Cultura, Umanità, Web e 84 Charing Cross Road


Da quando, ormai da qualche anno, si è diffuso l’uso di internet,
molte sono state le interpretazioni del fenomeno, in ambito mediatico, pubblicitario, estetico e filosofico, con conseguenti a volte troppo facili esaltazioni a tutti i costi, così come esagerate demonizzazioni.
Solo ultima di questi giorni è l’esagerazione che dipenderebbero da internet o da Facebook di Mark Zuckerberg (il sito faccialibro in cui mettere in vista solo le porcellane buone, inventarsi un’immagine pubblica di sè, in cui è scomparsa la privacy, e poter confrontare le belle figliuole a livello mondiale) le “rivoluzioni” in zona Maghreb e non dagli USA che le hanno attentamente preparate e sobillate, come invece è chiaro ai più attenti,
o la sciocchezza che l’arrivo di internet o Facebook costituirebbe per un popolo… la “democrazia”.
Non avendo tempo da perdere con la vulgata (per essere educati), ci fermiamo a un livello differente, stavolta.
Il primo aspetto da puntualizzare sarà invece di una semplicità estrema:
come medium (inteso, singolare di media, che è latino e non inglese, come da pronuncia televisiva sbagliata che si sente in giro) il web è un mezzo, appunto, in sè vuoto, o quasi, non fosse per qualche pubblicità di troppo e imposizione guidata di modelli tendenti all’unico-spersonalizzante; poi, dipende chi ci s’incontra, gli scopi della comunicazione, e in soldoni, cosa ci mettiamo dentro anche noi utenti finali e che rapporti intratteniamo.


In questa ottica, internet può essere anche cultura, o meglio spolverata di cultura, perchè la cultura si fa altrove, sui libri, centinaia, migliaia, in più lingue, antiche e moderne, acquisendo abilità, chini per anni e anni in biblioteca, o svolgendo professioni in cui si produce cultura per gli altri, ma un riflesso di quell’impegno a quel punto si può trasferire anche sul web.
Conta ancora il lato umano, quindi la parte di anima che distilliamo in ciò che scriviamo o creiamo, anche sul web. Ecco allora che a quel punto anche il web inizia a rappresentare un mezzo attraverso cui può passare un valore, ma solo a queste condizioni, almeno a mio personale avviso.
Per non essere troppo vaghi, porterò un esempio, ovviamente nato al di fuori di internet, ma che condivide una riflessione sul potere della scrittura a distanza e del confronto tra spiriti, a volte, in parte affini.


“84 Charing Cross Road” è un film del 1987, diretto da David Hugh Jones, impreziosito dalla presenza di alcuni attori di spessore: Anne Bancroft, Anthony Hopkins, Judy Dench e molti altri. Un film anticinematografico in un certo senso, perchè si sviluppa a partire da lettere private, in base a scrittura e riflessioni, intorno ad un rapporto epistolare e non ruota intorno a grandi azioni o fatti rutilanti da mostrare.

(la locandina)

Un film sulla scrittura a distanza, sui libri anche, da cui alcune intuizioni sono applicabili anche al rapporto tra utenti in Internet oggi, qualche decennio dopo.
La trama è tratta dalla raccolta epistolare di Helen Hanff (il suo libro è del 1970):
una scrittrice americana, la stessa Helen Hanff interpretata dalla Bancroft nel film, vive a New York, e alla ricerca di alcuni libri di pregio, si rivolge ad una libreria specializzata a Londra (ubicata all’84 di Charing Cross Road, appunto). Per Helen, partendo dall’ordine di libri oltreoceanico, incomincia così un rapporto umano-epistolare con il direttore della libreria, Frank Doel (interpretato da Antony Hopkins), in cui ci si scrive spaziando a svariati campi dell’umanità, a parte gli ordini strettamente librarii.


La libreria è realmente esistita a quell’indirizzo, si chiamava Marks & Co.
Oggi c’è anche una targa commemorativa.

(la targa)

Helen e Frank non si incontrano mai, ma diventano amici scoprendo affinità e il piacere dello scambio, tramite una corrispondenza ventennale, nella condivisione di interessi ed emozioni comuni (la letteratura, i libri, vari sprazzi dalle proprie vite).
Nelle lettere dibattono tra l’altro sui Sermoni di John Donne, ricette di budino, l’Incoronazione di Elisabetta II, e i temi del tempo della loro corrispondenza tra 1948 e 1968.
Tra i libri fuori stampa ordinati da Helen figurano edizioni particolari di “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen, Catullo, Orazio, Platone, la Vulgata, il Nuovo Testamento in greco, “I racconti di Canterbury” di Chaucer, Tocqueville e Virginia Woolf…
Per vari impegni, Helen rimanda la visita in Inghilterra fin quando sarà troppo tardi: Frank muore di peritonite nel Dicembre 1968.
Alla fine Helen visiterà Charing Cross Road di cui conosceva i dettagli, i racconti quotidiani, e vedrà la libreria vuota nell’estate del 1971, un viaggio che descriverà nel libro successivo del 1973 “La duchessa di Bloomsbury Street”.

(Marks & Co, la libreria)

Un libro e un film intenso questo 84 Charing Cross Road,
particolare e introspettivo anche nella versione cinematografica, che può insegnare molto su come rendere istruttivi e profondi i rapporti anche nell’era della scrittura internettiana;
una meditazione sulla scrittura a distanza, sottile, che può accomunare le persone in quanto si sono scelte per le loro interiorità specchiate nel rispettivo scrivere, nella gratuità, e non per altri motivi.
A volte le vicende narrate, come qui tra noi, non sono fantasia, ma accadono ancora.

Josh

Gli occhi di Caravaggio

11 marzo – 3 luglio 2011
Milano, Museo Diocesano

Una grande mostra che illustra la nascita di un genio Come il  Caravaggio. Curata da Vittoro Sgarbi, la rassegna ricostruisce la formazione artistica, da Simone Peterzano ai maestri veneti e lombardi, e si snoda in un percorso che illustra i precursori e gli artisti contemporanei di Michelangelo Merisi (1571-1610), mettendo in evidenza le opere che l’artista vede di persona negli anni giovanili e ciò che i suoi occhi assorbono nel clima artistico tra Venezia e Milano, prima della definitiva partenza per Roma, che verosimilmente può datarsi intorno al 1595-96, come mettono in luce gli ultimi studi.
Gli occhi di Caravaggio“, prodotta e organizzata da Arthemisia Group in collaborazione con il Museo Diocesano di Milano, è promossa dalla Regione Lombardia e realizzata grazie al fondamentale contributo di Banca Popolare di Milano e di Terna.
Circa sessanta i capolavori, realizzati dai più grandi interpreti del tempo, che saranno esposti negli spazi del Museo Diocesano, dall’11 marzo al 3 luglio 2011.

La liuteria, antica arte italiana della lentezza

 
 
 
 

Il liutaio è uno di quegli antichi mestieri di nicchia che si tramanda di padre in figlio. Grandi furono le antiche famiglie di liutai. Forse non è del tutto in via d’estinzione in quanto Cremona ha ancora prestigiose scuole di Liuteria, frequentate da allievi provenienti da ogni parte del mondo. Ma certamente non è un’arte alla portata di chiunque. La sottoscritta ha visitato un paio di antiche botteghe artigiane di liutai di provincia, immerse in atmosfere fuori dal tempo, atmosfere  ben descritte dal regista Claude Sautet nel film “Un cuore in inverno”. La personalità del liutaio è quella di un individuo riservato, ad un tempo umile e nobile; la sua ingegnosità mai tronfia né altezzosa. Parla poco e fa molto.

 
 
 
Strumenti di estrema sensibilità, il violino, la viola, il violoncello sono i componenti più importanti della grande famiglia degli archi, grazie ai quali si possono ottenere delicate sfumature di fraseggio e di intensità musicale. Suono limpido e freddo il primo, suono più caldo il secondo, suono grave e profondo il terzo. Il liutaio trascorre gran parte delle sue giornate circondato da lime,sgorbie, scalpelli, dime, assi, listarelle, ciocchi di abete rossi del Trentino e di aceri. Ma anche di vernici, resine vegetali, minerali, olii essenziali che sa amalgamare in modo personale fino a trovare giuste formule ed efficaci preparati con la meticolosità di un antico speziale. Dato che “una buona vernice, oltre ad abbellire lo strumento, deve lasciare vibrare il suono, in un certo senso accompagnarlo”, come ebbe a spiegarmi un antico liutaio di Induno Olona in provincia di Varese. “Una cattiva vernice invece lo opprime”.

Componente principale delle vernici per strumenti ad arco è la radice di robbia, rizoma pigmentifero di una pianta africana già conosciuta ed impiegata dal leggendario Antonio Stradivari. L’alchimia delle vernici e la sua preparazione è uno dei grandi segreti artigianali dei liutai italiani.

I violini raggiunsero la loro forma definitiva e insuperata nelle mani delle famiglie Amati, Stradivari , Guarneri, Bergonzi durante il XVII e XVIII secolo.

 L’ALI di Cremona è  l’Associazione Liutaria Italiani, con scopi esclusivamente di assistenza culturale e tecnica dei propri iscritti.

 
Vedere gli strumenti ancora fiammanti e lustri di vernice fresca, esposti ad asciugare, è comprendere che basta la loro presenza per arredare stanze di botteghe artigiane sempre calde, accoglienti che profumano di antico, per le quali siamo stati (e ancora siamo) famosi nel mondo.
Certamente le scuole di liuteria sono utili in quanto accorciano il percorso della ricerca individuale, ma se l’allievo è davvero bravo sa che pur seguendo i dettami della scuola,  deve poi distaccarsene ed esplorare da solo, altrimenti il suo prodotto diventerà uguale a quello di molti altri. “Occorre sperimentare, patirci sopra…” mi disse l’antico liutaio.
Già, patirci sopra, passione: termini che fanno pensare ad una dedizione totale ed esclusiva non esente da qualche sofferenza e travaglio. Ma gli inevitabili ostacoli e sofferenze vengono largamente ricompensati dalla nascita di autentici gioielli. L’antico liutaio non ama concedere interviste e pur avendo clienti prestigiosi italiani e stranieri tra i più virtuosi musicisti del violino, è capace di dire con modestia “ma di questo importante Maestro per favore non ne scriva; tengo molto alla sua amicizia e alla sua stima e non voglio nascondermi dietro al suo nome per farmi bello o magari per farmi pubblicità”.
 
Di grazia, in questi tempi di volgare bovarismo chi è capace di essere tanto discreto, modesto e riservato?
 
 
Per fare un buon violino occorrono come minimo due mesi lavorando alacremente dalle 10 alle 12 ore al giorno. Per una viola anche di più. Per un violoncello occorrono oltre tre mesi. Possiamo dunque dire che il liutaio è il mestiere (o arte) della lentezza creativa, in contrasto con la rapidità e chiassosità dei tempi attuali. Ed è a tutt’oggi erede di un periodo in cui arte e mestiere erano intimamente e indissolubilmente legati. 
 
 
Non tutti i maestri liutai devono necessariamente essere esecutori di strumenti ad archi. Tuttavia chi sa suonare acquisisce una sensibilità in più che può mettere a frutto nel suo lavoro.
 
E’ stato il caso del liutaio da me incontrato che nelle ore libere dal lavoro si dilettava a suonare uno dei suoi violini. Averlo ascoltato mentre eseguiva il famoso Trillo del Diavolo di Tartini è stata un’esperienza che suscita fremiti arcani, forse perché il suono del violino è così somigliante alla voce umana. O forse perché il Diavolo, le streghe e il violino sono miti romantici che hanno a lungo colpito l’immaginazione popolare. E del resto sia Tartini che Paganini sono stati posseduti dal daimon (demone) del loro virtuosimo. E che dire dei tzigani e del violino, connubio perfetto in odore di zolfo?

Fatto si è che muoiono i grandi violinisti ma restano le loro leggende imprigionate tra il piano armonico, le corde e gli archetti.

 
Ai giovani talenti musicali il compito di rinnovarle e resuscitarle. Ai bravi liutai, il compito di preservarle. I liutai, catturati nella loro gestualità in preda al sacro fuoco della loro arte, hanno ispirato anche molti celebri dipinti ed incisioni (in alto a calori un dipinto di Stradivari mentre crea).
 
Più poeticamente melanconici  invece i due ritratti di  Giacomo e Leandrino Bisiach,  celebre famiglia di liutai milanesi (il cui capostipite fu Leandro senior) nelle incisioni in bianco e nero di Benvenuto Disertori.

Hesperia