L’ Unità , il PCI e la Rivoluzione Ungherese.

Come l’Unità “informò” i lavoratori italiani:

24/10/56: “Elementi ostili alla democrazia popolare”… “gruppi armati controrivoluzionari”.

25/10/56: Titolo dell’ Editoriale: “Da una parte della barricata a difesa della democrazia”:
“L’intervento sovietico è un dovere sacrosanto” senza il quale “si ritornerebbe al terrore fascista tipo Horty”. Il corrispondente de L’Unità, O. Evangelista, scrive che “le squadre dei rivoltosi sono composte prevalentemente da giovani rampolli della aristocrazia e della grossa borghesia”.

Comunicato della direzione del Pci: Il Pci “è favorevole alla democratizzazione” auspicata dal XX Congresso del Pcus. Si giudica “doloroso” che “per difendere il regime socialista” il governo ungherese abbia ritenuto necessario ricorrere all’aiuto sovietico.

27/10/56: Scrive Ingrao, allora direttore de L’Unità: “sappiamo che vi sono masse che seguono gli insorti ma sono estranee ai fini e agli obiettivi controrivoluzionari; e fra queste masse ci sono operai, studenti, intellettuali, trascinati dagli errori dei dirigenti ungheresi a prendere oggi le armi contro il regime popolare.

5/11/56: Terracini: “L’intervento sovietico non può che trovare unanime appoggio e solidarietà in tutti i veri democratici e socialisti italiani”.

12/11/56: L’Unità riporta un discorso di Togliatti a Perugia nel quale fa un paragone fra l’intervento in Spagna delle Brigate Internazionali contro Franco e l’intervento sovietico a Budapest.

UNGHERIA 2006:I Comunisti italiani.

Ed ecco un bel commento dal sito del Partito Comunista Marxista Leninista d’ Italia di qualche giorno fa. Non scherzo, qualche giorno fa. E credo che in cuor loro, tanti comunisti e no-global nostrani la pensino uguale…

“Allineandosi con i fascisti, con i rinnegati e con gli anticomunisti
Anche Bertinotti rende omaggio alla controrivoluzione ungherese del ’56

“Qui è stata scritta una pagina grande della storia d’Europa”

Seguendo a ruota il rinnegato Napolitano, anche l’imbroglione trotzkista Bertinotti è andato in pellegrinaggio a Budapest a rendere omaggio alla controrivoluzione ungherese del 1956. Lo ha fatto l’11 ottobre partecipando, insieme ad ambasciatori e presidenti di parlamento provenienti da tutto il mondo, a una seduta solenne all’assemblea nazionale ungherese in commemorazione della cosiddetta “insurrezione” del 1956, recandosi poi insieme a tutti gli altri delegati a rendere omaggio al monumento ai “martiri” di quel tentativo di golpe controrivoluzionario e alla tomba del traditore, agente dell’imperialismo e del fascismo, Imre Nagy.
Ma non si pensi, per trovare qualche attenuante a questo suo mescolarsi ai peggior rappresentanti dell’imperialismo europeo e internazionale, nel portare fiori ai fascisti e filoimperialisti ungheresi macchiatisi del massacro di migliaia di comunisti, che egli vi sia stato “costretto” dalla sua veste istituzionale di presidente della Camera. Egli infatti non si è certo limitato a partecipare alla chetichella e in maniera defilata alla nuova, infame orgia anticomunista e fascista, ma ha fatto di tutto per apparire in prima fila e dare la massima pubblicità alla sua partecipazione, con dovizia di commenti e dichiarazioni alla stampa.
Rispetto a Napolitano, poi, non avendo come lui un passato da farsi perdonare (ha dichiarato infatti che, avendo all’epoca solo 16 anni, stava già “come tutti i ragazzi dalla parte degli insorti”), ed essendo anzi di provenienza socialista, ha potuto dare libero sfogo al suo congenito anticomunismo, non avendo da cospargersi il capo di cenere come l’inquilino del Quirinale. Cosicché, fin dal giorno precedente la cerimonia in parlamento, visitando insieme alla moglie la mostra fotografica sull'”insurrezione” dell’ottobre-novembre 1956 all’Istituto italiano di cultura, si è prodotto in infiniti commenti a beneficio della stampa italiana di regime, in cui ha esaltato le immagini dei “rivoltosi” e vituperato quelle dei carri armati e dei soldati sovietici, innalzato la “rivoluzione democratica e nazionale” ungherese (facendo propria la definizione del traditore Nagy) e condannato i “carnefici” di quel “potere impermeabile che fu il comunismo reale”. Non disdegnando, per puntellare questa sua rappresentazione manichea di stampo anticomunista, che sembra prelevata di peso dalla fraseologia di destra dell’epoca, alla Montanelli per intenderci, di tranciare anche giudizi “a occhio” ricavati dai volti nelle foto esposte: per cui nel “volto di pietra” di un ufficiale russo Bertinotti legge senza esitazioni “l’effige del potere e della violenza”; mentre, viceversa, “basterebbero le immagini e i volti degli insorti, la loro intensità e la loro voglia di futuro – dice con altrettanta sicumera il cacasotto trotzkista – per convincersi che tutte le ragioni stavano dalla loro parte”.
Non risulta peraltro che il nuovo guardiano della Camera si sia degnato di rammentare e commentare anche i massacri di comunisti e lo scempio dei loro corpi, impiccati, bruciati e trascinati per le strade dagli “insorti” che tanto hanno suscitato la sua ammirazione. Al contrario, come ci informa su “Liberazione” da Budapest il suo zelante portavoce al seguito, l’ex “autonomo” Anubi D’Avossa Lussurgiu, quello di Bertinotti è stato “un omaggio senza condizioni” a quella “rivoluzione”, anzi “una adesione assoluta alle ragioni dei rivoltosi” e una “condanna altrettanto totale della repressione”. “I conti con la storia non si chiudono mai” – ha detto infatti tra le altre cose l’imbroglione trotzkista – certo che oggi inequivocabilmente si può dire che se esiste una ragione per il futuro della sinistra, questa nel 1956 viveva qui dalla parte degli insorti e non dalla parte dei carri armati dell’Unione Sovietica”. Ed ancora: “Questa è stata una tappa, quello che è accaduto qui è stata una tragedia, che per qualcuno lo è di più che per altri, perché chiama in causa una corresponsabilità per quanto indiretta e in senso lato. Qui è venuto prima di me ad inginocchiarsi Willy Brandt (il defunto leader della SPD tedesca e sindaco di Berlino durante la “guerra fredda”, ndr). Qui è stata scritta una pagina grande della storia d’Europa, che ci avverte tutti del rischio di un potere che, estraniandosi dal popolo, diventa soltanto oppressione”.
A cosa si riferiva con ciò il nuovo paggetto del capitalismo e dell’imperialismo è fin troppo chiaro: al “fallimento storico del comunismo” e alla corrispondente “vittoria del capitalismo”, evidentemente. E difatti “è qui che è cominciato a crollare il muro di Berlino”, ha proclamato solenne Bertinotti, aggiungendo poi per calcare meglio il concetto, come riportato dal fido Anubi: “Coloro che subirono una violenza allora, schiacciati da una forza cieca, hanno vinto ed hanno consentito di tracciare le basi per il futuro, dando vita a quel processo che avrebbe portato alla caduta del muro di Berlino. Invece, quanti con le armi erano convinti di aver vinto hanno mostrato la loro debolezza: erano giganti con i piedi di argilla che sono crollati”.
Così l’imbroglione trotzkista si è allineato in pieno ai fascisti, ai rinnegati e agli anticomunisti, di oggi e di ieri, al punto da esaltare la controrivoluzione ungherese come facente parte “del patrimonio di quell’Europa che oggi ci stiamo impegnando a costruire”: vale a dire dell’Unione europea capitalista e imperialista, che egli e il Partito della rifondazione trotzkista hanno ormai sposato in pieno e senza riserve.”

Vamos Bien !

Guardatelo, come ride, Camilo Cienfuegos, eroe dei comunisti cubani. Ricorda ,nella risata, nonostante l’ Italia sprofondi, un pinocchietto che giurava mai tasse, non colpiremo i patrimoni, etc. etc.

Vamos bien, Companeros, anche se il mondo finanziario ci retrocede. Vamos bien, Companeros, anche se l’Alitalia sta per fallire. Vamos bien, Companeros, anche se tagliamo fondi all’ Esercito, alla Sicurezza, alla Scuola. Vamos bien, Companeros, anche se l’ Unione è allo sbando. Vamos bien, Companeros, anche se mi fischiano a Verona. Vamos bien, companeros, anche se oggi a Vicenza la MAGGIORANZA del Paese mi ha sfiduciato…

Prodi: “Sono già a casa, sto benissimo.”

VAMOS BIEN !

Dopo la Baraldini, Joanne Chesimard verrà da Cuba in Italia ?


Parlo oggi di una gentile amica della Baraldini :Assata Shakur ( nata Joanne Deborah Byron Chesimard 16 luglio 1947 a New York City ) era una attivista nel partito delle pantere nere, Black Panther Party, BPP.
Il 2 maggio 1973, Assata Shakur, allora un membro dell’esercito nero di liberazione, Black Liberation Army, BLA, e non più un membro del partito delle pantere nere, BPP, è stata fermata, assieme a due pantere nere: Zayd Shakur e Sundiata Acoli, in una strada statale del New Jersey da James Harper e Werner Foerster, poliziotti statali, per guida con un fanale posteriore rotto. Secondo le annotazioni della polizia, la Shakur ha aperto il fuoco sui poliziotti e ne seguì una sparatoria , durante la quale Zayd Shakur è stato ucciso e Assata Shakur e i poliziotti Foerster, e Harper feriti. La Shakur allora è uscita dall’automobile, ha preso l’arma del poliziotto Foerster e lo ha colpito due volte, stile esecuzione, nella testa. Egli morì sul posto.

I sostenitori della Shakur basano il loro caso per un ricorso, che anche se gli ufficiali hanno dichiarato che Assata ha aperto il fuoco, questo non era fisicamente possibile dopo che era stata colpita al braccio e strappato il tendine maggiore.

I tre allora sono saliti nuovamente dentro la loro automobile e fuggiti. Dopo otto miglia, Sundiata Acoli ha abbandonato l’automobile con dentro la Shakur ferita e lo Zayd morto, per fuggire nel bosco e fu catturato il giorno seguente dopo una caccia all’uomo. Nel corso dei due anni e mezzo successivi, Assata Shakur rimase in carcere mentre subiva sei processi differenti. Le accuse hanno variato dal ratto a scopo di estorsione a assalto per rapina a banca.

Shakur è stata trovata colpevole dell’omicidio sia di Foerster che del suo compagno Zayd Shakur.

Nel 1979 è evasa dal carcere correzionale per le donne di Clinton nel New Jersey, in seguito ad una azione armata di membri del BLA. Per questa azione furono ritenuti colpevoli e condannati il fratello Mutulu Shakur e Silvia Baraldini. Ha vissuto come fuggitiva per parecchi anni successivi. Nel mese di novembre del 1980 ha liberato un nastro chiamato “in qualche luogo dentro dal mondo” circa gli atti della violenza bianca della supremazia negli Stati Uniti fra 1979 e 1980. Nel Luglio del 1981, il comitato nazionale di organizzazione ala-sinistra (left-wing )per onorare i nuovi combattenti di libertà Africani ha mobilitato 1.000 persone per onorare Assata Shakur ed il BLA.

È fuggita in Cuba in 1984 dove è stata concesso asilo politico . Nel 1998, il congresso degli Stati Uniti ha passato all’unanimità una risoluzione che chiede a Cuba la estradizione di Joanne Chesimard (Asata Shakur).
Nel 2005 , il suo nome è stato aggiunto alla lista domestica dei terroristi del FBI con una ricompensa di $1 milione per assistenza nel suo arresto.

Probabilmente ora la terrorista Chessimard, nota e venerata in Italia presso i no-global ed anche alcune frange di Ultras marchigiani di calcio, chiederà di essere ricevuta in Italia, sperando , dopo qualche mese agli arresti domiciliari presso accoglienti Centri Sociali, di ricevere lo stesso trattamento della Baraldini, e magari un posto al Parlamento, insieme a Cesare Battisti e Adriano Sofri…

11/9

Bloggers honor the innocent victims of that awful day…

For some people, it’s about the numbers: 4 planes. 4 targets. 2,996 victims. 4 years and 10 months. 1,763 days. 42,312 hours. 2,538,720 minutes. For others, like me, it’s about the people. Every victim was, at the very least, a son or daughter. Many were parents, grandparents, siblings, etc… Many of the victims themselves were related to each other. Each one represents a void in many lives, where new memories aren’t made and old ones are the only thing that stands in the way of insanity.

Our dearest friends lost their daughter, Heather Lee Smith, on Flight 11. These people live with a grief that is so vastly different, in a world that has been forever changed. Their loss is marked every year by an entire nation – that can be a great comfort but also a terrible intrusion. But in the 9/11 memorial services they have organized all over the Northeast, they honor their losses while celebrating the lives of their loved ones. I have had the privilege of attending these ceremonies in Boston and I’ve seen the youth and potential that was lost. Yet I’ve also seen the powerful resilience of the families, capable of laughter in the midst of great sorrow.

They possess the ability to turn their tragedy into community action and they have, in immeasurable ways. Memorial scholarships will pave the way for hundreds of students to pursue an educational path they might not otherwise have been able to afford. Foundations have been set up to shepherd a victim’s dearest cause to a higher profile. Charitable organizations will benefit from the largesse of friends and family for generations to come. In their grief, these families and friends are ensuring that the memories of their loved ones are not lost to time, but rather that they endure thru the lives of countless others.

As our great nation moves further away from the events of 9/11/01, I see us forgetting what we felt in the days and weeks that immediately followed. That sense of unity of purpose, that feeling of brotherhood, of belonging to something larger than ourselves. And I worry that in the process of forgetting, we will lose part of what makes us a great nation – our ability to be compassionate for our fellow man, to extend ourselves past our immediate world and recognize that sometimes we need to make sacrifices to ensure our safety.

We can’t afford to forget 9/11/01 – for the sake of our country’s future. The victims of 9/11 deserve the same respect from all of us that their families and friends give to them. They are, and should remain, a reminder of what the world could look like. Their deaths should not divide us they should unite us as they did in the days and months after 9/11. So that we never forget their sacrifice; so that we make certain the world we caught a glimpse of that horrible morning will never become a reality. We must honor them and remember them.

Frank V. Moccia, age 57

Place killed: World Trade Center. Resident of Hauppauge, N.Y. (USA).

Frank V. Moccia will be honored by Carlo at the blog I diavoli neri. This was the 1012th blogger to sign up for the 2,996 Tribute project.

Frank V. Moccia

Frank V. Moccia

By filling out and submitting this form, you are agreeing to create a tribute to a 9/11 victim on your blog. Your tribute can take any form you like — but please remember that the purpose is to honor the victim. You must fill out all the fields in the form above with valid information. Once you’ve completed and submitted the form, the system will randomly select one of the unassigned 9/11 victims. The key information about this victim will then be presented to you, and a copy will be emailed to you. Please record this information (or save the page). If you lose the information, you can always get it again by visiting the assigned victims page on the site.

I Remember
Frank V. Moccia, age 57
Resident of Hauppauge, N.Y. (USA)

Ring da Il Castello a Cecilia

IN MEMORIAM:11 Settembre 2001.

Con molto anticipo inizio la commemorazione dell’ infame attacco terroristico del 11 Settembre 2001; questo perchè questa settimana partirò per New York con tutta la Mia Famiglia per portare una Bandiera Italiana nel giorno del 5° Anniversario.
2819 innocenti che non ebbero nè il tempo nè la possibilità per capire il perchè.
Nonostante l’odio dei terroristi, alla fine il Mondo Civile prevarrà sulla barbarie.

Il Blog riaprirà dopo il 15 Settembre.

Il vero volto di Cuba.

Oggi posto un articolo di Gordiano Lupi, che ottimamente descrive la situazione e la vita a Cuba, oltre i grandi alberghi riservati ai turisti ed agli amici alla Gianni Minà.


Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Capo redattore de Il Foglio Letterario e Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio. Collabora con Mystero e con la Casa Editrice Profondo Rosso di Roma. Collabora con Contro Radio di Firenze per recensioni sul cinema italiano anni Settanta. Pubblica racconti per X Comics, Blue e Underground Press. Scrive soggetti e sceneggiature per fumetti realizzati graficamente dal disegnatore Oscar Celestini (pubblicati su X Comics, Blue e Underground Press). Di argomento cubano ha pubblicato: Il mistero di Incrucijada (Prospettiva, 2000), Il giustiziere del Malecón (Prospettiva, 2002), Nero Tropicale (Terzo Millennio, 2003), Cuba Magica – conversazioni con un santéro (Mursia, 2003), Un’isola a passo di son – viaggio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Tomas Milian, un attore cubano in Italia (Profondo Rosso, 2004). Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz: Machi di carta (Stampa Alternativa, 2003), La Marina del mio passato (Nonsoloparole, 2003) e Vita da jinetera (Il Foglio, 2005). Pagine web: www.infol.it/lupi. E-mail per contatti: [email protected]

Il vero volto di Cuba, di Gordiano Lupi.

Cuba resta per me un luogo dell’anima, un posto dove tornare per ricordare il passato e programmare il futuro, una pausa alla convulsa e frenetica vita italiana, un momento di sosta per tirare il fiato. Ho scritto molto su Cuba e ho ambientato tante mie storie tra questa gente che adesso posso dire di capire, pure se sono italiano. Non ho mai avuto nei confronti dei cubani un comportamento da burino saccente che si sente un uomo civile in mezzo ai selvaggi.
E mi dispiace quando sento un cubano dire: “No somos animales. Somos cubanos!”. Non ho nessun bisogno di sentirmelo ripetere perché lo so perfettamente.
Cuba è per me un tuffo nel passato, un punto e a capo, un momento di riflessione, una pausa dovuta, un mojito ghiacciato da sorseggiare con calma come faceva il vecchio Hemingway. Cuba è un panorama di palme, banani e gigantesche ceibas affacciate sul mare che si piegano sotto la forza d’un uragano tropicale.
Cuba è anche i suoi problemi irrisolti che appena metto piede sull’isola diventano parte di me, non posso fare a meno di vederli. Non sono Gianni Minà che visita Cuba passando dalle segrete stanze del Comandante en jefe, uno dei pochi luoghi dove va tutto bene e non manca niente, neppure il superfluo.
Non sono neppure un esponente dei comunisti italiani che rende visita all’apparato del regime. Per fortuna nessuno mi dice cosa devo riferire una volta tornato in Italia. Non è un vantaggio da poco…

L’arrivo a Cuba

Il primo impatto con i problemi di Cuba è all’aeroporto José Martí dell’Avana dove passo ben quattro ore alla dogana per un semplice controllo passaporti. Non ricordavo questa lunga e penosa prassi burocratica e mi sento come un pericoloso imperialista in attesa del giudizio di ammissione nell’ultimo paradiso comunista. I poliziotti della dogana sono ancora più zelanti con i cittadini cubani che tornano in patria e per loro il controllo documenti è così scrupoloso da rasentare il ridicolo. Chi nasce a Cuba non perde mai la cittadinanza di origine, salvo rinuncia esplicita, ma allora i problemi a rientrare aumentano perché Cuba non riconosce un eventuale passaporto straniero. Ne consegue che il cubano deve tenere in regola il passaporto nazionale secondo le leggi vigenti sull’isola che cambiano a ogni variare d’umore di Fidel Castro. Per ogni cubano che si presenta alla dogana si perdono almeno venti minuti tra controlli ossessivi, domande stupide e telefonate a funzionari del Ministero dell’Interno per sapere se i bolli sono tutti in regola e se le ultime disposizioni sono state rispettate. Qualche volta per accelerare la pratica basta una mancia al poliziotto, ma purtroppo ci sono anche funzionari zelanti che credono in quello che fanno (sempre meno) e che pensano di difendere la Rivoluzione dagli imperialisti di ritorno e dai vermi traditori della causa. Una cosa davvero folle che vedo fare nei confronti dei cubani è la selvaggia operazione di apertura del bagaglio con relativa confisca dei beni che non vengono portati sull’isola per uso personale. Un cubano che fa visita ai parenti non può portare regali dall’estero e l’unico modo per aggirare tale assurda norma è quello di pagare alla dogana il controvalore monetario dei regali. Per un italiano la pratica d’ingresso a Cuba è più facile, ma io ho qualche timore dopo che a fine maggio il “Miami Herald” ha pubblicato un articolo sulla mia attività letteraria riguardante Cuba. Fidel Castro non ha simpatia per chi scrive la verità sul suo regime e chi gode buona stampa a Miami non è ben visto a Cuba. In ogni caso tutto si risolve con quattro ore di coda snervante davanti allo sportello doganale. Pure io ho portato un po’ di regali per la mia famiglia cubana, ma sono italiano e nessuno mi apre la valigia. A Cuba la condizione di straniero è un privilegio, a parte la caccia che ti dà la polizia appena commetti un’infrazione al Codice della strada.

L’illegalità come sistema di vita

Non so davvero dove Gianni Minà vada a prendere informazioni sui grandi miglioramenti economici a Cuba. Forse quando viene sull’isola è ospite di riguardo a casa di Fidel Castro o di qualche potente funzionario del regime come Perez Roque. Forse parla solo con i giornalisti del “Granma” e con i commentatori di “Cubavision”, addestrati come scimmiette a suonare la grancassa del regime.
A Cuba, come dice Carlos Varela, “tutti vogliono vivere nel telegiornale”, luogo virtuale dove va tutto bene, non manca niente e soprattutto non serve denaro. Non comprendo come Gianni Minà e molta stampa di sinistra si ostinino a difendere una dispotica dittatura come l’ultimo baluardo socialista.
Qui il socialismo è solo una facciata, uno specchietto per le allodole dietro cui nascondere le troppe cose che non vanno. A Cuba ci sono enormi differenze sociali dettate non certo dai meriti personali, ma solo dal modo in cui un cubano riesce a inserirsi nei giri più o meno legali del mercato turistico.
Tanto per fare un esempio pratico facilmente verificabile, una jinetera (prostituta per turisti) e il suo chulo (protettore) sono due categorie privilegiate della Cuba castrista, così come accadeva ai tempi di Batista. Il governo ha reso quasi impossibile l’esercizio di ogni attività privata, le imposte sono molto elevate e devono essere pagate in maniera fissa, indipendentemente dal giro di clienti che il cubano ha nella sua “paladar” (ristorante familiare) o nella casa particular (albergo familiare). Oltre all’imposta fissa va pagata una sostanziosa percentuale sugli incassi. Per il cubano l’unica via percorribile resta quella della illegalità e i traffici a margine degli alberghi di Stato sono rigorosamente in nero.
Trascorro quindici giorni a Cuba come ospite di due contadini di Cabañas, un paesino vicino al famoso porto di Mariel, teatro delle memorabili fughe del 1980. I miei padroni di casa sono due mulatti che vivono in una casa di legno abbastanza grande, che condividono con un buon numero di maiali, galline, mosche e zanzare.
Da loro non si sta male, se ci si adatta ai disagi della campagna cubana, c’è pure un bel patio rinfrescato da enormi piante di almendra, avocado e banani. Il padrone di casa è un pensionato che guadagna cinque dollari al mese che non basterebbero neppure per mangiare un giorno e allora si ingegna trafficando con benzina rubata, sigari portati via dalla vicina manifattura e rum di contrabbando. Non può fare altro. Per lui l’illegalità è regola di sopravvivenza. La moglie è una mulatta enorme che mi ricorda Mami di “Via col vent”, cucina benissimo un’ottima comida criolla a base di pollo, aragoste, maiale e riso con fagioli neri.
Lei è l’anima d’una “paladar” che sforna abbondanti colazioni al prezzo di due dollari e che per sei dollari mette in tavola una cena che prevede aragosta come piatto forte. Tutto in nero, come da regola. In campagna vengono pochi turisti e i due cubani non possono permettersi di pagare imposte allo Stato. Per questo il padrone di casa ha scelto di pagare il silenzio della polizia di Cabañas che riceve una generosa mazzetta ricavata dal prezzo del mio soggiorno. “Per un’attività illegale rischiamo fino a dieci anni di galera. Ma come possiamo sopravvivere se non rischiamo?” commentano i due cubani.
A Cuba l’attività illegale più praticata è il furto nei confronti dello Stato per poi rivendere ai turisti. Rubare allo Stato – padrone dispotico di tutti i beni materiali – non è moralmente riprovevole. Lo Stato non concede niente e paga stipendi ridicoli che vanno da un minimo di cinque a un massimo di trentacinque dollari mensili. Tutti lavorano obbligatoriamente per conto dello Stato perché chi non lavora viene arrestato come individuo antisociale, ma l’attività svolta per conto dello Stato non serve per campare in una società basata sul tenore di vita di un turista europeo.
L’Avana e Santiago sono le due città più grandi dell’isola e anche le più costose, al punto che per un cubano vivere in posti come quelli è diventato un lusso. Il governo sostiene di aver aumentato i salari, ma lo ha fatto in modo del tutto insufficiente visto che la paga minima è salita da sei a nove dollari mensili. Lo stipendio massimo tocca i trentacinque dollari e lo riscuote solo chi è addetto alla sicurezza degli alberghi e delle strutture turistiche.
Medici, insegnanti, ingegneri e infermiere non superano i venti dollari, a meno che non siano destinati a progetti speciali all’estero e adesso capita spesso, visto che vanno di gran moda le spedizioni propagandistiche in Venezuela. Per questo a Cuba rubare allo Stato non può essere considerato reato e adattarsi all’illegalità è regola di pure sopravvivenza.

Favelas cubane

Un giorno decido di visitare un “albergu”e avanero nel “barrio” de La Yucca e mi vengono a mente le favelas brasiliane. Il regime riunisce negli “albergues” tutti coloro che per i motivi più disparati rimangono privi di casa. Può essere stato un tornado ad abbattere un edificio fatiscente, ma non sono rari i casi di sfratto perché la casa viene requisita per altri scopi. Non è vero che a Cuba non esistono gli sfratti abitativi e che tutti hanno il loro appartamento. Tutto questo è pura retorica di regime che spesso viene ribadita anche su certa stampa italiana del tutto inaffidabile.
A Cuba lo Stato è padrone di tutti gli alloggi esistenti e può decidere arbitrariamente a chi assegnarli e come modificare le varie residenze. L’esigenza suprema è quella della Rivoluzione e la libertà individuale di scelta del domicilio non interessa a nessuno. Il governo non ricostruisce le case che crollano, preferisce la soluzione degli “albergues” che da provvisoria ben presto diventa definitiva. Il denaro che entra dal turismo viene investito solo in nuovi alberghi, ristoranti e villaggi, edificati senza regola in combutta con le più selvagge multinazionali. Il popolo non conta niente nell’ultimo paradiso socialista e i senza tetto possono vivere negli “albergues” come La Yucca, una sorta di grande piazzalone recintato con filo di ferro e palizzate e composto da una serie di piccoli appartamenti in cemento o in legno.
Le abitazioni sono costruite a schiera, secondo la tecnica del “solar”, e intere famiglie composte da cinque o sei persone vivono in meno di venti metri quadrati. Gli “albergues” non possono essere definiti “favelas” solo perché il governo è al corrente della loro esistenza e sa con certezza chi ci vive. Al tempo stesso però non si può affermare che le persone che vivono là dentro siano proprietari di una casa degna di questo nome. Il governo invece sta pensando di rendere definitiva tale sistemazione e di far pagare un affitto a chi vive in un albergue.
Di costruire case vere e proprie nessuno ne parla, tanto il cubano che vive in un “albergue” è a tutti gli effetti un nullatenente, un povero emarginato dalla società che ogni giorno deve lottare con i denti per mettere insieme il pranzo con la cena. In campagna la situazione non è migliore e il vanto del regime di aver dato una casa dignitosa a tutti è una delle tante menzogne che spesso in Italia vengono amplificate. La maggior parte dei campesinos vive in bohíos umidi e malsani, piccole case di legno con il pavimento di terra e il tetto di guano (foglie di palma) che spesso diventano ricettacolo di insetti d’ogni tipo. Nessuna di queste case possiede un bagno e i contadini si adattano con la tecnica dell’escusado all’aperto, una fossa biologica tra una palizzata di foglie di palma e canne di bambù. Queste sono le vere conquiste della Rivoluzione Cubana.

Apagones, libreta e pentole a pressione

Fidel Castro, durante un discorso televisivo durato alcune ore, ha annunciato che con la libreta del razionamento alimentare concederà ai cubani la cioccolata in polvere, una pentola a pressione e la risiera elettrica. Tutta propaganda e pura demagogia. Soprattutto perché i problemi dei cubani non sono certo la mancanza di pentole o di cioccolata, ma una situazione economica sempre più insostenibile. A Cuba sono tornati gli “apagones” (black-out energetici) come dieci anni fa e la situazione elettrica è a livello di guardia. In campagna si resta per ore senza corrente e pure nei quartieri popolari dell’Avana mancano luce, gas e acqua per intere giornate. Provate a vivere ai Tropici nel mese di luglio con quaranta gradi all’ombra e senza corrente elettrica che poi ne riparliamo.
Congelatori che si fermano e cibo che si deteriora, ventilatori e condizionatori bloccati, caldo soffocante in ogni angolo della casa, mosche e zanzare che prendono il sopravvento. Tanto per complicare la situazione, quando manca l’energia elettrica di solito viene sospesa pure l’erogazione di acqua e gas.
Di sicuro dove vive Gianni Minà durante i suoi soggiorni cubani tutto questo non accade. I grandi alberghi che ricevono ricchi turisti stranieri non subiscono interruzioni elettriche e neppure le case dei potenti del regime sono a rischio di “apagones”. Paga il popolo per tutti, è più che sufficiente, come da regola base della Rivoluzione Cubana.

Televisione e stampa cubana

Negli ultimi anni non è cambiata molto la situazione di televisione e stampa periodica cubana. I canali televisivi sono raddoppiati ma le cose che dicono sono sempre le stesse. Cubavision resta l’emittente principale che parla solo di politica e organizza buffe tavole rotonde che durano diverse ore e quasi sempre vedono Fidel Castro ospite d’onore.
Piacerebbero a Silvio Berlusconi le mesas redondas di Cubavision, perché al confronto “Porta a porta” di Bruno Vespa diventa il massimo dell’informazione pluralista e indipendente. Qui parla solo Fidel, mentre un codazzo di presunti giornalisti e di servi sciocchi del potere annuisce sotto lo sguardo annoiato di un pubblico obbligato ad applaudire. “Telerebelde” è un’emittente più guardabile perché si occupa di sport, cinema, musica e manda in onda pure ottimi film americani. I due nuovi canali culturali sono una sorta di università popolare per insegnare in forma semplice lingue straniere, scienze, storia e letteratura. Pure qui c’è tanta propaganda e dividere il grano dalla crusca non è un lavoro facile, visto che la storia della Rivoluzione Cubana la fa da padrone e il regime cerca di confondere le idee su quello che è diventata. La politica resta la cosa più assurda di un sistema televisivo a base di tavole rotonde senza dibattito e prive di pluralismo, dove tutti ribadiscono per ore il medesimo concetto. Il tema preferito della “mesa redonda” è quasi sempre Bush e l’imperialismo nordamericano, ma si parla anche dell’estradizione di Posada Carriles, di Guantanamo e diritti umani violati, della guerra in Iraq e soprattutto dei cinque cubani che vengono trattati come eroi della patria per essere finiti nelle galere statunitensi con l’accusa di spionaggio internazionale. Tutto quello che può servire a nascondere i reali problemi del paese viene affrontato e sviscerato con dovizia di particolari. La stampa è ancora più ridicola. Granma, Juventud Rebelde e Trabajadores sono smilzi giornaletti che da ogni pagina trasudano propaganda. Papel para limpiarse el siete, ironizzano i cubani. E la traduzione non pare necessaria.
Un giorno ho letto un lungo e condivisibile articolo sulla situazione irachena e sui prigionieri di Guantanamo che vivono nell’assoluto disprezzo dei più elementari diritti umani. Fidel Castro ha scritto che “la violenza genera solo nuova violenza e che le grandi potenze dovrebbero cooperare per risolvere i problemi degli stati più poveri”. Tutto vero. Ma non può certo dirlo il capo di uno stato che nega libertà di parola, di dissenso, di movimento e di circolazione delle idee e delle persone dentro e fuori dall’isola.
Non può dirlo Fidel Castro che ha le carceri piene di giornalisti e scrittori, colpevoli solo di essere in disaccordo con la Rivoluzione. Non può farsi portavoce di libertà e garantismo chi riempie le galere di prigionieri politici e li tratta senza alcun rispetto per le regole umanitarie. Se poi vogliamo parlare di guerre assurde non occorre scomodare l’Iraq e le follie di Bush.
Visto che siamo a Cuba vorrei ricordare a Fidel Castro, ai suoi soci del “Granma e di Cubavision”, ma pure a Gianni Minà, che i cubani chiedono ancora spiegazioni sulla campagna di Angola. Tante madri cubane piangono i loro figli mandati a morire per una guerra incomprensibile combattuta a oltre novemila chilometri da casa.

Parlando con i cubani

Durante il mio soggiorno cubano cerco di parlare con diverse persone di età ed estrazione sociale diversa, ma da tutti ricevo le stesse risposte sulla situazione economica e sociale. Per i cubani la vita è impossibile, si vive solo per mangiare, se si comprano i generi alimentari non resta denaro per vestire, i generi di conforto sono impossibili da ottenere, non c’è un futuro per i figli e recuperare il minimo indispensabile per sopravvivere è un’impresa disperata. Riporto alcune opinioni omettendo i nomi degli intervistati per una regola di buona sicurezza, che conoscendo i metodi della polizia cubana non pare eccessiva. Un ragazzo di ventitré anni impiegato nei servizi di sicurezza mi dice: “Sono un privilegiato perché guadagno trentacinque dollari al mese che comunque servono a poco.
Il cibo è molto caro, le bevande pure e il salario non basta neppure per mangiare, di vestire invece non se ne parla proprio, vado avanti con le uniformi che ci passa il ministero. Per fortuna che recupero altri cinquanta dollari al mese rubando dal magazzino le merende confezionate e rivendendole per strada a un dollaro l’una. Se mi beccano rischio dieci anni di galera, ma devo pur vivere e se fossi pagato il giusto non lo farei. Io sono un gran lavoratore, uno che non si risparmia e che è sempre disponibile, però vorrei vedere i frutti del mio lavoro invece di essere costretto a rubare per sopravvivere. Mi accorgo che a soli ventitré anni ragiono come un vecchio, ma non c’è futuro in questo paese e quando non si ha fiducia nel domani si invecchia presto.
Oggi ho avuto un incidente con un auto e ho danneggiato la bicicletta in modo irreparabile. Non so davvero come farò a comprarne una nuova per andare a lavorare”.
Un pensionato di sessantacinque anni che vive in un albergue mi fa un discorso simile. Lui ha vissuto la Rivoluzione sin dalla prima ora.
“Il problema più grave è il costo della vita, perché ai tempi del blocco socialista si trovavano generi alimentari a basso costo. Adesso invece non esistono più i prezzi politici e tutto deve essere comprato in pesos convertibili. Pochi prodotti vengono concessi con la tessera del razionamento, ma con una libbra di riso, quattro uova, un pugno di fagioli e un po’ di caffè non si sopravvive”.
Il pensionato parla di pesos convertibili definendoli con il buffo appellativo di chavitos, una finta moneta che i cubani hanno così ribattezzato storpiando il nome del presidente venezuelano Chavez. Il peso convertibile è parificato al dollaro (oggi vale euro 1,07) ed è entrato in vigore quando sono cominciati gli accordi bilaterali tra Cuba e Venezuela. A Cuba la fantasia popolare non ha limiti.
Un contadino di Cabañas mi confida: “Oggi la situazione è molto dura, forse come ai tempi del primo periodo speciale (1990 – 93, nda). Solo che allora non si trovava roba da mangiare e non c’era denaro, oggi si trova di tutto ma a prezzi altissimi, fuori dalla nostra portata”.
Il mio padrone di casa mi confida: “Io e mia moglie affittiamo una camera per dieci dollari al giorno ai pochi turisti che si spingono in campagna. Abbiamo due camere e quando ci sono gli stranieri dormiamo insieme sopra un divano. Arrotondiamo vendendo benzina, sigari e rum di contrabbando. Con i miei cinque dollari di pensione al mese andrei poco lontano…”.
La moglie si raccomanda: “Quando torni in Italia fai pubblicità alla casa e manda i tuoi amici che saranno accolti bene”.
Io rispondo di sì ma lo so che non sarà facile convincere un italiano a passare una vacanza a Cabañas, tra maiali vaganti, capre, mucche al pascolo, galline, mosche e zanzare. Gianni Minà non ci verrebbe di sicuro. Lui è abituato alla suite presidenziale di Fidel Castro. Vista la situazione mi propongo di lasciare meno denaro possibile alo Stato, un vero padrone-ladrone, e di comprare ciò che mi serve direttamente dai cubani. A Cuba per strada puoi trovare di tutto: rum, sigari, benzina, roba da mangiare e la lista potrebbe continuare. Io risparmio parecchi chavitos e loro qualcosa risolvono. Compro una scatola di sigari per appena trenta pesos, pure se lo so che sono rubati e che in Italia questo si chiamerebbe contrabbando.
A Cuba è un’attività illecita necessaria.
Un trafficante di sigari mi spiega come fa uscire la merce dalla fabbrica. “Io lavoro in una manifattura e ogni giorno indosso un lycra aderente sotto i pantaloni da lavoro. Quello è il mio sacco da riempire. Appena posso infilo qualche sigaro nel pantaloncino e li faccio uscire con me, tanto lo so che i sorveglianti perquisiscono solo le tasche e la borsa. Non basta rubare i sigari, devo portare via anche il sigillo di Stato, la garanzia e i pezzi di legno o cartone per comporre la cassettina. Si tratta di un lavoro molto rischioso e tutto si semplifica solo se un addetto alla sorveglianza fa parte della banda”.
Se questa è la situazione cubana va da sé che mi sento in colpa ogni volta che sono obbligato a comprare un oggetto in un negozio di Stato. Qui la morale si capovolge, perché so bene che il denaro incassato dallo Stato non ricade neppure in piccola percentuale sulla gente e non serve a risolvere i problemi quotidiani.
E allora mi presto al gioco del mercato clandestino, una delle poche forme di sopravvivenza. Mangio in “paladares” illegali, dormo in una casa non registrata, compro sigari e rum di contrabbando, faccio incetta di libri usati per le case dei cubani. Dare una mano a questo popolo senza aiutare chi li governa diventa un punto d’onore per tutta la durata del mio soggiorno cubano.

Passa l’uragano Dennis

Il governo cubano, pur dispotico e totalitario, presta grande attenzione alla sicurezza del suo popolo, anche se non comprendo perché non lo mette in condizioni di risolvere il problema alimentare. Mi trovo a Cuba mentre passa l’uragano Dennis e investe in pieno la più grande delle Antille.
Il ciclone entra dalla provincia del Granma, passa da Cienfuegos e prosegue per Matanzas, investendo buona parte della provincia avanera. Fidel Castro si presenta subito in televisione per coordinare in diretta, con il solito paternalismo da “caudillo”, il sistema di difesa civica. Cuba è preparata ad affrontare gli uragani e le zone a rischio vengono prontamente evacuate, anche se sono inevitabili ingenti danni nella Penisola di Zapata, a Cienfuegos, Matanzas, Varadero e nella provincia di Ciudad Avana.
Il mare si solleva per oltre quattro metri e provoca allagamenti nelle zone costiere. All’Avana vengono evacuate intere zone del Malecón e di Playa, quartieri a ridosso dell’oceano, mentre i turisti (bene molto prezioso) sono portati via da Cayo Largo e da Varadero. La macchina di sicurezza cubana pare davvero efficace anche se non può evitare la morte di venti persone. A Cabañas vivo due giorni d’ansia che trascorro chiuso in casa a scrivere appunti e ad attendere un tornado come fosse Godot. Nessuno sa della mia presenza tra mucche, maiali e zanzare e non possono evacuarmi.
Il mio visto d’ingresso recita l’enorme bugia che alloggio all’Hotel Riviera dell’Avana. In ogni caso non accade niente e vedo solo tanta pioggia tropicale che inonda le campagne del golfo di Mariel, accompagnata da vento forte e da arbusti che cadono sotto intense raffiche. Il vero disagio lo provoca un “apagon” elettrico di oltre dodici ore che mi fa passare un’infuocata notte tropicale senza il conforto di un ventilatore, sotto l’assedio di mosche e zanzare. Il risveglio dopo il passaggio dell’uragano Dennis ricorda le nostre piovose giornate d’autunno.
Cielo grigio coperto da nubi opprimenti, pioggia insistente e vento che scuote altissime palme e indifesi banani. L’almendra del patio mostra enormi foglie bagnate mentre auras maligni allargano le ali al riparo delle fronde. Dennis non ha fatto danni nei campi coltivati di Cabañas, però ha lasciato alle sue spalle uno strascico di tormenta tropicale e un cielo in tempesta. Il gallo canta al mattino con la stessa intensità di ogni giorno e pare confermare la novella per bambini che a Cuba tutti conoscono. Forse sta ringraziando il sole di averlo aiutato a pulire il becco e così è potuto andare lindo e preciso al matrimonio di suo zio Pirecco. Non è un giorno come gli altri, però.
All’Avana si parla di danni ingenti per via della pioggia incessante e alle inondazioni sul Malecón. Si pensa già a ricostruire, come se in questo paese non ci fossero già abbastanza problemi. Fidel Castro parla a più riprese dagli schermi televisivi e definisce Dennis un “uracan mercenario” perché è entrato a Cuba da Playa Giron, luogo del famoso sbarco dei mercenari che volevano arrivare all’Avana. In un impeto di retorica nazionalista il “Comandante en jefe” dice che l’uragano farà la stessa fine dei mercenari perché “la Rivoluzione non si arresta di fronte a niente”. Il giorno dopo leggo sul “Granma” che il “leader maximo” ha rifiutato sdegnosamente gli aiuti umanitari offerti da Stati Uniti e Unione Europea per facilitare la ricostruzione. Un cubano che legge il giornale insieme a me commenta: “Tanto mica è lui a soffrire la fame…”. Il Granma del 12 luglio titola in rosso: “Mas solida y fuerte la Revolución”. Non è una barzelletta, ma pura demagogia sulla pelle dei cubani che soffrono molte ristrettezze economiche anche per colpa delle insulse esternazioni di chi li governa.
Questa Rivoluzione infinita che da tempo ha perduto ogni ragion d’essere è forte solo sulle colonne del Granma e nelle tavole rotonde di Cubavision. E balle simili possono convincere solo giornalisti come Gianni Minà che vivono a stretto contatto con il potere invece che in mezzo alla gente.
Per strada i cubani raccontano una divertente barzelletta che ironizza sui rapporti Cuba – Venezuele e su due grandi personaggi della storia di questi due popoli (Simon Bolivár e José Martí).
“Cosa sta facendo Chavez?”
“Bolivarizza il popolo venezuelano!”
“E Fidel Castro?”
“Martirizza il popolo cubano!”
Negli ultimi dieci anni la Rivoluzione ha definitivamente perduto l’appoggio del popolo e si regge solo su un sistema dittatoriale da stato di polizia che semina terrore e miseria.

Protesta sul Malecón contro Fidel Castro

Mercoledì 13 luglio accade un fatto che ritenevo impossibile per via dei metodi repressivi del regime cubano. All’Avana un centinaio di persone vestite di nero scendono da San Miguel del Padrón in direzione del Malecón brandendo cartelli di protesta. È l’anniversario dell’affondamento di una barca a motore diretta a Miami che portava a bordo molti giovani e alcuni bambini.
La manifestazione è organizzata dai familiari delle vittime e dai dissidenti cubani per commemorare un evento luttuoso di molti anni fa. Il corteo dei manifestanti scandisce slogan contro Fidel e contro il regime. La polizia non sa fare di meglio che manganellare a tutto spiano e i dimostranti rispondono con lanci di pietre. Il regime corre subito ai ripari con le armi della menzogna e organizza una finto corteo di lavoratori obbligato a marciare contro i dimostranti e in difesa della Rivoluzione. Televisione e stampa non fanno parola dell’accaduto, ma il passaparola tra cubani è fortissimo, anche perché la televisione di Miami mostra le immagini della rivolta e diffonde la notizia.
A Cuba possedere un’antenna satellitare è un reato ma molti sfidano la legge e la installano, soprattutto chi ha parenti in Florida che finanziano l’acquisto. “Non venire all’Avana” mi dice un amico. “L’Avana è in rivolta” commenta un altro. Pare che alla protesta dei dissidenti si sia unito il malumore popolare per i continui apagones elettrici e per la mancanza di gas e acqua.
A Cuba il malcontento si tocca con mano, è sensazione palpabile a ogni angolo di strada. La gente ne ha abbastanza di fare sacrifici, di lottare per procurarsi da mangiare e di vivere senza un futuro. Compaiono cartelli irridenti che disegnano Fidel con i baffetti stile Hitler, un altro raffigura il Comandante con una pentola a mo’ di cappello e un tappo sul sedere. Sotto c’è scritto: “Dov’è la pentola, Fidel? Dov’è la corrente? E il cioccolato?”. Il popolo è stanco di stringere la cinghia e non comprende perché deve farlo ancora.

Luoghi comuni e Rivoluzione indifendibile

Sfatiamo anche i soliti luoghi comuni che dipingono Cuba come un posto dove sanità e istruzione sono ai massimi livelli. La scuola insegna soprattutto obbedienza al regime e retorica da stato dittatoriale, mentre i libri sui quali studiano i ragazzi ricordano molto i testi approvati dal Minculpop di fascista memoria. In campo letterario è il governo che sceglie gli autori da far leggere e guai se un professore cita in classe l’esistenza di scrittori come Reinaldo Arenas, Cabrera Infante e Pedro Juan Gutierrez.
Una scuola che non è libera non può essere una buona scuola. La sanità è ottima solo per gli stranieri come Maradona che si curano in ospedali come il Sierra Garcia. Medici valenti vengono esportati in Venezuela e curano delicate malattie in lussuose cliniche internazionali. Ma provate a entrare in un ospedale per la povera gente e vi accorgerete che è sporco, privo di ogni requisito di igiene, le stanze sono caldissime, umide e male arredate. Non solo. Le corsie con i malati sono prive di aria condizionata e se un degente vuole un ventilatore se lo deve portare da casa.
Per non parlare delle medicine e delle attrezzature mediche che sono inesistenti. Fidel Castro colpevolizza gli Stati Uniti e il loro embargo per tutte le mancanze di cui soffre Cuba, ma in realtà questa misura è forse il suo alleato più forte. L’embargo è la scusa che ogni giorno viene messa davanti al popolo cubano per convincerlo a fare sacrifici, pure se adesso tutti hanno capito che il solo colpevole è il regime e la sua fallimentare politica economica. E poi – embargo o non embargo – dove vanno a finire i miliardi di dollari che ogni anno Cuba incassa dal turismo? Non certo in operazioni sociali. Se gli Stati Uniti avessero tolto l’embargo a Cuba il regime sarebbe già crollato sotto il peso della mancanza di giustificazioni per una politica scellerata.
Il popolo cubano è stanco di lottare per una Rivoluzione che ha smarrito i suoi obiettivi, una Rivoluzione dalla quale pure io mi dissocio definitivamente.
Non ho alcuna intenzione di difendere una dittatura totalitaria spacciata per socialismo reale e resto dalla parte dei cubani che sono molto migliori di chi li governa. Sarebbe ora di cominciare a parlare di una Terza Repubblica Cubana, finalmente libera e democratica. Quel giorno finalmente potremo cantare a squarciagola le canzoni di Willy Chirino, un grande autore cubano esule a Miami che in patria non si può ascoltare, e gridare con lui: Cuba libre y soverana!

FIDELI ALLA LINEA.

A volte ci ricascano: gratta gratta e ritrovi nei DS i comunisti di sempre; hanno un bel dire, il cattofassino ed i furbetti del partito, di rinnegare la dittatura castrista: se vai a trovarli, nei loro posticini, troverai le icone di sempre.

Al Festival dell’ Unità di Massa Carrara , per esempio, i manifesti che pubblicizzano l’evento portano la facciona del leader minimo.

Son sicuro che, se poi aprissimo i portafogli di quasi tutti i democratici , troveremmo pure un santino di Baffone Stalin…

Anche Ingrao censura Bertinotti.

In una lettera indirizzata a Liberazione, Pietro Ingrao, uno dei padri del comunismo nostrano, ha voluto prendere le distanze dal presidente temporaneo della Camera Fausto Bertinotti, riguardo agli auguri formulati a Castro per il compleanno: “Da tempo penso che a Cuba sia in atto un regime di pesante dittatura, che ha compiuto gravi atti di repressione del diritto al dissenso e alla libertà di opinione, instaurando nell’isola un clima di dura illibertà” .

Ma evidentemente, per il Fausto in cachemire la tentazione è stata troppo grossa…

Bertinotti ? Coerente,come Leonilde Iotti !

Ma perchè scandalizzarsi se Bertinotti ha fatto gli auguri a Fidèl Castro ? In precedenza abbiamo avuto un Presidente della Camera come Leonilde Iotti nota nella Mia Romania per le prefazioni ai libri di Nicolae Ceausescu; Conducator che molti altri politici del PCI esaltarono prima della caduta del Muro e della Rivoluzione del Dicembre 1989. Anzi,il gesto di Bertinotti è stato un bene, per ricordare a certi politici italiani (vero, Casini ?) che i comunisti nostrani SONO e SARANNO sempre comunisti. Con quello che significa essere comunisti.

Un plauso al Primo Ministro Silvio Berlusconi che lo ricorda sempre.