Liviu Corneliu Babeş.

Due anni sono passati dalla Rivolta Operaia di Brasov che abbiamo precedentemente esposto. Il regime comunista ha rafforzato la propria presenza di spie ed infiltrati nelle officine della cittadina rumena. Molti i deportati nei vari campi. La popolazione, alle prese con i notevoli problemi economici, sembra aver dimenticato. Liviu Babeş, no.
Ed è incredibile che, tranne che in Romania, questa figura sia praticamente sconosciuta, lui che giustamente dovrebbe essere chiamato (ed in Patria lo è) lo “Jan Palach Rumeno”. Perchè quest’ uomo, che non era più un ragazzo, il 2 Marzo 1989 decise di darsi fuoco per protesta contro lo stato canaglia di Nicolae Ceausescu.
Era nato a Brasov il 10 Settembre 1942, e dopo una specializzazione come elettricista, pur essendo stato assunto come tale in una fabbrica di prefabbricati, aveva uno spiccato talento artistico, tanto da comporre diversi quadri e sculture prevalentemente in materiale plastico. Sposato con Etelka, lasciò una figlia di soli 11 anni.
In quel 2 Marzo, con un cartello con la scritta in lingua tedesca: “Stop agli omicidi. Brasov=Auschwitz”, decise di dare un esempio ai propri concittadini e compatrioti, e si immolò davanti a centinaia di turisti (Poiana Brasov è anche una località sciistica, allora riservata agli stranieri ed agli alti papaveri del partito e dell’ esercito), sventolandolo tra le fiamme fino alla morte.
Il regime fece tutto il possibile per nascondere questo sacrificio, descrivendolo come un pazzo ed un teppista.
Con la legge 93 del 3 Giugno 1997 Liviu Corneliu Babeş è stato proclamato Martire della Rivoluzione. A lui è ora dedicata una strada nella sua città ed una targa di bronzo commemorativa è stata posta nel 2007 nella Basilica di Brasov.

http://rivoluzionerumena.blogspot.com/2009/12/liviu-corneliu-babes.html



Liviu Corneliu Babeş.

Due anni sono passati dalla Rivolta Operaia di Brasov che abbiamo precedentemente esposto. Il regime comunista ha rafforzato la propria presenza di spie ed infiltrati nelle officine della cittadina rumena. Molti i deportati nei vari campi. La popolazione, alle prese con i notevoli problemi economici, sembra aver dimenticato. Liviu Babeş, no.
Ed è incredibile che, tranne che in Romania, questa figura sia praticamente sconosciuta, lui che giustamente dovrebbe essere chiamato (ed in Patria lo è) lo “Jan Palach Rumeno“. Perchè quest’ uomo, che non era più un ragazzo, il 2 Marzo 1989 decise di darsi fuoco per protesta contro lo stato canaglia di Nicolae Ceausescu.

Era nato a Brasov il 10 Settembre 1942, e dopo una specializzazione come elettricista, pur essendo stato assunto come tale in una fabbrica di prefabbricati, aveva uno spiccato talento artistico, tanto da comporre diversi quadri e sculture prevalentemente in materiale plastico. Sposato con Etelka, lasciò una figlia di soli 11 anni.
In quel 2 Marzo, con un cartello con la scritta in lingua tedesca: “Stop agli omicidi. Brasov=Auschwitz”, decise di dare un esempio ai propri concittadini e compatrioti, e si immolò davanti a centinaia di turisti (Poiana Brasov è anche una località sciistica, allora riservata agli stranieri ed agli alti papaveri del partito e dell’ esercito), sventolandolo tra le fiamme fino alla morte.
Il regime fece tutto il possibile per nascondere questo sacrificio, descrivendolo come un pazzo ed un teppista.
Con la legge 93 del 3 Giugno 1997 Liviu Corneliu Babeş è stato proclamato Martire della Rivoluzione. A lui è ora dedicata una strada nella sua città ed una targa di bronzo commemorativa è stata posta nel 2007 nella Basilica di Brasov.

Il Marzo 1989 di Liviu Babeş.

1989, l’ anno storico, per la Romania Moderna. In tutta l’ Europa dell’ Est si respira un’ aria nuova. L’ Unione Sovietica, dopo anni di politiche economiche disastrose stringe i cordoni della borsa verso gli stati fratelli. Sotto l’ incalzare dello Scudo Satellitare voluto da Ronald Reagan i satrapi di Mosca non si sentono più molto sicuri. Anche perchè l’ Armata Rossa in Afghanistàn è sull’ orlo del tracollo. Ed infatti a Febbraio inizia l’ingloriosa ritirata di un esercito ritenuto invincibile. A Gennaio Praga ha assistito a numerose manifestazioni in ricordo di Ian Palach, con centinaia di arresti, tra cui Vaclav Havel, futuro Presidente della Cecoslovacchia. In Polonia, grazie all’ appoggio ed il prestigio ormai universale del Papa, Giovanni Paolo II, Solidarnosc sta per essere riconosciuta (lo sarà in Aprile). Ma In Romania, sull’ orlo del tracollo economico e con la popolazione stremata dalle privazioni, sotto il capillare controllo della Polizia Politica, la Securitate assicura certezze al criminale dittatore Nicolae Ceausescu. Tutto tace.
Ma qualcosa, a Marzo, turberà i sonni al Conducator: Liviu Babeş.

RIPARTIAMO DA QUEL PREDELLINO.

Ricorda decisamente più da vicino la squilibrata irlandese Violet Gibson, che, nel 1926, sparò a Mussolini ferendolo leggerissimamente, oppure quell’altro campione di salute mentale autore di un “attentato”, per fortuna anche quello privo di gravi conseguenze, contro Ronald Reagan, portato a termine per amore dell’attrice Jodie Foster, che non i “professionali” esecutori dei piani omicidi contro leaders politici e popolari di razza, finalizzati a cambiare il corso della storia infrangendo sogni riformatori della portata di quelli di J. F. Kennedy o di Martin Luther King.

Il Violet Gibson in versione maschile di turno si chiama Massimo Tartaglia, quarantadue anni, incensurato, ma, da una decina d’anni, in cura per problemi psichici piuttosto seri; la vittima è nientemeno che il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi; l'”arma” una banalissima riproduzione-souvenir del Duomo di Milano che il primo ha pensato bene di scagliare contro il secondo, al termine di un comizio da questi tenuto in piazza Duomo, spedendolo all’ospedale in una maschera di sangue, con danni a setto nasale, labbra e denti e prognosi di venti giorni.

Unanime, com’era sperabile che fosse, pur nei diversi gradi di “calorosità”, la condanna del folle gesto da parte del mondo politico, e anche di coloro che qualche vocina di rimprovero proveniente dalle parti della coscienza la dovrebbero sentire, per avere deliberatamente e senza ritegno creato un clima di odio senza precedenti nel panorama politico nazionale, sostituendo la legittima, per chi sta all’opposizione, critica costruttiva all’operato di chi governa con l’abuso di armi quali la diffamazione, l’offesa personale e la calunnia. Un clima che, oltre ad essere il primo responsabile di quanto accaduto, ingigantisce l’impatto di un evento forse liquidabile, in tempi “normali”, come l’increscioso, ma tutto sommato non carico di particolari significati, gesto di uno squilibrato, con minor preoccupazione per le possibili complicazioni di ordine pubblico cui il fatto potrebbe fare da detonatore o emulazioni.

Invece, se Tartaglia è psicolabile e per questo ha effettivamente tradotto in pratica un impulso malsano, le migliaia di scellerati che, su Facebook e in ambienti simili, hanno inneggiato al suo gesto dimostrano inonfutabilmente che sentimenti di avversione viscerale ed irrazionale verso l’aggredito sono, in verità, diffusissimi, e che, quindi, il pericolo che anche a qualcun altro, sulla quantità dei soggetti, possano saltare i freni inibitori che gli hanno finora impedito di perpetrare azioni criminose è reale.

Perchè si abbia qualche concreta possibilità di fare tutti un passo indietro, finchè si è in tempo, e perchè anche da un fatto negativo come questo possa nascere qualche cosa di positivo, occorre che proprio esso riesca a far comprendere a tutti i responsabli che si è ormai giunti ad un punto di molto difficile ritorno e che necessitano improrogabilmente radicali cambiamenti di registro.

Chi ha tirato la corda fino a portare il clima nel Paese a questi livelli di invivibilità, sebbene sia da ingenui pretendere che riconosca le proprie colpe, deve per lo meno condannare con estremo vigore e “senza se e senza ma” atti di violenza come quello verificatosi a Milano; deve cessare ogni campagna vergognosa come quella tesa ad insinuare l’idea che sia mafioso (o lo sia stato) un premier che, proprio nel giorno in cui un mare di pecoroni scendeva in piazza contro di lui contestandogl anche questo, quasi ti decapitava la mafia con una retata di boss come non se ne ricordava da chissà quando; deve cessare di sostenere che il medesimo abbia aspirazioni quasi dittatoriali, quando invece egli avverte soltanto qualche comprensibile sensazione di mani legate per via della ferraginosità dei pur sacrosanti riti ed organi della garanzia e della democrazia, lui uomo di mentalità imprenditoriale, abituato al “fare” senza chiacchiere e senza burocrazia, e, di carattere schietto com’egli è, lo esterna uscendo forse talvolta un po’ troppo dal seminato (ammettiamolo), ma lo fa ovviamente soltanto a parole e senza mai neppure sognarsi di mettere in atto comportamenti eversivi, malgrado gli atteggiamenti persecutori, da parte di talune istituzioni, nei suoi confronti da lui denunciati spesso non siano certo fisime, ma reali. Con gli istigatori o apologeti della violenza e del reato, via web o con qualsiasi altro metodo, la mano della legge non dev’essere infine leggera: non è infatti concepibile che i limiti alla libertà di espressione vigenti per i mezzi di comunicazione tradizionali non si estendano anche ai nuovi ritrovati come la Rete.

Purtroppo, l’ambiguità, per non dire peggio, dei commenti a caldo di vari esponenti dell’opposizione, di fronte al volto sanguinante del premier, non indurrebbe propriamente al massimo dell’ottimismo circa le reali intenzioni di certe forze politiche di voltare pagina nel senso sopra auspicato.

Sembrerebbe esserci un elemento, in questa dolorosa vicenda, comune ad un’altra clamorosa performance in una piazza milanese di Silvio Berlusconi: il predellino dell’automobile del leader. Da lì, nel 2007, fu lanciata l’idea del partito unico di centro-destra, che poi si realizzò, portò all’eccezionale risultato delle elezioni successive, a tante iniziali speranze legate ad una situazione parlamentare finalmente chiara, con una maggioranza solidissima, pochi gruppi parlamentari in campo ed un’opposizione moderata dichiaratamente disposta a giocare il suo ruolo correttamente e civilmente. Poi forse qualosa, per strada, si è guastato. Ora, in un’altra piazza poco distante da quell’altra, già dopo essere stato colpito, il Presidente del Consiglio, sfidando il pericolo di eventuali nuovi attacchi, nel caso quel pazzo non fosse stato solo, si è rizzato in piedi su quello stesso predellino, quasi a voler rassicurare i sostenitori presenti di non essere ancora stato definitivamente abbattuto.

Cogliamo l’analogia tra i due momenti: ritroviamo le condizioni per una politica serena, scongiuriamo il clima di odio, superiamo anche le incomprensioni interne al PDL.

Ripartiamo da quel predellino.

Tommaso Pellegrino