Per una nuova forma di pensiero

I tempi e gli uomini sono profondamente mutati, le strutture economiche pure, così il capitalismo finanziario senza briglie e il liberismo spurio dei nostri giorni hanno ormai poco a che vedere con il liberalismo classico delle origini.

Già i fondatori di questa ideologia, Smith, Mill e Ricardo, proposero una concezione «atomizzata» della condizione umana e l’autosufficienza morale dell’individuo, all’opposto dell’idea aristotelica dell’uomo «animale sociale».
Dunque il liberalismo aveva in nuce, dentro di se, i germi dell’isolamento.

L’individualismo spinto che seguì alla sua realizzazione pratica, provocò dunque lo sganciarsi dei destini dei singoli da quelli della compagine sociale, rendendo strettamente private le passioni e gli interessi.

Ma nei secoli passati la borghesia e le sue tradizioni erano ancora molto solide; il loro nerbo attraversava la società come una griglia di sostegno e le comunità erano in grado di reggere il potente urto del libero mercato.

Oggi, di fronte alla disgregazione della classe borghese e del suo portato, mentre il capitale si distacca dalla produzione reale per diventare volatile sui mercati finanziari, le società non sono più capaci di sopportare l’onda e si sfilacciano. In tal modo ci ritroviamo soli nel bel mezzo di una tormenta, senza nessun appiglio, nessun tiepido rifugio.

In secondo luogo, la mancanza di ogni quesito sui fini e sulla loro moralità (che caratterizza drammaticamente i nostri anni) di fronte alla piena realizzazione del dominio mercantile, riconduce tutto alla tecnica e al profitto individuale; affidando le soluzioni sempre e comunque al mercato, re senza corona, sovrano privo di sentimenti, indifferente ai destini delle fragilità umane. Pochi squali egoisti diventano ricchissimi, la moltitudine dei piccoli pesci s’impoverisce, soffre a dismisura; nel frattempo, la mano invisibile che tutto riordina s’inceppa.

Da ultimo, cresce la sfiducia nel sistema, prendono corpo la fuga dalla politica, l’astensione elettorale, la rinuncia ad entrare nell’agone da parte degli uomini migliori: e la cosa pubblica cade spesso nelle mani dei mediocri, dei disonesti, degli inetti mossi solo da avidità.

L’egualitarismo internazionalista (discendente diretto dell’internazionale proletaria comunista), al pari del liberal-capitalismo, mira a precludere, per altre vie, ogni appartenenza identitaria, ci riduce a numeri nel mare magnum dell’umanità, nega ogni differenza
alienandoci di fronte alla globalizzazione e all’ingerenza mediatica. Predica un pauperismo utopico, folle e perdente davanti alle economie emergenti.

La recente supremazia dell’ideologia dei diritti, d’altro canto, ha dato luogo ad una sottocultura imperante che detta le regole, che annulla i doveri ed esalta solo le pretese e i privilegi. In tal modo, l’individuo sradicato ed egoista contemporaneo vanta solo diritti e rinnega ogni forma di risposta sociale. Noi ci opponiamo fermamente a questa degenerazione, sostenendo la tesi di un collegamento organico tra il godimento dei diritti stessi e il dovere; e di un obbligo morale del singolo a contribuire al mantenimento della forma di vita sociale all’interno della quale essi sono goduti. Per noi, il senso del dovere deve tornare ad essere uno dei collanti delle comunità umane.

Il post-fascismo celebra infine i fasti della nazione e l’orgoglio del sangue. Concetti così obsoleti e lontani dall’epoca in cui viviamo che ci sorprende doverne ancora parlare. In un mondo aperto, in cui uomini, cose, idee e informazioni viaggiano alla velocità di un batter d’occhi, è inutile rincorrere forme sociali ferocemente reazionarie, le quali potrebbero solo costituire un palliativo momentaneo all’attuale situazione, e soprattutto, lo potrebbero fare esclusivamente con l’uso della violenza e della repressione.

Le ideologìe citate appartengono al novecento, il secolo breve di Hobsbawm. Dalla fine di esso ai nostri giorni, il lascito variegato di queste forme di pensiero si è fuso in una poltiglia
indefinita che sembra averne trattenuto tutti i difetti ed eliminato i pregi. Ci piace chiamarlo l’ “Infezione”, per la tattica intrinseca che adotta, subdola, spietata, pervasiva e invisibile ai più. Siamo certi di voler continuare a farci dominare da essa e dai suoi interessati manipolatori al potere, come schiavi ciechi e ossequiosi? Oppure è giunto il momento di prender coscienza, di liberarcene (insieme ai suoi padroni) e di affrontare le sfide dell’oggi con strumenti nuovi e più malleabili?

Noi siamo convinti che, giunti a questo punto, sia inevitabile un processo di revisione e sintesi delle vecchie ideologie e la sublimazione di alcune loro parti in una nuova forma di pensiero.
I tempi e gli uomini sono profondamente mutati, le strutture economiche pure, così il capitalismo finanziario senza briglie e il liberismo spurio dei nostri giorni hanno ormai poco a che vedere con il liberalismo classico delle origini.

Già i fondatori di questa ideologia, Smith, Mill e Ricardo, proposero una concezione «atomizzata» della condizione umana e l’autosufficienza morale dell’individuo, all’opposto dell’idea aristotelica dell’uomo «animale sociale».
Dunque il liberalismo aveva in nuce, dentro di se, i germi dell’isolamento.

L’individualismo spinto che seguì alla sua realizzazione pratica, provocò dunque lo sganciarsi dei destini dei singoli da quelli della compagine sociale, rendendo strettamente private le passioni e gli interessi.

Ma nei secoli passati la borghesia e le sue tradizioni erano ancora molto solide; il loro nerbo attraversava la società come una griglia di sostegno e le comunità erano in grado di reggere il potente urto del libero mercato.

Oggi, di fronte alla disgregazione della classe borghese e del suo portato, mentre il capitale si distacca dalla produzione reale per diventare volatile sui mercati finanziari, le società non sono più capaci di sopportare l’onda e si sfilacciano. In tal modo ci ritroviamo soli nel bel mezzo di una tormenta, senza nessun appiglio, nessun tiepido rifugio.

In secondo luogo, la mancanza di ogni quesito sui fini e sulla loro moralità (che caratterizza drammaticamente i nostri anni) di fronte alla piena realizzazione del dominio mercantile, riconduce tutto alla tecnica e al profitto individuale; affidando le soluzioni sempre e comunque al mercato, re senza corona, sovrano privo di sentimenti, indifferente ai destini delle fragilità umane. Pochi squali egoisti diventano ricchissimi, la moltitudine dei piccoli pesci s’impoverisce, soffre a dismisura; nel frattempo, la mano invisibile che tutto riordina s’inceppa.

Da ultimo, cresce la sfiducia nel sistema, prendono corpo la fuga dalla politica, l’astensione elettorale, la rinuncia ad entrare nell’agone da parte degli uomini migliori: e la cosa pubblica cade spesso nelle mani dei mediocri, dei disonesti, degli inetti mossi solo da avidità.

L’egualitarismo internazionalista (discendente diretto dell’internazionale proletaria comunista), al pari del liberal-capitalismo, mira a precludere, per altre vie, ogni appartenenza identitaria, ci riduce a numeri nel mare magnum dell’umanità, nega ogni differenza alienandoci di fronte alla globalizzazione e all’ingerenza mediatica. Predica un pauperismo utopico, folle e perdente davanti alle economie emergenti.

La recente supremazia dell’ideologia dei diritti, d’altro canto, ha dato luogo ad una sottocultura imperante che detta le regole, che annulla i doveri ed esalta solo le pretese e i privilegi. In tal modo, l’individuo sradicato ed egoista contemporaneo vanta solo diritti e rinnega ogni forma di risposta sociale. Noi ci opponiamo fermamente a questa degenerazione, sostenendo la tesi di un collegamento organico tra il godimento dei diritti stessi e il dovere; e di un obbligo morale del singolo a contribuire al mantenimento della forma di vita sociale all’interno della quale essi sono goduti. Per noi, il senso del dovere deve tornare ad essere uno dei collanti delle comunità umane.

Il post-fascismo celebra infine i fasti della nazione e l’orgoglio del sangue. Concetti così obsoleti e lontani dall’epoca in cui viviamo che ci sorprende doverne ancora parlare. In un mondo aperto, in cui uomini, cose, idee e informazioni viaggiano alla velocità di un batter d’occhi, è inutile rincorrere forme sociali ferocemente reazionarie, le quali potrebbero solo costituire un palliativo momentaneo all’attuale situazione, e soprattutto, lo potrebbero fare esclusivamente con l’uso della violenza e della repressione.

Le ideologìe citate appartengono al novecento, il secolo breve di Hobsbawn. Dalla fine di esso ai nostri giorni, il lascito variegato di queste forme di pensiero si è fuso in una poltiglia
indefinita che sembra averne trattenuto tutti i difetti ed eliminato i pregi. Ci piace chiamarlo l’ “Infezione”, per la tattica intrinseca che adotta, subdola, spietata, pervasiva e invisibile ai più. Siamo certi di voler continuare a farci dominare da essa e dai suoi interessati manipolatori al potere, come schiavi ciechi e ossequiosi? Oppure è giunto il momento di prender coscienza, di liberarcene (insieme ai suoi padroni) e di affrontare le sfide dell’oggi con strumenti nuovi e più malleabili?

Noi siamo convinti che, giunti a questo punto, sia inevitabile un processo di revisione e sintesi delle vecchie ideologie e la sublimazione di alcune loro parti in una nuova forma di pensiero.

MAURIZIO GREGORINI

Berlusconi novello Dorando Pietri

Dorando Pietri fu il marciatore italiano che alle olimpiadi di Londra del 1908, avendo tagliato il traguardo sorretto dai giudici di gara impietositi e preoccupati perchè lo vedevano barcollare, fu squalificato e perse la medaglia d’oro.
Il suo nome, però, è ricordato più del vincitore (che dovrei cercare appositamente) e la sua vicenda è nota agli appassionati e sportivi di tutto il mondo.
Mi viene spontaneo accostare allo sfortunato marciatore italiano dell’inizio del secolo scorso, il nostro Premier, Silvio Berlusconi.
Dal 1994, quando “scese in campo” per nostra fortuna e per maggior scorno della sinistra, suscitò speranze e passioni.
La sua proposta politica era non solo accattivante, ma dava anche una casa a quanti speravano in una modernizzazione dell’Italia e, soprattutto, nella difesa contro la “gioiosa macchina da guerra” comunista che sembrava proiettata al governo.
Berlusconi ottenne il governo e se il primo risultato fu colto (impedire l’ingresso al governo dei comunisti) da subito si coalizzarono contro di lui tutte le lobbies, i poteri forti, le consorterie che da una modernizzazione della nazione avevano ed hanno tutto da perdere.
Il resto è cronaca.
Pur osteggiato con sempre maggiore veemenza da tutti coloro che dalla modernizzazione della nazione avrebbero perso privilegi e laute remunerazioni, nonostante i tradimenti di amici ed alleati, il Cavaliere riuscì a vincere le elezioni del 2001, ad interdire la dubbia vittoria dei comunisti a quelle del 2006 ed a rivincere nel 2008.
Purtroppo la sfortuna si è accanita contro la buona volontà di un Premier liberale in economia e conservatore nei valori (come testimonia la buona legge in via di approvazione sul cosiddetto “fine vita” che blocca le velleità dei sostenitori dell’eutanasia più o meno mascherata).
L’attentato dell’11 settembre 2001, lo tsunami economico globale del 2008 e quello giapponese del 2010, hanno imbrigliato le iniziative liberiste e hanno ulteriormente alimentato le aggressive opposizioni delle varie cosorterie.
Ciononostante Berlusconi era riuscito ad arrivare in vista del traguardo.
La crisi economica globale, con la necessità di imporre una cura dimagrante ai costi dello stato, gli ha messo a disposizione l’ultimo giro di pista per dare una svolta liberista alla nostra economia, abbattendo le tasse, tagliando drasticamente la spesa pubblica e privatizzando i servizi.
Purtroppo, mal sorretto (consigliato) nei momenti di debolezza, si è affidato alla sinistra manovrina di Tremonti con le vecchie ricette dell’incremento delle tasse, l’aggiunta di una autentica patrimoniale come è la tassa sui risparmi aumentata al 20% e poi la tassa sui depositi amministrati, tasse sul trading, tasse sul ticket, tasse sulla benzina.
Come Dorando Pietri, Berlusconi è crollato in vista del traguardo e come lo storico marciatore si è fatto sorreggere da chi ha fatto il suo male e non il suo (e nostro) interesse.
E’ uscita così una manovra che, se sarà approvata, rappresenta una autentica porcheria che impedirà, a qualsiasi persona di buon senso di Centro Destra, di votare per Pdl e Lega che hanno, in tal modo, tradito gli impegni elettorali del “non mettere le mani nelle tasche degli Italiani”.
Posso capire e condividere la necessità di una manovra da 40 o più miliardi di euro.
Ma perchè possa essere efficace, doveva essere fatta integralmente di tagli alla spesa pubblica.
Invece, a fianco di una manovra da gabellieri, leggo che vengono assunti dallo stato sessantasettemila ulteriori dipendenti pubblici nella scuola.
I nostri sacrifici vanno così in fumo e ci troveremo fra un anno, due, tre, al punto di partenza: a dover fare una manovra, che sarà di tasse, per contenere il debito pubblico, invece di sforbiciare le spese per non doverle affrontare nei prossimi anni.
Berlusconi ci ha indicato la strada e in buona parte l’ha anche percorsa.
Adesso aspettiamo che un nuovo Berlusconi ne raccolga il testimone e riesca a condurci al traguardo.

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Bioparco by night

Per la gioia dei più piccoli, ma non solo, questa sera apertura notturna straordinaria al  Bioparco di Roma a partire dalle 21.00 per il Safari Night.                  
Bambini e adulti, accompagnati dallo staff zoologico del Giardino, potranno  andare alla ricerca di giraffe, lemuri, tigri e altri animali con la sola illuminazione di apposite torce.          
Il Bioparco ha previsto anche “A tu x Tu con…rettili e insetti“, un’attività di conoscenza sulle caratteristiche biologiche ed etologiche del regno animale quali blatte soffianti, pogone, insetti stecco e pitoni reali.                         
Chiunque può partecipare previa prenotazione obbligatoria al sito www.bioparco.it.
Senza dimenticare di portare con sé una torcia…

Dopo la tempesta finanziaria, il conto dei danni

Se si semina vento, si raccoglie tempesta. E’ il detto popolare che trae linfa dalle mille e mille esperienze fatte in tutti i lati del mondo, ma è anche la sintesi della scellerata diatriba tra maggioranza e opposizione in Italia. Sopra ogni cosa, infatti, ci sono sempre gli interessi nazionali. In Italia dovremmo occuparci un po’ di più della nostra immagine complessiva, invece non lo facciamo. L’interesse nazionale riguarda tutti: ricchi e poveri, potenti e deboli, risparmiatori e sperperatori, politici e apolitici, lavoratori e disoccupati. Se il Paese retrocede, pagano tutti. E’ possibile che dal saldo del conto da pagare si salvino solo i furbi e i disonesti. Non è il caso, però, di render loro soddisfazione e di preoccuparsi per loro, tanto più che alcuni hanno la residenza fuori dai confini nazionali. Giorno dopo giorno, invece, usando anche metodi rozzi, c’è chi, per ragioni di furbizia politica, si è preoccupato di menare discredito sull’Italia, pensando di influenzare così il consenso popolare. E’ stato un metodo insulso per trasferire il confronto politico italiano in ambito europeo, per poterne poi trarre un giudizio di merito negativo da utilizzare in ambito interno. Una carognata, insomma! Un metodo che ha solo finito per mettere in cattiva luce il nostro Paese. La forza devastatrice di un’opposizione pregiudiziale si è manifestata anche quando il governo si prodigava per intervenire a sostegno delle emergenze che sorgevano. Puntare al disastro del Paese non è soltanto folle, ma anche indegno, soprattutto quando ci si preoccupava di non far mancare il sostegno a chi perdeva il lavoro, e quando si raschiava sul fondo del barile per trovare le risorse necessarie ad assicurare un minimo di sostegno ai più sfortunati. Sull’altro piatto della bilancia c’erano il controllo della spesa e gli occhi del mondo, soprattutto di chi era pronto a cavalcare la speculazione. Non è sembrata, così, commendevole un’opposizione, unica tra i paesi industrializzati, che si sia solo preoccupata di fornire una lente d’ingrandimento, spesso deformante, per far emergere anche i problemi che non c’erano. Certo che, nell’immediato, il metodo Prodi, quello di alzare le tasse, poteva essere il percorso più facile, ma la contropartita sarebbe stata pericolosa e poteva minare la ripresa riducendo gli investimenti, soprattutto in uno Stato con la pressione fiscale già al 43,5% del Pil, sotto solo a quella dei paesi scandinavi, senza averne però la struttura sociale e i servizi. Nelle difficoltà di una seria crisi recessiva sui mercati internazionali, legata a doppio filo alla fiducia dei consumatori, nessuno sconto è arrivato dall’opposizione. Diffondere il panico in certi casi può essere come camminare con il cerino acceso nel mezzo di una pozzanghera di benzina. Dell’opposizione non si salva nessuno, neanche quelli che fanno i moderati. Niente è stato risparmiato e sono stati usati tutti i mezzi e i pretesti, persino le ridicole accuse di derive autoritarie, per far cambiar direzione a un vento che invece soffiava a favore di un governo che risolveva i problemi e che aveva il consenso degli elettori. L’Idv di Di Pietro, ad esempio, ha comprato pagine di quotidiani stranieri per diffamare l’Italia. Sono stati “usati” giornalisti di testate europee per far partire dall’Italia corrispondenze con contenuti e giudizi sul Paese e sul Governo che sono apparsi al limite della diffamazione nazionale. La stessa Inghilterra, attonita oggi per lo scandalo delle intercettazioni, ha letto a più riprese sulla sua stampa dell’esistenza di tentativi del Governo italiano di soffocare la libertà di stampa, e solo perché il Presidente del Consiglio, sentitosi diffamato, si rivolgeva alla magistratura per tutelare la sua immagine, o perché la maggioranza chiedeva in Parlamento il rispetto dell’art 15 della Costituzione Italiana (non della legge sulla misura delle banane!) sul diritto alla riservatezza delle comunicazioni tra le persone. Un qualsiasi osservatore neutrale potrebbe con facilità verificare lo stato dell’informazione italiana. E sarebbe sufficiente un solo giorno dell’anno, uno a caso, e fornirsi di una penna e di un foglio di carta, per annotare tutto ciò che dicono in tv e che scrivono i giornali, per capire se c’è il pluralismo e dove ci siano eccessi di faziosità e di pregiudizio. Di fatto c’è che mentre una crisi di proporzioni catastrofiche metteva in serio pericolo le economie dei paesi più forti, l’Italia riusciva invece a tenere ferma la rotta verso l’approdo in acque più meste. Ma più cresceva la meraviglia degli osservatori internazionali per le prove di serietà e di fermezza dell’Italia, e più cresceva la rabbia dell’opposizione, rafforzatasi con il disappunto di chi mirava al peggio per succedere a Berlusconi. Se la buona tenuta del Paese aveva indotto la speculazione internazionale a gettare lo sguardo su altri paesi come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna, per rischiare di far precipitare le cose in Italia sono arrivate: la nuova ondata d’iniziative giudiziarie; la sentenza choc Mondadori; la tenuta della manovra finanziaria; i pettegolezzi sulla permanenza al Ministero dell’Economia di Tremonti; le ipotesi fantasiose di un governo diverso. La morale è che sono gli stessi osservatori stranieri a ritenere insostituibile questa maggioranza e a considerare ogni ipotesi diversa come una pericolosa avventura. Soffiare sul fuoco del tanto peggio è stato ancora una volta un boomerang per l’opposizione, ma anche un danno per l’Italia. Gli analisti economico-finanziari sostengono che in pochi giorni l’Italia si sia già giocata sui mercati buona parte della prossima manovra. Di certo l’aggressione giudiziaria, le beghe politiche e la stessa fibrillazione interna alla maggioranza non hanno giovato agli interessi del Paese. Di fatto il debito pubblico ci costerà qualcosa di più dei 70 miliardi annui di interessi sui titoli di Stato. La manovra, ora, sarà approvata in tempi rapidi, senza l’estenuante ostruzionismo e, si spera, senza lo strapparsi le vesti in Parlamento. Nelle sue pieghe, come rilevato dai sindacati, dall’opposizione e dalla stessa maggioranza, ha questioni da rivedere. Per questo, c’è stata la disponibilità al confronto per modificare ciò che poteva essere corretto, cogliendo così il suggerimento del Presidente Napolitano. Cadono anche tutte le chiacchiere sui tempi, la manovra serve a mantener fede agli impegni presi per il pareggio di bilancio nel 2014, e ogni significato tattico legato alle elezioni nel 2013 è solo un’altra idiozia.

VITO SCHEPISI

Qui ci vuole un modello…

Passata la tempesta borsistica ed approvata la manovra predisposta dal Governo, ci auguriamo con un largo consenso parlamentare, troveremo finalmente il tempo per guardare oltre le turbolenze finanziarie che continuano a segnare gli orizzonti europei, immaginando nuovi scenari d’intervento ? La questione è tutt’altro che teorica e riguarda – passateci un termine che può apparire desueto – il “modello” socio-economico, intorno al quale creare le condizioni per una fuoriuscita reale e matura dalla crisi. Sia chiaro – visto quel che è accaduto e sta ancora accadendo – importa poco ricapitolare vecchie scuole e categorie. Più significativo è attrezzarsi per definire nuovi assetti di modernizzazione e di concertazione, in grado di creare un clima sociale, in grado di informare, di dare forma e speranza al sistema-Paese. Mettiamo perciò da parte le definizioni di scuola (liberalismo integrale, protezionismo, keynesismo) e andiamo alla sostanza delle cose, magari con un occhio rivolto verso quello che una ventina d’anni fa si considerava un sistema al tramonto, l’economia sociale di mercato d’impronta renana, a fronte del trionfante modello “neoamericano”, fondato sui valori individuali, la massimizzazione del profitto a breve termine, lo strapotere finanziario. Risultati recenti ci dicono che lavorare per un progetto partecipativo e di autentica integrazione sociale dà buoni risultati sia per la crescita delle aziende e dunque del benessere dei lavoratori ed il giusto profitto del capitale sia, più in generale, per il sistema- Paese. Certo è che un nuovo modello di integrazione socio-economica non si improvvisa. Bisogna averne ben chiare le direttrici essenziali e su di esse lavorare con coerenza, in un attento equilibrio tra rigore e sviluppo, flessibilità e garantismo, capacità di programmazione ed adattabilità. Rispetto al passato ed ai richiami, spesso formali, di scuola, oggi la strada vincente è in un mix attento e complesso, che sappia dare sicurezza (agli investitori, agli imprenditori, ai lavoratori) ed insieme sia capace di collocarsi dinamicamente sui mercati. Questo ha fatto, negli ultimi anni, la Germania. Ha affrontato, con rigore, i problemi di bilancio (anche con misure impopolari come il taglio delle pensioni e dei sussidi di disoccupazione e la riorganizzazione degli uffici di collocamento). Ha reso più agili le relazioni industriali. Ma – nel contempo – ha garantito il mondo del lavoro attraverso un rodato sistema partecipativo, grazie al quale il sindacato e attraverso esso i lavoratori hanno sostenuto “dal basso” la fase del rilancio, attraverso un sistema premiante, costruito a livello aziendale e territoriale. I risultati sono tutti nella crescita “reale” dell’economica tedesca, nella sua capacità di presenza sui mercati internazionali, vecchi e nuovi, in quella competitività di sistema, che rimane il parametro essenziale per determinare lo stato di salute di un Paese, mettendo in primo piano non solo i valori importanti della produzione, ma sostenendoli e corroborandoli con quelli relativi allo sviluppo delle infrastrutture, dell’energia, della ricerca, della formazione, della scuola. Parlare di un “modello” da costruire, a ridosso delle turbolenze borsistiche e magari con il rischio di una loro ripresa, è velleitario ? A noi pare il contrario. E’ mettendo finalmente all’ordine del giorno del Paese non solo la stanca elencazione dei problemi, delle emergenze, dei tagli di bilancio, ma una prospettiva di “lunga durata” che si può sperare di invertire l’attuale congiuntura. E’ alzando il tiro nelle idee e nelle proposte che si può pensare di lavorare con lo sguardo rivolto“al dopo”. Da qui, anche da qui, il compito essenziale della politica, che non può essere solo momento di mediazione, ma anche luogo ideale per ipotizzare nuovi indirizzi, per fissare priorità, per dare obiettivi, per costruire momenti concreti di dialogo e di concertazione, per “rivoluzionare” assetti obsoleti, inadeguati a rispondere al mutare della realtà sociale. Per realizzare tutto questo il rigore e la difesa ad oltranza del risparmio contro le speculazioni sono premesse necessarie ma non sufficienti. Difendersi insomma non basta. Il rischio, passata questa stagione, è di ritrovarsi impreparati di fronte ai prossimi venti di crisi.

MARIO BOZZI SENTIERI

Berlusconi: sveglia !

Leggo e ascolto nei giornali radio una spinta verso un abbraccio generale tra Maggioranza e opposizioni.
In prima fila Napolitano, cui non parrà vero riuscire a portare i suoi compagni nella stanza dei bottoni.
Ci sono giornalisti che, in pieno delirio buonista, ipotizzano una stretta di mano tra Berlusconi e i suoi nemici ma, in cauda venenum, un bel “gabinetto di crisi” presieduto, ca vans dire, da Tremonti.
Non vedono l’ora, insomma, con una scusa o con un’altra, di archiviare Berlusconi.
Perché ?
I poteri forti internazionali intendono, liberandosi di Berlusconi e sostituendolo con la classica mezza figura provinciale ed obbediente che è sempre stata caratteristica del politico italiano, escludere la nostra Nazione dalla partecipazione alle scelte globali e rendere l’Italia un terreno di conquista per la loro avidità.
I poterini forti italiani puntano alla rimozione del Premier per tornare a condizionare la politica ed ottenere da questa i piccoli grandi vantaggi (contributi, sgravi, rottamazioni, elargizioni, imposizione per legge ai cittadini di obblighi di fare e quindi comprare …).
I funzionari della politica puntano a tornare al potere e trasformarsi, ma con i soldi di tutti, in munificenti elargitori di ingenti rivoli di denaro alle proprie clientele.
I magistrati vogliono impedire che il loro potere di interdizione sulla politica venga messo in discussione da uno che “non ci sta” ed ha la forza per non starci.
Purtroppo Berlusconi ha dovuto subire in questa legislatura ogni genere di attacco, culminato persino con quello al patrimonio.
E l’età, che avanza anche per lui, non lo aiuta a reagire come avrebbe fatto il Berlusconi di venti anni fa.
Così dobbiamo sopportare una pessima manovra fiscale di stampo socialista che rinnega non solo gli impegni elettorali del Centro Destra, ma persino l’indirizzo ideale che vorrebbe sempre meno stato nella vita dei cittadini a cominciare da sempre meno tasse.
La scusa della speculazione internazionale fa rivivere folli onanismi come quelli di chi, un deputato Pdl !!! Giuliano Cazzola, invita il governo a prendere esempio dall’Amato del 1992.
Sì, proprio da quel governo che, nottetempo, si infilò nei nostri conti correnti per sottrarci lo 0,6 per mille dei nostri risparmi.
Fosse servito a qualcosa !
Ma neppure per sogno, continuarono le spese clientelari, ringalluzzite e alimentate da quei 120mila miliardi che con simili mezzi Amato mise assieme.
E’ evidente che l’unica riforma che possa riuscire ad abbattere l’enorme debito pubblico ereditato dalla prima repubblica degli Amato e dei Ciampi (ma anche dei Napolitano che negli anni della prima repubblica non era in viaggio sulla Luna, bensì saldamente seduto sulla poltrona di presidente della camera per una intera legislatura) sia quella che riduca significativamente le disponibilità di spesa dello stato, obbligandolo a tagliare massicciamente i suoi impegni finanziari.
Se, con una accise sulla benzina, un bollo sulle automobili di grossa cilindrata, l’aumento delle tasse sui risparmi, sui depositi, sulle transazioni e sui trading bancari, lo stato continuerà ad essere alimentato, i nostri soldi saranno inutilmente bruciati in men che non si dica e saremo di nuovo al punto di partenza.
Ci credo che, in questa situazione, la sinistra esponga la sua maschera dialogante: quando mai un governo di Centro Destra si mette a fare una politica di sinistra, consapevole di perdere voti e perseguendo, scientemente, quella strada infernale ?
Berlusconi: sveglia !
Ti e ci chiedono di stringere la mano (politicamente) a qualcuno di sinistra, ci chiedono coesione e condivisione, ma quello è un abbraccio mortale per te e per noi.
Mai e poi mai si può condividere un percorso con la sinistra, per nessun motivo al mondo perché le loro aspirazioni sono in totale conflitto con le nostre e con quel progetto ideale di società che appartiene al Centro Destra.
Noi vogliamo un’Italia
LIBERA
INDIPENDENTE
SOVRANA
RICCA
SICURA
ORDINATA
ETICA
IDENTITARIA
TRADIZIONALISTA
GIUSTA
di CITTADINI liberi e non di sudditi spiati e irregimentati.
Il loro obiettivo è incompatibile con il nostro, perché la loro Italia è
ASSERVITA ALL’ONU E ALL’ EUROPA
VIZIOSA
NICHILISTA
RELATIVISTA
PRIVA DI VALORI
MULTIETNICA
SOCIALISTA
SPIATA E SPIONA
PAUPERISTA
GIUSTIZIALISTA CON I NEMICI DELLA SINISTRA E IPERGARANTISTA CON GLI AMICI DELLA SINISTRA
dove i cittadini sono SUDDITI, obbligati da divieti e sanzioni a fare ciò che il nuovo, crudele, invadente principe, lo stato, impone loro.
Impossibile stringere la mano o condividere alcunché con costoro.
Berlusconi: svegliati e cambia la manovra imposta dai poteri internazionali, gli stessi che attaccano la nostra economia per sbarazzarsi di te e di un’Italia forte e presente sullo scacchiere mondiale.

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Milano: uno sguardo sul futuro ?

Prima di partire per le vacanze ho trascorso, dopo alcuni anni, tre giorni consecutivi a Milano.
Con tutto il rispetto possibile per gli amici milanesi, a cominciare dai due che mi hanno gradevolmente ospitato a cena nelle due serate trascorse a Milano, il capoluogo lombardo non mi è mai piaciuto.
Ma quello che ho potuto vedere durante la breve permanenza della settimana scorsa, mi ha ancor più convinto dei precedenti sentimenti.
A parte la metropolitana (unica infrastruttura che invidio e che farebbe comodo anche a Bologna dove l’abbiamo persa per colpa della presunzione del cremonese Cofferati, sindaco per una sola stagione, ma che ha fatto danni per una intera generazione) il resto lo lascio tutto a Milano.
Il caos del traffico di superficie, come la incredibile fauna umana di cui è ora popolata la città.
Il wwf dovrebbe intervenire con urgenza per mettere i milanesi doc come specie protetta.
Ma anche l’etnia italiana, in certe zone e dopo le 19-20 mi sembra in via di estinzione.
Spero che almeno nei caratteristici locali sui Navigli si possa ancora respirare l’aria delle vecchia Milano.
Ma ho molti dubbi.
L’invasione degli immigrati, persone di colore e tratti somatici diversi da noi e anche tra loro, è massiccia.
Già all’uscita della stazione centrale, in un’ora di pieno giorno, si è costretti a passare attraverso forche caudine di personaggi che bighellonano con aria minacciosa e chiedono un’offerta, in cambio di niente (si arriva al punto di rimpiangere i vù lavà e i vù cumprà !!!) con insistenza naturalmente rapportata al numero ed al sesso dei passanti.
La sera, dopo cena, anche strade come corso Buenos Aires diventano frequentate pressochè esclusivamente da stranieri e se, non lo metto in dubbio, vi sono ancora locali nei quali poter passare una più che piacevole serata, questi sono sorte di oasi, discretamente blindate.
Ma quando si esce … hic sunt leones.
Tornando quindi in hotel ho stramaledetto la legislazione italiana che vieta di potersi portare appresso un’arma se non con un permesso che segue una analisi pressochè insuperabile.
Naturalmente i criminali detengono un’arma illegalmente e, così, chi rispetta la legge rischia di essere doppiamente becco e bastinato.
Capisco quindi i milanesi che, vedendo la decadenza e la devastazione della loro città, si siano astenuti dal confermare la Moratti a sindaco.
Anche io non l’avrei votata se, in aggiunta ai pass per entrare in centro, alle sue partecipazioni alle manifestazioni antifasciste, alla sua presa di distanza dai manifesti dell’Avv. Lassini, avessi registrato lo stato pietoso della mia città.
Non basta l’immagine, girare per il mondo a fare pubblicità, occorre anche e soprattutto che un sindaco si occupi del benessere e della sicurezza spicciola dei propri cittadini.
I milanesi hanno però risposto male, cadendo dalla padella alla brace ed eleggendo un sindaco che appartiene a quella parte politica che lungi dall’assumere provvedimenti draconiani contro la proliferazione dell’immigrazione, preferisce appioppare tasse ai cittadini per “accogliere” gli immigrati e dotarli di ogni confort, inducendoli all’idea che tutto sia loro dovuto.
A Milano ci tornerò, per forza di cose e spero di sbagliarmi.
Ma se Milano è il futuro delle nostre città, tra no tav, accoglienza degli immigrati, no nucleare, no privatizzazioni, nuove pretese femministe (quel gruppo che si è riunito ieri a Siena pretenderebbe una estensione dei benefit per la maternità a carico “della fiscale pubblica”: hanno proprio scelto il momento giusto !) vedo intaccare il mio tradizionale ottimismo sul futuro dell’Umanità.

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Una cura dimagrante per il san Nicola di Bari?

La domanda che sorge spontanea è cosa ci sia dietro. Non era mai capitato, fino ad ora, di dover pensare ad una dieta ipercalorica per ridurre le dimensioni d’un corpo. Si tratta dello Stadio San Nicola di Bari, costruito nel 1987, su Progetto dell’architetto di fama mondiale Renzo Piano, per ospitare una semifinale del mondiale di calcio Italia ’90. L’amministrazione comunale s’è accorta che è troppo grande e che ha costi di gestione troppo alti e vorrebbe metterlo a dieta. Il san Nicola è uno stadio ancora nuovo, realizzato con tecnologie moderne, con ampi spazi e con una capienza di circa 60.000 posti. E’ una struttura sportiva, con ampie zone di parcheggio circostante, ben integrata in un ambiente di verde tipico rurale della campagna pugliese (prevalentemente alberi di ulivo), alternato da agiati spazi residenziali realizzati nel verde con un basso coefficiente edilizio. La collocazione gode di collegamenti agevoli con la rete viaria di grande comunicazione (uscita dell’autostrada e circonvallazione nord-sud di Bari) e comodamente raggiungibile da tutte le zone della città e della provincia. La zona dello Stadio, inoltre, del tutto al di fuori della viabilità tipicamente urbana, e quindi dal caos del traffico, è a ridosso di insediamenti residenziali con un’alta quotazione commerciale degli immobili. E’ facile pensare, pertanto, che la valorizzazione della zona possa influire pesantemente sulle quotazioni immobiliari fino ad ipotizzare una netta moltiplicazione del valore di mercato delle aree circostanti. Il San Nicola, alle soglie degli anni 90, è costato 100 miliardi di vecchie lire, ma ha lasciato in piedi pendenze per 18 milioni di Euro. Tanto è stato stabilito dal Tribunale di Bari, su istanza del consorzio Stadium che aveva chiamato in causa il Comune, per farsi riconoscere i maggiori costi dovuti alle varianti ed ai ritardi causati dall’Amministrazione, in un contenzioso che dura da oltre 20 anni. Il Comune di Bari ha allo studio, pare avanzato, un progetto per differenziare l’utilizzo dello Stadio e per ridurre la sua capienza da 60.000 a 40.000 posti. Le motivazioni addotte sono gli alti costi di gestione e lo scarso utilizzo della struttura (quasi esclusivamente le partite giocate in casa dalla squadra del Bari che, tra l’altro, il prossimo anno gareggerà nel campionato di serie B). L’idea è quella di spendere un centinaio di milioni di euro, ma si sa come vanno certe cose, si parte con cento e si finisce con lo spendere il doppio e, come è già capitato, col trascinarsi contenziosi che durano decenni. Così che ne possano trarre godimento anche gli studi legali, quasi sempre gli stessi, mentre a pagare il conto saranno sempre gli stessi contribuenti. Dalle anticipazioni dell’assessore comunale Elio Sannicandro ci è dato di sapere che è stato sottoposto al parere dell’Architetto Renzo Piano uno studio di fattibilità su un progetto di riutilizzazione della struttura, con la riconversione di alcune parti in edifici da adibire a Hotel (due a cinque stelle), a ristoranti (due), oltre ad un centro commerciale ed ad un parco giochi. Le modifiche sottrarranno all’attuale complesso, oltre ai 20.000 posti, anche l’utilizzo della pista di atletica. Per ridurre i costi per la manutenzione (ma sarà proprio così?) si pensa di spendere duecento volte tanto, ma si soddisfano gli appetiti dei palazzinari di Bari. Basterebbe informarsi su chi sono le imprese che hanno in atto lottizzazioni nei pressi dello Stadio per farsi un’idea, come non è difficile immaginare quali imprese realizzeranno e gestiranno le nuove opere.
Le famiglie dei palazzinari di Bari sono tutte numerose, anche se è difficile pensare che siano anche bisognose. Hanno una caratteristica, però: non fanno mai la dieta.
Vito Schepisi

Verso una nuova Età della Pietra

Ormai, lo sappiamo, in molte scuole si permette agli alunni di fare i conti e le varie operazioni aritmetiche con le calcolatrici tascabili.
Ma questo è un sistema diseducativo perchè disincentiva l’uso del cervello sia pur per fare una semplice addizione o divisione.
Insomma, i giovani di oggi, forse, saranno in gamba ad usare cellulari, computer, tascabili […]