La storia alternativa di Mario Farneti

E’ finalmente uscita l’edizione economica del terzo volume della storia alternativa disegnata da Mario Farneti.
Con “Nuovo Impero d’Occidente“, 530 pagine , TEA, €. 9,60, si conclude (? … spero di no) il ciclo di romanzi che, partendo dalla seconda guerra mondiale, tratteggiano il mondo come avrebbe potuto essere se
Il famoso “what if” della fantascienza ucronica, viene qui proposto in chiave italiana, con una trilogia nella quale appaiono personaggi esistiti nei ruoli che avrebbero potuto avere e di fantasia e vicende che non sfigurerebbero in una classica saga fantascientifica.
Sicuramente l’idea di base a molti non piacerà.
L’Italia Fascista sopravvive alla seconda guerra mondiale, rifiutando l’alleanza con i tedeschi e stringendo una solida alleanza con gli Stati Uniti, assieme ai quali combatterà in Vietnam per fermare il cancro comunista.
L’Italia Fascista, retta ancora dal Duce Benito Mussolini, è così diventata una potenza mondiale che riesce, anche con l’aiuto di misteriosi personaggi che rappresentano la continuità dell’Antico Impero Romano, con le sue Vestali, a sconfiggere il comunismo.
Era la trama del primo romanzo (Occidente).
Siamo quindi al secondo capitolo della saga: Attacco all’Occidente.
Sono i musulmani, questa volta, ad attaccare l’Occidente e ad invaderne le nazioni, ivi inclusa una sempre più potente Italia, governata dal nuovo Duce Romano Tebaldi.
Ancora una volta il nemico verrà sconfitto senza possibilità di recupero.
Ma i primi due romanzi sono una preparazione per la conclusione che ha anche affreschi di saga spaziale.
Questa volta il nemico è esterno ed interno, presente e passato.
Sono due razze che si sono combattute nei millenni passati di cui siamo i pronipoti.
L’Italia Fascista primeggia nel mondo e nel 2012 diventa la nazione leader che salverà la Terra da una rinnovata catastrofe, con l’aiuto degli Antichi che, poi, ripartono sulla loro potente astronave.
E’ un romanzo nel quale non ci si fa mancare nulla: guerra, tradimenti, atti di eroismo, amore.
Mario Farneti scriverà anche senza tanta poesia (come alcuni critici sostengono) ma l’affresco che ci fornisce della ipotetica Italia Fascista di Occidente non può che far piacere a chi, nonostante tutto, considera l’Italia erede di Roma e naturalmente destinata ad un posto di primo piano nella comunità mondiale.
Una trilogia (con 25 euro si comprano tutti i volumi in economica) consigliatissima a chi è ancora capace di sognare.
Sconsigliata al fegato di comunisti e antifascisti in servizio permanente effettivo.

Entra ne

La riforma della Pubblica Amministrazione

Se ne parla da oltre mezzo secolo: con alterne vicende . Ed anche oggi . domina nei programmi dei Governi.

Ma con una prevalenza di mentalità ingegneristica: Che tuttavia non guasta!

Trascurando o sottovalutando che , forse e senza forse , due sono però le premesse essenziali per una valida ed efficace riforma :

a) il valore formativo ,e la necessità di una apposita formazione ad hoc,degli operatori del sevizio esclusivo della Nazione , tipico ed esclusivo dei Pubblici Dipendenti;(art.98 Cost.)

b) la necessità di una chiara regolamentazione del “ cosiddetto raccordo naturale fra Politica ed Amministrazione “ ( l’annosa questione del rapporto tra politica ed amministrazione ) e cioè di una chiara distinzione fra chi fa scelte politiche e decide sui programmi e sugli obbiettivi e i tempi e chi invece fa scelte operative e decide sull’organizzazione delle risorse per raggiungere quegli obbiettivi e ne sopporta le conseguenze ( responsabilità gestionale )

La premessa essenziale , il cuore della riforma, sine qua non, sta tutta qui.:sulla concreta realizzazione di questi due fattori essenziali per una vera ed efficace riforma

Santo Ch 5/5/2008

Ai vecchi Vidoniani : Un appello ed una preghiera!

Più volte mi sono detto : ma chi te lo fa fare ? E’ come combattere contro i mulini a vento!

E’ vero ; goditi la pensione ed i nipotini !

Ma poi prende il sopravvento , su ogni tipo di sentimento ,compresa la paura di cadere anche nel ridicolo del protagonismo , quello spirito di appartenenza che fa rivivere in me , come credo anche in tutti voi,quelle iniziative,attività ,passioni,proponimenti,che hanno segnato un momento rilevante ,nel bene e nel male,della nostra vita di uomini e di funzionari, specie se poi, di quel particolare Ufficio che è stato il Dipartimento della Funzione Pubblica , erede dei vari Uffici per la Riforma.

Ed in effetti , se ci pensiamo bene , siamo stati forse protagonisti, a volte anche inconsapevoli ed involontari, di un momento che ha segnato una svolta veramente innovativa nella storia della Pubblica Amministrazione !

Deve perciò essere motivo di orgoglio per tutti noi l’essere stati partecipi, pur nei diversi ruoli, parte attiva di quel periodo e di quella cultura : di essere stati e di essere VIDONIANI !

Ed è ancora per questo che dovremmo sentirci tuttora legittimati ad intervenire con spirito critico e propositivo insieme , ma anche con sincera umiltà, nel dibattito per una nuova Amministrazione Pubblica . Con lo steso entusiasmo che caratterizzò allora la nostra presenza in Palazzo Vidoni …
Per riprendere ora , ove possibile , quelle iniziative e quei dibattiti, quelle speranze e forse anche quei sogni.! Basterebbe riandare alle tappe più significative ed incisive di quel periodo! Ne ricordiamo alcune ?

IL RAPPORTO GIANNINI SUI PRINCIPALI PROBLEMI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE : una impietosa radiografia della P.A. ed un spinta vigorosa per azioni e sviluppi futuri . Tuttora valido ancora ,nonostante tutto!

LA LEGGE QUADRO SUL PUBBLICO IMPIEGO la negoziazione collettiva nel settore del pubblico impiego ,in un quadro di democrazia partecipativa , e di progressivo allineamento degli ordinamenti e dei trattamenti delle diverse Pubbliche Amministrazioni , ma anche nei confronti con il settore privato. E’, nei fatti , anche un primo esperimento , rimasto anche il solo , io credo ,di attuazione dell’art.39 della Costituzione

LA DIRIGENZA STATALE Il vero cuore della riforma ! Il generoso tentativo di regolamentare il delicato rapporto fra Politica ed Amministrazione ; codificando la separazione fra scelte e decisioni politiche sugli obbiettivi proprie dei Politici e le scelte e decisioni operative sulla organizzazione delle risorse ( Umane,finanziarie,strumentali ed anche procedimentali ) per il perseguimento degli obbiettivi programmati, e nei tempi programmati proprie dei Dirigenti ., Ed insieme la previsione, in capo ai Dirigenti , della responsabilità gestionale ,per dar conto dei risultati della gestione e della sua proficuità.

LA MISURAZIONE DEL LAVORO E DELLA PRODUTTIVITA’

Una autentica rivoluzione: operare per progetti-obbiettivo, avviando a tal fine appositi progetti sperimentali, come ad esempio “Il progetto efficienza P.A. Milano” e quello denominato “Lo Sportello del Cittadino”. E come non ricordare l’avvio ,sul piano propositivo e metodologico, ai fini sperimentali ed applicativi, il complesso “Progetto F.E.P.A” ,o quello proposto da AREA ,e ancora il domestico “Progetto SOLI” ?

L’INFORMARICA NELLA P.A. Un modo nuovo e diverso di organizzarsi , interagire ed operare più rapido e incisivo ! Ed allora non c’era ancora Internet e si vagheggiava una mega rete delle reti da costruire ad hoc!

O ancora l’aver posto l’accento sulla CENTRALITA’ DEL CITTADINO che grazie all’espediente della autocertificazione ( nobile intuizione per la sua semplice realizzazione ) scopre che il Cittadino è al centro dell’attività della P.A. e che non può essere più considerato suddito, superando così un atavico sospetto nei rapporti fra P.A. e Cittadino !!

O ancora gli studi e i tentativi di attuazione della QUALIFICA FUNZIONALE , o lo scambio di studi e di esperienze con altri Paesi o di tante altre qualificanti iniziative su ui non sarebbe superfluo soffermarsi e riflettere .
E’ un ricco patrimonio comune da ricordare , da tramandare e da non disperdere ! O vogliamo rinunciare a dire ancora la nostra ?

Ecco anche il perchè di questa iniziativa aperta ad un dibattito sereno ! CH

Lettera … sull’art.98 della Costituzione

Egregio Onorevole,

Questa mia finirà come tante altre nel mucchio e sarà cestinata dai suoi collaboratori !Pazienza !

Ma se per avventura Lei avesse qualche minuto per darvi un’occhiata , lo faccia tenendo presente che chi scrive ( ormai ultraottantenne ) ha già dedicato gli anni più belli della sua vita umana e professionale al servizio …. diciamo pure dello Stato! E quindi non ha più nulla da chiedere .

Tutti i partiti hanno già presentato il loro programma e le prime ovvie critiche dei grandi opinionisti sono state appunto una ovvietà: ma con quali mezzi finanziari ?

Io dico molto più semplicemente e modestamente : ma con quali strutture e di che tipo e soprattutto con quali uomini ? Nell’unito allegato espongo anche talune semplici idee.

Finora abbiamo solo sentito straparlare dei “ fannulloni “ di Jachino e degli improduttivi di Montezemolo .

A nessuno è venuto in mente , politico e non , che esiste da sempre un articolo 98 della Costituzione cui dare ancora attuazione e che pone i pubblici dipendenti “ al servizio esclusivo della Nazione “ ( art. 98 ) , mettendoli moralmente , nel Sistema Italia , allo stesso livello degli Eletti che rappresentano la Nazione ( art.67 ) e del Capo dello Stato che rappresenta l “ Unità Nazionale “ (art. 87 ) , quasi fossero i tre cardini della nostra vita di Comunità nazionale!

Ci deve essere allora un perchè se i Padri Costituenti hanno sanzionato un tale parallelismo dando ad esso rilievo costituzionale !

Eppure nessuno mai si è fatto carico di dare un qualche preciso significato al dettato costituzionale dell’art.98 , ignorando, forse incolpevolmente , che sono loro , i tanto bistrattati pubblici dipendenti , il CUORE essenziale di ogni riforma , e che è grazie al loro impegno e alla loro dedizione professionale , se le riforme possono concretamente realizzarsi e se il Sistema Italia può effettivamente funzionare , con efficienza ,efficacia ed economicità, e in termini di tempestività ed esaustività per i Cittadini !.

Si dia allora significato reale e consistenza contenutistica “ al servizio esclusivo della Nazione “ ridando , a tutti i Pubblici Dipendenti ( tutti ,nessuno escluso ) , ma soprattutto ai Dirigenti , il senso religioso del loro lavoro e del loro impegno professionale , servizio esclusivo appunto , e l’orgoglio e la dignità insieme di servire non il Paese o le fazioni politiche , ma la NAZIONE .

E’ questo infatti un fondamentale discorso di contenuto etico–giuridico , che anzitutto pone in risalto la esigenza primaria di una specifica formazione e di una precipua coscienza professionale e comportamentale dei dipendenti pubblici finalizzate a tale tipo di servizio .

Se non si ha il coraggio di esaltare un tale essenziale principio etico-giuridico , e non c’è la volontà di realizzarlo in una specifica formazione e nei conseguenti puntuali comportamenti operativi dei funzionari, si rischia di predicare al vento e di costruire sulla sabbia ogni tipo di riforma ,anche la migliore.

Ho esposto quello che sentivo di dire, senza avere la pretesa di insegnare nulla a nessuno , ma fidando nella vostra comprensione e sensibilità per un futuro migliore della nostra Nazione !

Santo Ch (27/04/2008)

SI RIMONTA IN SELLA!

E’ fatta. Dopo una parentesi di un paio di anni decisamente da dimenticare, le urne aperte domenica e lunedi hanno sancito chiarissimamente, in barba a coloro che hanno agitato lo spettro di nuovi scenari di esiti elettorali ambigui e di conseguente ingovernabilità o difficile governabilità dell’Italia, il ritorno alla guida del Paese di un Capo di governo e di uno schieramento politico che gli italiani hanno già avuto modo di ben conoscere e dei quali probabilmente, visto il loro inequivocabile verdetto, non conservavano poi un ricordo così orrendo come tutte le parti a ciò interessate hanno tentato in tutti i modi di farci credere; un Capo di governo ed uno schieramento in grado ora di riprendere il lavoro da dove la fine della legislatura che li ebbe per protagonisti e l’avvento della calamità prodiana l’avevano interrotto, seppure in un contesto profondamente cambiato, rispetto ad allora, e con nuove e difficili sfide da raccogliere.
Il temutissimo “pareggio” dovuto alle magagne della legge elettorale vigente, con mancanza di una maggioranza chiara specie in Senato e, sullo sfondo, i fantasmi di impresentabili “inciuci” o di scene di panico per non sapere bene che pesce pigliare, è dunque stato scongiurato: la vittoria della parte vincente è stata nettissima e si è affermato un sostanziale bipartitismo che avvicina il nostro sistema a quello delle più evolute democrazie occidentali. Insomma, il tanto demonizzato “Porcellum” (comunque da rivedere almeno sotto certi aspetti), applicato nel giusto modo, ha funzionato bene; chissà cosa sarebbe invece avvenuto se si fosse proceduto, a suo tempo, al varo di un governo provvisorio presieduto da Marini o da altri, e all’emanazione di una qualche nuova legge elettorale.
La novità “rivoluzionaria” più evidente è senza dubbio quella della semplificazione a dir poco drastica del quadro politico e del ventaglio dei partiti rappresentati in Parlamento, con la nascita di un bipolarismo rafforzato e caratterizzato dalla scomparsa delle vecchie mega-coalizioni con dentro tutto e il contrario di tutto, rimpiazzate da due nuovi schieramenti composti ciascuno da pochissimi elementi legati tra loro da solidissime intese, ormai pressochè due superpartiti, per di più capaci da soli di coprire la quasi totalità dei seggi disponibili nelle due camere, essendo state gran parte delle formazioni esterne a questi due blocchi tagliate fuori dalle soglie di sbarramento previste dalla legge elettorale, con il risultato di ritrovarci, a conti fatti, con quattro o cinque gruppi parlamentari in luogo degli oltre venti della legislatura appena conclusasi.
Riteniamo che, a determinare tale esito, sia stato soprattutto il comportamento cosciente e logico da parte di un elettorato forse più maturo di quanto non abbiano immaginato gli stessi politici (i quali non hanno mai smesso di insistere sulla necessità del cosiddetto “voto utile”, cioè dato a chi ha concrete possibilità di vittoria) e meno soggetto alle tentazioni dell’anti-politica e del voto “di protesta”, dato a chi si sa benissimo che non può farsene nulla. E’ infatti chiaro che, in un sistema basato su un premio di maggioranza, tale da consentire di governare, attribuito a chi ottiene più voti, e con soglia di sbarramento anti “nanetti”, ad avere possibilità di successo sono soltanto quei grandi partiti o poli nei quali possano riconoscersi le più ampie fasce possibili dell’elettorato, nella stragrande maggioranza composto da persone moderate tendenzialmente orientate o verso destra o verso sinistra, per cui non potrà mai raggiungere i numeri sufficienti chi rappresenta invece posizioni ideologiche più estreme o anche se ne sta insipadamente collocato al centro-centro.
E’ così successo che sono rimaste totalmente escluse dal nuovo Parlamento, insieme alle mille listarelle rappresentanti il nulla assoluto che affollavano con i loro improbabili simboli le nostre schede elettorali (una delle quali, piange il cuore nel constatarlo, si chiamava “Partito Liberale”), persino formazioni che avrebbero forse meritato una sorte un po’ meno infausta, come una sinistra radicale “Arcobaleno” o una Destra di Storace-Santanchè, entrambe finite male perchè scese in lizza, questa volta, “da sole” e non più inglobate in grandi coalizioni-carrozzone come nelle consultazioni precedenti.
Costoro saranno sempre in tempo per prendere coscienza degli errori fatti e dei cambiamenti sopravvenuti nel panorama politico nazionale, e quindi per ritornare in un prossimo futuro alla vita parlamentare come portabandiera, dall’interno dei partiti maggiori, delle lotte nel nome dei valori molto particolari in cui credono. In caso contrario, se non potranno o vorranno fare ciò, potrà anche dispiacere un po’ a tutti per la perdita di quelli che possono, nonostante tutto, considerarsi dei contributi di pensiero preziosi, ancorchè al di fuori degli schemi più ortodossi, nelle altrimenti un po’ “sorde e grige” aule di Camera e Senato, ma rimane il fatto che lo scopo del meccanismo di una moderna democrazia dell’alternanza bipolare o bipartitica non è quello di garantire una rappresentanza parlamentare ad ogni costo, anche a chi rimane incapace di integrarsi nelle formazioni politiche mature per assumersi responsabilità di governo, bensì quello di creare le migliori condizioni per la governabilità e di rimuovere ciò che sarebbe d’ostacolo per la stessa.
Ora che il Cavaliere rimonterà in sella in simili inedite condizioni favorevoli di sicurezza della propria magioranza (sia in termini di numeri che di compattezza della coalizione), di semplificazione del quadro politico e di rinnovato prestigio, potranno finalmente essere affrontati, con serenità ed energia sconosciute al precedente governo, i non pochi problemi in cui si dibatte il nostro povero Paese.
Da parte nostra, continueremo a sostenerlo come potremo e gli auguriamo sin da ora buon lavoro.
Tommaso Pellegrino

Jihad contro i cristiani

Fu nel 635 d.C. cioè tre anni dopo la morte di Maometto che gli eserciti della Mezzaluna invasero la cristiana Siria e la cristiana Palestina.
Fu nel 638 che si presero Gerusalemme e il Santo Sepolcro.
Fu nel 640 che conquistata la Persia e l’Armenia e la Mesopotamia ossia l’attuale Iraq invasero il cristiano Egitto e dilagarono nel cristiano Maghreb cioè in Tunisia e in Algeria e in Marocco.
Fu nel 668 che per la prima volta attaccarono Costantinopoli, le imposero un assedio di cinque anni.
Fu nel 711 che attraversato lo Stretto di Gibilterra sbarcarono nella cattolicissima Penisola Iberica, s’impossessarono del Portogallo e della Spagna dove nonostante i Pelayo e i Cid Campeador e i vari sovrani impegnati nella Reconquista rimasero per ben otto secoli.
In pratica gli islamici conquistarono un’impero più vasto di quello romano in meno di 400 anni mentre i romani ne impiegarono quasi 1000 per conquistare il loro.
Tutte le regioni conquistate furono immediatamente islamizzate, credete che sia avvenuto per spontaneo abbraccio ad una religione superiore o a causa dei massacri di massa?

Estensione del cristianesimo prima delle invasioni islamiche

Estensione del cristianesimo prima delle invasioni islamiche

Estensione del cristianesimo prima delle invasioni islamiche

Come si fa ad espandesi così velocemente se non con la totale distruzione delle popolazioni vinte? Come si fa secondo voi ad islamizzare quasi totalmente le regioni conquistate in così poco tempo se non con la violenza?

Islam Spread

Islam Spread

Quello che è avvenuto in passato sta avvenendo anche oggi. Terrorismo, terrorismo e terrorismo.

terrorist organization

terrorist organization

Nessuna delle aree di confine con l’islam è al sicuro. Tutti i confini e le nazioni confinanti hanno problemi di terrorismo islamico.

areas with Islamic terrorism

areas with Islamic terrorism

Guardate l’area della distribuzione delle popolazioni islamiche e confrontatela con la lista delle nazioni con problemi di terrorismo.

distribuzione popolazione musulmana

distribuzione popolazione musulmana

Continua su : Il prezioso contributo dell’islam alla civiltà

TRA ELEZIONI PRESIDENZIALI AMERICANE E RUSSE, LA SCOMMESSA ITALIANA

Voilà, i giochi si direbbero ormai fatti. Mentre il mondo assiste, da un lato, alla lunga, e per noi non sempre facilmente comprensibile, maratona elettorale preparatoria di quella che sarà poi la vera e propria sfida finale per arrivare a sedersi sulla poltrona di presidente degli Stati Uniti, e, dall’altro, al viceversa rapidssimo consumarsi di ciò che ha avuto tutta l’aria di essere soltanto un semplice rito volto a conferire il formale sigillo di investitura popolare ad un’elezione presidenziale russa in realtà già del tutto scontata nel suo esito, in un ambiente politico obiettivamente ancora molto da perfezionare in fatto di vera democraticità, anche in Italia parrebbero a questo punto defintivamente disegnate le formazioni destinate ad affrontarsi, fra non molto, nella prova elettorale che dovrebbe inaugurare, dopo le non entusiasmanti esperienze del recente passato, una nuova fase nella vita politica nazionale, caratterizzata da un importante passo in avanti sulla strada della costruzione di una vera democrazia dell’alternanza al potere tra due principali proposte alternative: il passaggio dall’epoca delle grandi coalizioni contrapposte, troppo spesso oltremodo eterogenee, a quella dei grandi partiti, per il fatto stesso di essere tali, almeno in teoria, notevolmente più compatti ed affidabili.
Avevamo, su questo stesso blog, accolto con favore (e una punta d’invidia per essere state loro, e non noi, a raggiungere per prime tale risultato) la fusione delle due principali componenti del vecchio centro-sinistra nel nuovo Partito Democratico; poi, dopo un po’ di tempo, chiarita qualche passeggera incomprensione nel centro-destra, qualcosa di analogo è successo anche da quella parte della barricata, con la nascita del Popolo della Libertà, non ancora un vero e proprio partito, bisogna ammetterlo, ma comunque un nuovo soggetto politico con tutte le carte in regola per diventarlo al più presto, a partire dalla presentazione alle elezioni di tutti i componenti sotto uno stesso simbolo e con un unico programma e dall’impegno a formare poi un unico gruppo parlamentare nella prossima legislatura.
Presentandosi di fronte agli elettori “da solo” o quasi, vale a dire senza le zavorre, alla propria sinistra, dei massimalisti rossi e, alla propria destra, dei soliti partitucoli e personaggi banderuola centristi (quelli, per intenderci, famosi per non aver quasi mai partecipato a due elezioni di seguito nello stesso campo), il PD ha scelto la via della proposta chiara di una compagine unita nell’adesione ad un programma e matura per governare un Paese occidentale dei nostri giorni, se (speriamo comunque di no) dovesse risultare trionfatrice. In altre parole bisogna riconoscere che, tagliati finalmente i ponti con i compari di chi gridava in piazza “10-100-1.000 Nassirya” ed era causa di infinito imbarazzo internazionale per l’Italia oltre che della letterale impossibilità di governare passabilmente per il governo Prodi, la squadra veltroniana appare davvero come qualcosa di finalmente paragonabile all’omonimo partito statunitense o al partito laburista britannico, cioè come quel genere di centro-sinistra che non potrà ovviamente rappresentare la nostra forza politica di appartenenza, ma la cui esistenza e buona salute noi riteniamo indispensabili per il funzionamento della democrazia quale la intendiamo: veri avversari politici in un contesto di competzione democratica, con i quali siano concepibili anche eventuali dialoghi costruttivi (mai inciuci!), e non quasi nemici in una guerra civile.
Sul versante opposto, il PDL si è analogamente scrollato di torno inopportuni ed imbarazzanti ex compagni di strada delle frange estreme della destra anti-sistema, e chi non ha ancora semplicemente voluto capire o accettare che questa non può più essere l’epoca delle vecchie alleanze, bensì dei grandi partiti, che bisogna ormai imbarcare nel progetto comune da presentare agli elettori soltanto chi se la sente di impegnarsi in esso al punto da rinunciare a propri simboli e liste (solo riguardo alla Lega Nord può essere giustificato, almeno per ora, un discorso a parte). Come si è già affermato altrove, il fatto di integrarsi in un partito è di per sè garanzia di adesione ben più convinta ed irreversibile ad un programma che non il semplice ammucchiarsi in una coalizione all’occorrenza abbandonabile senza troppi traumi. Si è da più parti insinuato che il PDL sia diventato un partito di destra, e non più di centro-destra, per essersi rifiutato di apparentarsi con la casiniana UDC: in realtà, in esso, la componente maggioritaria rimane Forza Italia, che è squisitamente di centro-destra, mentre proprio quel movimento di recente formazione che pretenderebbe di incarnare “la Destra” più genuina ne è rimasto coerentemente fuori. Respingedo l’UDC, si è semplicemente detto di no ad una piccola forza rivelatasi non ancora rassegnata all’ineluttabilità della nuova tendenza imboccata dalla politica italiana, tuttora abbarbicata all’idea di un “centro” non tenuto alla scelta di campo coerente e definitiva in un panorama bipolare, una piccola forza che sta ora dimostrando appieno quanto labile fosse ormai diventata la sua adesione a valori e programmi del centro-destra (e quindi quanto poco ci abbia, alla fin della fiera, rimesso lo stesso PDL a non avercela in squadra), riversando sugli ex compagni di strada, e di cinque anni di governo, giudizi che sembrerebbero uscire dalla bocca di acerrimi avversari di sempre, più che da quella di aspiranti alleati di appena qualche giorno prima.
Un sistema politico funzionante basato sul confronto tra grossi partiti che si presentano agli elettori con programmi chiari, credibilità e concreta possibilità di guidare il Paese, qualora baciati dal successo alle urne, in luogo delle vecchie armate brancaleone messe insieme al solo scopo di battere un avversario opportunamente demonizzato, e poi incapaci di una qualsiasi linea di governo efficace, coerente e costruttiva: è dunque questa la grande scommessa che l’Italia deve vincere per il futuro.
Qualcuno ha obiettato ed obietta che un tale stato di cose non rientrerebbe nelle tradizioni del nostro Paese, che, se esso è naturale per il mondo anglosassone, da queste parti abbiamo una storia diversa. Noi rispondiamo che, se la posta in gioco è cercare di migliorare per quanto possibile un sistema che, così com’era, si poteva dire giunto alla frutta, vale la pena anche di fare tesoro dell’esperienza altrui, natualmente senza prescindere dagli indispensabili adattamenti da applicare ad ogni situazione concreta nazionale.
In questo periodo, con sotto gli occhi gli esempi di elezioni nei maggiori stati del mondo, non mancano gli spunti di riflessione per farsi un’idea di quale possa essere il più idoneo.
Tommaso Pellegrino

L’ INGLORIOSO "25 LUGLIO" DI ROMANO PRODI E LA NECESSITA’ DI VOLTARE PER DAVVERO PAGINA IN ITALIA

“Dagli e dagli” o “Tanto tuonò che piovve”, si potrebbe commentare. Fatto sta che il deleterio governo Prodi, già nato su una maggioranza che definire “risicata” suona un complimento, e poi più volte a rischio di cappottata specie sui più spinosi temi di politica estera, causa certe sue componenti radicali chiaramente non ancora mature per gestire razionalmente le più delicate situazioni politico-militari che il complicato scenario internazionale odierno impone, dopo quasi due anni di “potere” è caduto.
Si tratta di quello che era praticamente scontato che, prima o poi, avvenisse, ma è significativo che questa crisi non sia arrivata, alla fine, dalle summenzionate frange più estreme della coalizione di governo, bensì proprio da “moderati” per antonomasia della stoffa di Mastella, Dini e Fisichella, cioè da quelle forze relativamente alle quali meno si può parlare di eccessiva “disomogeneità” rispetto alla componente dominante di centro-sinistra dell’ex maggioranza (oggi P.D.) per spiegarne il clamooso gesto di rottura, di quegli elementi, tanto per intenderci, che mai avevano fatto temere di costituire un pericolo per la tenuta del governo quando si era trattato, ad esempio, di sostenere le missioni militari all’estero e in tutte le passate situazioni di forte rischio di caduta per l’esecutivo Prodi.
Tale apparente “anomalia” nell’accaduto può forse facilmente spiegarsi con il fatto che personaggi come i promotori della presente crisi si collocano in quella sorta di area di confine tra i due schieramenti del nostro sistema politico imperfettamente bipolare, dalla quale rimane tutto sommato più agevole il passaggio disinvolto da una parte all’altra di detto poroso confine a seconda dell’opportunità del momento (nè, del resto, i signori in questione sono nuovi a simili esperienze, avendo già tutti in passato militato nel centro-destra), mentre invece, per aree come la sinistra antagonista, ben difficilmente potrebbero schiudersi possibilità di governare al di fuori di una coalizione come quella appena andata in pezzi, sicchè è comprensibile il loro pensarci non dieci, ma cento volte, al di là dell’abbaiare di rito, prima di compiere irreparabili mosse autodistruttive. E’ comunque un dato di fatto che il 24 gennaio di Prodi assume sinistramente i connotati di un 25 luglio ’43 di mussoliniana memoria, con il Capo del Governo che vuole a tutti i costi andare incontro al giudizio del suo “Gran Consiglio”, ben sapendo che questo gli sarà fatale, e si fa sfiduciare proprio dagli accoliti dai quali meno ci si poteva aspettare la pugnalata mortale; se poi si aggiungono i brindisi e le plateali manifestazioni di giubilo per la caduta del “tiranno”, quali non se ne ricordavano da chissà quando, il quadro delle analogie è ancora più completo.
Premesso che, a cose fatte, la gioia per la caduta di uno dei peggiori governi della storia della Repubblica – il governo delle tasse, delle figuracce con l’estero, dell’emergenza sicurezza ecc. – non può dirsi che pienamente condivisibile, si deve tuttavia anche ammettere che a tale soddisfazione si acompagna una punta di amarezza per il modo in cui questa “liberazione” è stata conseguita e, soprattutto, per il patetico spettacolo dei tentativi di riattaccare con lo sputo i cocci di un giocattolo ormai irrimediabilmente rotto – o, peggio, di dar vita a qualcosa d’altro di assolutamente estraneo a qualsiasi volontà mai espressa dagli elettori – cui l’attribuzione al Presidente del Senato Marini del cosiddetto incarico “finalizzato” ci farà presumibilmente assistere nei prossimi giorni.
Pur fautori della più tenace opposizione all’esecutivo appena caduto, non si può non rilevare che, passando per un momento dal caso particolare al generale, se i governi continuano a cadere prima della loro scadenza naturale, e con i soliti metodi da 25 luglio, è perchè, sotto sotto, esiste un malessere di fondo ancora peggiore del fatto in sè che, per cinque anni, a governare la Nazione non siano i “nostri”: qui si tratta di una sconfitta per quanti, di qualsiasi appartenenza plitica, ritengono assolutamente primario l’obettivo di costruire un sistema finalmente basato sulla vera alternanza al potere di governi che, avendo stabilità e capacità per durare un’intera legislatura, come succede praticamente in tutte le democrazie evolute dell’Occidente, abbiano il modo di portare a compimento i loro programmi e di dare un’immagine di credibilità del Paese anche sul piano interazionale.
Tornando alla cruda attualità, non vogliamo certo entrare nel merito della decisione del Presidente della Repubblica di agire come ha agito: ciò gli è, e sempre gli sarà, consentito fino ad eventuali mutamenti parecchio radicali della Costituzione. Non ci si può però esimere dall’osservare che il tentativo Marini di ricompattare la vecchia maggioranza – o di crearne di nuove, che sarebbero oltremodo irrispettose della volontà degli elettori, per riformare la legge elettorale – ad occhio e croce non sembra avere concrete possibilità di successo e parrebbe utile soltanto a fare perdere del tempo prezioso, mentre invece le condizioni per una maggioranza sicura di centro-destra in seguito a nuove elezioni, probabilmente, sussistono anche considerata la non eccellentissima legge elettorale attualmente in vigore. La parola torni dunque alle urne il più presto possibile, dopo di che ci sarà senz’altro modo di riformare questa ed altre leggi e, auguriamocelo vivamente, di compiere sempre maggiori passi avanti verso l’edificazione di quella democrazia sana, compiuta e funzionante che tutti vogliamo e che, al momento, non appare purtroppo ancora vicinissima.
Così potremo davvero archiviare tutti i 25 luglio della nostra Storia in un buio periodo da non riesumare.
Tommaso Pellegrino

Fantascienza Tricolore

Un paio di commenti nei precedenti post, mi portano a questo ulteriore salto di argomento.
E se il primo commento parlava di uno strano banner apparso su fantascienza.com che, ora, sappiamo si tratta del “lancio” di Sci-fi Italia sulla rete Premium Gallery di Mediaset (digitale terrestre) il secondo, di Freeman, arriva alla letteratura, cioè alla base di tutto.
Freeman chiedeva di un romanzo che è un classico della fantascienza, scritto da uno dei Grandi di questa letteratura, Edmond Hamilton.
I due romanzi del ciclo di John Gordon (“I sovrani delle stelle” e “Ritorno alle stelle”) li ho nella edizione della Libra, collana “Classici”, degli anni settanta.
Molti sono i romanzi di qualità che hanno caratterizzato la storia di questa letteratura.
Purtroppo le esigenze di incasso immediato, oltre alle mode in continua evoluzione, non sempre consentono di rinvenire quei titoli che formano una biblioteca di fantascienza rappresentativa.
Allora è necessario rivolgersi ed affidarsi alle scelte di “Editor” esperti, che abbiano conoscenza della materia.
E’ il caso di Ugo Malaguti, bolognese, che dopo la Libra ha creato la Perseo e, ora, è il direttore delle collane della Elara .
Giovanissimo, grazie alle scelte editoriali di Malaguti, imparai a conoscere i classici da Williamson ad Hamilton a Simak, Van Vogt, Heinlein e anche quell’Hubbard che sarebbe poi diventato ricco e famoso per aver fondato Scientology.
L’anno del militare lo passai leggendo una nuova autrice come Tanith Lee.
A seguire una ottima fantascienza italiana.
Fino all’ultimo nato, il “Semen” di Bruno Vitiello, di cui riproduco la copertina, uscito appena una settimana fa e che con le sue 530 pagine si impone come uno dei romanzi che farà storia nella fantascienza italiana.
Un romanzone che, a dispetto della dimensione, si legge con grande facilità e passione.
Ottima l’idea attorno alla quale è costruito: una sterilità totale colpisce la popolazione maschile mondiale.
Perché l’umanità possa sopravvivere è necessario recuperare e conservare il seme di quei pochi uomini ancora riproduttivi.
Avventure, affreschi di colore locale, una trama avvincente fino alla conclusione.
Forse qualche concessione di troppo al “politically correct” (nonostante un finale che mi piace anche dal punto di vista “ideologico”) e magari qualche manierismo che si poteva evitare, ma che esprime anche la profonda cultura dell’Autore.
Un’altra azzeccata scelta di Malaguti, una piacevole sorpresa trovare in un autore italiano (ma non è l’unico, altri finiranno in questo blog …) una vena così … “americana”.

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MA QUANTO E’ RIDICOLO QUEL CERTO ANTICLERICALISMO…

L’intolleranza e l’antidemocraticità dimostrate da quel pugno di sedicenti dotti professoroni e dal loro degno discepolame nell’impedire a papa Benedetto XVI di intervenire alla solenne cerimonia presso la loro università, che, malgrado l’accaduto, ci si ostina ancora a chiamare “la Sapienza” (???), sono per lo meno pari allo sconcertante patetismo e all’anacronismo di quel certo modo di essere anticlericali e di intendere la laicità sfoderati in questa ben poco edificante vicenda.
Oggi l’anticlericalismo come logica conseguenza del libertarismo, dela genuina aspirazione ad una vita civile regolata da leggi ed istituzioni svincolate dai dettami e dalle autorità proprie di una data religione, può senz’altro dirsi che non abbia più ragione d’essere almeno da oltre mezzo secolo a questa parte ed in questa parte del mondo.
Un liberalaccio fino al midollo come chi scrive non può naturalmente non comprendere, ad esempio, le ragioni di un anticlericalismo risorgimentale, inteso come rigetto del potere temporale di un clero che allora intralciava il processo di democratizzazione e di unità nazionale, ma si trattava qui di un sentimento ben diverso dall’ostilità verso la missione nel campo spirituale e morale di una Chiesa, che è di sua stretta competenza, diversamente dalle funzioni temporali. Basti pensare che proprio uno dei maggiori tra quegli stessi “anticlericali” sfegatati dell’epoca, un certo Giuseppe Mazzini (scusate se è poco), dichiarava di provare per gli atei una grande pena, segno che la sua non era avversione al messaggio diffuso dal clero nelle sue funzioni “istituzionali”, bensì agli abusi perpetrati dallo stesso in ambito “terreno”.
Oggi non esiste più un reale potere politico nelle mani dei vertici ecclesiastici, nè una loro possibilità di ingerire pesantemente nella vita delle democrazie tramite l’operato di forti partiti-longa manus disciplinatamente assoggettati alle loro direttive.
Accusare la Chiesa di interferire nella vita politica nazionale, o definire spregiativamente il papa “capo di uno stato estero”, sono atteggiamenti oggi quanto meno ridicoli: il Pontefce non ha la minima intenzione di pilotare in alcun modo l’attività dei nostri legislatori, nè avrebbe i mezzi per farlo, tant’è vero che questa è sempre andata avanti indipendentemente da ogni suo auspicio o dissenso. Quanto poi a cosituire una minaccia come “capo di uno stato estero”, gli mancano quelle divisioni di cui Stalin si chiedeva quante fossero e, se anche le avesse, non le userebbe: è uomo di pace, il papa, talmente di pace da prestarsi troppo spesso, involontariamente, ad essere sfruttato persino dai soliti pseudopacifisti ed elementi da sbarco vari, di fatto distanti anni luce dal suo vero universo di valori, e magari pronti a dargli addosso non appena qualche altro suo intervento non torni altrettanto comodo ai loro quasi mai cristallini fini.
Posto che la Chiesa non può costituire in alcun modo un pericolo per la libertà, la laicità e la democraticità delle istituzioni, non si può tuttavia pretendere che essa rinunci alla sua autentica ed unica missione di esortare continuamente al rispetto dei valori di cui è custode, e che lo faccia con tutti i mezzi a sua disposizione. Metterle, in qualsasi occasione, il bavaglio sarebbe, oltre che un intollerabile affronto alla libertà di espressione che va riconosciuta a chiunque, un passo avanti verso forme di intolleranza religiosa tipiche di ben noti sistemi illiberali, che sono l’esatto opposto delle vere società laiche.
Tommaso Pellegrino