Padre Reginaldo Giuliani, Medaglia d’ Oro nella Guerra d’ Etiopia.

Tra i molti Italiani che caddero con valore nella sacrosanta Guerra di legittima difesa Italo-Abissina del 1935-1936 spicca la figura del Sacerdote Domenicano Reginaldo Giuliani. Già Cappellano degli Arditi durante la Prima Guerra Mondiale (Medaglia d’ Argento e di Bronzo al Valor Militare), Fiumano con le Fiamme Bianche Cattoliche e partecipante alla Marcia su Roma, volle partire come volontario per l’ Etiopia all’ inizio delle ostilità, ritenendolo un dovere di famiglia, essendo il pronipote del Cardinale Massaia.

Nella Battaglia di Passo Uarieu con le Camicie Nere al comando del Generale Diamanti si fece onore soccorrendo i feriti, mostrando in alto il Crocefisso per rendere noto il proprio stato e compito. Nonostante questo fu ferito prima da una fucilata e successivamente un colpo di scimitarra ne fece scempio.

Questo il motivo della Medaglia d’ Oro al Valor Militare:

Durante lungo accanito combattimento in campo aperto sostenuto contro forze soverchianti, si prodigava nell’assistenza dei feriti e nel ricupero dei caduti. Di fronte all’incalzare del nemico alimentava con la parola e con l’esempio l’ardore delle Camicie Nere gridando: “Dobbiamo vincere, il Duce vuole così “. Chinato su di un caduto mentre ne assicurava l’anima a Dio, veniva gravemente ferito. Raccolte le sue ultime forze partecipava ancora con eroico ardimento all’azione per impedire al nemico di gettarsi sui moribondi, alto agitando un piccolo Crocifisso di legno. Un colpo di scimitarra, da barbara mano vibrato, troncava la sua terrestre esistenza, chiudendo la vita di un apostolo, dando inizio a quella di un Martire. Mai Beles, 21 gennaio 1936“.

A lui sono dedicate parecchie vie, anche nella rossa Firenze.

Ed è citato nella Cantata del Legionario:
Ce ne fregammo un dì della galera
ce ne fregammo della triste sorte
per preparare questa gente forte
che se ne frega adesso di morir.
Il mondo sa che la camicia nera
s’indossa per combattere e morir.

Duce!
Per il Duce e per l’Impero
eja eja alalà! Alalà! Alalà!

I morti che lasciammo a passo Uarieu
sono i pilastri del romano Impero.
Gronda di sangue il gagliardetto nero
che contro l’Amba il barbaro inchiodò.
Sui morti che lasciammo a passo Ureu
la Croce di Giuliani sfolgorò.
Duce!
Per il Duce e per l’Impero
eja eja alalà! Alalà! Alalà!

“Ma la mitragliatrice non la lascio!”
gridò ferito il legionario al passo.
Colava sangue sul conteso sasso
il costato che a Cristo somigliò.
“Ma la mitragliatrice non la lascio!”
e l’arma bella a un tratto lo lasciò!
Duce!
Per il Duce e per l’Impero
eja eja alalà! Alalà! Alalà!

O Duce hai dato al popolo l’Impero
noi col lavoro lo feconderemo,
col vecchio mondo diventato scemo
ci sono sempre conti da saldar.
O Duce hai dato al popolo l’Impero
siamo pronti per te a ricominciar.
Duce!
Per il Duce e per l’Impero
eja eja alalà! Alalà! Alalà!

AFGHANISTAN: SIAMO IN GUERRA O NO?

Le vicende della nostra pluriennale missione militare in Afghanistan, causa il surriscaldarsi della situazione sul campo ed il conseguente aumento della frequenza con cui ci giungono dolorose notizie di attentati al nostro contingente, come a quelli di altre nazioni alleate, spesso con militari caduti o feriti, sono ultimamente balzate sotto i riflettori dell’attenzione pubblica come poche volte in precedenza, ed hanno sollevato qualche dubbio e fatto scricchiolare consolidate certezze persino in chi non aveva prima mai minimamente vacillato nel sostenere la necessità del contributo italiano allo sforzo internazionale volto a favorire la ricostruzione materiale e civile, nella indispensabile cornice di sicurezza, di quel martoriato Paese.
Intendiamoci, le parole vagamente accennanti ad un improbabile “ritiro” dei nostri soldati pronunciate, nei giorni scorsi, dagli esponenti leghisti non vanno interpretate come qualcosa di diverso da ciò che sono in realtà state: semplici sfoghi “paterni” di fronte alla triste sorte di tanti bravi ragazzi, secondo la definizione dello stesso ministro della Difesa La Russa, indipendenti dal ruolo politico dei soggetti, che infatti non sono poi venuti meno all’impegno di sostenere la linea di governo in sede di voto di riconferma delle missioni militari all’estero. Del tutto ingiustificati sono perciò, a tale propsito, tanto i timori degli alleati quanto i tentativi di strumentalizzazione del caso da parte dell’opposizione, interessata ad intravedervi segni di frattura all’interno della coalizione governativa.
Tuttavia, un inquietante interrogativo se lo pongono in molti e riguarda, piuttosto, la natura del nostro impegno militare in Afghanistan, dopo che l’intensificarsi dell’attività talebana, l’allentamento di certi “caveat” nazionali e l’invio nel teatro anche di mezzi più tipicamente offensivi quali i bombardieri “Tornado” ( che ora, da semplici ricognitori, pare stiano per essere adibiti anche alle loro più consone mansioni di attacco) sembrano avere a poco a poco reso la missione più simile ad una autentica campagna di guerra che non all’operazione “di pace” originariamente tanto decantata, anche per via del noto imperativo di continuare a servirsi delle solite collaudate formule eufemistiche e “politicamente corrette”, onde rendere questi interventi all’estero digeribili ad un’opinione pubblica come la nostra, fino a quando esse fniscono per assumere, spiace dirlo, toni di amara ipocrsia, in quanto diviene evidente che i termini più appropriati per definire certe situazioni sarebbero ormai ben altri.
E inoltre, posto che si tratti davvero di guerra, sarebbe una guerra cui potremmo legittimamente partecipare, vigendo il celeberrimo e sempre citato, a proposito e più spesso a sproposito, articolo 11 della Costituzione?
Intanto, occorre precisare che, essendoci di mezzo dei contingenti militari armati, il confine tra situazione di fatto “di pace” e “di guerra” è sempre parecchio sfumato. Anche la più classica delle missioni propriamente “di pace”, cioè quella inviata a vigilare sull’osservanza di un cessate il fuoco già precedentemente sottoscritto da due contendent, quella del tipo, per intenderci, spesso affidato a “caschi blu” dell’ONU (esempio: Libano), può infatti trasformarsi in un episodio di guerra di fatto, anche se non dichiarata (formalità, questa, peraltro caduta in disuso ormai da più di sessant’anni, persino in caso di autentici conflitti “tradizionali”), qualora qualcuno decidesse di rompere la tregua e i soldati in missione venissero attaccati o coinvolti negli scontri. Certo, il rischio pratico di degenerazioni belliche è invero molto più basso in questo genere di missioni che non in operazioni tipo Afghanistan o Iraq, ma, se davvero fosse totalmente nullo, non ci sarebbe neppure il bisogno di inviare contingenti internazionali armati.
Appunto in Afghanistan, dopo una breve fase oggettivamente “combat”, cioè di guerra guerreggiata conclusasi con la dissoluzione del regime talebano, protettore dei terroristi islamici responsabili dell’ecatombe dell’11 settembre, il contingente a guida NATO, ISAF, cui partecipa l’Italia, si sobbarca l’onere di favorire e proteggere militarmente il processo di ricostruzione materiale, morale, politico e civile del Paese, nel vuoto di potere creatosi.
E’ anch’essa indubbiamente un’operazione “di pace”: i soldati stranieri, specie quelli italiani e di qualcun’altra delle nazioni partecipanti, impegnati in assistenza alle popolazioni, opere pubbliche ecc., sono vincolati da rigidi “caveat” e l’uso delle armi è previsto solamente per la difesa in senso stretto. A differenza che nel caso precedentemente esaminato, però, qui non si vigila sull’osservanza di una tregua raggiunta tra due contendenti; il “nemico” non ha siglato alcuna resa o accordo, è solo stato sonoramente battuto in campo aperto, cacciato dalle leve del potere e costretto alla macchia, dove necessita di tempo per riorganizzarsi, prima di tornare a rappresentare un pericolo.
In effetti, dopo pochi anni di relativa tranquillità, duante i quali quella in Afghanistan sembrava quasi diventata una missione di pace di routine come tante altre, l’insorgenza talebana esplode con inaspettata virulenza, trasformando particolarmente alcune regioni del Paese in scenari di guerriglia e costringendo i reparti NATO ivi schierati ad un brusco cambio di atteggiamento.
Per l’Italia, schierata in zone meno direttamente ivestite dal fenomeno, ma pur sempre esposta a maggiori pericoli e tensioni, cominciano la crisi di identità sul proprio ruolo e gli equilibrismi politici per cercare, al tempo stesso, di non perdere prestigio presso gli alleati, i quali premono per un sempre maggiore impegno di tutti nel teatro, e di salvare ad ogni costo, all’interno, l’immagine retorica della missione “di pace”, condizione indispensabile, specie con una maggioranza come quella del biennio Prodi, per non perdere il sostegno parlamentare alla missione.
La prudenza con la quale vengono velate le brutte notizie in arrivo dal fronte raggiunge vette sublimi: per anni, ad esempio, ad ogni annuncio di attacco subito dalle nostre truppe, si bada bene a non usare la parola “talebani”, ma a dare la colpa di tutto a generici “elementi ostili”; l’esistenza di un avversario bene identificato fa infatti pensare ad una situazione di guerra in corso, mentre l'”elemento ostile” chiunque lo può incontrare anche passeggiando pacificamente in una qualsiasi città italiana. Soltanto recentissimamente, con il cambio di guida politica nel nostro Paese e l’avvento di un ministro della Difesa come Ignazio La Russa, si è cominciato a chiamare un po’ di più le cose con il loro nome, ad ammettere con maggior franchezza la realtà della situazione, a lasciare un poco da parte certe forme che, ripeto, sanno troppo di tragica ipocrisia.
Siamo dunque in guerra o no, in Afghanistan? Da un punto di vista giuridico, sicuramente la risposta a tale quesito dev’essere negativa, ma è inutile negare che, laggiù, ci si trova a dover agire in un ambiente infestato da formazioni organizzate ed armate che si considerano perfettamente in guerra con noi, come con ogni altro appartenente alle forze militari internazionali, anche se noi ci ostiniamo a non ritenerci in guerra con loro. Diciamo che è una missione di pace nella quale le armi più idonee a fronteggiare le minacce esercitate non possono purtroppo essere soltanto un elemento quasi decorativo come in altri teatri, bensì debbono essere impiegate, senza eccessi e senza parsimonia, nel contesto dei compiti a noi assegnati nell’ambito dello sforzo internazionale, che tuttavia non dev’essere soltanto bellico, ma anche di “conquista dei cuori e delle menti” dei locali, di vero appoggio alla ricostruzione, di eventuale ricerca di un dialogo con coloro con i quali ciò fosse possibile.
Sarebbe assurdo perorare il ritiro proprio ora, solo perchè la missione si presenta più difficile di come l’avremmo desiderata.
La posta in gioco è troppo alta e il momento troppo decisivo: contribuire a riportare sicurezza e stabilità in un angolo del mondo dove non è remoto il rischio che persino le cinquanta testate nucleari pachistane possano cadere in mani terroriste è un atto di difesa così vitale che certo nessun articolo 11 di nessuna Costituzione può ritenere illegittimo.
Tommaso Pellegrino

Farsi "migranti" per sopravvivere alla globalizzazione

Nel cosiddetto Pacchetto sicurezza, passato ieri alle Camere, l’attuale governo introduce – tra l’altro – il reato di “clandestinita’” nell’ordinamento giuridico penale dello Stato italiano.L’ accoglienza della legge da parte delle sinistre politiche non e’ stata molto diversa da quella che – si dice – gli xenofobi usano riservare agli stranieri: si va dall’evocazione delle leggi razziali della

Don Alberto Terrilli, sodomizzato ed ucciso dai marocchini.

Chi ha visto il film “La Ciociara” si ricorderà del comportamento delle truppe marocchine in Ciociaria nel 1944,le truppe del “Corps Expeditionnaire Français” (C.E.F.) agli ordini del generale Alphonse Juin, al quale è attribuito questo discorso e volantino prima della III Battaglia di Cassino: “Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete

Ebbene, in quei tristi giorni,circa 3.500 donne, di età compresa tra gli 8 e gli 85 anni, vennero brutalmente stuprate. E vennero sodomizzati circa 800 uomini, tra cui anche un Prete, Don Alberto Terrilli, Parroco di Santa Maria di Esperia, il quale morì due giorno dopo a causa delle sevizie riportate. Colpevole di aver cercato di salvare alcune donne. Molti uomini che tentarono di proteggere le loro mogli,madri, figlie, fidanzate vennero impalati. Centinaia i morti. Secondo una relazione degli anni ’50, tra le donne oltraggiate, il 20 per cento furono affette da sifilide, il 90 per cento da blenorragia. L’81 per cento dei fabbricati fu distrutto, il 90 per cento del bestiame sottratto; gioielli, abiti e denaro totalmente rubati.

Quei Caduti a cui Ghaddafi deve chiedere scusa.

Ieri in Santosepolcro/Non Porgiamo l’ altra Guancia ho scritto qualcosa a riguardo della vera storia politico/militare italiana in Libia.



http://santosepolcro.splinder.com/post/20745923/Il+razzismo+antiitaliano+dei+c



Oggi voglio ricordare gli 8898 caduti italiani durante la giusta appartenenza della Nostra Quarta Sponda al Territorio Italiano. Sancita, come ricordavo, dal Trattato o Pace di Losanna. 1432 caduti della Guerra Italo-Turca del 1911-12 ed i quasi 7500 morti contro i ribelli e terroristi libici tra il 1912 ed il 1939.

Questi i combattimenti in cui caddero:





a) Occupazione della Tripolitania

23 ottobre 1911 : Combattimenti di Sciara Sciat e Bu Maliamar

4 dicembre 1911 : Sidi el Hani, Ain Zara, Tagiura

8 giugno 1912 : Battaglia di Zanzur

23 ottobre 1911 : Occupazione di Homs

27 febbraio 1912 : Combattimento di Mergheb

1-2 maggio 1912 : Combattimento ed occupazione di Lebda

10 aprile 1912 : Sbarco e combattimento di Buchemasc (zuara)

5 agosto 1912 : Occupazione di Zuara

8 luglio 1912 : Combattimento ed occupazione di Zuara

b) Occupazione della Cirenaica

18 ottobre 1911 : Sbarco a Bengasi

28 novembre 1911 : Combattimento di El Coefia

12 marzo 1912 : Battaglia delle 2 Palme

16 ottobre 1911 : Sbarco a Derna

3 marzo 1912 : Combattimento di Bu Maafer e Sidi Abballa

17 settembre 1912 : Combattimento di Ras el Lebem

4-9 ottobre 1912 : Sbarco a Tobruk

22 ottobre 1912 : Combattimento a Tobruk

c) Conquista altipiano Cirenaico (1912-1914)

Combattimenti a Benina, Regima, el Merg, Slonta, Cirene, Marsa Susa, Faida, Teniz, Talfagà, Zaviet el Beda, Ain bu Scimrat, Sidi Garbaa, Ettangi, Martuba, El Mdauuar, Bir Gandula, Sceleidima, Zuetina, Agedabia




d) – 1922-1924 Riconquista Tripolitania

e) – 1923-1924 Riconquista Cirenaica

f) – 1925-1938 Operazioni di Polizia Coloniale.

Questi quasi 7500 caduti per mano terrorista ed assassina in tempo di pace (1912-1939), insieme a quelli della Guerra Italo-Turca ed agli Eroi caduti durante la Seconda Guerra Mondiale contro gli invasori britannici nelle Battaglie di Bardia, Agedabia, Tobruk, Capuzzo, Bel Amed, Scief Sciuf, Sidi Rezegh, El Adem, Bir el Gobi, Bir Hacheim, Alem Hamza, Harmat, Aslag, Ualeb, Gad el Amar, Mteifel el Abis, Bir Tamar, Harmat, Gasr R’gem, Acroma e Cufra, chiedono rispetto e ricordo imperituro. Chiedono a Ghaddafi di chiedere lui scusa al Popolo Italiano ed a quegli Eroi che Non Dimenticheremo.

ELEZIONI EUROPEE: CHI HA PERSO POCO E CHI CREDE DI AVER VINTO MOLTO.

E’ finalmente calato il sipario anche su queste ultime consultazioni elettorali per il rinnovo del Parlamento Europeo, consultazioni queste, inutile negarlo, da sempre scarsamente “sentite” sia dal “palazzo” che dalla gente comune, se non come mera occasione di verifica dei più freschi orientamenti assunti dall’elettorato domestico verso chi, pro tempore, detiene la responsabilità del governo del Paese e chi si arrabatta invece per mettergli i bastoni tra le ruote, e possibilmente rosicchiargli qualche consenso, come opposizione, al fine di trarne conclusioni utili soltanto per le consuete schermaglie che animano il teatrino politico interno.
Se non proprio giustificabile, questo atteggiamento mentale è per lo meno facilmente spiegabile: nonostante l’esistenza di questo Parlamento eletto a suffragio universale e la moneta unica, infatti, l’Unione Europea, piaccia o non piaccia, è ancora ben lungi dall’essere (e chissà se mai lo diverrà) quello che si dice uno stato federale, come lo sono, ad esempi, gli Stati Uniti d’America. Con i nostri voti per l’Europa, noi non eleggiamo, cioè, una maggioranza che poi esprimerà un vero esecutivo comunitario dotato di poteri effettivi e diretti di governo e, soprattutto, con la titolarità esclusiva della politica estera dell’intera Unione, divenuta così un unico soggetto di diritto internazionale. E’ dunque in un certo qual modo naturale che, malgrado le direttive europee disciplinino ormai svariatissmi aspetti della nostra vita e condizionino la politica del Paese, si possa non percepire, avvicinandosi a queste elezioni, quella stessa sensazione di compiere una scelta fondamentale per i nostri destini di governati provata invece quando si tratta di votare per le politiche o per le amministrative, ma, nella campagna elettorale appena conclusasi e negli attuali dibattiti del dopo-voto, pare si sia andati e si stia andando ben oltre la fisiologica messa in secondo piano dei temi squisitamente europei per concentrarsi quasi esclusivamente sulle ripercussioni dell’esito della consultazione comunitaria sugli equilibri politici interni.
Nei mesi precedenti il voto, certe forze politiche italiane hanno deliberatamente scelto di trasformare la campagna elettorale per le europee nella più aspra battaglia senza esclusione di colpi, leciti ed illeciti, mirante a demolire l’avversario sul piano morale ed umano prima ancora che su quello politico.
Lo spettacolo è stato, a tratti, indegno; si è cercato di sfruttare di tutto: dai guai familiari del capo del governo a suoi presunti illeciti, dalle allusioni a suoi possibili rapporti ambigui con candide diciottenni alle ineleganti disquisizioni sulle qualità estetico-intellettive di talune candidate di parte governativa.
Nell’obbiettiva difficoltà ad esercitare un’opposizione motivata, brandendo argomenti validi, contro un governo che ha aumentato sensibilmente la sicurezza nelle strade cittadine, che sta migliorando il rendimento della Pubblica Amministrazione introducendovi la cultura della meritocrazia, che darà la possibilità ai terremotati d’Abruzzo di andare ad abitare in vere case dopo pochi mesi dal verificarsi del sisma stesso, e che ha finalmente adottato una drastica, ma efficace, politica di contrasto all’immigrazione clandestina via mare, gli avversari non hanno disdegnato neppure il ricorso a colpi bassi abbondantemente al di sotto della cintura, come quello di dubitare persino delle qualità di buon educatore del premier per ipotetici nuovi figli, suscitando le giuste rimostranze della prole reale già cresciuta, e cresciuta bene, maggiorenne e vaccinata.
Alla fine, lo scadente antiberlusconismo fine a sè stesso, in bocca a chi avrebbe invece avuto il compito istituzionale di proporre serie alternative alla politica governativa, non è stato per questi pagante, ed ha determinato soltanto il rafforzamento dell’ala peggiore dell’opposizione, quella che tanto più prospera quanto più la buona politica latita.
I risultati della sfida sono noti: la coalizione al governo in Italia ha saldamente tenuto, come pure il centro-destra di Sarkozy in Francia, mentre una crisi della sinistra che non è solo nostrana, ma generalizzata, ha portato a grosse delusioni per le forze al potere in quasi tutto il resto d’Europa.
Il PDL ne è uscito con un risultato leggermente inferiore alle aspettative, è vero, ma i suoi due punti percentuale in meno rispetto alle elezioni politiche di poco più di un anno fa non sono i ben sette in meno riportati, nello stesso raffronto, dal PD, che pure si dichiara soddisfatto per essere almeno riuscito ad arginare uno “sfondamento” senza precedenti da parte dell’avversario, imponendogli una “battuta d’arresto”.
E’ infatti tra le più consolidate tradizioni italiane quella di vedere tutti il bicchiere mezzo pieno dopo le tornate elettorali; ed anche chi ha perso poco o tanto si sente sempre un po’ vincitore.
Pur rimanendo sostanzialmente inalterato l’equilibrio tra le coalizioni di maggioranza e di opposizione, i due protagonisti principali sulla scena politica nazionale ci hanno invero entrambi rimesso qualcosa, seppure in misura diversissima, a vantaggio dei loro rispettivi alleati più “esuberanti”, ma è innegabile che vi sia stato chi, dalla prova, ha avuto conferma di avere fin qui operato secondo le aspettative di chi lo ha eletto e chi, invece, ha ricevuto un forte segnale dell’urgenza di un cambiamento di rotta.
Tommaso Pellegrino

Cesare Battisti ed i soliti propositi.

Leggo che il terrorista Cesare Battisti ha ieri dichiarato a mari e monti che, in caso di estradizione in Italia preferirà scegliere il suicidio. Poichè in passato abbiamo assistito a tante dichiarazione di sinistri poi rimaste senza esito, come di chi voleva abbandonare l’ Italia in caso di sconfitta elettorale, oppure tanti scioperi della fame non conclusi, vedremo se, nel caso di buon esito

Global news

Il progresso non si arresta di fronte a nulla. La specie canina diviene finalmente razza, grazie ad una provvidenziale iniziativa intrapresa dalle Nazioni Unite. Considerato il grande successo dello stesso esperimento svolto dal Governo Mondiale sui paguri bernardi e le oloturie, gli Illuminati hanno deciso di estenderlo ad alcuni mammiferi terrestri, nella prospettiva di proseguire in un non

IL 25 APRILE, ALEMANNO ED ALTRO…

Come ad ogni sopraggiungere di tale data cruciale, anche in vista di questo 25 aprile ci si era già pressochè rassegnati ad assistere alle consuete polemiche di bassa lega e manovre di appropriazione della festa ad opera di un solo versante politico ben definito, manovre in passato sempre favorite, bisogna ammetterlo, anche dalle sostanziali assenze nelle sedi più opportune e dalla rinuncia, per quieto vivere, a rivendicare con la dovuta energia il proprio ruolo nella lotta resistenziale, o, almeno, il proprio diritto a festeggiare come tutti la riconquistata libertà, da parte di quei protagonisti di altri orientamenti politici che sono spesso ben più sinceri fautori degli ideali posti alla base della nostra democrazia di quanto non lo siano gli apparenti padroni della festa, ma non altrettanto aggressivi e possibilitati a convogliare grandi masse, a proprio sostegno, nelle piazze ove solo chi fa più chiasso sembra avere diritto di cittadinanza.
Invece, quest’anno, qualcosa sembra essersi finalmente mosso nel senso del reciproco venirsi incontro tra italiani e dell’intendere la ricorenza come veramente “nazionale” anzichè appannaggio di una sola parte.
Il presidente della Repubblica, gesto ancora più significativo in quanto compiuto proprio da una delle più autorevoli personalità di quella sinistra da sempre ritenutasi depositaria esclusiva di storia e valori della lotta partigiana, si è recato a Montelungo, dove ad esordire contro i tedeschi non furono i partigiani, ma i militari regolari del ricostituito Regio Esercito, ed ha ricordato che a “nessun caduto di qualsiasi parte (…) si può negare rispetto e pietà”.
Il capo dell’opposizione ha invitato quello del governo a partecipare alle celebrazioni del 25 aprile, come non aveva mai fatto precedentemente (magari nella segreta speranza che rifiutasse, così da avere l’appiglio per innescare sterili polemiche, come da migliori tradizioni di ogni anno a questa data), e questi ha accettato, ancorchè non recandosi a Milano (come avrebbe voluto il Franceschini) o in altra piazza “calda” del Nord Italia, teatro effettivo dei fatti insurrezionali di sessantaquattro anni fa, dove ad attenderlo sarebbero state soprattutto masse mobilitate dalle forze politiche prevalenti in quel contesto (e quindi, inutile negarlo, da quelle di sinistra, con tutta la buona volontà ben difficilmente immaginabili ad osannare Berlusconi) e che, comunque, non avrebbe certo costituito una cornice adatta per la presenza di un capo di governo, ma prma presenziando alla cerimonia ufficiale nella capitale e poi recandosi in quel di Onna, già teatro di una strage nazista ed oggi provata dalla tragedia del terremoto abruzzese.
Negli interventi di tutte le personalità della maggioranza, secondo taluni ancora in bilico tra nostalgie mussoliniane e conversione all’antifascismo, la piena adesione ai valori democratici e costituzionali, trionfanti con la vittoria di quanti, nel ’43-45 combatterono contro il nazifascismo, è stata inequivocabile come mai in precedenza, e, se questo può apparire in un certo qual modo scontato per quanto riguarda gli esponenti del PDL provenienti da Forza Italia, da sempre in prima linea nella difesa dei valori liberali, essa non si è rivelata meno convinta da parte anche degli ex di Alleanza Nazionale, vale a dire del partito discendente da quel MSI ancora pochi anni or sono non certo sospettabile di eccessivo antifascismo.
Il passo successivo è stato il pieno accoglimento della richiesta avanzata dall’opposizione (chissà se, anche in questo caso, per cercare la rissa nel caso di una risposta a picche) di ritirare un discutibile progetto di legge che avrebbe equiparato combattenti repubblichini, partigiani e del Regio Esercito cobelligerante nel comune diritto a cavalierati e vitalizi.
Al netto accoglimento di questa richiesta, e alla netta presa di posizione su quale sia, tra le parti in lotta nel ’43-45, quella da ringraziare per le odierne libertà democratiche, non ha mancato di associarsi neppure il sindaco della capitale ed ex dell’estrema destra Alemanno; lo stesso che, giorni fa, è stato bersaglio di gratuiti apprezzamenti non propriamente benevoli da parte di un patetico sindaco di Parigi che vogliamo credere solamente disinformato sulle reali posizioni del suo collega romano, e non in aperta malafede.
Parrebbe, quindi, che più nulla possa offrire il destro ad insinuazioni sulla mancata condivisione dei valori fondanti della nostra Repubblica, almeno tra le grandi forze politiche destinate ad alternarsi democraticamente alla guida del Paese.
Certo rimarrà qualche isolato a non accorgersi del progredire del treno della Storia, come chi ha tanto cretinamente (ma anche prevedibilmente) contestato Formigoni a Milano, o come chi resterà fermo su posizioni ormai fuori del tempo anche sul versante politico opposto. Ma saranno persone e gruppi che si autoemargineranno, che saranno sempre in meno e peseranno sempre meno.
La condvisione dei valori di base è invece essenziale in una moderna democrazia degna di tale nome, non c’è alcun grande Paese in cui questa non si sia realizzata, e poi si potrà, anzi si dovrà, differenziarsi e confrontarsi su tutto il resto.
Tommaso Pellegrino

25 aprile: vengo anch’io ? No, tu no !

Dopo essermi occupato in “La peggio gioventù” dell’ uso della parola “resistenza” negli slogan rossi degli anni ’70, passo ora qui a ricordare che, in questo clima celebrativo resistenziale, ancora una volta rimangono fuori dalla memoria migliaia di combattenti di un Esercito Regolare, che combatterono in Divisa per oltre un anno e mezzo continuando una guerra, voluta e sentita dalla stragrande maggioranza del popolo italiano, decisamente Fascista il 10 Giugno 1940, restando alleati ai paesi con cui ci si era schierati inizialmente. Parliamo naturalmente dei Combattenti dell’ Esercito della Repubblica Sociale Italiana, che pagarono con un altissimo tributo di sangue, anche a guerra finita da tempo, questa loro fedelta’ e coerenza. Anche in combattimenti contro i veri invasori di allora, gli angloamericani, i francomarocchini, i polacchi, i neo-zelandesi, i canadesi, i brasiliani, gli juogoslavi e tutte le variegate formazioni che si succedettero nel corso degli ultimi tempi della II° Guerra Civile Europea nella progressiva occupazione d’ Italia.

Ancora oggi, anche nei vari discorsi ufficiali, li si dimentica oppure si pretende di parlare per loro, inneggiando a valori resistenziali per i quali moltissimi italiani ebbero lutti anche dopo la fine della guerra e, successivamente, anche negli Anni di Piombo. E pretendendo che tutti gli italiani guardino oggi beati a quei valori, omettendo che, negli Anni del Consenso, la stragrande maggioranza degli Italiani si identificarono negli Ideali del Fascismo, alternativi alla forma di governo democratica e parlamentare. Che rimane UNA delle tante forme di governo.

Tra di loro, voglio ricordare oggi il Reggimento Alpini Tagliamento, che si distinse nella lotta contro i partigiani di Tito, come nella battaglia di Tarnova della Selva (oggi in territorio temporaneamente Sloveno), per impedire l’ occupazione dell’ intero Friuli-Venezia Giulia da parte jugoslava con l’ avvallo di Togliatti.
Questi Alpini, oggi dimenticati, collaborarono verso la fine del conflitto con i partigiani anticomunisti della Osoppo (quelli uccisi a Porzùs, per intenderci, di cui mi sono occupato in passato)per difendere la Patria, ed in particolare la città di Udine. Questi Soldati ebbero 720 uomini tra morti e dispersi, 608 furono i feriti, e 45 assassinati a guerra finita nel nome della resistenza e dell’ antifascimo.