di consultare la «pratica Mazzoleni – Di Pietro», ma «nella ricerca si verificava che era stata fatta un’ulteriore richiesta, del proprietario, di una piscina», scrisse il 30 dicembre, «ma tale fascicolo non veniva ritrovato». Il rapporto di un agente spiegava che risultasse «asportato o trafugato». E’ tutto nero su bianco.
Ma Di Pietro è Di Pietro. Il 3 gennaio 1989 intervenne con una lettera delle sue: «Non ho mai intrattenuto rapporti con alcuno dell’amministrazione comunale… Invito a voler evitare di considerarmi inopinatamente parte in causa… sono venuto a conoscenza che il predetto Zanchi avrebbe riportato frasi calunniose nei miei confronti… sono a richiedervi copia dell’esposto al fine di provvedere a tutelare la mia onorabilità nelle sedi più opportune». Querelava anche allora. E spiegava di non conoscere l’assessore Roberto Arnoldi: anche se nel 1996 lo sceglierà come suo capo di Gabinetto ai Lavori Pubblici.
I documenti scomparsi comunque riapparvero improvvisamente, anche se una nuova perizia, purtroppo, confermava « una costruzione in legno con caratteristiche strutturali tali da violare le norme». Il 25 gennaio venne chiamato a esprimersi un altro avvocato, Riccardo Olivati: dichiarò «sconcerto» per le «sparizioni strane e riapparizioni magiche di documenti» e definì la citata lettera di Arnoldi (quella in realtà fatta scrivere all’architetto Gotti) come «prassi da non ripetere per evitare sospetti di parzialità». E Di Pietro? C’entrava qualcosa? Olivati scrisse che andava eventualmente «segnalato all’autorità giudiziaria», spiegò, solo se «risultasse con prova certa… [che] ha contribuito alla costruzione materiale del manufatto». Il capanno di legno, cioè.
Costruzione «materiale» del capanno di legno. Per fortuna che non era ancora uscita un’agiografia su Di Pietro del 1992 – scritta da giornalisti amici suoi per Pironti editore – laddove si legge proprio questo: «Nella villetta dove abita, a Curno, fin dall’inizio ha progettato e poi realizzato con le proprie mani un capanno degli attrezzi che è il suo regno assoluto e intoccabile».
Per la cronaca: la villetta ha due piani, otto stanze e una taverna.
Verso la fine degli anni Ottanta il nostro magistrato non aveva una fama stupenda: certi suoi trascorsi l’avevano accompagnato sin lì. «Tu gli giri sempre intorno, ai politici, ma non li prendi mai» gli diceva per esempio Elio Veltri, che lo conobbe in quel periodo e che scriverà di lì a poco: «Confesso che qualche volta ho dei dubbi, perché nelle inchieste non arriva mai ai politici. I loro furti sono così evidenti e la loro certezza di impunità così sfacciata, che si fatica a pensare che non si possa incastrarli».
Le perplessità, condivise da molti cronisti giudiziari, erano legate perlopiù alla rumorosissima inchiesta sull’Atm (Azienda Trasporti milanesi) di cui Presidente era il democristiano Maurizio Prada e vicepresidente il socialista Sergio Radaelli. Tra le sigle di un libro mastro delle tangenti spiccavano in particolare «Riva» (che i più ricollegarono a Luciano Riva Cambrin, uomo di Prada) e poi «Radaelli» e «Rad» che era associato spesso a certo «Lupi» (che i più ricollegarono ad Attilio Lupi, uomo di Radaelli). Dunque Prada e Radaelli, pensarono tutti: si era profilato dunque il rischio che Di Pietro incontrasse di giorno gli amici che già frequentava la sera. Prada e Radaelli, infatti, facevano parte di un giro di frequentazioni ad ampio raggio (il sindaco Pillitteri, l’ex questore Improta, l’industriale Maggiorelli, il capo dei vigili Rea tra moltissimi altri) che aveva fatto tappa anche nella casa di Curno dell’allora magistrato, quella descritta nella puntata di ieri. Non mancava, ovviamente, l’industriale Giancarlo Gorrini e tantomeno «Dadone», ossia il costruttore Antonio D’Adamo: che fanno, insieme, più di duecento milioni di «prestito» beneficiato da Di Pietro. E son valori.
Morale: tre giorni dopo che l’impaziente «Repubblica» aveva esplicitato i nomi che tutti aspettavano (Prada e Radaelli) Di Pietro decise di stralciare le loro posizioni dalla sua inchiesta. La posizione di Radaelli, in particolare, sarà poi archiviata su richiesta di Di Pietro. Le responsabilità del cassiere socialista saranno appurate solo qualche anno dopo. Per farla breve: Di Pietro archiviò, ma Radaelli era colpevole.
Perchè questo racconto? Per delineare, quantomeno, un conflitto d’interesse: proprio in quei giorni, quando il gip non aveva ancora accolto l’archiviazione chiesta da Di Pietro per Radaelli, l’allora magistrato ebbe a disposizione un appartamento concesso a equo canone dal Fondo pensioni Cariplo per 234 mila lire il mese, comprese le spese di ristrutturazione: questo in Via Andegari, dietro Piazza della Scala. Un sogno. Siamo nell’ottobre 1988. L’ex sindaco Paolo Pillitteri ha raccontato che Di Pietro si rivolse dapprima a lui, senza successo, ma che gli consigliò di chiedere a Radaelli che allora era consigliere della Cariplo in predicato di vicepresidenza.
Di fatto andò così: il direttore della Cariplo ebbe la dritta per trovare casa a Di Pietro (non si sa ufficialmente da chi) e incaricò un funzionario di provvedere. Quest’ultimo accompagnò Di Pietro in via Andegari, e tutto bene. Venne preparato il contratto che poi venne chiuso in cassaforte. Come si dice: alla luce del sole.
I 20 milioni circa delle spese di ristrutturazione vennero ricaricati sull’equo canone, che salì da poco più di 100 mila il mese a 234 mila. L’assegnazione fu anomala a dir poco: non tanto perché venne ignorata ogni graduatoria d’attesa (nell’Italia dei favori è normale, anche se illecito) ma perché venne saltata di netto l’apposita commissione affittanze, che si limitò a ratificare una decisione calata dall’alto. Il rapporto è ancora lì, anche se non reca il nome del destinatario: è rimasto in bianco.
Parentesi: agli appartamenti del Fondo pensioni Cariplo, allora più di oggi, accedevano solo i raccomandati di ferro. Tra i magistrati, per dire, ne ebbe uno solo il procuratore generale della Repubblica Giulio Catelani. La maggior parte dei magistrati normali (quelli che non ritengono di dover pagare un affitto normale, cioè) a Milano sono raggruppati nelle case comunali di viale Montenero 8. Il Fondo pensioni, inoltre, è pubblico. È regolato con decreto del presidente della Repubblica. Insomma: fu un privilegio da signori concesso dalla Cariplo di Radaelli, grande miracolato dell’inchiesta Atm. E’ un fatto. Penalmente irrilevante, direbbe Di Pietro.
Quella dell’appartamento è una vecchia polemica. Di fronte alle prime malizie, nel luglio 1993, il procuratore capo Borrelli replicò che al Tribunale di Milano esisteva un ufficio che procurava case «ai magistrati che vengono da fuori». Tale ufficio risulta inesistente, e vi è comunque da escludere che fosse adibito a trovar casa ai figli dei magistrati: difatti in via Andegari c’era andato a stare Cristiano Di Pietro, e questo nonostante il contratto vietasse tassativamente qualsiasi tipo di subaffitto. Il magistrato risiedeva appunto a Curno e nel bilocale dormiva solo ogni tanto, quando non tornava dalla moglie o quando non preferiva la pur disponibile garçonnière di D’Adamo, distante poche centinaia di metri. In sostanza, Di Pietro aveva tre case.
La sua difesa, nella circostanza, è stata davvero goffa. «Radaelli», disse in un libro, «non c’entra nulla nella storia della casa… è abitudine, qui alla Procura, che quando viene un nuovo magistrato gli si cerchi una casa». Falso, come visto: Di Pietro ufficialmente stava a Curno. Di seguito ammise di essersi rivolto a Pillitteri e poi alla Cariplo (senza menzionare Radaelli) ma per una casa dove potesse abitare il figlio: «A diciotto anni decisi di prendergli una casa, non potendola comprare». Strano anche questo: proprio in quel periodo si era fatto «prestare» i famosi cento milioni dall’ex inquisito Giancarlo Gorrini sempre per comprare una casa al figlio: Di Pietro l’ha messo a verbale. Difatti la comprò: un lotto a mutuo agevolato a Curno (accanto alla sua, in via Lungobrembo) per centocinquanta milioni in contanti, mai passati per banca: alla luce del sole anche questo. In sintesi, le case sono quattro. Una, a Curno, la pagava la moglie, perlomeno allora. Un’altra, in via Andegari, la pagava la Cariplo di Radaelli. Un’altra ancora, utilizzata da altri come rifugio per scappatelle, era la garçonnière di via Agnello 5, con entrata anche da via Santa Radegonda 8, sopra la Edilgest di Antonio D’Adamo: quaranta metri quadri al sesto piano, all’interno di una torretta piazzata in mezzo a un terrazzone con vista sul Duomo. All’interno, una boiserie rivestita in legno, camera da letto, soggiornino e zona pranzo semicircolare. D’Adamo è l’ex inquisito che «prestò» a Di Pietro altri cento milioni, oltrechè elargirgli vestiti alla boutique Tincati di corso Buenos Aires, un telefono, una Lancia Dedra e altri infiniti privilegi. Aggiungiamo (e fanno cinque) la disponibilità di una suite al recidence Mayfair di via Sicilia 183, Roma, dietro via Veneto: roba da cinque o sei milioni al mese pagati da D’Adamo che staccava assegni anche per i relativi biglietti aerei Milano-Roma-Milano (una quindicina) acquistati all’agenzia Gulliver di via San Giovanni sul Muro.
«La Cariplo», si legge in un vecchio memoriale di Antonio Di Pietro, «ha reso pubblico, con il mio consenso, l’entità effettiva del canone, a dimostrazione della falsità delle accuse di favoritismo». E queste sono balle spaziali. I dati sull’appartamento, in realtà, sono noti solo perché tre giornalisti (lo scrivente tra questi) ci scavarono per mesi. Non fu certo Di Pietro a rendere noto lo schedario degli immobili Cariplo a pagina 531: contratto intestato a Di Pietro Antonio, 65 metri quadri calpestabili (70 commerciali), 230 metri cubi a un canone annuo di 2.817.039, ossia 234.753 il mese. Infine: non è mai stato chiaro perchè Di Pietro, se tutto era davvero lecito o normale, non appena la storia prese a circolare abbandonò l’appartamento in fretta e furia.
All’associazione blindata che gestisce i soldi dell’Italia dei valori – sulla quale sta indagando una procura, anzi due – Antonio Di Pietro ha da tempo aggiunto un terzo soggetto economico: è la società An.To.Cri., una Srl con a capo ovviamente se stesso e come socia l’onnipresente tesoriera Silvana Mura più il suo compagno (o ex compagno) Claudio Belotti, medesimo personaggio cui è intestato l’affitto uno degli appartamenti romani attribuito alla «cricca». L’oggetto sociale della An.To.Cri. Srl sono acquisti immobiliari a raffica. Per capire di che cosa si sta parlando c’è solo da azzardare un riepilogo di tutta l’impressionante sequenza partitica & societaria & familiare & immobiliare dell’uomo che seguita, ancor oggi, a sventolare il vessillo del conflitto d’interessi e della lotta alle commistioni tra politica e affari.
1) Di Pietro nel 1999 acquista due appartamenti tra loro adiacenti a Busto Arsizio – diverranno uno solo – per complessivi 370 metri quadri. Costo: 845.166.000 lire. Di Pietro ha sostenuto di averli rivenduti nel 2004 per 655.533,46 euro.
2) Di Pietro, nello stesso anno, 1999, acquista un bilocale a Bruxelles di 80 metri quadri. Costo: 204 milioni di lire.
3) Di Pietro il 3 gennaio 2002 acquista un appartamento a Roma, in via Merulana, di 180 metri quadri. Costo: circa 400.000 euro. È dove vive durante i soggiorni romani. Il 18 novembre 2002 risulta emessa una fattura di 7200 euro relativa a «Lavori per vostro ordine e conto svolti nella sede sociale di via Merulana 99 Roma, imbiancatura e stuccatura pareti, riparazione idraulica». La fattura non è intestata a Di Pietro, ma a «Italia dei Valori, via Milano 14, Busto Arsizio, Varese». È la vecchia sede del partito. Di Pietro ha sostenuto su «Libero» il 9 gennaio 2009: «A Roma sono proprietario dell’appartamento di via Merulana ove abito quando mi reco lì per ragioni legate al mio lavoro di parlamentare. L’ho comprato prima dei rimborsi elettorali, nel 2001, per 800 milioni di vecchie lire». Ha sbagliato l’anno: l’acquisto è del 2002, quando già percepiva gli odiati rimborsi elettorali.
4) Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, il 19 marzo 2003 acquista o diviene proprietario con sua moglie Lara Di Pietro – è il cognome da nubile, si chiama Di Pietro anche lei – di un attico di 173 metri quadri a Montenero di Bisaccia. Costo: circa 200.000 euro. Antonio Di Pietro ha sostenuto che suo figlio l’ha acquistato grazie alla vendita di un immobile posseduto a Curno, ma dell’operazione, così come descritta, non risulta per ora traccia catastale.
5) Di Pietro il 28 marzo 2003 acquista un appartamento a Bergamo in via dei Partigiani, in pieno centro, di 190 metri quadri. Nello stesso giorno la moglie Susanna Mazzoleni compra un monolocale di 48 metri situato sullo stesso piano. A ciò si aggiungono due cantine e un garage. Costo stimato: tra i 700 e gli 800.000 euro.
6) Di Pietro il 1° aprile 2003 costituisce la società Srl An.To. Cri. (dalle iniziali dei suoi tre figli Anna, Toto e Cristiano) con sede a Bergamo in via Ghislanzoni. Capitale versato: 50.000 euro. Socio unico: Di Pietro. L’anno dopo, nel 2004, si aggiungeranno i consiglieri Silvana Mura e Claudio Belotti. Obiettivo non dichiarato: gestione immobiliare. Di Pietro è quindi a capo dell’associazione privata Italia dei Valori, del partito Italia dei Valori e di questa società di gestione immobiliare. Las Mura lo segue a ruota.
7) Di Pietro il 24 luglio 2004 manda a casa il socio Mario Di Domenico dall’associazione privata Italia dei Valori e lo sostituisce con la moglie Susanna Mazzoleni. A gestire l’intero finanziamento pubblico del partito Italia dei Valori sono quindi i coniugi più Silvana Mura. Si parla di rimborsi per 250.000 euro nel 2001, 2 milioni nel 2002, 400.000 euro all’anno dal 2001 al 2005 e 10.726.000 euro nel 2006. Quasi 20 milioni di euro totali aggiornati all’anno 2007.
8) La An.To.Cri. (cioè Di Pietro, Mura e compagno) il 20 aprile 2004 acquista un appartamento a Milano, in via Felice Casati, di 188 metri quadri. Costo: 614.500 euro. Subito dopo l’acquisto, la società affitta l’appartamento al partito dell’Italia dei Valori per 2800 euro al mese, cifra che va a coprire e superare la rata mensile del mutuo che intanto è stato acceso dalla stessa An.To.Cri. Antonio Di Pietro cioè affitta ad Antonio Di Pietro e Silvana Mura versa soldi a Silvana Mura: i soldi sono sempre quelli del finanziamento pubblico. In concreto significa che Di Pietro, cioè la An.To.Cri., con il denaro pubblico del partito, cioè dei contribuenti, compra casa per sé.
9) La An.To.Cri. il 7 giugno 2005 acquista un appartamento a Roma, in via Principe Eugenio, di 235 metri quadri. Costo: 1.045.000 euro. Subito dopo la società ripete l’operazione milanese: affitta l’appartamento al partito per 54.000 euro annui, che coprono il mutuo acceso nel frattempo. Di Pietro acquista e affitta a se stesso: ma con soldi pubblici. In seguito di articoli di stampa e interpellanze parlamentari che scopriranno l’altarino, Di Pietro nel 2007 deciderà di vendere l’immobile a 1.115.000 euro. Il giochino però continua tranquillamente per l’appartamento milanese di via Casati. A tutt’oggi.
10) Susanna Mazzoleni il 23 dicembre 2005 acquista un appartamento di metratura imprecisata a Bergamo in via del Pradello, in centro.
Nello stesso giorno e nella stessa città e nello stesso stabile acquista un appartamento di 90 metri. Costo complessivo: 400 o 500.000 euro.
11) Di Pietro il 16 marzo 2006 acquista un appartamento di 178 metri quadri a Bergamo, in centro, in via Antonio Locatelli. Costo: 261.661 euro, un incredibile affare regalato dalla cartolarizzazione degli immobili dell’Inail. L’acquisto in precedenza era stato condotto per conto di Di Pietro dal citato Claudio Belotti, il citato compagno di Silvana Mura, e l’aggiudicazione era passata attraverso un ricorso al Tar e un altro al Consiglio di Stato. Anche qui si ripete il giochino: Di Pietro affitta l’appartamento al partito Italia dei Valori, cioè a se stesso, che lo ripaga con soldi pubblici.
12) Di Pietro il 6 aprile 2007 acquista una masseria a Montenero di Bisaccia posta di fronte a quella dov’è nato e che pure gli appartiene. Costo comprensivo di 2 ettari di terra: 70.000 euro per l’acquisto e circa 150.000 per la ristrutturazione. Gestisce l’operazione un’immobiliare del posto che si chiama Di Pietro: nessuna parentela, ma il proprietario è stato consigliere provinciale dell’Italia dei Valori.
13 ) Di Pietro nel 2007 procede alla totale ristrutturazione della masseria di Montenero che il padre Giuseppe gli ha lasciato in eredità negli anni Ottanta. L’ampliamento, sino a 450 metri quadri, prevede una spesa non inferiore ai 300.000 euro. Nella stessa zona, Di Pietro possiede 33 «frazionamenti», ereditati o acquistati da parenti e familiari, per complessivi 16 ettari. I suoi terreni confinano inoltre con quelli che la sorella Concettina ha ricevuto a sua volta in eredità dalla famiglia.
La recente iscrizione di Antonio Di Pietro all’albo degli imprenditori agricoli gli consente, nelle transazioni immobiliari, di scalare le tasse, scendendo dal 20 per cento anche fino all’1.
14) Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, nel 2007 acquista due lotti di terreno totalmente edificabile di 700 metri quadri a Montenero di Bisaccia, valutabili in una villa di 500 metri quadri posta su due livelli. Costo del terreno: 150.000 euro.
15) Di Pietro nel 2008 acquista un appartamento a Milano, in piazza Dergano, di 60 metri quadri. Costo: da 250 a 350.000 euro.
16) Susanna Mazzoleni, lo ricordiamo per completezza, nel 1985 acquistò una casa con giardino a Curno (Bergamo) in via Lungobrembo. Costo del rudere prima di ristrutturarlo: 38 milioni di lire. La storia di quel rudere l’abbiamo raccontata nella prima puntata.
17) Antonio Di Pietro nel 1989, proprio affianco e sempre a Curno in via Lungobrembo, acquistò una villetta a schiera dove visse per qualche tempo suo figlio Cristiano, che in precedenza risultava locatario – irregolare, perché ogni forma di subaffitto era proibita – nel famoso appartamento milanese di via Andegari affittato dal Fondo pensioni Cariplo del socialista inquisito Sergio Radaelli. In una lettera a «Libero», sempre il 9 gennaio 2009, Di Pietro ha precisato che la villetta a schiera di via Lungobrembo è stata «acquistata alla fine degli anni Ottanta e quindi per definizione con soldi non del partito». È vero. I soldi infatti erano dell’inquisito Giancarlo Gorrini (condannato per appropriazione indebita) e corrispondevano al famoso «prestito» di 100 milioni cui si aggiunsero i 100 prestati da Antonio D’Adamo al quale pure Di Pietro si era rivolto parlando dell’acquisto di una casa. Poiché Di Pietro non l’ha scritto, si indica anche il prezzo della villetta: 150 milioni di lire. Ne abbiamo parlato nella seconda puntata.
Ora: i cosiddetti conti della serva andrebbero sempre evitati. Ci sarebbe da conoscere con maggior precisione i prezzi degli immobili, quelli delle ristrutturazioni, il giochino dei mutui e degli autoaffitti, senza contare ciò che non si conosce. Ci sarebbe poi da sapere o da chiarire – perché Di Pietro non l’ha chiarito, non ritiene di doverlo fare, benché personaggio pubblico – il suo possibile ruolo di capofamiglia negli acquisti di case e di terreni da parte dei figli e della moglie. Susanna Mazzoleni è un avvocato benestante, ma il figlio Cristiano è un consigliere provinciale che cominciò a comprare case quando aveva lo stipendio di poliziotto. E comunque fare conti nelle tasche altrui comporterebbe anche il conoscere il tenore di vita di un nucleo complessivo che comprende una coppia, tre figli e un’ex moglie. Pur generica, l’opinione di Di Pietro in merito è stata questa: «Alcuni giocano, altri speculano, altri evadono le tasse e altri ancora girano il mondo o se la godono e si divertono. Io ho preferito e preferisco fare la formichina come mi hanno insegnato i miei genitori». Tuttavia, secondo il il 740 dipietresco dal 1996 a oggi, ha guadagnato in tutto 1 milione di euro netti e ne ha dichiarati circa 200.000 l’anno. Al milione vanno aggiunti i circa 700.000 euro ottenuti dalle querele che ha sporto (e vinto) nonché 954.317.014 lire (praticamente un miliardo) incassati per una donazione della contessa Malvina Borletti una decina di anni fa: soldi che dovevano servire per attività politiche – espresso desiderio della contessa – ma che Di Pietro utilizzò per comprarci delle case. Comunque la si metta, alla luce del giro immobiliare di cui sopra, i conti faticano a tornare.
di Fabio Facci

L’ostracismo della Fiom mette a rischio gli investimenti Fiat in Italia

La sentenza “Pomigliano” mette a rischio gli investimenti di Fiat in Italia. La notizia è di ieri: il giudice di Torino ha deciso di ritenere accettabile la creazione della Newco, ma al contempo ha sentenziato che non è possibile escludere la Fiom dai nuovi contratti. Una sentenza che di fatto apre le porte ai ricorsi individuali da parte degli iscritti alla Fiom nel gruppo Fiat.
La risposta di Sergio Marchionne è stata immediata. L’amministratore delegato della casa automobilistica ha infatti deciso di congelare gli investimenti per la Nuova Panda che dovevano arrivare nello stabilimento di Pomigliano d’Arco. L’investimento di Fiat in Campania non è di poco conto dato che per fare rientrare la produzione della “piccola” torinese erano stati programmati 700 milioni di euro. A questo punto non è solo il progetto Pomigliano d’Arco ad essere a rischio, bensì l’intero piano “Fabbrica Italia” che prevede un investimento totale per raddoppiare la produzione italiana pari a 20 miliardi di euro. Questo decisionismo è tipico di Marchionne, che non aveva avuto dubbi al momento di spostare la produzione della monovolume Fiat da Mirafiori alla Serbia, quando il governo serbo aveva messo sul piatto centinaia di milioni di euro per fare arrivare la casa automobilistica italiana.
Lo stesso affare Chrysler si può dire abbia seguito la via del sussidio. Il governo americano ha deciso di salvare la casa di Detroit nazionalizzando, di fatto, il gruppo automobilistico. Fiat ha saputo cogliere l’attimo ed è entrata in Chrysler spendendo ben pochi soldi e con un trasferimento tecnologico. Un’ottima mossa per l’azienda torinese che, attualmente, si ritrova ad avere una Chrysler in recupero nel mercato americano. Nel primo semestre dell’anno vi è stato un sorpasso significativo. Chrysler ha venduto più auto negli Stati Uniti di quante ne abbia vendute nello stesso periodo Fiat in Europa. Questo cambio è epocale, perché fa ben comprendere che l’azienda, guidata da Sergio Marchionne, è ormai un player internazionale.
La riorganizzazione aziendale di Fiat, avvenuta ieri, va proprio in questa direzione. La creazione di quattro macro-aree evidenzia che la casa automobilistica torinese non è più un’azienda solamente italiana. Le debolezze del gruppo si trovano nei mercati in più rapido sviluppo, Cina e India in primis. In questi due mercati, che sono il futuro dell’auto, l’azienda torinese quasi non vanta alcuna presenza. Le joint-venture con i cinesi e con gli indiani non hanno dato finora i risultati sperati e questa è la fonte di maggiore di preoccupazione. Fiat rischia di essere il quinto o il sesto player sia nel mercato europeo che in quello americano, senza quasi alcuna presenza nei grandi mercati del futuro.
Una buona parte della politica e del mondo sindacale italiano ancora non hanno compreso che Fiat non è più solo un’azienda italiana. È necessario un cambio culturale, dove si favorisce l’arrivo d’investitori esteri in Italia. Non è possibile che l’intera produzione di veicoli in Italia sia legata solo a Fiat. Questo è dovuto ad una politica miope che nel tempo ha favorito un’incentivazione alla domanda tramite il “doping” dei sussidi alle vendite. Così facendo il nostro Paese ora produce meno auto della Repubblica Ceca e un terzo di quante ne produca la Gran Bretagna, che da anni non vede un produttore nazionale sul proprio suolo.
Per attirare gli investimenti è necessario anche un cambio delle relazioni sindacali. Una parte del sindacato lo ha compreso, mentre la Fiom no. Il preseguimento di questa battaglia da parte del sindacato della Cgil avrà la sola conseguenza che Fiat uscirà dalla produzione italiana. Non è infatti un segreto che l’Italia sia una fonte di perdita per la casa automobilistica. La riorganizzazione contrattuale, il famoso “contratto Pomigliano”, permetteva di legare maggiormente il salario alla produttività aziendale. Un fatto positivo che faceva avanzare l’Italia. La sentenza non esclude la possibilità di accettare questa maggiore contrattazione di secondo livello, ma l’ostracismo della Fiom può invece bloccare gli investimenti italiani di Fiat.