Liviu Corneliu Babeş.

Due anni sono passati dalla Rivolta Operaia di Brasov che abbiamo precedentemente esposto. Il regime comunista ha rafforzato la propria presenza di spie ed infiltrati nelle officine della cittadina rumena. Molti i deportati nei vari campi. La popolazione, alle prese con i notevoli problemi economici, sembra aver dimenticato. Liviu Babeş, no.
Ed è incredibile che, tranne che in Romania, questa figura sia praticamente sconosciuta, lui che giustamente dovrebbe essere chiamato (ed in Patria lo è) lo “Jan Palach Rumeno”. Perchè quest’ uomo, che non era più un ragazzo, il 2 Marzo 1989 decise di darsi fuoco per protesta contro lo stato canaglia di Nicolae Ceausescu.
Era nato a Brasov il 10 Settembre 1942, e dopo una specializzazione come elettricista, pur essendo stato assunto come tale in una fabbrica di prefabbricati, aveva uno spiccato talento artistico, tanto da comporre diversi quadri e sculture prevalentemente in materiale plastico. Sposato con Etelka, lasciò una figlia di soli 11 anni.
In quel 2 Marzo, con un cartello con la scritta in lingua tedesca: “Stop agli omicidi. Brasov=Auschwitz”, decise di dare un esempio ai propri concittadini e compatrioti, e si immolò davanti a centinaia di turisti (Poiana Brasov è anche una località sciistica, allora riservata agli stranieri ed agli alti papaveri del partito e dell’ esercito), sventolandolo tra le fiamme fino alla morte.
Il regime fece tutto il possibile per nascondere questo sacrificio, descrivendolo come un pazzo ed un teppista.
Con la legge 93 del 3 Giugno 1997 Liviu Corneliu Babeş è stato proclamato Martire della Rivoluzione. A lui è ora dedicata una strada nella sua città ed una targa di bronzo commemorativa è stata posta nel 2007 nella Basilica di Brasov.

http://rivoluzionerumena.blogspot.com/2009/12/liviu-corneliu-babes.html



Liviu Corneliu Babeş.

Due anni sono passati dalla Rivolta Operaia di Brasov che abbiamo precedentemente esposto. Il regime comunista ha rafforzato la propria presenza di spie ed infiltrati nelle officine della cittadina rumena. Molti i deportati nei vari campi. La popolazione, alle prese con i notevoli problemi economici, sembra aver dimenticato. Liviu Babeş, no.
Ed è incredibile che, tranne che in Romania, questa figura sia praticamente sconosciuta, lui che giustamente dovrebbe essere chiamato (ed in Patria lo è) lo “Jan Palach Rumeno“. Perchè quest’ uomo, che non era più un ragazzo, il 2 Marzo 1989 decise di darsi fuoco per protesta contro lo stato canaglia di Nicolae Ceausescu.

Era nato a Brasov il 10 Settembre 1942, e dopo una specializzazione come elettricista, pur essendo stato assunto come tale in una fabbrica di prefabbricati, aveva uno spiccato talento artistico, tanto da comporre diversi quadri e sculture prevalentemente in materiale plastico. Sposato con Etelka, lasciò una figlia di soli 11 anni.
In quel 2 Marzo, con un cartello con la scritta in lingua tedesca: “Stop agli omicidi. Brasov=Auschwitz”, decise di dare un esempio ai propri concittadini e compatrioti, e si immolò davanti a centinaia di turisti (Poiana Brasov è anche una località sciistica, allora riservata agli stranieri ed agli alti papaveri del partito e dell’ esercito), sventolandolo tra le fiamme fino alla morte.
Il regime fece tutto il possibile per nascondere questo sacrificio, descrivendolo come un pazzo ed un teppista.
Con la legge 93 del 3 Giugno 1997 Liviu Corneliu Babeş è stato proclamato Martire della Rivoluzione. A lui è ora dedicata una strada nella sua città ed una targa di bronzo commemorativa è stata posta nel 2007 nella Basilica di Brasov.

Il Marzo 1989 di Liviu Babeş.

1989, l’ anno storico, per la Romania Moderna. In tutta l’ Europa dell’ Est si respira un’ aria nuova. L’ Unione Sovietica, dopo anni di politiche economiche disastrose stringe i cordoni della borsa verso gli stati fratelli. Sotto l’ incalzare dello Scudo Satellitare voluto da Ronald Reagan i satrapi di Mosca non si sentono più molto sicuri. Anche perchè l’ Armata Rossa in Afghanistàn è sull’ orlo del tracollo. Ed infatti a Febbraio inizia l’ingloriosa ritirata di un esercito ritenuto invincibile. A Gennaio Praga ha assistito a numerose manifestazioni in ricordo di Ian Palach, con centinaia di arresti, tra cui Vaclav Havel, futuro Presidente della Cecoslovacchia. In Polonia, grazie all’ appoggio ed il prestigio ormai universale del Papa, Giovanni Paolo II, Solidarnosc sta per essere riconosciuta (lo sarà in Aprile). Ma In Romania, sull’ orlo del tracollo economico e con la popolazione stremata dalle privazioni, sotto il capillare controllo della Polizia Politica, la Securitate assicura certezze al criminale dittatore Nicolae Ceausescu. Tutto tace.
Ma qualcosa, a Marzo, turberà i sonni al Conducator: Liviu Babeş.

RIPARTIAMO DA QUEL PREDELLINO.

Ricorda decisamente più da vicino la squilibrata irlandese Violet Gibson, che, nel 1926, sparò a Mussolini ferendolo leggerissimamente, oppure quell’altro campione di salute mentale autore di un “attentato”, per fortuna anche quello privo di gravi conseguenze, contro Ronald Reagan, portato a termine per amore dell’attrice Jodie Foster, che non i “professionali” esecutori dei piani omicidi contro leaders politici e popolari di razza, finalizzati a cambiare il corso della storia infrangendo sogni riformatori della portata di quelli di J. F. Kennedy o di Martin Luther King.

Il Violet Gibson in versione maschile di turno si chiama Massimo Tartaglia, quarantadue anni, incensurato, ma, da una decina d’anni, in cura per problemi psichici piuttosto seri; la vittima è nientemeno che il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi; l'”arma” una banalissima riproduzione-souvenir del Duomo di Milano che il primo ha pensato bene di scagliare contro il secondo, al termine di un comizio da questi tenuto in piazza Duomo, spedendolo all’ospedale in una maschera di sangue, con danni a setto nasale, labbra e denti e prognosi di venti giorni.

Unanime, com’era sperabile che fosse, pur nei diversi gradi di “calorosità”, la condanna del folle gesto da parte del mondo politico, e anche di coloro che qualche vocina di rimprovero proveniente dalle parti della coscienza la dovrebbero sentire, per avere deliberatamente e senza ritegno creato un clima di odio senza precedenti nel panorama politico nazionale, sostituendo la legittima, per chi sta all’opposizione, critica costruttiva all’operato di chi governa con l’abuso di armi quali la diffamazione, l’offesa personale e la calunnia. Un clima che, oltre ad essere il primo responsabile di quanto accaduto, ingigantisce l’impatto di un evento forse liquidabile, in tempi “normali”, come l’increscioso, ma tutto sommato non carico di particolari significati, gesto di uno squilibrato, con minor preoccupazione per le possibili complicazioni di ordine pubblico cui il fatto potrebbe fare da detonatore o emulazioni.

Invece, se Tartaglia è psicolabile e per questo ha effettivamente tradotto in pratica un impulso malsano, le migliaia di scellerati che, su Facebook e in ambienti simili, hanno inneggiato al suo gesto dimostrano inonfutabilmente che sentimenti di avversione viscerale ed irrazionale verso l’aggredito sono, in verità, diffusissimi, e che, quindi, il pericolo che anche a qualcun altro, sulla quantità dei soggetti, possano saltare i freni inibitori che gli hanno finora impedito di perpetrare azioni criminose è reale.

Perchè si abbia qualche concreta possibilità di fare tutti un passo indietro, finchè si è in tempo, e perchè anche da un fatto negativo come questo possa nascere qualche cosa di positivo, occorre che proprio esso riesca a far comprendere a tutti i responsabli che si è ormai giunti ad un punto di molto difficile ritorno e che necessitano improrogabilmente radicali cambiamenti di registro.

Chi ha tirato la corda fino a portare il clima nel Paese a questi livelli di invivibilità, sebbene sia da ingenui pretendere che riconosca le proprie colpe, deve per lo meno condannare con estremo vigore e “senza se e senza ma” atti di violenza come quello verificatosi a Milano; deve cessare ogni campagna vergognosa come quella tesa ad insinuare l’idea che sia mafioso (o lo sia stato) un premier che, proprio nel giorno in cui un mare di pecoroni scendeva in piazza contro di lui contestandogl anche questo, quasi ti decapitava la mafia con una retata di boss come non se ne ricordava da chissà quando; deve cessare di sostenere che il medesimo abbia aspirazioni quasi dittatoriali, quando invece egli avverte soltanto qualche comprensibile sensazione di mani legate per via della ferraginosità dei pur sacrosanti riti ed organi della garanzia e della democrazia, lui uomo di mentalità imprenditoriale, abituato al “fare” senza chiacchiere e senza burocrazia, e, di carattere schietto com’egli è, lo esterna uscendo forse talvolta un po’ troppo dal seminato (ammettiamolo), ma lo fa ovviamente soltanto a parole e senza mai neppure sognarsi di mettere in atto comportamenti eversivi, malgrado gli atteggiamenti persecutori, da parte di talune istituzioni, nei suoi confronti da lui denunciati spesso non siano certo fisime, ma reali. Con gli istigatori o apologeti della violenza e del reato, via web o con qualsiasi altro metodo, la mano della legge non dev’essere infine leggera: non è infatti concepibile che i limiti alla libertà di espressione vigenti per i mezzi di comunicazione tradizionali non si estendano anche ai nuovi ritrovati come la Rete.

Purtroppo, l’ambiguità, per non dire peggio, dei commenti a caldo di vari esponenti dell’opposizione, di fronte al volto sanguinante del premier, non indurrebbe propriamente al massimo dell’ottimismo circa le reali intenzioni di certe forze politiche di voltare pagina nel senso sopra auspicato.

Sembrerebbe esserci un elemento, in questa dolorosa vicenda, comune ad un’altra clamorosa performance in una piazza milanese di Silvio Berlusconi: il predellino dell’automobile del leader. Da lì, nel 2007, fu lanciata l’idea del partito unico di centro-destra, che poi si realizzò, portò all’eccezionale risultato delle elezioni successive, a tante iniziali speranze legate ad una situazione parlamentare finalmente chiara, con una maggioranza solidissima, pochi gruppi parlamentari in campo ed un’opposizione moderata dichiaratamente disposta a giocare il suo ruolo correttamente e civilmente. Poi forse qualosa, per strada, si è guastato. Ora, in un’altra piazza poco distante da quell’altra, già dopo essere stato colpito, il Presidente del Consiglio, sfidando il pericolo di eventuali nuovi attacchi, nel caso quel pazzo non fosse stato solo, si è rizzato in piedi su quello stesso predellino, quasi a voler rassicurare i sostenitori presenti di non essere ancora stato definitivamente abbattuto.

Cogliamo l’analogia tra i due momenti: ritroviamo le condizioni per una politica serena, scongiuriamo il clima di odio, superiamo anche le incomprensioni interne al PDL.

Ripartiamo da quel predellino.

Tommaso Pellegrino

Processo rinviato ai liceali. E la polizia blinda la Statale

Nuove scritte contro i ragazzi di Cl alla Statale. E un altro giorno di inquietudine alla Cusl, la libreria universitaria da giorni sottoposta a un assedio fisico e psicologico da parte di autonomi e centri sociali.Dopo dieci giorni di minacce e pressioni, ieri fortunatamente la tensione fisicamente si è allentata, e la libreria ha potuto restare aperta per buona parte del pomeriggio, ma le

Florin Postolachi.

Eu am fost arestat pe 16 de acasa – vreau sa scurtez – am trecut prin toate etapele prin care au trecut si colegii mei. Dar vreau sa spun ca asa bataie cum am luat la Brasov n-am mai luat dupa aceea. M-au batut in trei serii, seara m-am intalnit cu acel individ care avea falca rupta si batea pe toata lumea. Sunt chiar curios ca nici unul nu a pomenit de acel individ. Asa zicea el, ca i-am rupt falca. Dar eu aveam 50 de kg, va dati seama ca nu puteam sa-i rup falca. Pe foarte multi colegi de-ai mei i-a abatut acel individ. Mai este si acum la Politia Brasov, l-am vazut. Nu stiu cum il cheama. De anchetat, m-a anchetat un capitan de la Bucuresti, unul blond. La un moment dat, asta a iesit din incapere: “Stai aici ca ma duc sa vorbesc cu colegii tai, daca aveti declaratiile la fel”, si a intrat altul, m-a legat cu catuse de un belciug din perete si m-a lovit cu pumnii in ficat, in rinichi; apoi a plecat. A venit celalalt capitan: “De ce esti suparat?” “A venit unul, m-a batut”. ‘Care, ma, ca ma duc dupa el, sa vezi ce-i fac”. S-a dus asta, a intrat inapoi ala care m-a batut: “Ce, ma, te-am batut?” si m-a luat iar la bataie. M-a batut asa de vreo trei ori. ‘Ia scrie acolo”. Asta a fost la Brasov. Si am mai scapat o data la Brasov: au intrat la un moment dat vreo patru namile si am avut prezenta de spirit; le-am vazut urechile tesite de la salteaua de la lupte, erau mari, imensi, si le-am zis: “Domn’e, nu va suparati, ati facut lupte la Dinamo?”. “Mai copile – aveam 21 de ani – copile, in ce te-ai bagat”. Si au plecat. In schimb, l-au batut pe un coleg al meu, toata camera au maturat-o cu el. Asta a fost ancheta la Brasov, a durat o noapte. Au fost cele mai violente interogatorii. Au fost si cazuri cand doar intrau in sala si-ti dadeau cate un baston peste cap. Erau in trecere doar, te salutau.
Vreau sa mai povestesc cum am plecat noi la Bucuresti intr-o duba cu colegii mei. Ne-au legat cu mainile la spate. Catusele de acest fel, se stie, se strang daca tragi de ele. Noi, fiind multi unul langa altul, in picioare, cu mainile la spate, cand a pornit masina catusele alea s-au strans pe maini si a inceput toata duba sa tipe de durere. La interogatoriu deja aparusera oameni mai inteligenti, te intrebau de cartile pe care le citesti, ce spectacole urmaresti, si dupa cum primeau raspunsuri adoptau si ei stilul de interogare. Dar vreau sa va spun ca si acolo, dupa cateva zile de interogare, era unul bun si unul rau. Unul te batea si altul nu te lasa sa dormi. Ala care te batea era bun.
Dupa cateva zile te obisnuiesti cu bataia, in schimb lipsa somnului e ceva iesit din comun. N-am dormit trei nopti. In fiecare seara ne lua, dupa ora 10. Dar sa nu dormi trei nopti…se schimbau la 4 ore, era o echipa formata din 5-6 anchetatori care in permanenta se schimbau. Era unul foarte rau, era chiar prototipul securistului. Era inalt, zvelt, cu niste ochi de om al dracului si ala ma batea in permanenta fara sa ma intrebe nimic. Ma batea, intram la el la interogatoriu, ma batea. Ce au omis colegii mei sa pomeneasca erau umilintele; cred ca asta a fost cea mai dura mjetoda de a ne interoga. Eram 8 insi in celula si eram obligati sa ne facem nevoile in WC la comun, fara compartimente, fara usa, si stateam la rand fiecare sa-si faca nevoile uitandu-se la ceilalti. Chiar asa ne-au spus la un moment dat: “Bai, sunteti cantitati neglijabile, pot sa fac ce vreau cu voi, nu stie nimeni si nu va afla nimeni”. Cam asta a fost tratamentul pe care l-am suportat acolo. Restul a fost povestit. Bineinteles, bataia, cu care, la un moment dat, te obisnuiesti.

Dan Anghel

Am fost ridicat pe data de 16, impreuna cu fratele meu. Amandoi, s-a nimerit, lucram la aceeasi sectie, la aceeasi intreprindere. Tot parcursul l-am facut impreuna cu el. Problema a fost simpla. Ne-a luat pe amandoi si ne-a dus la ancheta, la Brasov. Cand am iesit de la serviciu, m-am dus pe la el sa ne punem de acord, ca deja eram informati de la uzina ca incepe ancheta si ridica anumite persoane pentru ancheta. Ne-am hotarat amandoi: “Nu recunoastem absolut nimic, n-am facut, nu stim absolut nimic”. Frati, frati, dar stiam ca o sa ne ridice pe amandoi si am luat hotararea sa nu recunoastem. Ne-am dus la Militie. Pe mine m-a bagat intr-un birou, pe el in alt birou. A inceput ancheta: sa dau declaratie unde am fost, ce stiu de manifestatie. Am inceput sa-i povestesc, amagiri asa. Cand au vazut: “Esti smecher, da’ cu mine nu tine”. Si ne-a luat la bataie. O batuta, de-abia te puteai ridica de jos: “Hai scrie, ce-ai facut ieri, unde-ai fost”. Am scris aceeasi declaratie pe care mi-o formasem eu la inceput. Si asa a durat pana catre dimineata. La un moment dat fratele meu a cedat si persoana de legatura intre biroul meu si al lui vine la mine: “Ba cretinule, ba tampitule, recunoaste ce-ai facut, nu mai lua atata bataie”. Credeam ca vine sa ma amageasca, sa recunosc eu primul. Pe urma invers, s-a dus la el, “frate-tu a recunoscut”. La un moment dat, catre dimineata vine: “Uite, cuvintele fratelui tau – fratele meu e mai mare ca mine cu un an “Dane, te rog frumos recunoaste, sa nu mai iei bataie”. Am stat pe ganduri. N-am recunoscut, am luat o alta serie de bataie. La un moment dat: “Bai, nu fi tampit, frate-tu a recunoscut, e deja jos in celula, n-are rost. Nu esti obosit, nu vrei sa mai inchizi si tu un ochi in noaptea asta? Eu sunt satul, l-am luat pe ala, l-am luat pe ala. Scrie: am participat si eu”. Mi-a tras inca una de m-a dat intr-o parte, apoi m-a luat un subofiter. Culmea, m-a bagat intr-o celula cu fratele meu. Pana la urma, mi-am zis ca astia au avut dreptate. Am descoperit ca cele relatate de persoana de legatura au fost reale. “Nu mai rezistam. Asta e”. A doua zi deja ne-a imbarcat si am plecat la Bucuresti.
Aici s-a schimbat un pic situatia. Initial nu-i mai interesa ce am facut. Ei stiau ca am participat, cine sunt initiatorii, conducatorii. Familia din care provin sunt crestini dupa Evanghelie. Cum m-au luat pe partea religioasa, s-a schimbat situatia. “Cum, ba, voi astia aveti relatii pe dincolo, astia va tin la curent. Cine v-a vizitat, cu cine aveti legaturi?” Noi nu, si nu, si nu: “Nu se poate, parintii mei sunt asa, familia asa…” Pe ei cel mai mult i-a interesat daca stiu principalul instigator, sau promotorul acestei actiuni. “Domn’e, n-am stiut. Asta a fost situatia”. Am explicat ca nu stiu, n-a pornit de la mine din sectie. Pana si-au dat seama ca nu cunosteam nimic despre initierea acestei actiuni. Au ajuns la scopul spargerii. “Domn’e cand am ajuns acolo, intr-adevar, am stat o perioada in fata si la un moment dat, hai sa intram si noi sa vedem ce e acolo. Am intrat si m-am uitat ca intr-un muzeu. M-am uitat pe toti peretii la ce era acolo, apoi am iesit afara. Nu m-am atins de un muc de tigara sa-l dau mai incolo”. Nu am recunoscut, pentru asta iar am luat bataie. Atata am platit, in doua saptamani, sa zic numai doua zile nu, in rest, in fiecare noapte eram batut, pentru ca nu recunostean ca am facut ceva. Pana cand mi-a spus si fratele meu: “spune ca ai facut si tu, ca astia te omoara”. “Daca n-am facut nimic, nu-mi incarc eu dosarul, ca am facut mai stiu eu ce, ca ala a facut asa, ala a facut aia”. Devenisem un pic incapatanat si dur. “Domn’e, daca n-am facut nimic, n-am facut”. Pana in penultima zi. Bataie luam din toate partile, erau trei. Nu puteam sa ma apar ca veneau cu bocanci, cu bastoane, eram un sac de box. “Domn’e n-am facut nimic, constiinta mea e impacata, dar puteti sa-mi treceti acolo ca am daramat Consiliul. Puteti sa declarati orice, numai sa ma lasati in pace”. “A, te-ai facut baiat cooperabil, ia spune, ti-a fost greu? Pana acum de ce n-ai spus nu mai luat atata bataie? “Pentru constiinta mea n-am facut, si daca sunt baiat corect am spus doar ce am facut”. In fine, “Hai repede, zice, scrie”. Imi tremura mana, nici nu puteam sa scriu declaratia”. Da, domn’e am spart un vas de flori, un telefon, un televizor”, am trecut acolo. “Hai, semneaza ca esti bun”. Dupa care a urmat ziua in care ne-a dus la declaratia-angajament, am semnat-o si pe aia, ne-a facut prelucrarea: “Esti baiat cuminte, esti asa”, au inceput sa ne laude ca am fost cooperanti, sa avem grija, ca trebuie sa ne ferim cu cine discutam, sa spunem ca a fost bine, ca nu am patit nimic. De unde sa fie bine? Cand m-am dus acolo nu purtam curea la pantaloni si acum trebuia sa tin pantalonii cu mana ca curgeau de pe mine jos. Si a fost bine, ca asa am slabit. Cand am ajuns in fata usii de acasa nu ma recunostea mama, asa eram de slab si de amarat, dupa doua saptamani. In fine, a trecut.
Eu am fost deportat la Topoloveni. Acolo am primit acelasi tratament pe care vi l-au descris colegii mei. Li se spusese acolo ca o sa vina un securist, o sa fie infiltrati in toate intreprinderile, sa ia pulsul muncitorilor, sa nu se mai intample. Aceeasi situatie, cum ajungeam acolo, se uitau ca la o fiara; veneau, se uitau asa si dispareau. Si gata, plecam. Unii, nici dupa ce am plecat de acolo, dupa doi ani de zile, nu m-au crezut. “Nu-i adevarat, tu esti securist”. “Mai, esti un baiat inalt, un baiat prezentabil. Tu nu faci parte din clasa muncitoare. Tu esti securist si nu vrei sa-ti dezvalui adevarata identitate”. “Veniti la Brasov, sunt dintr-o familie cu 10 copii. Eu sunt aici, fratele meu e la Slatina”. “Nu-i adevarat”. Deci asa de bine le-a fost inoculata ideea ca vor fi adusi in colective de munca securisti care vor da toate relatiile, incat ma gandesc ca si in ziua de azi ei mai cred ca eu am fost securist. Au fost speriati. Le-au zis: “Aveti grija, astia nu sunt meseriasi, nu stati pe langa ei, ca o sa le zboare piesele pe masina, aveti grija, nu stati pe langa ei. Ca ei asta au de facut”. Dar a fost tocmai invers, ca unde am lucrat eu i-am ajutat foarte mult. Ajunsesera sa se intrebe: e securist, sau e meserias bun? Nu stiau ce sa mai creada. Cand a venit revolutia, la 16 decembrie, secretarul de partid zice: “Brasovene – asa s-a obisnuit de la inceput sa-mi spuna – cred ca de maine o sa mai ai un coleg”. Stateam si ma gandeam: “N-ai auzit ce e la Timisoara? Avem un brasovean, o sa avem si un timisorean. In gandul meu, “Doamne ajuta, sa vina odata sa-i spulbere pe toti, sa scap odata de chinul asta!”. Am avut niste colegi care imi erau mai apropiati sufleteste si care mi-au spus: “Mai, merge treaba ca lumea, cred ca o sa scapi de aici”. In 22 decembrie eram schimbul II: au venit colegii si mi-au cerut radioul. Stateam chiar langa uzina, iar blocul unde eram cazati era langa poarta intreprinderii. Au zis: “Hai sa iesim si noi”. Le-am raspuns: “Duceti-va voi, eu mi-am facut o data datoria, acum umblati si voi, faceti si voi ceva, sa se auda si de voi, de ce numai de Timisoara si de Brasov”. Ei, n-au avut curajul. Asta a fost in jurul orei 3; de-abia atunci s-au inchegat vreo 20-30 de persoane care au iesit in fata intreprinderii si au mers prin oras. Si, mergand atunci, s-a instaurat noua ordine de la Brasov, si imediat au cerut: “Aduceti-l aici, aduceti-l aici! Eu m-am dus in urma lor o perioada buna, dupa aceea m-am intors, si cineva mi-a zis: “Brasovene, lasa ca tu ti-ai facut datoria. Du-te inapoi, ca astia incep sa traga, cine stie ce se intampla acolo si pe urma vin direct la tine, ca tu esti consemnat”. M-am speriat si m-am dus inapoi in garsoniera pe care o aveam. Am asteptat. Numaidecat am auzit ca bate la usa: prima data m-am speriat, mai sa fie…? Pana la urma, incep sa strige: “Bai, noi suntem, asa si asa”. Era un locotenent. M-am dus cu ei, m-am recomandat cine sunt, iar locotenentul mi-a spus: “Imi pare bine, tu trebuie sa fii aici primar”. “Da, il punem primar”. Era o primarita acolo, un gen de femeie dura pe care au luat-o la bataie, sa paraseasca primaria. Nu stiam cum sa ma fofilez, sa scap de acolo. Oraselul nu e mare, dar se adunasera vreo suta de oameni. Nu stiam cum sa ma fac disparut. Am stat pana seara si am invocat ca am lasat resoul in priza si trebuie sa ma duc acasa. I-am lasat acolo, am facut repede bagajul si dimineata am stat la geam sa vad daca incep sa mai circule pe acolo. Apoi am iesit si m-am dus sa caut o ocazie. Am nimerit pe unul care m-a dus cu o masina pana la o intrare in Pitesti si de acolo am spus ca ma duc la Campulung. Spre Brasov am nimerit o masina, un TV. Se formasera filtrele de verificare si nu voia sa ma ia, ca ii era frica sa nu intarzie. “Domn’e, te rog frumos vreau sa ajung la Brasov”. M-a luat. Mare noroc pe el, cand am ajuns la Brasov mi-a fost recunoscator. El luase marfa – pistoane – de la Slatina si trebuia sa o duca la Brasov. Filtrele astea de pe strada il impiedicau. Cand m-am urcat in masina: “Domn’e, eu sunt de la Brasov, nu-ti fa probleme, am fost cu 15 noiembrie”. Am aratat buletinul (am avut aceeasi problema cu buletinul, pe care n-am vrut sa mi-l faca). Cum spuneam ca sunt de la Brasov, ma luau, ma pupau, sa ma traga jos din masina la filtrele astea. Asa ca nu mai statea sa caute in toate containerele, pana la mine il verificasera amanuntit. Asa ca mi-a spus ca fara mine doua zile ar fi facut pana la Brasov, caci erau foarte multe filtre.