Salta l’ikea…

Pisa – Da tempo Ikea ha in mente di allargare la propria rete di vendita in Italia aprendo un magazzino in provincia di Pisa. Sarebbe il secondo in Toscana, dopo quello di Firenze. Individuata l’area – nel Comune di Vecchiano (a Migliarino Pisano, per l’esattezza) – sono partite le trattative con gli amministratori locali. Trattative estenuanti, sei anni, che alla fine hanno prodotto un buco nell’acqua: niente da fare per gli svedesi. A Vecchiano lo stabilimento non s’ha da fare. Problemi burocratici. O meglio, l’incapacità da parte degli amministratori locali di sedersi a un tavolo per trovare un compromesso accettabile con chi, investendo tanti soldi e portando centinaia di posti di lavoro, ovviamente desiderava avere qualche garanzia (parcheggi, viabilità, ecc.). La rottura della trattativa è stata motivata dalla stessa Ikea lo scorso maggio: “L’eccessiva dilazione dei tempi di decisione da parte delle autorità locali”. Una storia che ha dell’incredibile. Infinite lungaggini burocratiche e politiche hanno bloccato un investimento da 60 milioni di euro, con la realizzazione di un negozio di circa 20mila metri quadrati con annesse infrastrutture viarie e la creazione di circa 350 posti di lavoro.
Clamore internazionale. Il caso della mancata apertura dell’Ikea in provincia di Pisa è finito anche sull’International Herald Tribune. Viene citato tra gli esempi della “scoraggiante via per la prosperità” dell’Italia. L’articolo si sofferma su una serie di casi e di interviste ad imprenditori italiani sulla burocrazia e sulla politica italiana come freno all’economia. A proposito del caso Ikea si legge nell’articolo che “sei anni fa il gigante Ikea pianificò di aprire un magazzino da 60 milioni di euro a poche miglia dalla torre di Pisa ma poi le cose si sono ingarbugliate come succede spesso in Italia dove burocrazia e politica schiacciano l’economia”.
Si cerca di correre ai ripari. Tanto clamore non poteva passare inosservato. Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, è corso subito ai ripari per cercare di limitare i danni e far capire al colosso svedese che qualcosa si poteva ancora fare. Rossi si è prodigato in prima persona, in un faccia a faccia con l’amministratore delegato di Ikea Italia, Lars Peterson, per convincerlo a non abbandonare l’idea di investire sulla costa toscana. Gli svedesi hanno fatto finta di nulla, rispetto ai pesci in faccia presi sino ad ora, e si son detti disposti a prendere in considerazione nuove soluzioni per la costruzione del loro punto vendita. Non lontani dalla zona che piaceva a Ikea ci sarebbero almeno tre alternative, tre i comuni interessati: Pisa, Cascina e Collesalvetti. Ma l’Ikea fa gola a molte altre amministrazioni locali. Per fortuna, infatti, non tutti ragionano coi paraocchi e sono ancora in grado di ragionare con lungimiranza, evitando di mandare all’aria una buona opportunità di sviluppo economico.
Un no anche in provincia di Torino. Il caso di Pisa non è il solo. Cinque anni di lavoro e trattative non sono bastati per l’apertura del secondomagazzino dell’Ikea a Torino. In questo caso a dire no è stata la Provincia.

Pericolo consociativista

Da alcuni giorni avevo osservato un cambiamento nella linea politica de Il Resto del Carlino, le cui pagine nazionali, peraltro, fanno parte, con Il Giorno e La Nazione, del Quotidiano Nazionale che, nel complesso delle tre testate, rappresenterebbe il terzo giornale politico per diffusione, dietro al Corsera e a Repubblica.

Il Resto del Carlino, Qn, ha sempre tenuto una posizione indipendente, tipica di un editore puro come Monti/Riffeser, anche se orientativamente più disponibile a recepire le idee liberiste in economia.
Il quotidiano, tra l’altro, non era afflitto dal virus dell’antiberlusconismo, per cui evitava di lanciarsi nei pettegolezzi spionistico-giudiziari ostili al Premier ed era pertanto da considerare quanto di più vicino all’imparzialità ci possa essere in Italia.
Per tale motivo a sinistra, a Bologna, hanno sempre dileggiato chi legge il quotidiano locale che, poichè non favoriva i loro interessi, era qualificato “di destra”.
Forse anche nel ricordo di quel Resto del Carlino dei primi anni settanta, mirabilmente diretto da Girolamo Modesti, fieramente e ferocemente anticomunista, sul quale mi sono formato nella mia adolescenza e che tuttora rimpiango.
Ma il Resto del Carlino, Qn, di oggi manifestava una tendenza all’imparzialità.
L’edizione online, forse per accattivarsi le simpatie di un pubblico della Rete in maggioranza di sinistra (alcuni dicono perchè a sinistra vi sono più perditempo …) ha una connotazione più di sinistra, evidenziata dai blog dei giornalisti che cavalcano demagogicamente ogni critica verso il “potere”, sui “costi della politica”, salvo però non fare alcuna menzione dei contributi pubblici alla stampa che alterano il libero Mercato e che i giornalisti dovrebbero, prima di criticare i “costi della politica”, rifiutare e restituire allo stato.
Ho usato il passato per l’edizione cartacea perchè da alcuni giorni ho notato un cambio di linea.
Articoli critici verso il Governo che sposano le posizioni dei “poteri forti” e interventi elogiativi verso il Napolitano che tracima dai suoi compiti.
Oggi, però, con l’editoriale del direttore Pierluigi Visci, la metamorfosi del “mio” quotidiano preferito (che comunque continuerò ad acquistare trattandosi del giornale della città in cui vivo come, prima di me, persino quando era diretto da Enzo Biagi, ha sempre fatto mio padre) si è completata.
Con il titolo “Lo spread del Governo“, dopo aver sparso pessimismo a piene mani sul futuro della nostra economia, invocato un Governo forte che possa prendere decisioni impopolari (che puzzano tanto di patrimoniale, un deja vu sull’infame prelievo forzoso direttamente sui nostri conti correnti come quello di Amato – più volte negli ultimi giorni citato ad esempio di “buon governo”: sic ! – del 1992) ecco che il direttore del Carlino giunge alla formuletta, panacea di tutti i mali: un governo larga coalizione.
Prendendo, come spesso accade in Italia, ad esempio il peggio di quel che accade altrove, in questo caso in Germania.
Visci dimentica che una maggioranza di “larga coalizione” la abbiamo già sperimentata nel 1976-1979 e fu un fallimento.
Non fece riforme, non risolse i problemi dell’economia, anzi ci mise ampiamente del suo per incrementare il debito pubblico che oggi ci troviamo sul groppone.
Era la maggioranza che sosteneva il governo della “non sfiducia” di Giulio Andreotti.
Era la maggioranza di tutti i partiti del cosidetto “arco costituzionale” quella aberrazione politica che escluse “a prescindere” il solo Msi di Almirante dal potere, per consentire agli altri sei partiti, in primis Dc e pci, l’assalto alla diligenza del bilancio statale, elargendo qualcosa per ogni singola clientela ed alla sistemazione nel pubblico di tanti amici degli amici e compagni dei compagni.
Le parole dell’editoriale de Il Resto del Carlino suonano parallele, in modo inquietante, con quelle pronunciate dalle opposizioni, pronte (bramose ?) a saltare al governo, anche assieme al Pdl e alla Lega (o uno dei due) purchè venga cancellato Berlusconi, unica condizione che pongono.
Ho già commentato “l’appello” di industriali, sindacati e banchieri alla “discontinuità” che secondo me è la espressa volontà di una ripresa dei contributi pubblici per dare soddisfazione alle rispettive clientele.
Viene sempre più diffusa la singolare teoria di Amato per un prelievo forzoso di ben tremila euro ai “venti milioni” di italiani più facoltosie dove li trova “venti milioni” di Italiani così facoltosi ?
Siamo sessanta milioni, quanti saranno attivi sul lavoro ?
Escludendo i bambini e i ragazzi che studiano, le casalinghe, i disoccupati, i pensionati … mi sa che “venti milioni” si possa raggiungere solo colpendo tutti, ma proprio tutti, i lavoratori.
Indipendentemente dal loro reddito effettivo.
E’ la classica minchiata socialista di un signore che ha da tempo perso il contatto con la realtà quotidiana e che già venti anni fa si era reso colpevole (impunito) di un analogo prelievo forzoso contro gli Italiani.
Ma l’impressione che ho è che la “grande coalizione” vagheggiata adesso (purtroppo) anche da Il Resto del Carlino, altro non sia che una nuova stagione di gabelle contro gli Italiani, cui presentare il conto di posizioni di rendita e privilegio alle quali non si vuol rinunciare.
Temo che lo spirito sia quello stesso, ancora osteggiato dal gruppo del Tea Party, che negli Stati Uniti vorrebbe trovare un “compromesso” sulla base di un aumento del debito pubblico, senza aumento delle tasse, ma anche senza tagli di spese.
In sostanza un aumento contabile che moltiplica l’indebitamento e ribalta sulle future generazioni il problema.
Da noi si andrebbe ancora peggio.
Si depaupererebbe la ricchezza privata con una infame patrimoniale, giustificata dalla “larga coalizione” per conservare tutte le spese clientelari e, forse, incrementarle per accogliere le richieste delle nuove lobbies.
Dopo il 1979, dopo i governi della “non sfiducia”, si crearono i presupposti per la ribellione civile degli Italiani con la nascita e la crescita della Lega.
Mi auguro che oggi, invece, Lega e Pdl abbiano la forza per respingere le sirene dei “poteri forti” e con esse ogni tentazione di coalizzarsi in modo aberrante e innaturale con i comunisti ed i loro caudatari, atto che provocherebbe la inevitabile diaspora di molti di noi verso lidi (voti) più sicuri sul piano identitario e anticomunista.
L’Italia ha le risorse per risolvere, una volta per tutte, i problemi finanziari di bilancio.
Tagliare le spese e abbattere le tasse per dare più denaro, non per sottrarne, a tutti gli Italiani.
Abbiamo un patrimonio artistico unico al mondo, tutto di proprietà pubblica, immobilizzato e che non rende in modo adeguato, anzi ha costi ingenti di manutenzione.
Vendere il Colosseo, le Due Torri, i monumenti storici, ma anche la Rai … ci permetterebbe di pareggiare il bilancio e, magari, di vederli gestiti in modo efficiente e produttivo.
Dopo sarebbe “sufficiente”, azzerare le spese clientelari (a cominciare magari dai contributi alla stampa) e tagliare le sin troppe tasse che ci opprimono.
Sarebbe una rivoluzione liberista attuabile solo a maggioranza, perchè le opposizioni che, massimamente, traggono beneficio dalle consolidate clientele pubbliche, non potrebbero mai approvarla, come mai nessuno è disponibile ad armare l’arma che può ucciderlo.
L’alternativa della “grande coalizione” invece lascerebbe i problemi irrisolti, rimandandoli solo di uno o più anni.
Chi la propone ha solo delle posizioni da difendere e non vuole il bene dell’Italia, perchè, come sempre, a qualsiasi latitudine, con la sinistra al governo si danneggia solo il Popolo, ingannato con le parole e impoverito per legge nei fatti.

Entra ne

Ops…

… e si sbrigano persino a farcelo sapere.
Norvegia cresce il consenso dei lburisti. Dopo la strage di Oslo la formazione al governo ha incrementato di ben 11 punti il suo consenso
MILANO – La strage di Oslo porta consensi al partito labusista norvegese. Secondo un recente sondaggio pubblicato nel paese scandinavo, la popolarità della formazione al governo sta conoscendo un livello altissimo di popolarità.
SONDAGGIO – Il partito del primo ministro Jens Stoltenberg ha raggiunto il 41,7% dei consensi, secondo questa indagine svolta tra il 29 e il 30 luglio, con un incremento di 11,1 punti percentuali rispetto allo scorso mese di giugno. Il Partito del progresso (destra populista), a cui faceva riferimento l’autore degli attacchi Anders Behring Breivik, ha invece registrato un calo di tre punti percentuali, scendendo al 16,5%. I conservatori, da parte loro, hanno perso quasi cinque punti passando dal 28,5% di giugno all’attuale 23,7%. Il sondaggio è stato svolto dall’istituto Synovate, contattando 500 persone in rappresentanza della popolazione norvegese.

Si mormora che…

… primavere arabe gloriose e glorificate e fondamentalismo islamico che avanza.
La primavera araba regala Sharm ad Al Qaida di Gian Micalessin
Sharm El Sheik addio. A sei mesi dalla rivoluzione costata il posto a Hosni Mubarak il villaggio vacanze del Mar Rosso più amato dagli italiani è una cittadella della paura, una Fort Alamo circondata dai terroristi, un paradiso dove un soggiorno può costare la vita. Sicura non lo era mai stata. Nel 2005 le bombe degli attentatori suicidi infiltratisi tra gli hotel a cinque stelle avevano dilaniato 88 persone, tra cui 6 nostri connazionali.
Ora la situazione è decisamente peggiorata. Dopo la deposizione del Faraone, che nella villa di Sharm El Sheik attende malato il processo, la penisola del Sinai è diventata una roccaforte del terrore fondamentalista. Per capirlo basta una scorsa alle cronache dell’attacco di venerdì sera ad El Arish, il capoluogo con 130mila abitanti nel nord della penisola, e dell’attentato messo a segno ieri contro il terminal del gasdotto che rifornisce Israele. L’attentato al gasdotto è il terzo in pochi mesi e non rappresenta più una grande novità. Conferma solo l’incapacità delle forze egiziane di controllare il territorio. Quel che invece stupisce per modalità, violenza e intensità è la scorreria alqaidista ad El Arish.
Un assalto in piena regola condotto da un plotone di 400 militanti integralisti che per sei ore tengono in scacco poliziotti e militari occupando il capoluogo del Sinai e martellando con una batteria di cinque mortai la caserma della polizia. Secondo i resoconti ufficiali il bilancio è di sei vittime, tra poliziotti e civili, e di 19 feriti. Ma la realtà potrebbe essere molto più tragica visto che per evacuare morti e feriti sono volati sul posto due aerei Hercules. Per capire la gravità dell’offensiva al qaidista basta leggere le testimonianze degli abitanti di El Arish. Tutto inizia alle sei di sera di venerdì quando una colonna di auto, moto e camion entra in città trasportando centinaia di militanti armati. Sui mezzi sventolano le bandiere nere di Al Qaida con la scritta «Non c’è altro Dio al di fuori di Allah». Ugualmente nere sono le divise dei militanti, ma quel che più spaventa è la loro capacità di fuoco. Il battaglione terrorista oltre a sparare con i classici kalashnikov e lanciarazzi anticarro dispone di almeno cinque mortai montati sui cassoni dei camion. La reazione delle forze di sicurezza è invece inesistente.
Mentre i poliziotti si barricano nella caserma i militanti – ormai padroni della città – piazzano i mortai e bersagliano il caposaldo governativo tenendolo sotto tiro per diverse ore. Mentre El Arish brucia i due battaglioni dell’esercito dispiegati nella Penisola impiegano sei ore per ingaggiare gli assalitori e sloggiarli dalla città. Una prova non molto incoraggiante. Il ritorno dei militari nel Sinai – in deroga all’accordo di pace del 1979 che ne esclude la presenza – era stato concesso da Israele proprio per prevenire l’infiltrazione terroristica.
Più grave dell’insipienza delle forze di sicurezza egiziane è però l’esistenza di quel piccolo esercito terrorista ritiratosi dopo l’assalto ad Arish nel cuore del deserto. Secondo gli abitanti di El Arish pochissimi di quei truci militanti in nero – sorpresi a chiedere informazioni per spostarsi da una parte all’altra della città – erano egiziani o beduini. Tutto dunque conferma i rapporti d’intelligence israeliani secondo cui nei mesi scorsi almeno 400 militanti stranieri hanno approfittato degli scarsi controlli alla frontiera egiziana per infiltrarsi nel Sinai e unirsi alle cellule Al qaidiste nate con l’appoggio dei clan beduini in conflitto con il governo…. I beduini erano stati gli artefici degli attentati del 2005 a Sharm El Sheik e di quelli del 2004 a Taba e del 2006 a Dahab sempre nel Sinai. Attorno al nocciolo duro dei beduini, impareggiabili conoscitori di sentieri e oasi del deserto, si è ora formata una piccola legione straniera forte di centinaia di uomini dotati di armamenti pesanti. Un esercito accampato sulle dune intorno a Sharm El Sheik e pronto a trasformare in prede i turisti innamorati del Mar Rosso e della sua barriera corallina.

Cultura finanziaria 1

Previsioni in corso di realizzazione
Avvertenza:
l’articolo è stato pubblicato da Reuters il 3 febbraio 2009
Contrariamente a quanto pensa la gente del nostro tempo, è assai probabile che in futuro Bush verrà ricordato come uno dei più grandi presidenti americani: almeno per il popolo dei suoi meno abbienti. Sotto nessun presidente americano, infatti, è avvenuta la redistribuzione di ricchezze tra ricchi e poveri, come è avvenuta sotto di lui. La casa, che sarebbe stata un miraggio per molti, è diventata di possibile acquisizione da parte loro, grazie allo spiraglio aperto dall’imperizia, negligenza e approssimazione con cui sono stati loro erogati i mutui ipotecari. Una pratica, questa, che è stata possibile attuare sotto le ultime presidenze, e che con Bush è continuata imperterrita e in maggior misura. Analogo discorso va fatto per le carte di credito. Si scrive che ogni americano sia indebitato per 9000 dollari e, quando verrà conclamata l’impossibilità di pagare i debiti, da parte dei meno abbienti, che hanno speso tutto il possibile loro concesso, senza avere il benchè minimo requisito di solvibilità, scoppierà un altro bubbone, del quale sono tuttora inimmaginabili le conseguenze sul sistema finanziario mondiale.
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Era già nelle previsioni delle cose, e Federico Rampini ne ha fatto il punto centrale attorno cui ruota il best seller L’Impero di Cindia. L’analisi “Global Trend 2025” del National Intelligence Council, secondo una notizia riportata ieri sera da Reuters, dice che “nei prossimi vent’anni diminuirà il peso politico ed economico degli USA e il mondo diventerà più pericoloso. Ci sarà scarsità di cibo e acqua, mentre invece ci sarà abbondanza di armi”.
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Com’è facile supporre, la crisi fianziaria di Wall Street segnerà l’inizio di un ribilaciamento dell’economia globale, e il dollaro perderà il ruolo di valuta leader nel mondo, e il suo progressivo indebolimento la farà diventare “moneta prima tra pari”. E così, parità è stata fatta. Una parità non desiderata dalle nostre aziende esportatrici, abituate a vivacchiare trattando affari sempre in dollari americani, anzichè “inventare baratti” con altre valute “diventate nel frattempo forti”.
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Si vociferava già da tempo, molto tempo prima dello scoppio dei mutui subprime, che la “faccenda” era pericolosa e disastrosa, e si vocifera da tempo che prima o poi scoppierà anche il caso delle carte di credito americane, masse di gente che ha speso soldi che non aveva e che non sarà mai in grado di avere.
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Bush sapeva e non ha voluto o potuto fermare o frenare per tempo quel processo di indebitamento con “rientro a babbo morto” da parte delle sue classi meno abbienti, quelle masse dotate di scarse risorse. Ha lasciato fare, contando sullo “stellone americano”: quella fiducia di cui godeva nel mondo la sua valuta. E così “avvenne” che chi ha dato ha dato, e chi ha avuto ha avuto. Converrà, ai grandi della terra, circondarsi di consiglieri napoletani, che hanno innata dentro di sè la capacità di affrontare, meglio e più di altri, le avversità della vita, senza dolersene oltre misura. E così, un’altra volta si rivelerà vincente la filosofia di Berlusconi, di circondarsi di stretti collaboratori partenopei.
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Il rapporto in questione, citato da Reuters, elaborato da un “sondaggio globale sulle tendenze da parte degli analisti dell’intelligence Usa”, dice che essi “sono sono più pessimistici sullo status Usa rispetto alle precedenti previsioni, che vengono fatte ogni cinque anni”, e getta ombre sul futuro dell’umanità. “
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Lo studio aggiunge che i risultati dipenderanno in parte dalle azioni della leadership.”I prossimi 20 di transizione a un nuovo sistema sono pieni di rischi”, spiega lo studio, aggiungendo che probabilmente Cina e India si uniranno agli Usa alla testa di un mondo multipolare.Il potenziale russo è meno certo, mentre Iran, Turchia e Indonesia sono viste in crescita.Il passaggio per superare un sistema energetico basato sul petrolio sarà in corso o completato nel 2025, e migliori tecnologie rinnovabili come quella solare e eolica daranno le migliori opportunità per una transizione rapida e a basso costo, aggiunge lo studio.Si avvertirà il riscaldamento globale e acqua, cibo e scarsità di energia porteranno a conflitti per le risorse.”Il sistema internazionale, così come costruito in seguito alla Seconda guerra mondiale, sarà quasi irriconoscibile entro il 2025, a causa della crescita delle potenze emergenti, la globalizzazione dell’economia, uno storico trasferimento della ricchezza da Occidente a Oriente”, spiega il rapporto.”Benché gli Stati Uniti probabilmente resteranno l’attore singolo più potente, la forza relativa degli Usa, anche in campo militare, declinerà e l’influenza americana sarà più debole”.Funzionari hanno spiegato che l’uscita del rapporto è organizzata nei tempi per essere pronta per l’amministrazione entrante del presidente eletto Barack Obama, che si insedierà il prossimo 20 gennaio.
articolo del 3/2/09
Questo post è l’ultimo pubblicato direttamente prima della pausa estiva. Ne seguiranno altri tre, di cultura finanziaria, che verranno pubblicati con modalità programmata.
A tutti gli amici e lettori auguro buone vacanze 

A-A-America

Gli Stati Uniti sono sull’orlo della bancarotta. Se Repubblicani e Democratici non riusciranno a trovare un compromesso sull’innalzamento del tetto del debito nei prossimi giorni, la prima economia mondiale rischia la bancarotta. La proposta del presidente repubblicano della camera, John Bohner è stata respinta dal senato e si è attirata anche le critiche dei TEA Party che hanno votato contro la proposta del presidente della camera, passata di stretto margine alla camera (con 22 TEA Party all’opposizione, tra cui due candidati alla presidenza come Ron Paul e Michelle Bachmann) e respinta al Campidoglio con 6 senatori repubblicani che han votato coi democratici. Ora ci prova il capogruppo democratico al Campidoglio, Harry Reid che ha presentato una proposta di mediazione. Nel mezzo di questo teatrino, che tanto assomiglia a quello nostrano, le agenzie di rating hanno ancora la faccia tosta di dare agli Stati Uniti la tripla A. L’A-A-America è sull’orlo della bancarotta e le tre parche della finanza, sempre solerti nel bacchettare noi PIIGS, continuano a dare il massimo dei voti agli Stati Uniti. C’è ancora qualcuno disposto a credere a questa triade?

Letture Consigliate
Cultura Finanziaria su “Ecopolfinanza”

IL BRUSCO RISVEGLIO DEL REGNO DA FAVOLA.

Sulle prime si era pensato all’ennesima offensiva terroristica da parte dell’integralismo islamico contro uno dei paesi occidentali impegnati nei vari teatri, primo fra tutti l’Afghanistan, dove più la cmunità internazionale agisce concretamente per cercare di porre un argine al fenomeno più pericoloso di questi tempi per a pace e la stabilità mondiale; una ritorsione sulla falsariga di quelle già subite in passato – senza volere scomodare l’11 settembre 2001 newyorkese, che rimane di proporzioni assolutamente imparagonabili a quelle di qualsiasi altro attentato precedente o successivo – da capitali come Madrid e Londra.

Poi, quasi subito, si è scoperto che la bomba fatta esplodere nel centro di Oslo, capitale del felice regno di Norvegia, e la strage di giovani laburisti riuniti a congresso nell’isola di Utoya, che hanno complessivamente prodotto qualcosa come 76 morti accertati, erano invece opera, al contrario, proprio del più acerrimo nemico degli aspiranti conquistatori del mondo sotto l’insegna della mezzaluna che si potesse immaginare: il trentaduenne autoctono Anders Behring Breivik, faccia da biondno per bene, passato familiare un po’ burrascoso da ambino cresciuto senza padre, in testa un cocktail confuso di fondamentalismo cristiano (protestante), di xenofobia, di idee di estrema destra, di passione per i templari e per le armi da fuoco e di tante altre cose ancora.

Breivik avrebbe agito “per salvare l’Europa dall’invasione musulmana”, e come l’attuazione di un simile massacro d suoi stessi connazionali potesse servire a tale causa deve averlo capito soltanto lui; di sicuro i giovani laburisti li ha visti come i rappresentanti più immediatamente colpibili di quella categoria di politici occidentali, marxisti e non, che lui giudica “traditori” (probabilmente per eccessiva cedevolezza verso gli islamici) degni di essere soppressi fisicamente.

Prima del criminale exploit, il giovanotto ha infatti pubblicato su Internet una sorta di suo delirante “Mein Kampf” di 1.500 pagine nel quale, oltre a dare sfogo a tutte le sue invettive xenofobe, individua in leaders politici attuali di primo piano come Zapatero, Angela Merkel e Sarkozy dei traditori di “categoria A” da condannare senza indugio a morte.

Per un paese come la Norvegia – uno di quei classici stati nordici che siamo abituati a considerare un po’ come regni delle favole, oasi di democrazia evoluta, pulizia, pace sociale, welfare efficientissimo, lontani dalle realtà caotiche, problematiche, a volte violente delle nostre latitudini, anche se afflitti da poco invidiabili rovesci della medaglia come l’alto numero di suicidi o la crisi delle famiglie tradzionali – si è trattato senza dubbio di un brusco risveglio; qualcuno ha parlato di “perdita dell’innocenza”.

Certo è che queste nazioni non sono preparate a scoprire di avere a che fare, in casa propria, con “mostri” del genere e questa tragica attualità dà ragione a coloro che, come chi scrive, non le hanno mai considerate, malgrado tutto, dei veri modelli da imitare: esse si sono chiuse nel loro guscio, non hanno spiccato tra i grandi protagonisti della storia mondiale attraverso i secoli, ma si sono ritagliate dei regni dove tutto è perfettino, obbediente a leggi in apparenza evolutissime e “civilissime”, illudendosi così di chiudere fuori dalla porta di casa le brutture del mondo esterno; e, quando queste brutture irrompono prepotentemente senza neppure bussare, tanta eccessiva “perfezione” le ha portate a farsi sorprendere di fatto disarmate, a non disporre più dei mezzi giuridici, un po’ più arcaici, ma gli unici idonei alla bisogna, per farvi fronte. Si pensi che, per stragi orrende come quelle compiute da Breivik, la legge norvgese, che non prevede naturalmente nè pena di morte nè ergastolo, potrebbe comminargli al massimo ventuno anni di reclusione, per di più da trascorrersi in carceri modello simil-residence di lusso, come sono ovviamente quelle di un paese “civilissimo” come la Norvegia. In alternativa, si sta studiando la possibilità di imputare il giovane stragista di “crimini contro l’umanità”, il che potrbbe consentire di affibiargli fino a…trent’anni di galera,ma sarebbe probabilmente una forzatura giurdica.

Lo stragista parla adesso dell’esistenza di una moltitudine di “cellule” di “martiri” pronte a compiere altri gesti clamorosi come il suo; anche se ciò non fosse propriamente vero, esiste comuque il pericolo di emulazione.

Noi tutti abbiamo ora un motivo in più per non abbassare la guardia contro qualsiasi campagna d’odio da qualsiasi parte provenga; soprattutto chi veramente tiene a difendere l’identità cristiana europea dal più o meno prepotente imporsi degli islamici o di qualunque altra cultura estranea al Continente, ma non nel modo in cui follemente intendeva farlo Anders Breivik, riuscendo soltanto a nuocere nel peggiore dei modi anche a detta nobile causa.

Tutti dovranno fare la lro parte, e la Norvegia, in ogni caso, non potrà più essere il regno delle favole di prima.

Tommaso Pellegrino

Su Borghezio; libertà di pensiero e opinione? Quale?

Di tanto in tanto, comincio i post con un commento preso a caso, e dunque, parto proprio da un commento: “Borghezio ha espresso un OPINIONE su delle IDEE e NON un CONSENSO SUL METODO adottato da Breivik. Questo significa che chi lo condanna, lo estromette, lo demonizza vuole solo far prevalere la propria opinione o FEDE. Non c’è niente di più ipocrita e falso di chi ha condannato Borghezio. E’ ora di finirla di condannare le opinioni della gente solo perchè non vanno bene ad alcuni o perchè considerate valori da rispettare come se fossero una fede intoccabile e santa. Siamo in sistema liberale e democratico e non in una dittatura comunista, nè al Vaticano. Sarebbe ora che s’iniziasse a cambiare la nostra costituzione, un inciampo alla sovranità del popolo, alle istituzioni italiane e una “santificazione” d’idee e valori che avrebbero fortemente bisogno di una profonda revisione. Il potere che si nasconde dietro di essa la usa ipocritamente per non ammettere cambi e far permanere il popolo italiano sotto il loro tacco”.
Roma – «Sospeso dalla Lega e rimosso dalle cariche interne». Si capiva da qualche giorno che l’aria era brutta, per Mario Borghezio. Dopo l’uscita congiunta di Maroni e Calderoli sulle «farneticazioni» dello storico pasionario piemontese (ma anche eurodeputato) sui deliri del pazzo di Oslo, via Bellerio doveva decidere una «punizione», per rendere esplicita la presa di distanza. Tre mesi di congelamento, decisi dal Consiglio federale della Lega. Una misura lieve tutto sommato (altri dirigenti in passato sono stati cacciati o sospesi per sei mesi su beghe interne), che serve per far sbollire le polemiche attorno al Carroccio. Calderoli aveva proposto un mese di sospensione, ma i veneti hanno premuto per almeno tre. Borghezio dice di non sapere nulla e accettare «come un soldato» le decisioni dei capi, ma di «non aver sbagliato» perché «non ho parlato della strage ma delle idee sul fondamentalismo islamico espresse da quel signore». Sulle reti padane i militanti più duri e puri insorgono contro la sospensione. Su Facebook i leghisti oltranzisti attaccano: «Io mi autosospendo dalla Lega…», «Non vorrei sia una scusa per farlo fuori politicamente». Resta l’incognita su quel che succederà a Strasburgo, per Borghezio. Ora che è sospeso dalla Lega teoricamente dovrebbe uscire dal gruppo all’Europarlamento, ma via Bellerio non ha dato indicazioni, e dunque la decisione verrà rimessa al capogruppo europeo, Francesco Speroni, che però ha sottoscritto le parole di Borghezio. Dunque: il piemontese resterà al suo posto.
Le questioni politiche nazionali sono state solo sfiorate nel federale, che è un organo di autogoverno del partito e si occupa di regole, provvedimenti disciplinari e aspetti organizzativi. Per la parte politica c’è la segreteria, convocata lunedì. Bossi ha confermato che la Lega prosegue, sul decentramento dei ministeri, nella sua rotta. Ma che per mantenere un buon rapporto con Napolitano si dovrà spiegare meglio l’operazione. Per questo si è definita una bozza di lettera in cui la Lega illustra le sue ragioni dopo il richiamo del Colle. I leghisti hanno portato in Consiglio il supporto «costituzionale» al decentramento, che sarebbe «previsto per legge», perché nella Carta si parla di Roma come sede del governo, «ma non dei ministeri». Poi un invito a rispettare la linea del segretario federale e le indicazioni di voto indicato dal gruppo. Poi un mandato a Bossi per trovare una soluzione ai ticket sanità introdotti in manovra, soluzione che il Senatùr ha già annunciato in serata: «Il ticket sanitario non lo vogliamo. Si possono recuperare i fondi aumentando il prezzo di sigari e sigarette. Io fumo il sigaro ma di fronte alla sanità sono disposto a pagare di più il mio vizio».
Dal consiglio è arrivato il via libera ai congressi provinciali, una «vittoria» per i maroniani, che li chiedevano in chiave anti cerchio magico. Bocciata la candidatura anti-Tosi del sindaco Bitonci, che è anche parlamentare. Il consiglio ha poi discusso di iniziative per diffondere il «brand» padano, come il Giro della Padania. «Dobbiamo fare altre cose come queste» ha detto Bossi, invitando a mettere in cantiere altre iniziative mediatiche. Poi il raduno della Lega a Venezia, che sarà il 18 settembre, due giorni dopo il rito del Monviso, con la raccolta dell’acqua nell’ampolla. Questioni organizzative, meno bollenti di quelle disciplinari decise dal federale, che vedeva riuniti con Bossi tutti i capi regionali (Giorgetti, Cota, Zaia, Gobbo, Alessandri per l’Emilia, Pini per la Romagna) più i colonnelli Maroni e Calderoli e altri luogotenenti importanti.

L’addetto stampa di Fassino a Torino guadagnerà 15mila euro al mese.

Piero Fassino, nuovo sindaco di Torino, piange miseria. Dice che i soldi non ci sono più, le casse del Comune sono vuote. E, come Pisapia a Milano, aumenta tasse e balzelli locali.
Eppure, il suo addetto stampa guadagnerà 15mila euro al mese, soldi pubblici. 
Giovanni Giovannetti, il “capo della comunicazione comunale”, scelto a Roma e non a Torino, percepirà la modica cifra di 187.000 euro all’anno, soldi della casse comunali, quindi dei contribuenti. Non certo di Fassino.
In tempi di crisi, in cui è il neo-sindaco stesso a sostenere che bisogna fare sacrifici e chiudere i rubinetti, suona davvero strano.
Qui l’articolo completo pubblicato sul giornale locale torinese Però Torino http://www.perotorino.it/politica/dal-comune-di-torino/28891-torino-15mila-euro-al-mese-per-laddetto-stampa-di-fassino
Una domanda: ma se un addetto stampa è pagato così tanto, vuol dire che conta di più ciò che appare sui giornali rispetto alle reali azioni di un sindaco? E la sinistra, si sa, storicamente è sempre molto attenta alla comunicazione
Di: Riccardo Ghezzi